Skip to main content

Full text of "Storia di Padova della sua origine sino al presente"

See other formats


I \ 



E) 



nS 



e) 



n 



N> 



Ili DI PADOVA 

DALILA SUA ORIGINE SINO AL PRESÈNTE 

. NARRATA 

0» 
DAL, CAVALIERE 

PR. GIUSEPPE CAPPELLETTI 
) d 

VENEZIANO V 



Ciìvf 



® 



te) 



VOLUME PRÌMO 



PADOYA 

Premiata Tipografia Edit. F. Sacchetto 

1875 ^ 

se sm 







945.3/2. 



STORTA DI PADOVA 



i. 



TOMA ì 



i 




DALLA SUA ORIGINE SINO AL PRESENTE 



NARRATA 



DAL CAVALIERE 



PR. GIUSEPPE CAPPELLETTI 



VENEZIANO 



VOLUME PRIMO 



PADOVA 

TREMIATA TIPOGRAFIA EDITRICE F. SACCHETTO 

m 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/storiadipadovade01capp 






jmmHU fetta*» jKmuripU 



Comune di Padova 



Nell'atto d'incominciare la pubblicazione, 
da lungo tempo tra me divisata, d'una Storia 
di Padova, nulla mi torna più gradito che 
d' intitolarla a Voi, Onorevoli Magistrati, a 
cui la Città nostra deve tanta parte del suo 
lustro e della sua prosperità presente. 

La vostra benevola accettazione mi accon- 
sente di compiere questo atto, che torna a 
decoro della mia intrapresa, e nel tempo me- 
desimo m' incuora a compierla sotto i vostri 
gratissimi auspicii. Né l'egregio illustratore 
484884 



di patrie memorie, a cui ho affidato il diffi- 
cile incarico, né io, nulla tralascieremo, che 
valga a rendere P Opera degna di Voi, i 
quali vi siete compiacciuti di accoglierne la 
dedica. 

La Storia di una Città non finisce col 
giorno, in cui, dopo lunghi anni di libero 
reggimento, venne aggregata a Stati mag- 
giori, ma si trasforma nella Storia del suo 
Municipio, il cui centro essenziale è la civica 
amministrazione. Ed è in questa Storia più 



modesta, che i Vostri Nomi non potranno al 
certo rimanere nelPobblio ; perchè li ricorde- 
ranno sempre ai posteri le moltiplici opere di 
utilità e di abbellimento, negli ultimi anni 
compiute. 

É in questo senso, che una Storia di 
Padova doveva a Voi, illustri Signori, essere 
precipuamente intitolata. 

Padova, 10 Aprile 1874. 

1/ EDITORE 



PREFAZIONE DELL' AUTORE 



Pria di deporre la penna, stanca de' moltiplici lavori di 
ormai quarantaquattro anni (1), voglio trattenermi, benché in età 
di oltre a settantanni, ad attestare la mia simpatia verso la città 
di Padova, narrandone, come saprò meglio, la storia. Ad attuare 
questa mia propensione cooperò validamente il cortese invito di 
persona onorevole, la quale me ne fu esortatrice, e dissipò le 
non poche incertezze, che mi vi si affacciavano. 

Io considerava infatti da un lato la moltitudine degli autori, 
antichi e moderni, che trattarono sotto differenti aspetti le cose 
di Padova; e dall'altro poneva mente alla tenuità delle mie forze, 
disadatte a condurmi sopra un terreno non mio ; cosicché potesse 
essermi fatto rimprovero di avere osato metter falce nell' altrui 
messe. Ma siccome non i soli fiumi ampj e grandiosi, ma anche 

(1) Traduzioni dall'armeno in latino; in italiano: Storie, — dell'Armenia, 
della Chiesa, della Repubblica di Venezia (voi. 13); le Chiese d'Italia, 
(voi. 2Jj; i Gesuiti e la Repubblica di Venezia, ecc. ecc. — in tutto, più 
di cinquanta volumi. 



10 PREFAZIONE 

i serpeggianti ruscelli scorrono talvolta a portare l'umile tributa 
delle scarse loro acque al mare; così, nella mia pochezza, ancor 
io intendo di cooperare coi valorosi, che mi precedettero, alla 
indeficiente rinomanza di questa illustre Città. 

Ne certamente fu mai seconda alle altre della nostra Penisola, 
in qualsiasi genere di civile o militare coltura. Roma stessa, 
cui nell'esistenza precede, la sperimentò ajutatrice contro le prime 
irruzioni dei Galli Senoni. E nelle lettere e nelle scienze e nelle 
arti, come non fu loro emula, per non dirla fors'anco maestra? 
Troppo lungo sarebbe il voler tessere qui la serie infinita dei 
valorosi, che la illustrarono con le dottissime loro produzioni; 
né ciò sarebbe consentaneo all'indole e alla misura di questo 
mio lavoro. 

Bensì l'amore della verità, che animò sempre i miei scritti, 
mi obbliga a non lasciare inosservata la solenne menzogna, che 
disse di Padova il Denina, nella sua opera stampata a Berlino, 
nel 1795- — H^onsidèrations cliverses sur Tffllemacjne ^Occidentale, la 
jSuÌ5se et l Italie. — Egli (non saprebbesi indovinare quale spirito 
a dir ciò lo movesse) osò di asserire, che Padova " città sì 
" antica, sì illustre, non ha prodotto né guerrieri né artisti, e 
" che avendo da cinque secoli e mezzo una delle più celebri 
" Università dell'Europa, non ha dato in luce, che un picciolissimo 
" numero di dotti „ ; — mentr' è certo, che poche città d' Italia 
hanno avuto tanti valorosi guerrieri, tanti letterati e scrittori, 
quanti Padova n'ebbe. 

A torto poi dice bergoli i Padovani; perchè s'egli avesse inteso 
il valore di questo vocabolo ed avesse avuto socievole convivenza 
con essi, gli avrebbe conosciuti di carattere ben differente da quegli 
antichi, che in una Rovella del Boccaccio vengono qualificati con 
questo epiteto. 

E similmente a torto egli dice, che i soli abitatori dei luoghi 
montuosi abbiano il privilegio esclusivo di essere uomini di grande 



PREFAZIONE 11 

talento, e che Padova, avendo un territorio grasso, non ne possa 
produrre; — asserzioni tutte, che da chiunque conosca alcun poco 
Padova, i suoi abitatori, il suo territorio, non possono accogliersi 
che a risate. 

Ed è inoltre grossolano di troppo, tra i moltissimi errori 
di storia, in cui cadde il Denina, lo scambiare Romano, villaggio 
del Bassanese, dove scoreggiava Eccelino, con Romano, borgo 
della provincia di Bergamo, dove questo tiranno mai non ebbe 
a che fare. 

È vero, che le fallaci asserzioni del Denina sono smentite dai 
fatti luminosi e parlanti di tanti secoli, che precedettero quel 
dotto scrittore, e dalle storie, che sino ai dì nostri ne attestano 
il contrario ; ma dacché per la stampa le menzogne si sono rese 
una volta di pubblica ragione, devono per la stampa venire 
incessantemente notate, a fine d' impedirne, quanto è più possibile, 
la riproduzione. 

La storia di Padova, circoscritta ne' suoi primordii ad angusti 
confini, per la deficienza di memorie involateci dalla rapacità dei 
secoli, acquistò nuova vita ai giorni di Roma, e crebbe di mano 
in mano finche l'esistenza della veneziana consociazione la portò 
a vicendevoli rapporti con essa; ebbe comune la sorte con la 
repubblica di Venezia; andò ravvolta da ultimo nelle vicende 
lavorate ad entrambe dalle sopravvenute dominazioni. 

In questo mio nuovo lavoro, mi sono proposto di astenermi 
possibilmente da digressioni e polemiche, le quali d' ordinario 
interrompono il filo storico e distraggono la mente dall'unità del 
soggetto. Terrò una misura convenientemente discreta, perchè la 
soverchia prolissità del narrare e la troppa frequenza di documenti 
(che pur sono T anima della Storia, e che quanto a Padova 
sarebbero copiosissimi) non si confanno col genio odierno della 
massa ingente dei leggitori, i quali neh' affluenza dell' incostante 
ed oscillante giornalismo trovano miglior pascolo a sapere, come 



12 PREFAZIONE 

che sia, le cose di oggi, nò punto si curano di quelle che furono, 
e che ci si offrono dalla jòtoria, la quale è testimonio dei tempi, luce di 
verità, vita della memoria, maestra della vita, splendore dell'antichità (l). 

Necessariamente dovrò in questa storia concedere non ultimo 
luogo alle notizie, che ho potuto raccogliere da documenti e da 
fonti non sospette, circa le cose ecclesiastiche di Padova e de' suoi 
vescovi; specialmente del medio evo, nel quale si avvicendavano 
con queste le civili, a cagione dell' influenza e dell' autorità 
temporale, che a' quei tempi impartivano alle chiese ed al clero 
i dominatori d' Italia. Nel progresso della storia se ne conoscerà 
l' importanza politica, per li continui rapporti tra l'una e l'altra 
potestà. 

I prelati di allora facevano causa comune con le civili 
rappresentanze, allorché trattavasi degl' interessi della Patria, e 
vivevano in pace ed in buona armonia scambievolmente con 
tutte le civili magistrature; né mai avveniva, che sotto l'ombra 
di mal intese franchigie si sottraessero arrogantemente dalla 
soggezione, che gli apostolici precetti, sino dai primi secoli del 
cristianesimo, intimavano ed esigevano da tutti verso le imperanti 
Potestà, tuttoché pagane e persecutrici (2). 

A due soli volumi circoscriverò questa mia jstoria, con la 
quale non intendo già di far noto ai Padovani i fasti e le vicende, 
che non ignorano, della loro Patria; ma di farne crescere negli 
estranei la stima e l'ammirazione. Le fonti, da cui attingerò le 
notizie, saranno, per quanto il mio giudizio mi ajuterà a discernerle, 
le migliori, le più pure : saranno quelle, fuor di dubbio, da cui 
le attinsero altri; giacche la storia non si crea, né possiamo 
impararla se non dai documenti e dai contemporanei scrittori, 
che ce l' hanno conservata e trasmessa. Mi varrò adunque di 

(1) M. T. Cic. in Dial. de Oratore ad Quintum. 

(2) San Paolo, ai Romani, cap. XIII, vers. 1 e seg. 



PREFAZIONE 13 

documenti; ma non darò in luce che quelli, i quali, per quanto 
io sappia, non furono mai pubblicati. Degli altri mi limiterò a 
dare le citazioni. 

Anche dello JStudio, od Università, che da tanti secoli formò e 
forma distintissima prerogativa di Padova, dovrò particolarmente 
occuparmi (l); e non una volta sola, ma a tenore delle varie 
sue fasi; — compatibilmente con la misura concessa alle mie 
pagine. 

Non verrò qui enumerando ora la lunga serie dei libri, che 
me ne somministrarono i materiali, nò i nomi esporrò degli 
eruditi, che ce li conservarono : di volta in volta mi verrà occasione 
di commemorarli. Il solo, che qui ricorderò, egli è il Gennari, il 
quale ci lasciò gli furiali della citta di J^adova, appoggiati non 
di rado a supposizioni ed a confronti di analogia con le storie 
generali d' Italia. Dopo 1' Orsati, egli fu il solo, che lavorasse 
una progressione storica sulle cose di Padova; ma non passò 
l'anno 1318. 

Esposto fin qui succintamente il piano del mio lavoro, di 
buon animo mi vi accingo; nulla confidando in me stesso, tutto, 
sperando dalla gentilezza de' miei cortesi lettori. 

(1) Nel cap. IV del lib. VI ed altrove. 



Al 
Dalla fondazione di Padova sino all'era cristiana 



CAPO I. 

Antichità di Padova. — Sua fondazione. 

Benché d'ordinario l'origine delle città antiche rimanga 
ravvolta in fra le tenebre dei secoli, ed in mezzo a favolose 
narrazioni, sia perchè mancano monumenti ad attestarcela, sia 
perchè mendaci esagerazioni di fanatici impostori se la sogna- 
rono; tuttavolta di alcuna, anche vetustissima, non rimasero 
ignoti i veri principii o per le testimonianze de' più antichi 
scrittori o per l'universale consenso delle nazioni. La saggia 
critica infatti esclude ogni dubbiezza sulla verità storica e ma- 
teriale di quanto gli scrittori antichi commemorano ; e tiene 
il consenso universale delle nazioni, siccome validissima prova 
nelle materie di fatto. Perciò di Padova possiamo con tutta 
franchezza indicare l'origine, V antichità, il fondatore. 

Ed in vero : gli storici greci, egualmente che i latini, 
la dicono fabbricata da Antenore, nobilissimo tra i Trojani, 
il quale, scampato dall'eccidio della sua patria, in compagnia 
di numerosa schiera di suoi e di Eneti (1), e solcato il mare 
Adriatico, venne a queste parti; scacciò gli Euganei, che vi 
dimoravano; li costrinse a fuggire con Yoleso loro re, verso 
i monti, detti perciò appunto Euganei sino al presente; e 

(1) Erano gli Eneti un popolo della Paflagonia, che nella guerra di 
Troja aveva perduto il suo re Pilemene ucciso dai Greci. 



16 LIBRO I, CAPO I 

fabbricò la città di Padova, 430 anni, circa, avanti la fondazione 
di Roma; ossia 1179 anni prima dell'era nostra (1). 

Per la costante tradizione di questo fatto, gli antichi scrit- 
tori (primo de' quali Tito Livio padovano, principe degli sto- 
rici) nominarono Antenorea la città di Padova, Antenorei i suoi 
cittadini, Antenoreo il territorio. La dissero anche Elicaonia 
talvolta, pel nome di Elicaone, uno dei figliuoli di Antenore. 

Gli Eneti intanto, compagni suoi nella spedizione, si di- 
spersero a formare queir ampio spazio di paese, che fu chia- 
mato la Venezia, e che formò a poco a poco una delle prin- 
cipali regioni d'Italia. 

Tacito commemora alcuni giuochi istituiti a Padova da 
Antenore; ed è questa l'unica notizia, che si abbia, delle azioni 
di lui, dopo la fondazione della sua città. Quivi morì, e se ne 
mostra il sepolcro, poco lungi dal sito dov' era la chiesa di san 
Lorenzo; — o per meglio dire, si mostra un sepolcro, che si 
dice di Antenore, e che racchiude il cadavere di un militare, 
trovato negli scavi fatti nel 1274, presso all'ospitale della Cà 
di Dio. Era chiuso in una cassa di piombo, contenuta in un' al- 
tra di cipresso, ed aveva accanto due vasi pieni di monete 
d'oro. Vuoisi, che quel cadavere fosse di un ungherese (2). — 
Un nobile padovano, che nominavasi, Lupato de' Lupati, e che 
mori nel 1292 podestà di Yicenza, lo reputò il corpo del fon- 
datore di Padova, ed indusse i capi della città ad erigergli 
quel sepolcro ed a farvi anche scolpire questi due distici : 

Inclytus Antenor patriam vox nisa quietem 

Transtidib huc Enetiwi Dardanidwnqne fugas, 

Expulit Enganeos, Patavinam condidit urbem* 
Quem tenet Me humili marmore eaesa domas. 

(1) Siccome i Romani computavano gli anni ab urbe condita; cioè, 
dalla fondazione di Roma; perchè un simile computo non fecero e non 
potrebbero fare anche adesso i Padovani? L'anno corrente 1K7Ì sarebbe 
per loro il MMMLIII ab urbe condita. 

(2) Poco più di un secolo dopo, nell'anno 1413, un'altra popolare cre- 
denza ebbe origine dall'avere similmente trovato un altro cadavere, chiuso 
in una cassa di piombo. Fu creduto il corpo dello storico Tito Livio. La 
quale credenza venne rinvigorita dalla circostanza di essere stato trovato 



ANNO 1179 AVANTI L ERA CRISTIANA 17 

Ma sebbene la più comune opinione attribuisca ad Antenore la 
fondazione di questa città, perciocché gli storici narrano, che 
cotesto profugo trojano abbia fabbricato una città, clic fu no- 
minata Patavinm; non e certo però, che la città Patavinm 
fondata da lui sia questa, che pur si nomina Patavina: men- 
tre altri pensano invece (e forse con maggior probabilità), che 
Padova abbia ricevuto il suo nome dalla palude Patina, presso 
cui fu piantata. 

CAPO IL 
Valore dei Padovani in favore dei Romani. 

Né dopo queste prime notizie, che si hanno da sicure 
fonti, circa la fondazione di Padova, alcun altra memoria ci 
giunse sino alla guerra, che i Galli Senoni mossero ai Eomani ; 
nella quale i Padovani, traendo seco numerose schiere di Eneti, 
presero le armi a difesa di Roma, ed entrati ostilmente nei 
confini dei Galli, costrinsero questi ad abbandonare l' impresa 
e far pace, per correre alla difesa del loro paese. Lo sappiamo 
da Polibio. E fu in questa occasione, che la potenza dei 
Padovani era tanta da trovarsi in grado di porre in piedi, siccome 

nell'orto dei monaci di santa Giustina, ove si sa, che sorgeva il tempio 
della Concordia, di cui Tito Livio era sacerdote. Ed in quegli stessi recinti, 
ove sorgeva il tempio della dea, fu anche trovata una pietra con iscrizione, 
che diede argomento a dispute lunghissime per sostenere da una parte e 
negare dall'altra, che appartenesse ad una figliuola di Tito Livio; — sul 
che vedasi 1' Orsato: Monumenta Patavina, pag. 28 ed altrove; Marmi eru- 
diti, pag. 148, ove ti adopera a dimostrare, potersi benissimo accordare 
ed ossa di Tito Luto V istorico, e memoria di altro Tito Livio dall' isto- 
rico diverso. — L'iscrizione in parola è così: 

V. F. 

T. LIVIVS 

LIVIAE T. F. 

QVARTAE L. 

IIALYS 

CONCORDIAL1S 

PATAVI 

SIB1 ET SVIS 

OMNIBVS 

Cappelletti. Storia di Padova I. 2 



18 LIBRO I, CAPO III 

attesta Stratone, un esercito di 120 mila uomini. Lo che avve- 
niva circa gli anni 250 eli Roma ; ossia, circa il 630 di Padova. 

Perciò, frammezzo alla densa nebbia di quei secoli remo- 
tissimi, non altro ci è fatto di scorgere, se non il progres- 
sivo prosperamento di Padova, per cui potò il suo popolo ot- 
tenere sino d'allora la gloria di bellicoso e potente. 

E proseguendo per altri due secoli, sino all'anno 451 di 
Soma (881 di Padova), nuove testimonianze della potenza dei 
Padovani abbiamo da Tito Livio. Ci descriv egli infatti Y ap- 
prodo militare di Cleonino re di Sparta ai lidi marittimi del 
territorio padovano, con una flotta di Greci, i quali sbarcati a 
terra, saccheggiarono ed incendiarono alcuni abitati. Non tar- 
darono un istante i Padovani ad affrontare gli aggressori. 
Allestite perciò le loro barche, nel mentre che a mano armata 
li respingevano dal territorio occupato, facendone orrendo ma- 
cello, gT incalzarono in mare, ne predarono molte navi, e ric- 
chi di bottino ritornarono in patria, ove appesero nel tempio 
di Giunone i rostri di quelle. 

Non ci è noto qual forma di governo avessero i Padovani 
nei primissimi secoli. Certo è, per testimonianza di Polibio, 
eh' eglino furono compagni ed amici del popolo romano; stretti 
con esso in alleanza, ma senz' esserne sudditi. Della quale ami- 
cizia diedero luminose prove allorché, invitati dai Galli Ges- 
sati, Boi ed Insubri a collegarsi a danno di Roma, non sola- 
mente se ne rifiutarono; ma posero in piedi un esercito di 
20,000 soldati por entrare nel territorio de' Boi, e costringerli 
ad accorrere la difesa dei loro Stati, e quindi lasciare in pace 
i Romani; come appunto era avvenuto due secoli addietro. 



CAPO III. 
Indipendenza nazionale dei Padovani. 

Anche nei tempi della seconda guerra punica, i Padovani 
mandarono le loro milizie in soccorso dei Romani, capitanate 
dal valoroso Pediano ; e n' ebbero grande onore persino in fra 



ANNO 298 AVANTI i/ ERA CRISTIANA 19 

gli orrori della funesta giornata di Canne. Quando ciò acca- 
deva non era per anco un mezzo secolo dacché i Padovani, al 
pari delle altre popolazioni d'Italia, avevano spontaneamente 
accettata la sudditanza della repubblica romana. Dico sponta- 
neamente, perchè, siccome nota il Sigonio, non v' ha storico 
di que' tempi, il quale narri, che i Romani gli abbiano con 
la forza assoggettati. Continuarono anzi a godere la loro li- 
bertà civica ed a governarsi con le proprie loro costituzioni. 
E se talvolta avvenne, che vi sorgessero discordie e ne fosse 
compromessa la pubblica tranquillità, il senato di Roma in- 
terponeva i suoi buoni uffizi, per ricondurvi la civile armonia 
e far cessare ogni motivo di nazionale inquietudine. Di ciò fa 
menzione Tito Livio nella circostanza, in cui, per gravissime 
dissensioni, stava già per iscoppiare una guerra civile. Vi fu 
mandato allora il console M. Emilio Lepido, il quale seppe 
destramente sedarne le inquietezze, apportatore di concordia e 
di pace. E ciò fecero i Romani ogni qual volta s'ebbero a rin- 
novare e nella Venezia ed altrove le domestiche dissensioni. 

Calati i Cimbri nel veronese, ebbe molto a soffrirne il 
territorio di Padova, ove quelli s'erano sparpagliati ad eser- 
citarvi rapine e violenze. Ma, disfatti che furono nella cam- 
pagna di Verona dai consoli Mario e Catullo, potè anche Pa- 
dova respirare alquanti giorni di tranquillità e sicurezza. 

Ella stessa prese parte, poco dopo, alla sanguinosa cata- 
strofe della guerra sociale, detta anche guerra Italica e guerra 
Marsica; in cui perirono, con due consoli, trecento mille Ita- 
liani. Fu allora, che il console L. Giulio Cesare, per porvi un 
freno e rendere contenti gli animi delle contendenti popola- 
zioni d' Italia, promulgò la sua famosa legge Julia de cimiate, 
modellata da Livio Druso tribuno del popolo, con la quale 
veniva attribuita a tutti i paesi latini il diritto di cittadi- 
nanza ; ed era quasi il primo gradino per ascendere alla citta- 
dinanza romana. Con maggiore solidità, poco appresso, il pro- 
consolo Gneo Pompeo Strabone la svilluppò nella sua de colo- 
niis, la quale toglieva ogni ulteriore motivo eli scontento, eri- 
gendo le città in colonie; non col mandarvi abitatori nuovi, 
ma concedendone agli esistenti il diritto del Lazio. 



20 LIBRO I, CAPO IV 

Tra le prerogative delle città latine, la più cospicua n' era, 
che chiunque avesse sostenuto i primi uffizi, — di edile, cioè, 
o di questore, — conseguisse la cittadinanza romana. Ma seb- 
bene le città cispadane, tra gli Àppenini e il Po, ne ottenes- 
sero per intiero assai presto l'onore, alle transpadane lo con- 
trastarono lungamente i due censori M. Crasso e Q. Catulo, i 
quali nell'anno 689 di Roma, non avendo potuto accordarsi 
tra loro, rinunziarono entrambi la loro magistratura. Vi cor- 
sero sopra infrattanto venticinque anni, allorché Giulio Cesare, 
ansioso di salire alla sovranità, senza che vi prendesse parte 
il senato, stimolava queste a chiedere con insitenza la cittadi- 
nanza romana al pari degli altri Italici. Allettati i Transpadani 
da queste insidiose adulazioni di Cesare, gli rimasero sempre 
aderenti e fedeli : ed egli, occupata eh' ebbe la dittatura, pre- 
miò la fedeltà di loro, estendendone a tutta la provincia il 
beneficio della romana cittadinanza. 



CAPO IV. 

Padova ottiene la cittadinanza romana. 

Anche Padova perciò, nell'anno suo MCXXXV, che corri- 
sponde appunto al DCCV di Roma, diventò città romana, ag- 
gregata alla tribù Fabia; ammessa conseguentemente all' onore 
di dare i suffragi nei comizii di Roma. 

Ma sebbene a questo grado salisse Padova collettivamente 
con le altre città transpadane, in ricompensa della loro fedeltà 
alla causa di Cesare; non credo tuttavia, che lo si possa in- 
dividualmente affermare di essa. Sappiamo infatti da Cicerone, 
che i Padovani, dopo l'assassinio di Cesare, prestavano pale- 
semente particolare affetto e venerazione ai due Bruti uccisori 
di lui, e si tennero fedeli nell' aiutare, e con denaro e con 
soldati e con armi, i capitani della repubblica. Altri argo- 
menti inoltre si hanno per poterne dimostrare la propensione, 
dai quali mi astengo per amore di brevità. 

Nemica perciò degli oppressori della repubblica, non è ma- 
raviglia, che soffrisse dai triumviri ogni maniera di angarie e 



ANNO U AVANTI L'ERA CRISTIÀEA 21 

di violenze, al pari dello altre città traspadane. Ma respirò to- 
stochò Ottaviano diventò solo padrone della repubblica, il quale 
ne' quarantaquattro anni del suo impero, nel mentre si adope- 
rava sollecito in abbellire Eoma con sontuose fabbriche, non 
tralasciava di esortare le altre città ad imitarne l'esempio. Di 
Padova per verità non rimasero intorno a ciò storiche testi- 
monianze, benché non sia a dubitarsi, eh' essa, -cospicua e do- 
viziosa coni' era, non abbia procurato di gareggiare con la me- 
tropoli dell' impero. 

Lo attestano i molti avanzi di colonne, di capitelli, di cor- 
nici e di fregi, che furono dissotterrati talvolta, nelle varie oc- 
casioni di scavi a qualche profondità; — i multiformi pezzi di 
macigni e di marmi assai bene lavorati; — i lunghi tratti di 
strade solidamente lastricate ; — le frequenti iscrizioni votive, 
che furono trovate in più luoghi e molto al di sotto dell' o- 
dierno piano della città. 

CAPO Y. 

Avanzi degli antichi edifìzii di Padova. 

Delle sue fabbriche non rimasero che le muraglie dell'an- 
tico anfiteatro, il quale serviva alle consuete lotte dei gladia- 
tori ; ecl è di fianco alla chiesa degli Eremitani. Esso conserva 
ancora il suo naturale nome di Arena, benché nulla ne con- 
servi della sua struttura. Gli edifìzii superstiti di questo genere, 
che esistono in Eoma, in Verona, in Pola ed altrove, ci si mo- 
strano, e nell'esterno e nell' interno, ben dissimili da questo di 
Padova, il quale a mio credere non è che un rimasuglio di 
quello, che doveva essere stato per poterlosi dire Arena. Questo 
al di fuori non offre se non l'aspetto di un semplice muro ; 
nò v'ha indizio dell'antica struttura di quel genere di edilìzi. 
Questo non ha traccia delle interne gradinate, a comodo degli 
spettatori, le quali, a mio credere, furono a poco a poco di- 
strutte o dalla vetustà o da venale speculazione di chi ne pos- 
sedeva la grandiosa mole. Trovo infatti nelle antiche pergamene, 
che nell'anno 1300, addì 16 febbraio, allorché Enrico Scrovegno 



22 LIBRO h CAPO V 

comperò queir edilizio da Manfredo Dalesmanino, esso era chiuso 
da tre lati soltanto (1); lo che ci fa conoscere, ch'esso non aveva 
allora di Arena che il nome, rimastole fuor di dubbio per l'ori- 
ginaria sua destinazione. 

Ed inoltre si mostravano, sino al cadere del secolo XVIII, 
i grandiosi avanzi dell'antico teatro, detto il Satiro (corrotta- 
mente nominato Zairo o Zadro), eh' esisteva nel Prato della 
Valle, descritto ed illustrato eruditamente dal conte Simone 
Stratico, in sul declinare del secolo passato (2). Veramente, 
sino dal 1678, ne aveva osservato non dubbie traccie lo storico 
Orsato; ma quando, nell'agosto del 1775, furono intrapresi scavi 
per condurre l'acqua corrente dal vicino ramo di fiume al Prato 
della Valle, fu scoperta, tre piedi sotto le superficie del terreno, 
una grossa muraglia curvilinea; e questa diede motivo a più 
diligenti investigazioni, finche si venne a capo di poterne rile- 
vare la pianta. Già ne avevano dato indizi le cronache e gli 
storici antichi ; in una delle quali (3), leggevasi : « Quelli muri, 
« che apparono sopra il Prato della Valle, sono de un Coliseo, 
« che era in lo detto luogo, dove le persone podévano a torno 
« a torno star a veder le Feste, che se faceva in quello .... e 
« quel Coliseo si chiamava Zairo, come appar per pubblici 
« Istromenti » 

Di due altri Colisei fa menzione lo stesso cronista Onga- 
rello, ma non ce li descrive. Dice, che questo del Prato « era 
« grandissimo e se chiamava Campo Marzo ed era deputato per 
« veder giostre, tornei e simili esercizj. » Sul nome di Zairo 
e di Satiro si hanno inconcludenti conghietture, dalle quali mi 
astengo per brevità; talvolta anche lo dice Rena ed Arena. 

L' erudito conte Simone Stratico, nella sua pregevole dis- 
sertazione sull'antico teatro di Padova (tranne alcune brevi 

(1) Pergamena originale dell'Archivio Foscari-Cradenigo. Ivi leggesi, 
che lo Scrovegno Enrico, figlio dei q. m Rinaldo, comperò da Manfredo, 
figlio del q. m (inezil de Dalesmaninis, predio librar uni quatuor millium de* 
nariorum venetorum parvorum bone et usualis monete, l'Arena, cinta di 
mura ab omnibus lateribus ezeepto, a latore fratrum keremitanorum dePadua. 

(2) Disseriazione .sopra l'antico teatro di Padova, stampata nel 1795.- 

(3) DcìVOngarello. 



ANNO H AVANTI L'ERA CRISTIANA 23 

notizie, raccolte allorché ne furono trovate le fondamenta) pro- 
cede por via di conghietture, e deducendone dal confronto di 
altri antichi teatri provo di analogia. Nulla però egli dice di 
positivo. Perciò aneli' io sono costretto a tacere, dovendo la 
storia procedere su dati certi, e non sopra supposizioni o con- 
fronti di analogia. Mi basta aver notato, che Padova, sino da 
tempi antichissimi, aveva un teatro e forse più di uno. 

Altri avanzi dell' antica Padova dei secoli romani sono i 
quattro ponti, — di san Lorenzo, dei mulini, di Aitino e Corbo, — 
a ciascuno dei quali corrispondeva una porta della città. Il 
ponte di san Lorenzo, che unisce le due parti della città in- 
tersecata dal fiume, così appellossi, dappoiché là d'appresso era 
stata eretta la chiesa, che presentemente più non esiste, in 
onore del santo martire levita Lorenzo; — quello dei mulini, 
fu così nominato pei molti mulini, che presso ad esso furono 
costrutti nel medio evo : anticamente passava per esso la Yia 
Aurelia, la quale conduceva ad Asolo, e quinci a Feltre e Bel- 
luno; — quello di Aitino, od Altinate (volgarmente Ponte Tina) 
ne aveva il nome dalla Via Emilia Altinate, la quale condu- 
ceva alla città di Aitino ; — il Corbo finalmente, del cui nome 
non saprebbesi render ragione, serviva alla via, che menava 
alla celebrati ssima città di Adria, in riva al mare, che da lei 
prese il nome. 

Le molte iscrizioni, a cui ho fatto cenno di sopra, ci atte- 
stano l'esistenza dei templi e dei delubri, che sorgevano e in 
Padova e nel suo agro, e che ci danno altresì notizia del culto 
religioso di quei secoli e delle varie divinità quivi adorate. 



CAPO VI. 

Culto pagano e divinità dei Padovani. 

Esistono infatti iscrizioni injonore di Giunone, di Venere, 
d' Iside, di Cerere, di Cibele, di Proserpina, della Fortuna, di 
Giano, di Mercurio, di Bacco, di Plutone, degli dei penati, 
della Concordia, di Vesta, e della diva Dominila, venerata 



24 LIBRO I, CAPO VI 

per adulazione allorché Domiziano divinizzò la gente Flavia. 
Gli Augustali ed i Seviri vi esercitavano il pagano sacerdozio; 
aveva i suoi sacerdoti anche la dea Concordia. Uno, a' suoi 
tempi, ne fu lo storico Tito Livio, come di sopra ho notato. 
Pare, che, nel culto religioso in Padova, abbia avuto la pre- 
cedenza Giunone, perchè ne troviamo commemorato in Tito 
Livio il tempio vecchio. Chi sa dunque, quanti secoli prima di 
questo storico, il quale fiorì circa i primordii dell'era cristiana, 
vi aveva ella pubblico culto ? Certo esisteva quando i Padovani 
vittoriosi vi appesero i rostri delle navi spartane del re Cleo- 
nino, — 1' anno 881 di Padova, 298 anni avanti Cristo. Dove 
poi ne sorgesse il tempio, e dove gli altri delle summentovate 
divinità, non abbiamo indizi, che ce li mostrino. Del solo tem- 
pio della Concordia si ha notizia, come di sopra ho narrato 
eh' esso occupasse il luogo, dove furono poscia le ortaglie dei 
monaci dì santa Giustina. Quanto a me, non sarei lungi dal 
credere, che la sua Via Sacra avesse anche Padova, a somi- 
glianza di Eoma, ove sorgessero i templi delle varie divinità 
ivi onorate ; o che forse Roma, posteriore d'origine, ne avesse 
avuto l'esempio da Padova. 

Tre dei marmi dissotterrati in que' dintorni, oltre a quello 
già ricordato di sopra (1), appartengono a sacerdotesse parti- 
colari. Uno di essi ricorda certa Sestilia vergine Vestale; un 
altro Asconia sacerdotessa della Diva Domitilla ; ed un terzo 
Lusia Tertullina sacerdotessa delle Dee. La circostanza che 
questa fosse sacerdotessa, non di una sola, ma di più Dee, mi 
conferma nell'opinione, che i templi delle divinità padovane 
sorgessero assai contigui gli uni agli altri e formassero una 
Via sacra. Chi poi fossero queste Dee, delle quali Lusia Ter- 
tullina era sacerdotessa, opinò il Pignoria, che fossero Cibele, 
Cerere, e Proserpina, forse perchè la mitologia se le fìngeva 
figliuole l'una dell'altra. 

Ma se dalla città usciremo a visitare l' agro patavino, tro- 
veremo infinite memorie dell'antica grandezza di questo po- 
polo; particolarmente in Abano e ne' suoi dintorni, [e piucchè 

(1) Nell'annotazione della pag. 17. 



INNO U AVANTI L'ERA CRISTIANA 25 

altrove, nella villa di san Pier Montagnone, ove di frequente 
si trovano sepolti rimasugli di antichità, urne cinerarie, vasi 
di vetro, pezzi di colonne, medaglie, frantumi di mosaici. E 
quivi appunto, in questo villaggio, nella contrada di Monte- 
grotto, fu dissotterrata, nel 1766, la statua colossale di marmo 
bianco, creduta un Esculapio, la quale, trasferita a Venezia, 
forma parte presentemente del museo della biblioteca Mar- 
ciana (1). Ed altri moltissimi oggetti, nei dintorni di quelle 
terme, furono trovati anche di poi, i quali ci attestano, da un 
lato la morbidezza ed il lusso dei Padovani nella sontuosità 
delle loro terme, e dall'altro il culto religioso e la venerazione 
per quelle fonti, ch'erano risguardate da loro come sante e 
divine, a cagione della loro maravigliosa virtù ed efficacia a 
guarire i mali più disperati (2). 

Quivi adunque avevano tempio Esculapio, dio della medi- 
cina, ed avevalo anche il celebrati ssimo oracolo di Gerione, 
cui correvano a consultare gli stessi imperatori di Eoma, la- 
sciandovi ricche testimonianze della loro venerazione, con iscri- 
zioni votive e regali e scolture; trovate anch'esse e dissotterrate 
nei secoli a noi vicini. 

Era già stato celebre in Padova, sino dai tempi delle 
guerre di Cesare e di Pompeo, il padovano augure e sacerdote 
Cajo Cornelio, del quale narrano Lucano e Dione e Plutarco 
maravigliosi vaticinii pienamente verificati ; tra i quali, la vit- 
toria di Cesare nella grande giornata di Farsaglia, 48 anni 
avanti Cristo. 

(1) È marcata col numero 20. 

(2) Le celebrarono con distinte todi e il medico Celio Aureliano, che 
viveva in sul declinare del secondo secolo; ed il poeta Claudiano, che le 
descrisse in un carme di cento versi; ed Ennodio vescovo di Pavia, il quale 
nei primordii del VI secolo era venuto a visitarle, cercando guarigione al 
male d'occhi, che travagliavalo; e Cassiodoro, in una lunga lettera all'ar- 
chitetto Aloisio, in nome del re Teoderico. 



26 LIBRO I, CAPO VII 

CAPO VII. 

Bello storico Tito Livio. 

Lo scrittore più antico, eli cui Padova a tutto buon dritto 
si gloria, fu lo storico Tito Livio, vissuto lungamente in Roma, 
caro agi' imperatori Augusto e Tiberio. Non parlo della cele- 
brità ed eccellenza della sua storia, perchè notissima a tutti e 
per le mani di tutti sino dalla prima gioventù, negli anni della 
scolastica palestra. Certo è, che Padova, in questa sua gloria, 
non ebbe rivali se non Verona pel suo Catullo e per Cornelio 
Nepote, e Mantova pel suo Virgilio. 

Morì Tito Livio nell'anno quarto di Tiberio ; che fu il 17 
dell'era cristiana ; ed ebbe sepoltura, com' era ben di ragione, 
presso il tempio della Concordia, di cui era sacerdote. Ho no- 
tato di sopra (1), che nell'anno 1413 era stata trovata nell'orto 
de' benedettini a santa Giustina, una cassa di piombo con entro 
le ossa, che furono credute di lui. Tutti gli ordini di cittadini 
con entusiasmo progettarono di concorrere alla spesa di eri- 
gere a Tito Livio, sulla piazza de' Signori, un mausoleo di 
marmo, entro cui collocarle. Ma il progetto non fu eseguito ; né se 
ne saprebbe dire il perchè. Furono perciò trasferite con grande 
pompa quelle ossa e collocate sopra la porta occidentale del 
palazzo della Ragione ; e di qua, nel 1547, passarono a più de- 
cente riposo nell'interno del palazzo medesimo, onorate di ele- 
ganti versi latini del celebre umanista di questa Università 
Lazzaro Bonamico. 

Riassumiamo la storia, e senza timore di errare mi sembra 
di poter asserire, che non una, ma più volte, l' imperatore Au- 
gusto venisse a Padova. Perciocché Svetonio, il suo biografo, 
ci fa sapere, che bene spesso visitava le ventotto colonie da 
lui disperse per l'Italia, e di belle e utili opere pubbliche le 
adornava e di ragguardevoli privilegi. E |privilegio certamente 
ragguardevole quello fu, per cui le colonie erano in qualche 

(1) Nella pag. 16, in annotazione. 



ANNO 17 DELL'ERA CRISTIANA 27 

modo fatte simili a Eoma ; cioè, elio i loro decurioni rappre- 
sentassero un' immagine del senato ; i duumviri quella dei con- 
soli; che per Tele/ione dei magistrati urbani dessero anch'eglino 
i loro suffragi, i quali si mandavano suggellati a Eoma pel 
giorno dei Comizj ; e che sulle raccomandazioni di loro si confe- 
rissero gli onori della milizia equestre. Nò lascio di ricordare 
ciò che ho già notato altra volta (1), che i Padovani erano 
ascritti alla tribù Fabia, ed in quella davano i loro voti. Dei 
decemviri e dei duumviri, come anche di altre supreme ma- 
gistrature di Padova, parlano gli antichi marmi, che tuttora 
esistono. 

CAPO Vili. 
Del senatore Trasea padovano. 

Rinomatissimo, a questi tempi, fu il padovano Trasea, co- 
spicuo senatore, perseguitato a morte per le sue singolari virtù 
dall' imperatore Nerone. Ce .ne conservò Tacito, ne' suoi An- 
nali (2), ogni più minuta particolarità, e ci fa sapere altresì, 
esserne stato calunnioso accusatore Cossuziano, uomo rotto ad 
ogni sorta di vizio. Costui « gT imputò a delitto Tessere uscito 
« di senato quando si trattò della morte di Agrippina, e l'aver 
« poco servito Nerone ne' giuochi Giovenali, sebbene in Padova 
« sua patria, ne' giuochi del cesto, ordinati dal trojano Ante- 
« nore, avesse cantato in abito tragico. Ed inoltre gli fu ascritto 
« a colpa, che nel giorno, in cui si trattava di condannare a 
« morte il pretore Antistio, per versi composti contro a Nerone, 
« fu di più dolce parere e vinse ; che decretandosi i divini onori 
« a Poppea, non volle trovarsi all'esequie ; che sottraevasi dal 
« dare il giuramento ogni capo d'anno ; che, sebbene sacerdote 
« de' quindici, non veniva mai a fare i voti, nò mai sacrificò 
« per la sanità del Principe, ecc. » (3). Ed altre simili cose 

(4) Nella pag. 20. 
(2) Lib. XIV e seg. 
t (3) Presso il Gennari, Informazione isterica di Padova; Bassano 1796, 
pag. XXIII, e seg. 



2S LIBRO I, CAPO Vili 

gli venivano imputate. Persino era colpa in lui l'aria grave del 
suo volto e la sua melanconica e severa fisonomia. 

Tacito d' altronde sommamente n'encomia la libertà e fer- 
mezza di parlare in senato ; Plinio il gioyine tributa lodi alla 
sua clemenza; Marziale alla sua costanza. Da Plinio simil- 
mente sono assai commendate, per la loro pudicizia, Arria mo- 
glie di Trasea e Fannia loro figliuola : siccome da Marziale 
lo sono tutte le donne padovane de' suoi tempi (1). Di altri il- 
lustri padovani, che fiorirono in Eoma sotto gì' imperatori Ve- 
spasiano, Tito e Domiziano, fanno onorevole ricordanza Plinio, 
Marziale e Stazio : i più rinomati furono P. Asconio Pediano, 
valente grammatico, Valerio Fiacco, autore dell' Argonautico, 
Corellio estense, il poeta Lucio Arronzio Stella e l'esimia poe- 
tessa Sabina da Este. 

(1) In tempi a noi più vicini, si resero celebri per l'incontaminata 
loro pudicizia, col sacrifizio ben anco della vita, una Bianca Fiossi, un' Isa- 
bella Ravignana, e una Lugrezia Dondi Orologio degli Obizzi, a cui fu po- 
sta onorevole memoria nella gran sala del Comune (Gennari, laog. cit. 
pag. XXXI). 



LIBRO II 



Dal principio dell 7 èra cristiana sino air cecidio di 
Padova per le armi del re Agilolfo nell'anno GOfl. 



CAPO I. 
Predicazione di san Prosdoeimo. 



Se tra la folta nebbia, in cui sono ravvolti gli antichi se- 
coli di Padova, alcune poche notizie ci riesci finora di racco- 
gliere al barlume di qualche storica testimonianza; molto di 
più, benché ravviluppato anch' esso tra l' incertezza delle opi- 
nioni degli eruditi ci si presenta ora da dire. Il fatto più me- 
morabile di questi tempi fu la conversione dei Padovani dal- 
l' idolatria alla fede cristiana, per opera di san Prosdoeimo, 
greco di nazione, consacrato vescovo dall' apostolo san Pietro 
ed a queste provincie spedito. Egli vescovo regionario, le per- 
corse instancabile, predicando il Vangelo a Vicenza, a Feltre, 
ad Asolo, a Treviso, ad Aitino, ed in ciascuna di queste città 
piantò cattedra vescovile. Poi passò a convertire Este, Monse- 
lice, Montagnana, e finalmente entrò in Padova, ove fissò sta- 
bilmente la sua sede, e vi sostenne per novant'anni l'uffizio di 
zelante ed amoroso pastore (1). Il primo suo ingresso in Pa- 
dova fu segnalato dalle molteplici guarigioni prodigiosamente 

(1) Alle conghietture del Tillemont, del Maffei e di altri, che non vor- 
rebbero ammettere l'esistenza di vescovi in Padova, prima del quarto se- 
colo, io preferisco la costante immemorabile tradizione di tutte le Chiese 
della Venezia, le quali riconoscono la loro origine sino dai tempi aposto- 
lici. Vedasi a questo proposito l'erudita dissertazione del Trevisolo: Difesa 
della missione apostolica di san Prosdoeimo. Padova 1774. 



30 

impartite agli infermi, che giacenti alla porta della città, chie- 
devano dai viandanti limosina. Se ne diffuse ben presto da per 
tutto la fama, per guisa, che in folla correvano e cittadini e 
terrezzani ad ascoltare la sua predicazione, la quale, accompa- 
gnata dalla straordinarietà dei prodigi, da lui operati, guada- 
gnava la moltitudine alla nuova religione, eh' egli annunziava. 
In primo luogo dev' essere nominato lo stesso preside 
della città, Vitaliano, cui Prosdocimo guarì da mortale infer- 
mità; ond'egli con tutta la sua famiglia ricevè il battesimo. 
La moglie di lui, Prepedigna, sterile da lunga età, ottenne 
per le preci del pio pastore il dono della fecondità, e diede in 
luce Giustina, la quale, erudita da san Prosdocimo nella fede 
cristiana, con eroica fermezza, nella persecuzione di Massimiano, 
sostenne per essa il martirio. E già Padova, nei lunghi anni 
dell'episcopato di lui, vide moltiplicarsi vieppiù sempre 1' in- 
numerevole moltitudine dei novelli credenti; i quali, quanto più 
si moltiplicavano, tanto più per ciò appunto provocavano la 
rabbia ed il furore dei pagani persecutori; sicché il suolo pa- 
tavino fu largamente inaffiato del loro sangue, e i fasti di 
questa chiesa ne vanno felicemente gloriosi. 

Di questi collettivamente le ossa trasferite; di volta in volta 
dal campo del loro conflitto, ch'era per lo più 1' odierno Prato 
della Valle, furono raccolte nella rinomata fossa, che si 
nomina pozzo dei martiri , compresa tra i recinti dell' o- 
dierno tempio di santa Giustina. Ivi pure si mostrano sino al 
giorno d' oggi le angustissime e spaventevoli carceri, in cui 
furono chiusi moltissimi di loro, e specialmente la summento- 
vata vergine e martire santa Giustina ed il valoroso martire 
san Daniele, a cui la Chiesa di Padova tributa onorevole culto 
di particolare festeggiamento. Ed ivi appunto la tradizione ci 
addita esistente divota chiesetta, eretta da san Prosdocimo in 
onore della beata Tergine Maria, acciocché i fedeli avessero 
opportuno luogo ove occultamente pregare in sicuro dalle per- 
secuzioni idolatriche, ed assistere alla celebrazione dei sacri riti. 
La quale tradizione acquistò pienissima credenza allorché, nel- 
l'anno 1564, s'ebbero a trovare le venerande spoglie e di Prosdo- 
cimo e di Giustina e di Massimo e di Felicita e di Daniele e 



ANNO 45 — 585 31 

di altri eziandio de' più cospicui santi o prelati, che avevano 
decorato i fasti religiosi della chiesa patavina e che vi hanno 
o vi ebbero particolari templi ed altari. La salma del proto- 
pastore Prosdocimo era chiusa in un' urna di marmo, su cui 
n' era scolpito il nome e la pastorale dignità. 

~Nè qui devo tacere l'erezione da lui fatta del tempio in- 
titolato alla divina Sapienza, volgarmente santa Sofia; colà 
dove credesi esistesse uno dei templi di Giunone. Pare, che 
questa sia stata la sua cattedrale finché non ebbe d'uopo di 
occultarsi alle pagane investigazioni; ed in seguito, rifabbri- 
cata e ristaurata nei secoli successivi, lo fosse anche de' suoi 
successori sino a Tricidio, che visse in sulla metà del se- 
colo VII, e che trasferì la sua residenza colà dove esiste og- 
gidì la nuova cattedrale. Ne dirò a suo tempo. Sappiasi intanto, 
che quella primitiva di santa Sofìa, per la nobiltà dell' antica 
sua origine, gode sino al presente una preminenza nelV eccle- 
siastica gerarchia parrocchiale della città. 



CAPO IL 
Irruzioni dei barbari. 

Avevano avuto tregua in frattanto le pagane persecuzioni, 
ed i romani imperatori s' erano dati a proteggere non solo il 
culto cristiano, ma le scienze altresì e le lettere. Padova, la 
quale aveva avuto la gloria di veder non pochi de' suoi citta- 
dini accolti ed accarezzati alla corte imperiale per le loro esi- 
mie doti o di letteratura o di giurisprudenza o di altre onore- 
voli discipline, ebbe altresì la sorte, che gli imperatori Gra- 
ziano (nel 383), Onorio, dieci anni appresso, e Costante figliuolo 
di Costantino il grande, vi si recassero a visitarla e vi si trat- 
tenessero alquanto a dimora. La qual cosa è dimostrata da pub- 
blici monumenti, che ne portano la data. 

Con Onorio e caro ad Onorio era in Padova il poeta Clau- 
diano, che in cento versi cantò le maraviglie delle acque ter- 
mali di Abano. 



32 LIBRO II, CAPO II 

Ma la calma non fu di lunga durata; perdio ai tempi ap- 
punto di Onorio incominciarono le irruzioni dei barbari oltre- 
montani, i quali costrinsero i pacifici abitatori della Venezia 
ad abbandonare il suolo natio, per cercare asilo nelle adiacenti 
lagune. Imperciocché quando il romano impero, a cui erano as- 
sociate le popolazioni della Venezia, segnava l'epoca della sua 
decadenza; quando indebolito e sfasciato non aveva più forze 
da opporre a propria difesa contro le irruzioni dei barbarie- 
anche le venete popolazioni, altra volta da lui protette, rima- 
sero esposte agli insulti degl'invasori settentrionali ; nò valendo 
queste a respingerli con le armi, furono costrette a cercare si- 
curezza ed asilo dove i barbari non le potessero raggiungere; 
dove il mare, ostacolo a quelli ignoto, fosse più che solido 
muro di separazione, impenetrabile alle armi loro ed alle loro 
violenze. 

E questo impenetrabile asilo, preparato loro dalla natura 
piucchò dall'arte, era l'ampia laguna, intorno a cui stavano, 
più o meno discoste, le circostanti popolazioni, sulla sponda 
del mare Adriatico, tra le Alpi Giulie ed il Po. Nella vasta 
estensione di questa laguna, sorgevano frequenti banchi di sab- 
bia, lavoro non artificiale dei fiumi; — dell'Isonzo, cioè, del 
Tagliamene, del Livenza, del Piave, del Musone, del Brenta, 
dell'Adige ; — che portano costantemente al mare il tributo 
delle loro acque. Le correnti di questi fiumi, contrastate or 
dall'impeto del mare agitato, or dal soffio dei venti meridio- 
nali, avevano rassodato le grandi masse di arena e di sassi che 
nella tortuosità delle loro piene portavano giù dalie contigue 
montagne, ed avevano formato qua e là, nell'ampiezza di quel 
recinto, solide isolette, nelle quali, sino dai tempi romani, di- 
moravano pacifici pescatori ed industriosi coltivatori dei fru- 
gali prodotti e degli erbaggi, che vi allignavano. Le diverse 
parti di questa laguna, con le isolette in esse parti comprese, 
appartenevano ai territorii delle città più vicine ; — Aquileja, 
Aitino, Padova, Oderzo, Concordia ; — servivano anzi di porto 
a queste, a vantaggio e commodo del dovizioso loro traffico. 
Quindi ò, che all'imperversare delle irruzioni dei barbari cor- 
revano alle abitate isole i primarii delle contigue terre del 



anno 58.1 — 421 :{:> 

continente ; vi si trattenevano rimpiattati finché durava il pe- 
ricolo, e quando questo fosse cessato, ritornavano al natio suolo, 
per riaccattarvi almeno ciò, che la rapacità dei barbari non 
aveva predato. 

Tal fu più volte la sorte di quelle desolate popolazioni; 
particolarmente nelle irruzioni e del re Alarico, il quale circa 
l'anno 400 dell'era cristiana, alla testa de' suoi ferocissimi Goti, 
ne aveva messo a soqquadro le provincie e ne aveva dispersi 
gli abitatori; e di Ataulfo suo successore e cognato, il quale, 
entratovi nel 409, le tenne per tre anni schiave e vittime delle 
più dure barbarie; e del tremendo Flagello di Dio, Attila re 
degli Unni, il quale, prima ancora di giungervi, tanto spavento 
vi aveva sparso, che da Aquileja, da Concordia, da Padova, da 
Aitino, da Oderzo profughi correvano i cittadini alle isole più 
propinque e di più facile accesso. 



CAPO III. 
Emigrazioni di Padovani alle lagune venete. 

Eelativamente a Padova, le isole più opportune a ricove- 
rarne gli emigrati furono Chioggia, Pellestrina, Malamocco, 
perchè, a differenza delie altre isole della laguna, stavano più 
vicine all' imboccatura del Brenta, e perchè a queste solevano i 
Padovani di frequente recarsi con le loro barche, per farvi traf- 
fico dei prodotti del loro ubertosissimo territorio e della mol- 
teplice loro industria. Attila intanto presa e distrutta la gran- 
diosa Aquileja, spinse le sue armi a fare altrettanto di Aitino, 
di Concordia, e di Padova, riducendole un mucchio di pietre. 

Da queste e dalle precedenti emigrazioni, che popolarono 
anche le altre isolette dell'ampia laguna, ebbe origine la ve- 
neziana consociazione, la quale stabilì il suo centro in Eraclea; 
poscia in Malamocco; finalmente in Eialto; ch'è l'odierna Venezia. 

E siccome tra tutte le città, di cui gli abitatori fuggi- 
rono alle lagune, la più illustre e potente (tranne Aquileja) 
era Padova; così ad essa volle taluno attribuire il vanto di 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 3 



34 LIBRO li, CAPO III 

essere stata la fondatrice di Venezia, e ne immaginò anche 
decretata la fondazione del civico Consiglio di essa, per mezzo 
di tre suoi consoli appositamente speditivi. Ma Padova, illu- 
stre per tanti titoli sino dalla primitiva sua antichità, non 
ha bisogno di procacciarsi argomenti di celebrità nelle vacil- 
lanti testimonianze di mal prevenuti stranieri. Non v'ha cro- 
naca o monumento patavino, che parli di questo fatto ; e sep- 
pur si volesse ammettere la missione di que' consoli, essa ap- 
pena sarebbesi limitata a Pellestrina, Chioggia, Malamocco, 
ove, come di sopra ho detto, la loro posizione locale potè 
condurli ad asilo ; mentre le altre isole settentrionali ed orien- 
tali della laguna, e precisamente a Eialto, che è il nucleo del- 
l' intera consociazione ed è la vera città di Venezia, approda- 
rono in folla Aquilejesi, Opitergini, Concordiesi, Altinati ed 
altri profughi di quella marittima estensione di terraferma. 

E qui, per ufficio di storico imparziale e coscienzioso, è 
mio dovere di depurare la verità dalle favole, che la ravvolsero. 
Dell'asserito decreto del Comune di Padova, o della spedizione 
dei tre consoli per la fondazione di Venezia, non si ha traccia 
alcuna nei pubblici registri od in cronache antiche; non di 
Padova, non di Venezia. I primi a divulgarlo tra noi furono i 
due francesi Laugier e JDarù, i quali lo dissero il più antico 
monumento della Storia di Venezia, e lo asserirono esistente 
in un vecchio manoscritto. Cotesto manoscritto è una raccolta 
di Varie notizie appartenenti all'origine di Venezia e de 7 suoi 
progressi, ecc., formata dal Camaldolese monaco Fulgenzio To- 
masello, nel secolo XVII, abate del monastero di san Michele 
presso a Venezia. Le parole del manoscritto, che furono repu- 
tate un decreto dei Padovani, sono nel manoscritto DXLI, alla 
pag. 11, ed avevalo copiato il dotto Mittarelli, nel fare il ca- 
talogo della biblioteca eli quel monastero, e ce lo dà del te- 
nore seguente : Anno a nativitate dir isti CCCCXL in ultimo 
Pp. Innocentii I.... Aponiensis. Regno Patavientium feliciter 
et copiose fiorente regentibus rempublicam Galiano de Fontana, 
Simeone de Glauconibus et Antonio Calvo, dominis considibus, 
imperante Honorio cum Theodosio filio Archadii, decretum 
est per Consules et Senatum Pataviensium ac delectos primores 



ANNO 421 — 493 35 

popularium (Vilificare urbem circa lìivoaltum et gentes cir- 
cumstantium insidarum congregari ibidem ad habitandum 
potius terram unam, quam plures portulares habere, classem 
paratam tenere, exercere et maria perlustrare ; et si causa*} 
bellorum accideret, ut hostium impotentia socioriim cogeret, 
habere refugium.... Nani Gothorum multitudinem et instantiam 
verebantur et recordabantur quod anno Christi CCCCXIII 
ipsi Gothi cimi rege Alarico, venerant in Italiani et ipsam 
provinciam igne et ferro vastatam reliqiicrant et ad urbem 
processerunt, eam spoliantes, etc. — Ed a queste parole il 
Mittarelli stesso (1) soggiunge la confutaziono, riconvincendone 
eli anacronismi il racconto, e dice : « Aliquot scriptores hoc de- 
« cretum reperiunt in historiis suis, sed est in primis falsimi, 
« et non tantum vitiatum, ultimus annus Innocentii I papae 
« refertus ad annum 421, cimi certo certius sit ipsum ad supe- 
« ros evolasse anno 417. Similiter Alaricus anno 408 jam de- 
« scenderat in Italiani et urbem Eomam diripuerat ; videatur 
« Petavius in rationario temporum parte prima, capite X. Le- 
« gatur etiam praefatio Apostoli Zeni ad scriptores venetos.» — 
Ed oltre a ciò, stanno a confutazione intrinseca dell'asserito 
decreto le circostanze, che nel 421 non s' era per anco intro- 
dotto l'uso di numerare gli anni dalla nascita di Cristo, lo che 
cominciò nel 512, e che il papa Innocenzo I non era Jponensis, 
ossia di Abano, ma di Albano della Campagna di Koma (2). 



CAPO IV. 
Prosperamento di Padova sotto il re Teoderico. 

Dopo lungo avvicendarsi di oppressioni e di tregue, e di 
emigrazioni e di ripatriare, i Padovani, che per lo spavento 
dei Visigoti e degli Unni avevano dovuto soffrirne gli effetti 

(1) Pag. 1188. 

(2) Su questo supposto decreto ragionarono a lungo il Crivelli, Stor. 
dei Veneziani, Venezia 1839, dalla pag. 342 alla 3o2, ed il Tiepolo, Discorsi 
sulla storia veneta, voi. I, rettificazione I, pag. 20 e seg. 



36 LIBRO II, CAPO IV 

lagrimovoli, poterono ritornare al patrio suolo in sul decli- 
nare del quinto secolo ; ed eransi alacremente «accinti a rial- 
zare sui diroccati edilìzi la loro città. Né già vi sarebbero 
riesciti, se, impietosito delle loro sciagure, il re Teoderico, 
divenuto re d' Italia (an. 493\ non vi avesse con la sua gene- 
rosità cooperato. D'allora in poi potò Padova riaversi dai tanti 
danni sofferti, ed ebbe un mezzo secolo di prosperamento. 

E poiché la sua posizione ne favoriva il traffico, e pote- 
vano i suoi andare con barche alle lagune a fare lucroso 
smercio dei loro prodotti; i Veneziani, che non amavano di avere 
nei loro possedimenti gente straniera, interdissero ai popoli del 
vicino continente l' ingresso nelle lagune. Se ne adontarono 
grandemente, come era ben naturale, i Padovani; [perciocché 
reputavano quel divieto una violazione dei loro diritti. Colsero 
l'occasione, in cui Nersete, generalissimo dell'esercito imperiale, 
era approdato a Eialto (an. 552) per chiedere ai Veneziani 
assistenza di barche a trasporto delle sue truppe dalle spiagge 
dell'Istria a quelle dell'Italia, per combattere e scacciarvi To- 
tila re dei Goti; e poiché all' imperiale comandante andavano a 
prestare ossequi in Eialto i deputati delle varie Provincie ita- 
liane, che aspiravano ad essere per opera dell' imperatore libe- 
rate dalla schiavitù del feroce ostrogoto; perciò vi mandarono 
anch' eglino una deputazione, la quale gli offerisse i loro ser- 
vigi e li dichiarasse bramosi di diventare sudditi dell'impero. 
Profittarono della circostanza questi deputati padovani, e dopo 
di avere esposto i loro sentimenti di devozione, passarono a 
lagnarsi delle novità, introdotte dai Veneziani circa l'ingresso 
nelle lagune e circa il porto di Malamocco, posseduto (dicevano) 
da immemorabile tempo dalla loro Comunità.. Nersete volle co- 
noscere altresì le ragioni, che adducevano i Veneziani, espo- 
stegli con calda arringa dal tribuno di Eialto, che nominavasi 
Nicolò ; ed alla fine, per non disgustarsi con questi, di cui 
aveva avuto ed aveva bisogno per lo servizio del suo principe, 
rispose: — « essere di grave importanza il proposito, né potersi 
lui fermare ad esaminarlo, perché più stringenti ragioni lo 
chiamavano a Eavenna; — vivessero intanto in buona pace ed 
armonia tra loro, che meglio col tempo si sarebbero accomodate 



ANNO 493 — oOi 37 

le cose. » — Cosi terminò per allora il dissidio, su cui non eb- 
bero più coraggio di ritornare i Padovani; massime dopo avere 
veduti poco dopo, in quell'anno stesso, i Veneziani gloriosi pol- 
la vittoria navale da questi ottenuta a salvezza di Ancona, as- 
sediata dalle soldatesche di Totila. 

La piena disfatta e la susseguente morte di questo re ave- 
vano posto Padova in uno stato di tranquillità e sicurezza, per 
cui prosperò felicemente, e pose quasi in dimenticanza le gra- 
vissime sciagure, che per un secolo addietro l'avevano desolata. 
Da Teoderico infatti sino ad Agilolfo visse tranquilla. Ma sotto 
il regno eli questo, nel 601, anno XI del regno di lui, fu teatro 
lagrimevole della più funesta desolazione. E devo qui esporre 
i motivi, che, quasi per rappresaglia dell'operato altrui, la re- 
sero vittima innocente della più feroce vendetta. 



CAPO Y. 
Assedio e distruzione di Padova per le armi dei Longobardi. 

Narra lo storico Paolo diacono, scrittore contemporaneo, 
che Callinico, esarca di Eavenna (1), — fosse perchè terminata la 
tregua tra i Longobardi ed il romano impero, o fosse per va- 
ghezza di tentare un colpo di mano della massima importanza, — 
mandò a Parma una banda di soldati, ai quali riesci di sor- 
prendere Glodescalco, genero di Agilolfo, con la moglie di lui, 
figliuola di esso re, mentre se ne stavano tranquilli a diporto 
fuor di città. Furono entrambi presi, probabilmente con l'aiuto 
dei Greci che stanziavano in Cremona, e condotti prigionieri a 
Eavenna (2). Non è difficile l'immaginare quanto acerbamente 
se ne adirasse Agilolfo tosto che n' ebbe notizia, Egli non pensò 
che a vendicarsene. Allestì le sue soldatesche e si affrettò a 
rimettersi in guerra contro gli imperiali. 

Padrone già di Milano, avrebbe potuto di là dirigere le 
sue mosse contro Ravenna, procedendo per la via diretta di 

(1) Pau]. diac. lib. IV. De gest. longobard. 

(2) Muratori, Annal. d' Hai. ann. 601. 



38 LIBRO II, CAPO V 

Cremona, di Mantova, di Bologna. Ma non osando affrontare 
queste città, particolarmente le due prime, perchè le sapeva 
ben fornite di presidio cesareo; tenne la via di Bergamo, di 
Brescia, di Yerona, di cui ranno avanti aveva ridotti all'ob- 
bedienza i duchi Gaidolfo e Zangrulfo, che gli si erano ribel- 
lati ; e giunse non aspettato a sorprendere Padova, la quale, 
in mezzo a tante sanguinose tempeste, s'era sempre conser- 
vata costante nella devozione al romano impero. 

Né per quella irruzione improvvisa del feroce longobardo 
si sgomentarono punto i Padovani. Perchè, riavutisi da quella 
prima sorpresa, non perdettero un istante ad opporgli gagliarda 
resistenza ed a sostenerne l'assedio, che fa lungo e crudele. 
Non risparmiò Agilolfo artifizi, non minacele per costringerli 
a cedere ; ma eglino, con maraviglioso coraggio, consociati alla 
guarnigione imperiale, facevano miracoli di valore. Intanto le 
truppe longobarde recavano ogni sorta di guasto al territorio 
padovano, allagandone persino le circostanti pianure, acciocché 
fosse tolta agli assediati qualunque comunicazione, nò potes- 
sero penetrare nella loro città soccorsi o vettovaglie. Anzi per 
impedire, che da Ravenna o da Roma movessero soldatesche 
ad assistenza di Padova, Agilolfo comandò ad Ariolfo, duca 
di Spoleto, che spingesse le sue genti a molestare quelle città. 
Nella quale spedizione, venuto alle mani con l'esercito ro- 
mano, presso la città di Camerino, né riportò vittoria. 

Priva perciò di qualunque esterna assistenza, ed agli 
estremi ridotta per fame, Padova fu costretta a soccombere. 
Nella capitolazione fu concessa alla guarnigione imperiale la 
facoltà di andarsene a Ravenna. Allora Agilolfo barbaramente 
sfogò l' ira sua contro la città, eh' era stata sì pertinace in 
resistere alle armi sue; benché nel fatto, che lo aveva indotto 
a questa guerra, foss'ella del tutto innocente. Egli la die alle 
fiamme e ne fece spianare le mura (1). Fu in questa occa- 
sione, che la più scelta porzione de' suoi abitatori lasciò per 



(1) Alcuni scrittori padovani tengono per esagerata questa distru- 
zione della città. Fatto è per altro, che nessuno ci parla di edifizi super- 
stiti; tutti invece ne commemorano, dopo varj anni, la riedificazione. 



ANNO COI 39 

sempre il natio suolo, ed andò a disperdersi, come nei tempi 
addietro, qua e là nello più vicine isole della veneziana laguna. 
Tanto più, che Padova non risorse dalle sue ceneri se non circa 
i tempi di Carlo Magno (1), dopo la metà dell'ottavo secolo. 



CAPO VI. 

Notizie ecclesiastiche di Padova. 

Ma per non lasciare qui un largo vuoto nella storia di 
Padova, gioverà il commemorare almeno quel poco, che da al- 
tre vie e col confronto di altre storie, mi è riuscito di poter 
raccogliere delle vicende della sua Chiesa; benché alla sfug- 
gita ne abbia fatto qualche parola nelle pagine addietro. 

Dopo il vescovo san Prosdocimo, ne assunse il pastorale 
governo, circa Tanno 139, san Massimo, il quale morì circa 
il 166, e fu sepolto nel sacello piantato dall'antecessore alla 
Vergine Maria. Ivi ne fu trovato il corpo l'anno 1053, unita- 
mente a quello di santa Felicita; ed entrambi furono collo- 
cati nel vecchio tempio di santa Giustina. Loro decretò so- 
lenne culto il papa san Leone IX, allorché nel suo viaggio 
per la Pannonia si fermò alcuni giorni in Padova, ed ivi 
pontificò e concesse all' abate di quel monastero le insegne 
abaziali. Eifabbricata nel 1562 la chiesa di santa Giustina, 
furono più decorosamente collocati con analoga iscrizione scol- 
pita sul marmo. 

À san Massimo venne dietro il vescovo san Fidenzio, ar- 
meno di nazione, il quale visse due anni soli. Chiuse in pace 
i suoi giorni nel villaggio di Polverara, poco discosto da Pa- 
dova. Ivi, probabilmente per nascondersi dalle indagini degli 
idolatri, viveva in un bosco, ove anche fu sepolto; e poscia, in 
sulla metà del secolo X, se ne trovò la salma entro un'arca mar- 
morea, su cui n'era scolpito il nome ed il grado episcopale (2). 

(1) Gennari, Informazione storica della città di Padova, pag. XXXIV. 

(2) Ciò tutto, con le circostanze del ritrovamento, attestano gli anti- 
chi monumenti della chiesa padovana. Ved. nelle schede inedite del Coleli, 



40 LIBRO II, CAPO VI 

Dal 16S al 233 furono vescovi eli Padova, — nel 163, Cal- 
purniano; nel 175, Procolo; nel 180, Teodoro, nel 181, Avi- 
siano ; nel 1S6, Ambrosio ; nel 191, san Siro, a cui fu eretta 
una chiesa in diocesi, quindici miglia all' incirca fuori di città; 
nel 215, Suadero, cui altri dissero Saaero ed anche Saacio ; 
nel 233, il beato Leonio, detto altresì Leonzio e Leonino. — 
Sulla qualificazione di beato, attribuita a questo vescovo, mosse 
dubbio taluno ; ma oltrecchè la Chiesa patavina ne celebra la 
festa, io trovo, che Benedetto XIV, in una bolla al cardinale 
Bezzonico, vescovo di Padova, tra i varii vescovi santi, che ne 
tennero lo spirituale governo, distingue appunto cotesto Leo- 
nino col titolo di beato, a differenza degli altri, che vi si no- 
minano aggregati al numero dei santi (1). Anche al succes- 
sore di lui, che fu san Mariano, nel 245, contrastò taluno la 
qualificazione di santo. Eppure gli e l'assicura da più secoli 
resistenza di una chiesa a lui intitolata, nella diocesi pado- 
vana, e gli e la confermano gli atti delle visite pastorali del 
vescovo Nicolò Ormaneti, nel 1570, e del beato Gregorio Ear- 
barigo, nel 1685. 

In seguito, furono vescovi di Padova, — nel 273, Eupa- 
vio; nel 293, Felice, il quale introdusse l'uso di seppellire i 
cristiani in luogo segregato e distinto da quello dei pagani ; 
e quel luogo fu detto Fistomba, ossia tomba dei fedeli, o dei 
felici; — nel 313, Paolo, a cui il Giustiniani (2) attribuisce 
l'erezione del tempio di Santa Sofìa, sopra le rovine del tem- 
pio di Apollo. Ma piuttosto io sono d'avviso, che Paolo am- 
pliasse o forse rifabbricasse la chiesa cattedrale, comprenden- 
dovi il tempio di Apollo, la quale da san Prosdocimo era stata 
eretta meschina e adattata all' indole del suo tempo. Certo è, 

mss. della biblioteca Marciana di Venezia, cod. CLXV della clas. IX, cart. 248. 
Il dolio f.ennari non lo reputò vescovo di Padova, perchè sulla lamina di 
piombo, ch'era col corpo di esso, gli parve di leggere Episcopus Noi>cnsis. 
Eppure il Pp. Penedetlo XIV, nel suo Breve 22 L i'ebbrajo 1744, pei cano- 
nici della cattedrale, annovera Fidenzio tra i santi vescovi successori di 
.san Prosdocimo (Vcd. il Gennari, Informazione Istoriai, ecc. pag. XLI). 

(1) /// divorum ninnerò adscripti. 

(2) Serie di i vescovi di Padova, num. XV. 



ANNO COI 41 

che ai giorni di Paolo il culto cristiano cominciò ad uscire dalle 
catacombe e dai nascondigli; ed è quindi ragionevole, che anche 
in Padova abbiano cominciato allora i fedeli ad innalzare pubblici 
templi o celebrare con pompa esteriore i sacri riti di religione. 
Dopo il vescovo Paolo, vennero su questa sede, — nel 332, 
Vero ; nel 346, Crespino ; nel 348, santo Ilario. Di Crespino 
e d'Ilario stravolse l'ordine della serie il Giustiniani (1); di 
Ilario negarono altri l'esistenza, assegnandogli la sede Pietà- 
viensem, anziché Pataviensem, o Patavinam. Ma primiera- 
mente, quanto a Crespino, non v' ha dubbio, eh' egli abbia 
preceduto Ilario, e che questo ne sia stato successore. Cre- 
spino fu al concilio di Sardica, nel 347, e vi si sottoscrisse ve- 
scovo di Padova: e sappiamo da sant'Atanasio, nella sua 
Apologia contro Costante ; scritta nel 346, ch'esso Crespino, 
in quell'anno appunto, con Atanasio e con Lucilio vescovo di 
Verona, andò più volte a Milano all' imperatore Costante. Ora, 
se Crespino era vescovo di Padova nel 346, e se come tale tro- 
vavasi, l'anno dopo, al concilio di Sardica; come poteva es- 
serlo anche Ilario, di cui non cominciano le notizie che nel 348 ? 
— E se ad altri piacque escludere questo Ilario e dirlo Pietà- 
viensem, anziché Patavinam, o Pataviensem, attribuendone ai 
copisti lo sbaglio; come non si accorse della notevole discre- 
panza tra l' uno e l' altro vocabolo ; nella quale discrepanza 
non trovasi traccia degli elementi, che ne compongono l'uno, 
ben dissimili da quelli dell'altro? A conferma di quanto ho 
detto abbiamo il breve di Benedetto XIV del 22 febbraio 1744, 
in cui è commemorato tra i vescovi santi, successori di san 
Prosdocimo, anche cotesto Ilario. Tronca poi ogni questione il 
sapere, che dall'essere ammogliato diventò vescovo di Poitiers 
(Pictaviensem) un sant 1 Ilario, il quale dall'anno 355 al 367 
ne possedè la sede: né questo, per la ragione dei tempi, può 
essere alternato o scambiato col sant'Ilario di Padova, ante- 
riore ad esso di varii anni (2). 



(1) Luog. cit. num. XVII. 

(2) Ved. a questo proposito il Sammarthan, nel tom. II della sua Gal' 
Ha Christiana, col 1138 e seg. 



42 

Non mi fermerò a dire dei vescovi, che susseguirono Ila- 
rio in tutto il restante del quarto secolo ed in tutta la pro- 
gressione del quinto e del sesto, perchè non ne conosciamo 
che i nomi. Eglino furono quattordici, che ressero la chiesa 
patavina sino ai giorni del funesto eccidio della città, per le 
armi del re Agilolfo. 

Nella quale desolatrice catastrofe; la più scelta porzione 
dei cittadini emigrò, come ho narrato di sopra, a cercarsi asilo 
nelle isole della veneziana laguna. Ned è maraviglia, che la 
più scelta porzione emigrasse, perciocché i minori o quelli, 
che poco o nulla possono perdere, rimangono d' ordinario in 
balìa dei vincitori, e non fugge dalla vittoria e dall' oppres- 
sione di questi se non colui, che può salvare alcuna porzione 
del paterno retaggio. 



LIBRO III. 



Balla distruzione di Padova» sino alla morte 
di Ottone II, nel 3»S3 



CAPO I. 
Il vescovo Tricidio. 



Nell'epoca funesta della distruzione eli Padova, n'era ve- 
scovo Felice III; — (il XXXIV da san Prosdocimo) — il 
quale probabilmente si pose in salvo o nascondendosi alle in- 
dagini del vincitore, o recandosi ad esercitare il sacro mini- 
stero in altri luoghi della sua diocesi. Lui morto, lo susseguì 
Audacio nel 609 ; ed a questo venne dietro, nel 620, Tricidio 
Fontana, detto anche Tucidio. Egli, insistendo lo squallore e 
la sventura di Padova, nò potendovi esercitare tranquillamente 
il sacro ministero; perciocché Rotari (dal 636 al 652) trava- 
gliava con le armi gli ortodossi pastori, che non volevano pro- 
fessare con lui V eresia di Ario ; fuggì a Malamocco ed ivi si 
trattenne alcuni anni; avutane licenza dal papa G-iovanni IY, 
circa il 641. Ritornò poscia a Padova, e nel ristauro generale 
della città, piantò la sua cattedrale dov' è al presente ; morì 
circa il 646; ed ivi fu sepolto. Ce lo attesta la pietra sepol- 
crale, su cui dirò in seguito, e da cui ci è somministrata 
positiva notizia di lui. 



44 LIBRO III, CAPO I 

Molte e contradditorie opinioni ebbero gli scrittori anti- 
chi sii questa sua emigrazione e sul vescovato di lui in Ma- 
lamocco ed in Padova. D'uopo è depurarne la verità, perchè 
la storia non sia viziata da favole. Pensano alcuni, che il 
vescovato (1) di Malamocco abbia avuto principio dal profugo 
Tricidio, il quale n' abbia anche avuto qui successori. Altri di- 
cono (2) invece, esserne stato il primo un Beraulo o Bando, 
fuggito anch' egli da Padova; ma due secoli avanti, per la di- 
struzione di Padova nell'irruzione di Attila; ed avervi avuto 
similmente i suoi successori. Ma di Beraulo non v'ha traccia 
nella Cronatassi dei vescovi di Malamocco, e molto meno dei 
successori; i quali bensì, dopo lui (detto Bando) figurano in 
questa di Padova. 

Nò Tricidio Fontana si trova tra i vescovi di Malamocco, 
nella serie dei quali è il primo, nel 641, un anonimo ; e può 
darsi, che questo anonimo fosse veramente Tricidio, di cui 
combinerebbe anche l' anno. Ma successori non se ne conoscono 
sino al 774. Tricidio adunque, fuggito da Padova per sottrarsi 
alle molestie dell'ariano monarca, andò a Malamocco; poco 
dopo ritornò a Padova, nò più se ne allontanò. La sua epi- 
grafe mortuaria, trovata nel 1748, nella sottoconfessione del- 
l' antica cattedrale, piantata da lui, n' è un monumento incon- 
trastabile, che non ammette eccezione. 

L' Ughelli invece e l' Orsato ne attribuiscono la precedenza 
a BergualdO; cui dicono fuggito da Padova pria di Tricidio. 
Ed a questi si oppone il Cornaro (3), il quale con retto cal- 
colo dimostra, che Bergualdo fu successore di Tricidio nel 647. 
E come d'altronde si potrà stabilire o l'uno o l'altro di que- 
sti primo vescovo di Malamocco; se Tricidio, ritornato in Pa- 
dova, ebbe quivi i suoi successori? — La pietra sepolcrale di 
Tricidio, trovata in Padova e non in Malamocco, tronca de- 
cisivamente qualunque contrasto. Essa lo dice vissuto nel 

(!) Chron. Sagornina, od Andr. Dandolo, lib. VI, cap. VII, pari XIV. 

(2) Ughelli, Ita!, sacr. tom. V, pag. 426; Orsato, Star, di Pad. lib. Il, 
part. I, pag. 229 e seg.; Dondi dall'Orol. Ser. cronol. de'vesc. di Pad., pag. 25 
e seguenti. 

(3) Eccl. Yen. ili user, tom. XIII, pag. 6, e tom. XIV, pag. 479. 



ANNO COI — c/ * 7 45 

vescovato 26 anni o 7 mesi. Tutti convengono, ch'egli sia stato 
eletto nel G20; dunque il G47 n'ò Tanno della morte (1). 

E dopo il suo ritorno a Padova non si hanno storiche te- 
stimonianze, eh' egli o qualsiasi de' suoi successori abbia fatto 
ritorno a Malamocco. Cade perciò la narrazione del Moroni (2), 
circa i vescovi di questa diocesi, il quale ne ha stravolta ca- 
pricciosamente la serie, facendoli andare e ritornare da Pa- 
dova a Malamocco e viceversa. 

Non devo tacere però, che l' erudito Gennari (3) nega, l'ere- 
zione della cattedrale, nel sito dove ora si trova, essere deri- 
vata da TricidiO; e la dice piuttosto tradizione popolare, di 
quello che storica verità. Ed indagando l' origine di quella tra- 
dizione, va pensando, « che probabilmente sia nata da qualche 
« insigne risarcimento fatto da Tricidio alla sua cattedrale o 
« guasta dal tempo o malconcia dal furore dei barbari. » 

(1) La pietra sepolcrale, trovata, nel 1748, nel sotterraneo della vec- 
chia cattedrale, quando ne fu piantata l'odierna, è così: 

UIC REQ. IN PACE P. TRICIAIVS 

EPISC. HV 

IVS SCAE. PAT. AECL. SEA 

QVI SEA. A. XXVI . M.VII. 

ET FVERVNT OMNES AIES 

VITAE EIVS QVIB. VIX. 

ANNIS LVII. M. III . OMNES ROGO 

ORATE PRO EO REQ. 

E perchè questa non andasse perduta né dimenticata, e perchè servisse 
di monumento storico, fu incastrata nel muro, e sotto le fu scolpita que- 

VETVSTVM. LAPIDEM 
REEDIFICATAE. HVIVS. ECGLESIAE 

INTER. RUDERA, INVENTVM 

HISTORICORVM. FIDEI. ASSERENDAE 

CIVICO . AMORE . PROFITENDO 

GENS. CVMANA 

POSTERORVM. MEMORIAE . COMMENDANS 

RESTITVIT 

A. D. AE . VVLG . M.DCCXLVIII 

(2) Dizion. di End. Stor. Eccl., voi. L, pag. 122. sotto il vocabolo 
Padova. 

(3) Annali della città di Padova, tom. I, pag. 8o. 



46 LIBRO III, CAPO II 

Checche ne sia di questa sua opinione, certo è, che l'intra- 
presa erezione o seppur vogliasi dire ristaurazione di essa cat- 
tedrale, ci fa conoscere, che Padova risorgeva a poco a poco 
dalle sue rovine. Tuttavolta può dirsi con franchezza, che, dopo 
T estremo guasto recatole da Agilolfo, essa, per quasi due se- 
coli sotto la dominazione dei Longobardi, restò col suo terri- 
torio pressoché spoglia di abitatori e sofferse molti danni, trat- 
tata come paese di conquista. 



CAPO IL 
Padova ai giorni del re di Liutprando. 

Nò qui ci parla di Padova per lunghi anni la storia, se 
non che confusamente e quasi per incidenza, narrando le 
cose delle Provincie d'Italia e dei Longobardi. Dopo il trat- 
tato conchiuso tra il doge di Venezia Paolucio Anafesto, circa 
l'anno 715, ne potè forse prosperare di alquanto il commercio, 
per le molte esenzioni ed immunità concesse ai mercatanti 
veneziani, che portavano le loro merci alle terre del regno 
italico, e che di là asportavano, lungh' esso il Brenta e gli al- 
tri fiumi, che dal territorio di Padova mettevano foce nella 
loro laguna, — e legna e grano ed altri generi necessarii e 
di particolare importanza. 

Il trattato, di cui ho detto, del doge Anafesto col re 
Liutprando aveva per principale oggetto la determinazione dei 
confini territoriali tra il dominio della repubblica dal lato di 
Eraclea ed il regno italico dalla parte del ducato del Friuli, 
perchè la vicinanza di questo al territorio di quella teneva di 
continuo esposta Eraclea alle incursioni dei barbari, e dava 
frequenti occasioni di contrasto per confini delle paludi dalla 
parte del fiume Piave. Cotesti confini furono segnati con fossi, 
canali ed argini di terra, per cui il territorio veneto ne ri- 
mase ingrandito di tutto quel tratto, eh' è tra l'alveo grande 
di esso fiume ed il sito, che più tardi fu denominato Piave 
secca o Piavicella. 



ANNO G/*7 — 793 47 

Simile determinazione di confini avrebbe dovuto farsi an- 
che dalla parte del Brenta e degli altri fiumi, che dal pado- 
vano portavano le loro acque alle lagune. Ma questa non fu 
tracciata; forse perchè ai Veneziani riosciva di commodo e di 
vantaggio quella navigazione e perchè non trovavano coi Pado- 
vani, ben educati e colti, occasione di gravi litigi, come col feroce 
duca del Friuli. Tuttavolta a suo tempo vedremo, che, appunto 
per non esserne stati tracciati regolarmente i confini, sorsero 
in seguito scambievoli motivi di contrasti e di guerre. 



CAPO III. 
Del monastero di santa Giustina. 

Incominciava, circa questi tempi ad ottenere celebrità e 
rinomanza il monastero de' benedettini, annesso alla chiesa di 
santa Giustina; del che ci assicura una carta dei primi mesi 
dell' anno 744, ove parlasi di un livello fatto con que' monaci 
da Flavio Ildebrando, nipote del re Liutprando. Ciò dimostra, 
che un secolo e mezzo dopo l'eccidio recatole eia Agilolfo, 
aveva potuto Padova prosperare di molto ed avere altresì chiese 
e monasteri. — Di altri pubblici edilizi profani la storia non 
parla, perchè, come dice il Gennari, all'anno 772, tutte le an- 
tiche memorie sono perdute. 

Sul monastero di santa Giustina mi ritornerà occasione di 
parlare. Bensì devo, pria di passar oltre, mostrare erronea la 
narrazione dell' Ughelli (1), il quale fissò la fondazione di que- 
sto monastero circa l' anno 410, ai giorni del vescovo Provino. 
Egli, sulla fede dello Scardeone (2), lo dice fondato da nobile 
padovano, che aveva nome Opilione, benemerito, die' egli, di 
avere depressi i barbari principi Alarico ed Attila. Del che 
ride il Muratori, il quale ne diede in luce il documento (3), 



(1) Ita!, sacr:' toni. V. 

(2) Antiq. Palav. Lib. ìli, clas. XIII. 

(3) Anliq. med, acri, pag. 35 del toni. Ili, 



48 LIBRO III, CAPO IV 

commemorato anche dal Mabillon, ed esistente già nell' ar- 
chivio del monastero stesso (1); del quale documento le note 
cronologiche segnano l'anno 793. 

Ed inoltre noterò, doversi escludere dalla serie dei ve- 
scovi di Padova un Paolo , che taluno V introdusse, sotto 
l'anno 679, intervenuto al concilio romano, ed ivi sottoscritto 
colla qualificazione di vescovo di Padova. Egli lo era di Ai- 
tino: e ce ne assicurano le molte varianti, che negli esemplari 
latini si scorgono, mentre in greco uniformemente lo si vede 
segnato érctcraorcos 'AXTtvevo-ou. Ed anche il vescovo Ursiniano 
inserito da alcuni, sotto quel medesimo anno 679, va escluso, 
perchè non era Pataviensis, ma Petenensis episcopus, come 
notò eruditamente il De Eubeis (2), 

Ma di tempi ben più felici e di fatti più certi mi viene 
ora a narrare. 



CAPO IV. 

Beneficenza di Carlo Magno e di Lodovico II 
verso Padova. 

Distrutta in Italia la dominazione longobardica, per le 
armi di Carlo Magno, il quale, giovato da barche spinte dai 
Veneziani sino a Pavia, potè costringere alla resa il re Desi- 
derio, che dentro vi si trovava bloccato e per terra e per 
acqua (an. 774) ed inaugurare la fondazione del novello regno 
dei Franchi (3) ; adoperossi quel magnanimo principe a feli- 
citare, per quanto gli fu possibile, le città italiane, sì con la 
saggezza del nuovo governo, che vi stabilì, e delle provvide 
leggi, che v' introdusse, e sì col richiamare in vita la già ne- 
gletta letteratura, e rincivilirne i popoli istupiditi, da tre se- 
coli ormai, sotto il ferreo giogo dei barbari dominatori. 



(1) Annal. Bcned. ad. ann. 870. 

(2) Monum. Eccl. Aquilejcn. pag. 306. 

(3) Ved. il Crivelli, Slor. dei Vcnez., ediz. di Venezia 1839, pag. 271 
e seguenti. 



ANNO 793 — 855 49 

Molto è debitrice Padova a questo principe, perchè, nel 
percorrere il conquistato suo regno, la visitò egli stesso, e, 
preso da compassione, la fece l'istaurare e fortificare; ne pro- 
mosse la ripopolazione ed aggreggila al territorio della Marca 
Trivigiana. 

Tra le doti pregevoli di questo monarca splendeva assai 
l'amor delle lettere e la premura di piantarle e propagarle 
per tutti i suoi regni : premura tanto più importante perchè 
allora l'Italia si trovava involta in una profonda ignoranza. 
Le scienze e le belle arti, a riserva di qualche tintura di gram- 
matica, di cui erano maestri nelle castella i parrochi ed alcun 
altro nella città, erano quasi da per tutto, in un misera- 
bile stato. E sebbene col nome di grammatica non s' inten- 
dessero i soli rudimenti della lingua, ma la cognizione altresì 
degli antichi autori latini; si scorge però, che se a ciò sol- 
tanto si limitavano le cognizioni letterarie di que' tempi, n'era 
certo assai meschina la coltura e l'erudizione. 

Carlo, il quale seppe utilmente impiegare a beneficio dello 
Stato i ministri della religione, fu molto largo e genoroso con 
essi, concedendo alle loro chiese immunità ed esenzioni da 
pubblici aggravi. Non è perciò maraviglia, ch'egli ne abbia 
concesso anche alla Chiesa di Padova; e sebbene ce ne man- 
chino i diplomi, ce ne fa prova non dubbia una carta del re 
Lodovico II, che li conferma (1). 

Né qui la storia ci parla d'altro sino ai giorni di questo 
principe. Egli, per le istanze del vescovo Rorigo, con diploma, 
dato in Mantova nell' 855, accolse sotto la sua protezione la 
cattedrale di Padova, siccome in addietro avevano fatto e Lo- 
tario suo padre, e Lodovico padre di questo, e Carlo Magno. 
In esso diploma, che si conserva nell' archivio capitolare della 
cattedrale, dichiara di seguire la consuetudine de' suoi mag- 
giori summentovati, i quali onoravano della loro protezione la 

(1) È falso perciò il diploma {veduto dall' Ong avello, cronista del se- 
colo XV), con cui si pretende, che Carlo nel 781, essendo ancora re d' Italia, 
abbia donato al vescovo di Padova il dominio della città. Questo genere 
di donazioni, siccome osserva il diligentissimo Muratori, non era per anco 
venuto in uso ai tempi di Carlo e de' suoi figliuoli. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 4 



50 LIBRO III. CAPO V 

chiesa padovana, e di favorire quindi le istanze del vescovo 
Eorigo, o Eorio, il quale viveva secondo la legge Salica ; e lo 
denomina vescovo della chiesa di santa Giustina di Padova, 
lo che diede motivo a taluno di credere, che quella fosse la 
cattedrale di allora. Ma si noti, che nelle pubbliche carte, se- 
condo F uso di quei secoli, si attribuiva ai vescovi il titolo, or 
di uno, or di un altro dei principali santi protettori della loro 
diocesi. Perciò questo di Padova fu detto talvolta vescovo di 
santa Maria, eh' è veramente il titolo della sua cattedrale ; 
talvolta (come in questo diploma) di santa Giustina; talvolta 
di santa Maria e santa Giustina; e talvolta di santa Maria e 
di san Daniele martire. 

CAPO V. 

Bell'abazia di san Pietro in palazzo. 

Da un altro diploma del medesimo principe ci sono fatte 
palesi alcune altre particolari notizie di Padova (1). Ci fa sa- 
pere infatti, ch'era in Padova, sino eia remota età, un'abazia, 
detta di san Pietro in palazzo ed appartenente all' impera- 
tore. Esisteva essa presso il fiume Rodrone, nome che per 
alcuni secoli fu attribuito « a quel ramo di fiume, che scorre 
« all' occidente della città » (2), — e che quest' abazia « non 
« era molto discosta dalla sede del Vescovo » (3). Nelle quali 
indicazioni è facile conoscere l'abazia di san Pietro, cui l'im- 
peratore (dice il Gennari), per le istanze del vescovo Turiga- 
rio, successore di Eorio, unì alla mensa vescovile, conceden- 
dogliela in piena proprietà, con suo diploma del 2 aprile 866, 
e dandogli facoltà di tenerla, commutarla, e farne a suo be- 
neplacito quell'uso che crederà più utile alla sua Chiesa. Lo 
che era consentaneo all'uso di quei secoli. 

(J) Esiste anche questo, ma non originalo, nell'archivio capitolare 
del Duomo. 

(2) Detto anche Retrone e Bodolone. Vcd. il Gennari, Annali delia 
città di l f atlora, pari. 2, pag. J17. 

(3) Gennari, ivi. 



ANNO 8GG — 919 51 

Non posso poi ammettere, olio duo vescovi contempora- 
neamente reggessero questa medesima Chiosa, come vorrebbe 
farci credere il Gennari, il quale opinò, potersi raccogliere 
dal tenore di quel diploma imperiale, che Eorigo e Turigario 
fossero entrambi vescovi di Padova, simultaneamente. Io trovo 
anzi, che la Cronatassi, di cui si valse il Gennari, offre non di 
rado inesattezze ed anacronismi, come appunto sarebbe questo 
di segnare Turigario, non solo già successore, ma collega nel 
vescovato di Eorigo. La Cronatassi, che io nelle mie Chiese 
d'Italia ho preferito, si allontana più volte da quella del Giu- 
stiniani e del Dondi dall'Orologio, perchè le schede inedite 
raccolte dal Coleti (1) giustificano coi documenti quanto egli 
asserisce. Perciò il vescovo Turigario, o Twrìngario, dev'es- 
sere posticipato sino all'anno 919; cioè, quasi di un mezzo 
secolo dopo Eorio (2). 

Continuando a parlare di Eorio, devo ricordare il diploma, 
ch'egli diede, nell' 874, a favore del monastero di santa Giu- 
stina (3) ; nel quale diploma è curioso l' obbligo, che impone 
a quei monaci, di alimentare tre poveri, fìnch'egli sarà in 
vita; ed in seguito, lui morto, debbano nel dì anniversario 
della sua morte alimentare tre volte quaranta sacerdoti e le- 
viti ; e poscia nell' indomani abbiano a refiziare colà cento po- 
veri ; e refìziati, che siano, a sazietà, ne debbano rendere gra- 
zie a Dio, per rimedio dell'anima sua. 

L' imperatore Berengario, nel 917, fu generoso verso il ve- 
scovo Sibico, il quale reggeva la chiesa padovana sino dal 911. 
Gli donò infatti la valle Solana del Canale di Brenta (4). Ed 
eralo già stato airite prima, nell' 897, verso il vescovo Pietro, 
donandogli la Corte di Sacco, ch'era della Camera del regno 
italico (5). A questo Sibico venne dietro, nel 919, il summen- 
tovato Turringario o Turigario. 

(1) Ms. inedito della Marciana, cod. GLXV della elas. JX. 

(2) Chiese d' Hai., pag. 498 del voi. X. 

(3) L'ho pubblicato nelle Ch. tV Hai. luog. cit, sulla fede del Mura- 
tori, Anliq, mai. aevi, tom. IV, pag. 781. 

(i) Ce ne dà il diplomali Verci, Hist. degli Ezzclini, tom. Ili, pag. L 
(5) 11 diploma esiste nell'archivio capitolare della Cattedrale. 



52 LIBRO III, CAPO YII 

CAPO YII. 
Padova distrutta dagli Ungheri. 

Desolavano intorno a questi tempi l'Italia le feroci irru- 
zioni degli Ungheri, od Unni, i quali, venuti dalla Pannonia 
e calati nel Friuli, si dispersero da per tutto, recando stragi, 
desolazione, spavento. Berengario, Arnolfo, Lamberto, combat- 
tendo tra loro per li proprii interessi, nò bastando coi loro 
eserciti a distruggersi scambievolmente ed a ridurre a soqqua- 
dro l'Italia, avevano invocato alla cooperazione di tanti mali 
il soccorso straniero ; e per colpa di essi erano rientrati in 
scena quei ferocissimi barbari, i quali, già quattro secoli addie- 
tro, vi avevano recato tanti danni. Arnolfo per primo gli aveva 
invitati a sedare le rivolte dei Moravi e dei Boemi (1); ed in 
seguito, penetrati anche nel Friuli e dilatatisi sino a Treviso, 
minacciavano tutto intorno le spiagge delle lagune e l'adia- 
cente territorio padovano. Più volte costoro erano comparsi, e 
poscia, carichi di bottino, ritornati di là dei monti; — nel 900, 
nel 901, nel 905, nel 920 e nel 924; e così di anno in anno 
sino al 950. 

Dopo il sanguinoso scontro di questi coll'esercitb italico, 
nel 905, nei dintorni di Bassano ; ove negata ad essi la pace, 
che imploravano da Berengario, si scagliarono con tanto fu- 
rore sulle truppe di lui, che vi perirono ventimila italiani; e, 
carichi di bottino e baldanzosi, gli Unni si sparpagliarono im- 
punemente e senza incontrare vermi ostacolo sino all'estremo 
limite della terraferma (2). Fu allora, che devastando il basso 
territorio trivigiano, saccheggiarono e demolirono il celebre 
monastero di santo Stefano di Aitino, piantato sulle rovine di 
quell'antica città, distrutta, quattro e più secoli addietro, dalla 
loro fierezza, guerreggiando sotto le bandiere di Attila. 

(1) Liutpr. Hist. lib. I. cap. VIT. 

(2) Nelle earte e nei documenti dell'anno 1005, trovasi nominato, al 
di sopra di Bassano, vicino al fiume Brenta, un monte detto degli Ungheri, 
o Monte ungario. Ved. il Verci, Slor. della Marca trivigiana, ed il Gen- 
nari, Del corso dei fiumi in Padova, 



ANNO Olì) — 9G7 53 

Si estesero di mano in mano le loro scorrerie dall' estremo 
continente attillate, intorno intorno girando, sino all'altro mar- 
gine interno della laguna dalla parte di Fusina, di sant'Ilario 
(oggidì Gambararé) e per le borgate del basso territorio pa- 
dovano (1), d'ondo poi si distesero sino alla città. Narra il 
Gennari (2), sulla fede delle memorie antichissime « che quei 
« feroci pagani abbruciarono la cattedrale e [il monastero di 
« santa Giustina e distrussero la città, e menarono in isehia- 
« vitude i cittadini o gli uccisero, da quelli in fuori, che nei 
« luoghi forti s' erano ritirati. » 

In quella terribile confusione, i monaci nascosero sotterra 
molte delle reliquie dei santi, perchè non fossero profanate da 
quei barbari. Ma poscia, morti quelli o dispersi in estranei 
paesi, se ne perde affatto la memoria, finché un secolo e mezzo 
di poi, s'ebbero prodigiosamente a ritrovare (3). 



CAPO VII. 

Padova risorge da tanti danni sotto i re d'Italia 
Lotario ed Tigone. 

Eimase Padova in quella desolazione sino ai giorni del 
vescovo Gauslino (an. 967), il quale si occupò di proposito a 
ristorarla. Ma prima di lui, — distrutti quei feroci invasori 
dai Yeneziani, nella memoranda battaglia guerreggiata nelle 
lagune di Chioggia e di Malamocco, poco lungi dal porto di 
Albiola (an. 906) — s'erano resi benemeriti "della patria i ve- 
scovi Idelberto (an. 942) intervenuto dieci anni dopo al con- 
cilio di Augusta, e Zeno, il quale nel 967 trovavasi alla con- 
secrazione della cattedrale di Parenzo (4). Eglino ottennero dai 

(1) Nelle carte antiche è ricordata presso alla pieve di Sacco (oggidì 
Piove di Sacco), una strada nominata Via degli Ungherù 

(2) Informazione istorica della ciltà di Padova, pag. XXXVII. 

(3) Ved. il Gennari, Informaz. ecc. pag. XL1. 

(4) Ved. il De Rubeis, Monum. Eccl. Aquilejen, pag. 469; e lo atte- 
sta inoltre l'iscrizione ivi scolpita. 



54 LIBRO III, CAPO YII 

re d'Italia Lotario ed Ugone la conferma di tutte le posses- 
sioni e le prerogative della loro Chiesa, concesse nominata- 
mente dagl'imperatori Carlo, Lotario, Berengario. 

Gauslino, come fu detto di sopra, ottenne la sede pata- 
vina l'anno 967, pochissimi giorni dopo la morte di Zeno. Dico, 
pochissimi giorni dopo, perchè in queir anno medesimo, a' 25 
di aprile, trovavasi Gauslino al concilio di Eavenna, tenuto 
dal papa Giovanni XII per la deposizione di Eroldo vescovo 
di Salisburgo; e di lui si hanno memorie sino al 992, nel 
qual anno venivagli dietro il vescovo Orso. 

Tra le tante pie intraprese di Gaulino, devesi ricordare 
la rifabbrica del monastero e della chiesa di santa Giustina, 
che tuttora, giacevano tra le rovine causate dalle devastazioni 
degli Unni. Ed a queste riparazioni (an. 971) aggiuns' egli 
anche la rifabbrica dell' annesso ospitale, piantato dal suo pre- 
decessore Rorigo. 

Non devo qui tacere, che alcune famiglie milanesi, per 
sottrarsi dalle violenze degli Ungheri, avevano abbandonato la 
Lombardia ed eransi raccolte in Padova, come in luogo allora 
di sicurezza. Era l'anno 924. Tra questi, un Andrea Denti vi 
stabilì la sua famiglia, la quale, cresciuta poscia in potenza, 
contrastò ai Carraresi il dominio della patria: lo che alla sua 
volta dirò. — Venne anche a fissare in Padova la sua dimora 
Gomberto del sangue de' Eossiglioni, principi francesi, o, come 
altri dissero, lombardi. I suoi discendenti furono detti da Car- 
rara, perchè infeudati del castello di questo nome, sul pado- 
vano. Più. tardi dominarono in Padova. 

La sovranità dell'Italia, nello sconvolgimento delle poli- 
tiche cose, era intanto ritornata, sino dal 950, in un principe 
italiano, Berengario II de' marchesi d'Ivrea. Ma vinto in guerra 
da Ottone il grande, re di Germania, e da questo tradotto in 
Baviera, l'Italia passò, nel 962, sotto l'obbedienza del vinci- 
tore, che ne fu riconosciuto re. 

Padova allora venne eretta, per quanto sembra, in sepa- 
rata provincia; ma sotto l'imperatore Ottone II, figliuolo di 
lui, ne fu assai travagliato il territorio : ed eccone la cagione. 



ANNO 9(>7 >)) 

CAPO Vili. 

Nuovi danni del territorio 'padovano per le discordie interne 
dei Veneziani, favorite dall' imperatore Ottone II 

S'erano formati in Venezia, sotto la reggenza del doge 
Tribuno Memo, due poderosi partiti, di cui erano alla testa le 
due nobili e doviziose famiglie de' Caloprini da una parte e 
de' Morosini dall'altra. Entrambe, con una sequela di moltis- 
sime delle primarie famiglie, proteggevano, per le loro viste 
particolari, l' imbecillità del doge : benché nel proteggerla cam- 
minasse ognuna per opposte vie. Questa contrarietà di senti- 
mento fu cagione di scambievoli dissapori, ai quali in fine 
pose il colmo l' imbecille principe, dichiarandosi palesemente 
partigiano dei Caloprini. 

Ciò fece ardito Stefano Caloprino contro gli emuli suoi; 
sicché, raccolte molte schiere di servi, di schiavi, di consan- 
guinei, di amici, si mosse ad attaccare i Morosini. Questi, av- 
visati a tempo, si posero in salvo; né vi rimase vittima che 
il solo Domenico Morosini, trafitto da più colpi, sulla piazza 
di san Pietro di Castello, ed ivi semivivo abbandonato. Tras- 
portato in una barca al suo palazzo, spirò tra le braccia dei 
suoi consanguinei ed aderenti, i quali ne giurarono la più alta 
e pronta vendetta. 

Il doge, anziché farne giustizia, approvò il misfatto dei 
Caloprini, ed indusse con ciò i Morosini a lavorarne, quanto 
più occulta, tanto più funesta la vendetta. Sapevano questi, 
che l'imperatore Ottone II agognava al possesso di Venezia; 
e per romperla coi Veneziani, egli serbava sempre in pronto 
il pretesto dell'uccisione del doge Pietro Candiano IV (avve- 
nuta quindici anni addietro) ; quasi che a lui appartenesse il 
diritto di farsi render ragione delle interne contese di una re- 
pubblica indipendente. — Sapevano i Morosini tutte queste 
intenzioni di Ottone; e per secondarle avevano teso i loro fili, 
sacrificando così sull'altare della vendetta, per disfarsi del 
doge e dei Caloprini, la Patria. Ma il colpo riuscì loro fallito 



56 LIBRO III, CAPO Vili 

sino dal suo principio; perchè l'imperatore, prevenuto da splen- 
didi regali, che nel 980 i Veneziani gli mandarono, chieden- 
dogli la rinnovazione degli antichi trattati, cangiò l'animo suo 
a pensieri più miti, e non solo gli lasciò di buon grado go- 
dere in pace la nazionale tranquillità; ma inoltre, a merito 
della destrezza dei tre ambasciatori della Repubblica, aggiunse 
ai precedenti trattati la promessa, che il fìsco imperiale non 
si arrogherebbe quind' innanzi il diritto di proprietà sopra le 
navi veneziane, che avessero per avventura naufragato sulle 
coste italiane : il quale diritto aveva esercitato sino allora, per 
ingiusta e barbara legge, degna della rozzezza di quei secoli. 

Ma che ? La volubilità del doge fece cangiare tutto ad un 
tratto la scena. Un litigio, ch'egli ebbe con la famiglia elei 
Caloprini, lo fece diventare nemico di questi e lo unì in ami- 
cizia coi Morosini. Fu allora, che Stefano Caloprino allonta- 
nossi da Venezia con la turba de' suoi aderenti, e, presentatosi 
all' imperatore, « con le più calde parole lo stimolò (sono pa- 
« role del più antico dei cronisti veneziani, il Sagomino, scrit- 
« toro contemporaneo) a muover guerra ai Veneziani, promet- 
« tendogli, che se avesse voluto accettare i suoi consigli, avrebbe 
« potuto farsi padrone assai facilmente della tanto desiderata 
« Venezia. » 

Non ò a dirsi quanto ne soffrissero i territorii confinanti 
con le lagune veneziane ; e più d'ogni altro quello di Padova. 
Imperciocché Ottone, conoscendo l' impossibilità di espugnare 
Venezia con le armi, strinse di blocco l'ampio giro delle la- 
gune in tutti quei punti; ove i traditori sapevano potersi 
avere comunicazione colla terraferma. Vietò severissimamente 
a' suoi sudditi e eli portare vettovaglie ai Veneziani e di ven- 
derne a questi, se fossero venuti sul continente a comperarne; 
emanò anzi un editto, che proibiva ad essi l' ingresso, tanto 
per terra quanto per mare, nel territorio del regno italico* E 
perchè il blocco fosse più efficace e sicuro, affidò ai traditori 
medesimi la custodia dei porti, dei lidi, dei fiumi, delle strade, 
ch'eglino stessi avevano indicate. Pose perciò a loro disposi- 
zione regii governatori e corpi di truppe, che seco loro vi 
cooperassero. 



ANNO 9C7 — 983 57 

A Stefano Caloprino ed a Domenico suo figliuolo fu rac- 
comandata la sorveglianza, nel territorio di Padova, sopra i 
due fiumi principali, che vi serpeggiano, il Bacchigliene ed il 
Brenta : ad altri la custodia dell'Adige e del Po sino a Ra- 
venna, scorrendo il Polesine e il Ferrarese; ad altri il terri- 
torio trevigiano, e di tutti i fiumi, che dalla parte di Mestre 
ed in giro sino al mare, mettono foce nelle lagune setten- 
trionali. 

Stefano e Domenico Caloprino, padre e figlio, inondarono 
di soldatesche e di atrezzi militari il padovano, per più miglia 
entro terra, in tutto il semicerchio della terraferma da Fusina 
a Brondolo. Era un continuo scorrere di truppe da un punto 
all'altro, in su e in giù, atterrando case, erigando qua e là 
fortini, saccheggiando le robe, ponendo a soqquadro i terreni 
coltivati e le vigne, commettendo ogni più turpe eccesso di 
militare insolenza. Per ben due anni queir intiero tratto di 
territorio padovano fu teatro di sì vergognose ignominie; e lo 
sarebbe stato anche di più, se la morte non avesse tolto dal 
mondo il feroce tedesco, che, adescato dall'oro e dalle pro- 
messe dei Caloprini le promoveva, le proteggeva, le mol- 
tiplicava. 

I traditori della Patria, privi allora di ogni appoggio, 
abbandonarono i posti, che custodivano, ed andarono a cer- 
carsi asilo in Pavia presso le imperatrici vedove, Adelaide e 
Teofania. 

D' allora in poi (an. 983) incominciarono i Padovani a ria- 
versi dalle sofferte sciagure, ed a ricuperare la pristina libertà. 
Eivisse il loro commercio ; fu ristabilita la buona armonia coi 
potenti loro vicini, dominatori delle lagune, e l' industria na- 
zionale ripigliò il suo posto a prosperamento della provincia. 



LIBRO IV. 



Dalla morte dell' imperatore Ottone II (an. 933) 
sino alla lega lombarda contro Federigo Bar- 
liarossa (an. 1 167). 



CAPO I. 
Potere temporale dei vescovi di Padova. 



I vescovi di Padova, secondo lo stile di que' secoli; co- 
minciarono anch'essi ad esercitare civile giurisdizione, e fu- 
rono decorati di speciosi titoli, di onori, d' immunità. I vescovi 
infatti gareggiavano allora coi principi ; tenevano gran corte, 
vassalli, gente armata, carceri ecc. Sino dai giorni del vescovo 
Pietro (an. 897) era stata donata a questi di Padova la corte 
o provincia di Sacco. Essa comprendeva la Pieve (oggidì Piove) 
di Sacco, la Pieve di Corte, la Pieve di Sant'Angelo, ed altri 
luoghi, che tutti assieme formavano un corpo, indipendente 
ciascuno dall'altro; in quella guisa che molti castelli e terre 
e città costituivano la Patria del Friuli ; e perciò col nome di 
Patria si trova nominata nelle antiche carte anche la regione 
di Sacco. Il vescovo di Padova ne portava il titolo di conte. 

Un diploma di Eodolfo re d'Italia, del 984, concede al 
vescovo Silicone la giurisdizione su tutto il suo vescovado ; lo 
che non puossi intendere, che per lo dominio temporale, sendochè 
sullo spirituale non può il principe avere autorità od inge- 
renza. Né sarà fuor di proposito il ricordare qui, sulla fede 



60 LIBRO IV, CAPO I 

del Mabillon (1), che Orso, vescovo di Padova, in compagnia 
di molti altri prelati- e principi, fa assistente, nel 992, alla 
solenne consecrazione della cattedrale di Alberstad, ove anche 
si trovavano il re Ottone III, Adelaide avola di questo, e la 
badessa Matilde sua zia. 

Siano perciò convinti d' inesattezza l'Ughelli ed il Giusti- 
niani (2), i quali avevano prolungato sino all'anno 1010 la vita 
del vescovo Oauslino ; di cui invece, anche per le cose dette 
di sopra (3), devesi ammettere successore, sino dall'anno 992, 
il vescovo Orso. A questo perciò, e non a Gauslino, l'impe- 
ratore Ottone III, nel 998 addì 23 agosto, confermava solen- 
namente tutte le franchigie e i privilegi ed i possedimenti, 
che nei secoli addietro avevano concesso alla Chiesa di Pa- 
dova i suoi antecessori monarchi (4). Nel diploma di queste 
conferme, vedesi commemorata nominatamente la Corte di 
Sacco con tutte le sue appartenenze. 

Da una carta del 1005, presso il Sansovino (5) e F Ughelli, 
è fatto palese, che gli abitanti della Corte di Sacco erano un 
popolo industrioso, ed avevano molto commercio per terra ed 
anche per mare, sendochè quel territorio era bagnato dalle 
acque salse. Essi coltivavano specialmente il lino e ne reca- 
vano in grande quantità non solo ai Yeneti, ma anche a varii 
porti dell' Adriatico. E sebbene sia questo un prodotto in ispe- 
cialità del Polesine, tuttavia se ne facevano ricerche sotto il 
nome di lino padovano. 

Più tardi, allorché Padova fa aggregata alla repubblica 
di Venezia, il governo di questa ne prese particolare interes- 
samento, sorvegliandone con apposite discipline il commercio; 
ed era proibito sotto pene gravissime il trasportarne fuori di 
quel territorio le semenze. E perchè ne fosse favorito con 

(1) Avi. Sane (or. Ord. fìencd., pag. r>86. 

(2) Serie dei Vescovi di Padova, pag. IX. 

(3) Pag. 54. 

(4) Questo diploma fu dato in luco dal Muratori, Anliq. med, aevi, 
lom. I, pag. 235; l'ho portato anch'io nelle mie Chiese d' ItaL t tom. X, 
pag. 503. 

(5) Lih. XIII. 



ANNO 983 — lO r JO GÌ 

franchigie il commercio, era obbligato il Comune di Sacco al 
tributo annuo di duecento libbre di lino alla Camera ducalo. 

Viveva il vescovo Orso anche nell'anno 1015; perciocché 
in esso, addì 5 maggio, egli si trovava presente al giudizio, 
che tenne in Verona il duca Adalperio in favore delle mona- 
che di santo Zaccaria di Venezia, intorno ad alcuni loro pos- 
sedimenti nel territorio italico (1). — Ai giorni di questo me- 
desimo vescovo ; fu generoso verso Padova Corrado I, detto il 
Salico, con ampio diploma del 1027; e molto più lo fu Ar- 
rigo. Ili figliuolo di lui, soprannominato il Nero, il quale 
diede al vescovo Bernardo Maltraversi (2) (an. 1047) il domi- 
nio della città ed il diritto di' batter moneta. E questi favori 
furono più tardi confermati da Arrigo IV al vescovo Milo. 

Questo diritto di batter moneta, in principalità al vescovo 
Brocardo e collettivamente al Comune, era già stato concesso 
da Corrado imperatore, nell' anno 1037, allorché i Padovani gli 
avevano mandato ambasciatori a Brescia a giurargli fedeltà, 
ed a riconoscerlo per Signore. Ivi trovavasi questo imperatore, 
venuto in Italia per sedare i torbidi, che tenevano in aperta 
discordia, suscitando sanguinosi conflitti, i popoli della Lom- 
bardia contro i proprii duchi e principi e vescovi, per la ti- 
rannide, che vi esercitavano. L'augusto Corrado accolse beni- 
gnamente i Padovani e rinnovò tutte le concessioni fatte al 
loro Comune dai Principi, che lo avevano preceduto. 

CAPO IL 

Contrasti coi Vicentini. — Il papa Leone IX in Padova. 

Gravi dissensioni per li confini del proprio territorio ar- 
marono, intorno a questo tempo, e forse nel 1050, i Padovani 
contro quelli di Vicenza ; ma non furono di lunga durata. Va- 
rii scontri bensì v' ebbero tra gli uni e gli altri; ed alla fine 

(1) Muratori, Antichità Estensi, part. I, pag. 85. 

(2) Questo Bernardo Maltraversi è qualificato, nella Cronatassi dei ve- 
scovi padovani, col titolo di beato. La sua iscrizione sepolcrale ci fu con- 
servata dal Salomoni, Inscript. Urb. Patav. pag. 3. 



62 

si riconciliarono, da miglior consiglio persuasi e condotti. Ciò 
avveniva circa l'anno 1053. Nel qual anno medesimo venne a 
Padova il papa Leone IX ; reduce, secondo alcuni, dall'Unghe- 
ria, e secondo altri allorché vi andava. 

Fatto è, eh' egli visitò per devozione il corpo di san Marco 
in Venezia; ed in quell'occasione, più verosimilmente che in 
altra, venne anche a Padova. Il Muratori (1) dice, probabil- 
mente avvenuto questo suo passaggio per Venezia « nell'ultimo 
« suo ritorno dalla Germania, sul principio dell'anno corrente, » 
eh' era il 1053. Nelle cronache venete, incominciando da quella 
del Dandolo (2), troviamo registrato, che, in questa occasione, 
il papa fu ricevuto dal doge e dal popolo con grande rive- 
renza ed onore, che fu festeggiato con sommo giubilo, e che 
in fine fu ricondotto con uguale pompa sino all'estremità delle 
veneziane lagune (3). La quale estremità delle veneziane la- 
gune non poteva essere che a Fusina od in quelle vicinanze; 
perciocché dirigevasi alla volta di Mantova, dove appunto in 
quell'anno radunò un concilio di vescovi. E se da Venezia 
prese la via dell'estremità delle veneziane lagune; passò dun- 
que necessariamente per Padova, e vi passò nel 1053; e non 
l'anno avanti, come leggesi nel Gennari (4). 

Qui fu incontrato processionalmente dal vescovo Bernardo 
Maltraversi, dal clero e dalle pubbliche rappresentanze del Co- 
mune e del popolo di Padova. Prese alloggio nel palazzo epi- 
scopale. Pontificò, ad istanza del vescovo, nella chiesa di santa 
Giustina, in mezzo ad una folla innumerevole di clero e di po- 
polo. Impartì alla città l'assoluzione dalle censure, in cui la 
si diceva incorsa (nò saprei dire perchè) nei tempi addietro. 
Dopo ciò, ne favorì di privilegi distinti l' abate Giovanni, con- 
cedendo a lui ed a' suoi successori in perpetuo l' uso della mi- 
tra, de' guanti, de' sandali e della dalmatica nelle funzioni so- 
lenni della sua chiesa ; lo che, per esprimerci più brevemente, 
vuol dire, l'uso dei pontificali. 

(1) Armai, d' Hai., ann. 1053. 

(2) Presso il Muratori, Rer. Hai. Script, toni. XII. 

(3) Ved. la mia Storia delia C/t. di Venezia, pag. 2i7 del toni. I. 
<4) Informazione htorica della città di Padova, pag. XLI. 



INNO 1050 — 1077 G3 



CAPO III. 



Ulderico vescovo, benemerito degli studi in Padova. 
Sua legazione in Germania. 

Al beato Bernardo venne dietro, nel 1057, il vescovo Ver- 
culfo ; detto con altri nomi anche Wintoldo e Wintolfo, e 
dal cronista di Augusta Waltolf; e di questo fu successore, 
nel 1061:, Ulderico da altri nominato Olderico. Di lui potè 
andar lieta la città di Padova, per la molta ingerenza, ch'egli 
ebbe in atti pubblici, in arbitrati, in placiti, in legazioni, pel 
corso di ben diciotto anni, che durò la sua episcopale reggenza. 
Egli fu letterato e protettore degli studiosi. A lui anzi vanno 
debitrici le lettere della loro ristaurazione, che quivi ottennero 
per le sue sollecitudini (1). Arricchì la sua cattedrale delle 
sacre spoglie del martire e levita Daniele, trovate con tutti gli 
stromenti del suo martirio, negli ultimi giorni dell'anno 1075, 
in santa Giustina, e dall'abate di quel monastero cortesemente 
concessegli. Della solenne pompa, con cui questo sacro depo- 
sito fu trasferito da santa Giustina alla cattedrale, parlano le 
pergamene antiche e dei frati eremitani di sant'Agostino e 
delle monache di san Pietro, e ci descrivono l' affluenza di clero 
e di popolo, che vi concorse, ed i cantici e gì' inni, che festo- 
samente contavano (2). In contraccambio forse di questo fa- 
vore, il vescovo Olderico, ch'era accettissimo al re Arrigo IV, 
ottenne, che il Comune di Padova rinunziasse al monastero di 
santa Giustina la Valle del Mercato, ossia il Prato della 
Valle; per la quale cessione fu tenuto in Padova stessa, un 
solenne placito, il dì 26 febbraio 1077, d' ordine del re, nel 
palazzo episcopale, presenti Sigifredo e Miozo, -messi regii, che 
vi amministravano la giustizia, il vescovo Olderico ed Alberto 
conte della città ed Ogerio avvocato ; e fu dichiarato e deciso, 

(1) Ved. il Gennari, luog. cit. pag. XLII. 

(2) Oggidì queste pergamene rimangono confuse con le carte e coi 
codici de. monasteri soppressi in sul principio del nostro secolo. Ved. su 
ciò il voi. X delle mie Chiese d'Italia, pag. 50o. 



64 LIBRO IV, CAPO III 

essere quella Valle del Mercato, avente in sé il Prato ed il 
Zairo e tutte le adiacenti case ed ortaglie, di proprietà libera 
ed assoluta del monastero di santa Giustina. La qual cosa con- 
fermarono con giuramento quanti mai cittadini vi avevano po- 
tuto intervenire (1). 

Fervevano intorno a questi tempi le controversie gravis- 
sime tra la Chiesa e lo Stato, per le investiture, che Arrigo IV 
si arrogava di conferire ai vescovi ed ai prelati; ma non sap- 
piamo, che a queste prendesse parte il vescovo Olderico, né 
che per queste il papa Gregorio VII l'abbia spedito suo le- 
gato, con Pietro cardinale di Albano, all'imperatore (2). Lo 
dice il Gennari (3); ma invece il Muratori (4) ci fa sapere, 
che nel concilio romano del febbraio 1079, essendosi lagnati 
gli ambasciatori del re Ridolfo, a cagione delle guerre e delle 
violenze, che il re Arrigo promoveva in Germania (5) « il pon- 
« tefice Gregorio destinò, per suoi legati al congresso da te- 
« nersi in Germania, Pietro Igneo cardinale e vescovo di Al- 
« bano, Olderico vescovo di Padova, ed il patriarca di Aqui- 
leja; » ch'era un Enrico, promosso a quella dignità dal re 
Arrigo, ma poco dopo umiliatosi alla sede Apostolica, promet- 
tendo, nel summentovato concilio romano, di non avere comu- 
nione con gente scomunicata. Ed inoltre ci fa sapere il dotto 
annalista, ch'eglino non avendo voluto, alle istanze di Arrigo, 
scomunicare il re Ridolfo, « senza frutto se ne tornarono a 
« Roma, con riferire al papa la disubbidienza di esso Arrigo 
« e l' ubbidienza del re Ridolfo. » In tuttociò ben altro si vede, 
che non qualsiasi ingerenza di Olderico e degli altri suoi col- 
leghi nelle controversie delle investiture. Si vede bensì, che 
questo vescovo di Padova era allora tenuto in alta considera- 
zione presso il pontefice. 

(1) Il documento, che descrive circostanziatamente le formalità di que- 
sta cessione, fu pubblicato dal Muratori, Antiq. med. aevi, tom. I, pag. 458 
e seg. L' ho dato in luce anch' io, nelle mie Chiese d'Hai., luog. cit. 

(2) Arrigo IV non lo era per anco. 

(3) Informazione ecc. pag. XLII. 

(4) Annal. d' Hai. an. 1079. 

(5) Card. d'Aragona, nella Vit. di Greg. VII. 



ANNO 1077 — 1034 G5 

Non però vi fu tenuto anche dopo; massime dacché i fa- 
vori, concessi a lui e alla Chiesa padovana dal re Arrigo, lo 
resero sospetto di ossequiosa adesione ai principii e alle pre- 
tensioni di esso. Narra infatti il Muratori (1) ; che « confermò 
« in quest' anno Arrigo i suoi privilegi alla Chiesa di Padova 
« ed al vescovo Olderico, con un diploma, » dato in Ratisbona 
addì 23 luglio (2). « E di qui può apparire (prosegue ii Mu- 
« ratori), eh' esso Olderico non fu spedito per suo legato del 
« pontefice Gregorio, » nel bollore delle discordie tra la Chiesa 
e lo Stato. Non è poi consentaneo alla ragione dei tempi, che 
nell'anno 10S0 il vescovo Olderico fosse vicario dell 'Impero, 
come disse il Gennari (3), sì perchè Arrigo diventò impera- 
tore nel 10S4, e sì perchè ad Olderico era succeduto, 1' anno 
avanti; il vescovo Milo. Né saprei su qual fondamento si possa 
appoggiare la notizia di esso storico padovano, che ad Olderico 
ucciso , od escluso dal vescovado, come altri vuole, sia stato 
surrogato Milone. — Ucciso ? da chi e perchè ? Escluso dal 
vescovado ? come mai, se godeva il favore di Arrigo ? E lo 
abbiamo notato di sopra. Io piuttosto, in mezzo a tanta in- 
certezza, non sarei lungi dal credere, che Olderico, sì bene 
accetto al re Arrigo, sia stato chiamato da questo alla corte; 
ed a Padova sia stato promosso dallo stesso Arrigo il vescovo 
Milo, o Milone, di nazione tedesco ; e poscia, allorché Arrigo 
ottenne la corona imperiale dal suo antipapa Guiberto, il ve- 
scovo Olderico sia stato onorato delia dignità di vicario im- 
periale. 

CAPO IY. 

Favori dell imperatore Arrigo IV alla città di Padova. 

Checché ne sia delle surriferite conghietture, fatto è, che 
a questi tempi i Padovani, sì largamente favoriti da Arrigo, 
e molto più in appresso, come dirò, aderivano al partito di 

(1) Ann. 1079. 

(2) X, Kaìcndas augusti, Indictione II, anno dominicae Incarnationis 
MLXXVIHI, anno autem regni domni regis Hcnrici quarti XVIII. Actum 
Ratisponae. 

(3) Informazione ecc., pag. XLII. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 5 



66 LIBRO IV, CAPO IV 

lui ed al suo scisma. Perciò non è meraviglia, che di amplis- 
sime largizioni e privilegi e franchigie fosse arricchito il ca- 
pitolo dei canonici della cattedrale ; e non solamente da Ar- 
rigo, ma anche da Berta sua moglie. Arrigo infatti, nel 1090, 
ed altre volte negli anni seguenti, fu in Padova con essa Berta, 
coir antipapa, col vescovo di Faenza e con altri; ed ebbe al- 
loggio nell'episcopio. — Nel 1091, confermò al vescovo Milo 
il dominio temporale della città; e confermò a Teupilla, ba- 
dessa del monastero di san Pietro, le molte donazioni di ter- 
reni, eh' esso vescovo Milo avevale fatte (1). 

E mentre Berta dimorava in Padova, impetrò ed ottenne 
dall'augusto consorte la conferma della municipale reggenza, 
per cui si governava Padova a modo di repubblica, con pro- 
prie leggi e con facoltà di eleggersi i consoli; ed in segno 
di città libera, le fu concesso in guerra 1' uso del carroccio, 
che dal nome dell' imperatrice fu appellato Berta. Ce ne fa 
la descrizione il Portenari (2), dicendo, che « Padova comin- 
« ciò usare il carroccio nell'anno 1081, quando il re Henrico 
« quarto a contemplatione della Regina Berta sua moglie donò 
« la libertà alla città di Padova (3), la quale a perpetua me- 
« moria della predetta Regina, volse, che il suo carroccio fosse 
« chiamato col nome di Berta. » Che cosa fosse il carroccio 
delle città libere, lo sappiamo da più e più testimonianze. 
Questo di Padova, « negli ultimi tempi della sua libertà, era 
« fiancheggiato dagli stemmi ed insegne delle città, castelli e 
« luoghi ad essa soggetti. Tali erano Vicenza, Bassano, Rovigo, 
« Lendenara, Montagnana, Este, Monselice e Cittadella. » — 
« In mezzo del carroccio era piantato lo stendardo della Re- 
« pubblica padovana, fatto di panno di seta, e di frangioni 
« d' oro nobilmente guarnito. » Lo stendardo o stemma della 
città era una gran croce rossa in campo bianco. 

Al capitolo canonicale fu concesso per le solennità e per le 
processioni, uno stendardo purpureo; ed il vescovo fu dichiarato 

(1) I diplomi sono presso il Vcrci, itisi, degli Ezzel., tom. Ili, pag. 18. 

(2) Bella felicità di Padova libri nove, pag. 108. 

(3) Confrontando queste notizie del Portenari, eoi diplomi portati dal 
Verri, eredo doversi preferire ad esse la cronologia di questi. 



ANNO 108'* — 1110 67 

di bel nuovo conte di Pieve di Sacco, castello appartenente, 
come si è detto di sopra, ai vescovi di Padova. 



CAPO Y. 

Due vescovi simultaneamente di Padova. 

Morto nello scisma il vescovo Milo, nell'anno 1096, l'im- 
peratore gii sostituì Pietro Cisarella, il quale né fu mai con- 
fermato dal papa, né consacrato (1). Convien per altro confes- 
sare a sua discolpa, che, nei documenti e negli atti, egli s' in- 
titolava sempre electus patavinus. Bensì l'intrusione illegittima 
di lui cagionò in diocesi altre illegittime promozioni di parro- 
chi e di beneficiati. Al quale proposito, una carta del 1138 ci 
fa sapere (2), — che il papa Innocenzo II aveva mandato a 
Padova i suoi legati, di cui era capo un prete Alberico, accioc- 
ché esaminassero e giudicassero di coteste intrusioni; che Al- 
berto arciprete della cattedrale, riconosciuto scismatico ed ille- 
gittimo, era stato deposto dalla sua dignità, e che il prete Al- 
berico era stato trucidato. 

Anzi ; nel concilio di Guastalla, tenuto il dì 22 otto- 
bre 1106, il vescovo Pietro, che non ebbe riguardo d'interve- 
nirvi, fu dichiarato intruso, fu deposto, e fu surrogato dal ve- 
scovo Sinibaldo. Tuttavolta i molti aderenti, che Pietro ava va 
in Padova ed in diocesi, lo sostennero in onta del nuovo eletto; 
e sì, che potè qua e là esercitare le funzioni del pastorale mi- 
nistero. Pare anzi, che intanto, col favore dell'antipapa Gui- 
berto (Clemente III) abbia anche ottenuto l'episcopale conse- 
crazione. Lo si può ragionevolmente conghietturare, perchè 
nell'anno 1110 egli consecrò la nuova chiesa di Pieve di Sacco, 
incominciata nel 1090 dal vescovo Milo, suo antecessore: lo 
attesta l' iscrizione ivi scolpita. 

(1) Vedi il Dondi dall'Orologio, Disscrt. IV. pag. 35 e sog. 

(2) Ne portò il tenore il Dondi dall'Orologio, luorj. cit. pag. 92, Do- 
cum. LXXV; e l'ho portato anch'io, nelle mie Chiese d'Italia, pag. 567 e 
se£. del voi. X. 



6S LIBRO IV, CAPO VI 

Soltanto in Pieve di Sacco potò mantenersi Pietro, dacché,, 
per la caduta e per la morte dell' imperatore, era rimasta 
privo di appoggio ; ned altri aveva in suo favore se non i vas- 
salli di quella sua contea. Tutta volta cangiarono di aspetto le 
cose allorché nel 1110 Arrigo Y venne in Italia per farsi co- 
ronare dal papa. Sapeva Pietro quanto questo imperatore fosse 
favorevole agli scismatici; e perciò, sostenuto da forze dome- 
stiche e da straniere, aiutato da amici e da consiglieri depra- 
vati, s'attentò di costringere Sinibaldo ad allontanarsi dalla 
sua sede. E vi riuscì, protetto dalle armi e dalla potenza di 
Arrigo; probabilmente con l'aiuto delle truppe tedesche, ca- 
late in Italia con l' imperatore dalla parte di Trento ; favorito 
dai suoi partigiani e precipuamente dal deposto arciprete Al- 
berto, il quale aveva sempre dimorato con lui in Pieve di 
Sacco ; scacciò jper violentiam regiam da Padova il vescovo Si- 
nibaldo, e con esso il suo arciprete Bellino Bertrando, i quali 
andarono a ricoverarsi presso i principi d'Este. Ivi il mar- 
chese Folco stabilì a loro residenza la chiesa e la canonica di 
santa Tecla; e così Pietro, col suo scismatico arciprete, potè 
starsene in Padova, nel palazzo vescovile. 

I due vescovi esercitavano indistintamente, ovunque loro 
fosse avvenuto, la pastorale giurisdizione; e se ne trovano atti 
progressivamente sino all'anno 1119, che fu l'ultimo della vita 
di Pietro. E quando fu conchiusa la riconciliazione tra il sa- 
cerdozio e l'impero, Sinibaldo ritornò a Padova. Durante la 
sua residenza in Este, fondò ivi un capitolo canonicale, che 
per la munificenza dei marchesi d' Este fu arrichito di pingue 
dote. La progressione dei documenti dell'archivio capitolare 
di Padova ce lo mostra vivente anche a' 12 novembre dei- 
Panno 1124. 

CAPO YI. 

Reggenza dei Padovani per consoli. 

I Padovani, come anche ho notato di sopra, si reggevano- 
a questi tempi a modo di repubblica, con facoltà di eleg- 
gersi i proprii consoli. Ed infatti, dal documento, che ho 



ANNO 1110 GO 

commemorato di sopra, del 13 maggio 1138, e che si conserva 
originale nell'archivio dei canonici, sono fatti conoscere anche 
i nomi dei consoli, che fungevano il loro ufficio nelF occasione 
delle vertenze insorte per F intrusione del vescovo Pietro Ci- 
sarella (1). Erano diciassette: Giovanni di Tado, Giona, Ni- 
colò di Pietro Giudice, Compagno, Girardino, Ingelfredo cau- 
sidico, Adamo di Lazaro, Trasmondo, Mainardo, Giovanni buono 
di Amizo, Armenardo, Lemizone di Domenico d'Aica, Giovanni 
di Bonsignore, Ardrico dell'Arena, Teupone da Crespano, Val- 
perto fratello del vescovo (2), Ugo causidico. 

' Padova perciò, al pari delle altre città del regno italico, 
e particolarmente di quelle della Lombardia, godeva di una 
libertà, se non assoluta, certamente assai larga; perchè, seb- 
bene riconoscesse l'alto dominio degl'imperatori, si governava 
coi proprii magistrati, univa gente, formava eserciti, faceva 
guerre e paci ed alleanze a suo beneplacito. 



CAPO VII. 

Lega dei Padovani coi Ravennati e coi Trivigiani 
contro i Veneziani "per la torre Bebia. 

Il primo esempio, che ne abbiamo, fu nell'anno 1110, 
allorché i Padovani, — « collegati (a quanto dice il Gennari) 
« coi Trivigiani e coi Ravennati, ruppero guerra a' Veneti per 
« cagione di confini, e azzuffatisi con esso loro rimasero soc- 
« combenti, ma colla mediazione di Enrico V, che allora si 
« trovava in Verona, seguì ben presto la pace. » 

Sul che giova attingere le notizie dalle memorie contem- 
poranee della repubblica di Venezia, ove la progressione sto- 
rica di questo fatto si trova circostanziatamente narrata. Or 

(1) Ved. nella pag. addietro. 

(2) Non saprei dire di qual vescovo fosse fratello : pare che lo fosse 
di Bellino Bertaldo, perchè in altri documenti si trova: Walperlurs et Ro- 
landus Bellini episcopi fratres. Ved. s nelle mie Ch. d' Ital., pag. 509 dei 
volume X. 



70 LIBRO IV, CAPO VII 

"bene, il fatto è così. Ingelosita alquanto la comunità di Pa- 
dova, per le prospere imprese dei Veneziani sopra gl'infedeli 
della Siria, e temendo, che, insuperbiti per quelle vittorie, non 
volessero forse progettare qualche ostile escursione anche sul 
territorio padovano; parve ad essa, che quelli avessero violato 
i confini di lei, fabbricandovi dei fortilici, ed impadronendosi 
abusivamente della torre Bebia o Bahia, detta di poi Torre 
delle Bebbe. 

Ci fa sapere il Morari, storico di Chioggia, che questo era 
un luogo ben popolato e fortificato, che aveva due chiese e 
una forte torre a difesa appunto del territorio veneziano con- 
tro le molestie, che avessero potuto recarvi i confinanti Pa- 
dovani, gli Adriesi e i Ferraresi. Da ciò facilmente raccogliesi, 
che, se questo luogo stava ai confini di tutti e tre, dunque 
doveva essere situato a mezzodì, relativamente alle veneziane 
lagune, e verso le foci del Po, donde difendere e queste e le 
imboccature dell'Adige e del Brenta. 

Non era fuor di ragione la diffidenza dei Padovani circa 
le intenzioni della veneziana repubblica, che aveva fortificato 
e munito quei luoghi. Le divisioni dei confini tra il veneto e 
il territorio longobardo, erano state tracciate nei tempi anti- 
chi, di reciproco assenso col re Liutprando, già quattro secoli 
addietro e con relativi trattati: ma solamente nella parte set- 
tentrionale delle lagune. Dalla parte invece meridionale ed a 
ponente, nessuna limitazione era stata determinata : 1' ho no- 
tato nelle pagine addietro (1); e ciò forse erasi reputato inu- 
tile per allora, atteso la buona armonia, che passava tra i 
Padovani ed i Veneti. Ma quando questi, cresciuti nel potere, 
vollero tenere da sé lontani gli altri popoli, coi quali sino 
allora avevano avuto una qualche maniera di tollerante reci- 
procanza, vennero nella determinazione di tracciarseli; e pro- 
babilmente a poco a poco, fabbricandosi fortilici a preserva- 
zione di ciò ; che reputavano proprio. Più dei Ferraresi e degli 
Adriesi ne rimanevano esposti i Padovani, perchè i più vi- 
cini, e che sino a quel tempo erano vissuti in quella pacifica 

(1) Nel lib. Ili, cap. II, pag. 46 e seg. 



ANNO 1110 71 

reciprocarla. So [Ferendo perciò di mal animo, che i Veneziani 
di propria autorità e senz'aldina intelligenza con loro, se ne 
avessero tracciato le separazioni; portarono le proprie lagnanze 
al doge, ch'era allora Ordelafo Falier, invocando la sua auto- 
rità, acciocché vi trovasse opportuno temperamento. Ma poiché 
il doge non curò punto le loro rimostranze, i Padovani, per 
deliberazione del Comune, pensarono a farsi ragione da se. 
Chiamarono in loro soccorso i Trevigiani e i Ravennati, i quali 
alle loro inchieste somministrarono quante più poterono sol- 
datesche; e queste, aggiunte alle proprie, vennero a formare 
un'armata, che avrebbe potuto bastare a proteggere i diritti 
della loro Comunità. E senza altre premesse od intimazioni, 
s' inoltrarono queste genti nel territorio contrastato ed attacca- 
rono il castello, stringendolo di assedio. 

I Veneziani fatti consapevoli di ciò, spinsero contro le 
truppe di Padova un grosso distaccamento di milizie, le quali 
non tardarono ad affrontare gii assalitori. Ne sostennero i Pa- 
dovani l' impeto valorosamente ; sicché il combattimento fu 
sanguinoso e feroce d' ambe le parti. Ma finalmente la ragione 
del più forte prevalse, ed i Padovani, soprafatti dalla molti- 
tudine, v' ebbero la peggio. Furono messi in rotta : seicento 
ne rimasero prigionieri, i quali, posti in catene, furono con- 
dotti prigionieri a Rialto (1). 



CAPO Vili. 
L' imperatore s y interpone per la pace. 

Padova abbandonò allora il pensiero d" insistere più oltre, 
acciocché non le avvenisse di peggio. Desiderò anzi la pace, 
ma non voleva umiliarsi a chiederla. Perciò interpose la me- 
diazione dell'imperatore Arrigo, che si trovava allora in Ve- 
rona, e che di buon grado accolse i deputati, che il Comune 

(1) Venezia non aveva per anco assunto il suo nome odierno; ma 
nominavasi col primitivo di Rialto. 



72 LIBRO IV, CAPO Vili 

di Padova gli mandò. Prese i Padovani sotto la sua prote- 
zione ed a loro vantaggio s'interessò, scrivendo al doge per- 
chè mandasse i suoi deputati, coi quali si potesse terminare 
amichevolmente la controversia. Al che probabilmente s'in- 
dusse Arrigo, non tanto per affetto particolare verso i Pado- 
vani, quanto per prevenire qualunque ulteriore ostilità, che 
nel territorio italico avessero voluto intraprendere i Veneziani, 
i quali allettati forse da questo primo vantaggio, procurassero 
di estendere i loro possedimenti e le loro conquiste anche nella 
terraferma, incominciando dal farsi padroni di Padova. 

Per verità, non piacque troppo ai Veneziani questa me- 
diazione imperiale, perchè non gradivano, che nelle cose loro 
s'impicciasse chicchessia; ma non avevano un pretesto, per 
cui sottrarsi onorevolmente dall' aderire alle premure di Arrigo. 
Fu dunque deliberato d'inviargli la chiesta deputazione (1), la 
quale, giunta a Verona, vi trovò di già arrivati i deputati 
di Padova. 

L'imperatore parlò ad entrambe le parti parole di ricon- 
ciliazione e di pace, esortando le due nazioni a lasciare le cose 
nello stato, in cui erano avanti le ostilità; e con le sue esor- 
tazioni gT indusse ad amichevole componimento. Né per allora 
i Veneziani molestarono più i Padovani, né questi portarono 
più oltre la loro rivalità verso quelli. 

Non esiste di questa riconciliazione alcun documento par- 
ticolare ; pare che fosse tutto verbale. Questa ed altre contro- 
versie, che turbarono a quando a quando scambievolmente la 
pace e la pubblica sicurezza, lungh' esso il corso di un secolo, 
vennero collettivamente definite con un solenne trattato, di 
cui alla sua volta (an. 1216) dovrò circostanziatamente occu- 
parmi (2). 

(1) La componevano un Falier, figliuolo del doge ed i due nobili 
Orsato Giustiniani e Marino Morosini. 

(2) Nel cap. vii del lib. V. 



ANNO 11-10 — 1143 73 



CAPO IX. 



Si riproducono le discordie coi Veneziani pel taglio fatto 
dai Padovani sul Brenta. 



Accomodata quella vertenza coi Veneziani, il Comune di 
Padova, geloso sempre dell 1 integrità del proprio territorio, 
mosse querela contro i Vicentini, i quali, sull'esempio dei Ve- 
neziani, avevano tentato di allargarsi a danno dei Padovani. 
Fu perciò concertata, nell'anno 1137, una lega coi Trivigiani, 
coi Cenedesi e coi Conegiianesi, e dopo alcuni scontri di poca 
rilevanza, i Vicentini si rapaci ficarono, lasciando nella pristina 
circoscrizione il suolo del reclamante Comune. 

Pur non di meno, la preponderanza dei Veneziani non ces- 
sava di essere vieppiù sempre uno stimolo e lavorarne rumi- 
nazione ed il danno. Nel 1143, i Padovani progettarono d'in- 
terrare le lagune interne, che circondano le isole veneziane e 
che servivano sì proficuamente al movimento commerciale con 
la terraferma in tutto il semicerchio della spiaggia padovana. 
Fecero perciò un taglio nel Brenta, dalla parte di sant'Ilario 
di Fusina; sicché, distratte le acque dell'alveo massimo del 
fiume, i Veneziani non lo potessero più navigare; ed in pari 
tempo le sabìre e le feccie del fiume stesso, depositando in 
più punti delle lagune, potessero col tempo cagionarvi un dan- 
noso rialzo. Si può ben credere quanto di queste operazioni si 
adontassero i Veneziani. Corsero subito alle armi, e con grosso 
numero di soldati vennero ad assalire i Padovani, che s'erano 
trincerati entro il villaggio nominato la Tomba. Questi ebbero 
la peggio, con molta strage di gente. I superstiti, in numero 
di soli trecencinquanta, furono condotti prigionieri a Rialto. 
Ma ben presto ricuperarono la libertà, perchè il Comune di 
Padova reputò saggio consiglio di mandare ambasciatori al 
doge, a trattare di pace, obbligandosi a ristabilire le cose nel 
primitivo loro stato. 



LIBRO IV, CAI>0 X 



Anche di questa vertenza fu parlato di poi (nel 1216) in 
occasione del trattato allora solennemente stipulato (1). 



CAPO X. 
Il vescovo di Padova san Bellino Bertrando. 



Nel tempo della progressione di questi avvenimenti, reg- 
geva la chiesa di Padova il vescovo san Bellino; padovano 
della famiglia Bertranda; — e non tedesco, come erronea- 
mente alcuni lo dissero, sino a scolpirne la favolosa supposi- 
zione nell'epigrafe collocata presso l'urna, che ne racchiude la 
salma, in san Jacopo di Fratta. La quale menzogna fu smen- 
tita dal Brunacci (2), che n'ebbe in mano gli autentici do- 
cumenti. 

Di questo vescovo conservano molte memorie gli atti de- 
gli archivi ecclesiastici. Alcune opportunamente ne devo ricor- 
dare. — Nell'anno 1131, agli 11 di gennaio, donò al monastero 
di santa Croce di Campese tutta la decima di quell'anno (3). 
— Nell'anno seguente, a' 23 di settembre, concesse al mona- 
stero di san Cipriano di Murano le decime del villaggio di 
Conche, con diritto di feudo (4). — Nel 1133, a' 18 di luglio, 
cede al suddetto monastero di santa Croce tutti li temporali 
diritti, che spettavano a lui sopra i beni di esso, riservandone 
a se i soli parrocchiali (5). — Altre memorie di lui si hanno 
anche nel 1141; nel qual anno, a' 9 di giugno, è nominato in 
un istrumento, stipulato in Pieve di Sacco tra i procuratori 
della chiesa di santa Maria della Carità di Yenezia, ed un 

(1) Vcd. il cap. vii. del lib. V. 

(2) Epitome Erri. Patav. 

(3) L'atto di questa donazione esisteva nell'archivio del monastero di 
Poiirone, donde lo trasse il Verri {Islor. degli Ezzel. tom. Ili, pag. 30, do- 
cum. XVIII). 

(4) Flamin. Corri. Erri. Torceìl., pari. Ili, pag. 221. 

(5) Verci, Islor. degli Ezzel., tom. Ili, pag. 33. 



ANNO 1145 — 1161 75 

Giovanni Selvabullone del fu Ambrosio ; o nell'agosto del mede- 
simo anno consecrò la chiesa di sant'Agostino di Bovolenta, e 
confermò ad essa le decime, che le aveva donato il suo ante- 
cessore Milone (1). Egli morì martire, per avere sostenuto i 
diritti dell'ecclesiastica immunità. La sua morte è avvenuta 
a' 26 novembre 1147, mentre per affari della sua Chiesa reca- 
vasi da Padova a Fratta, nel Polesine di Eovigo. Vi fu chi lo 
disse invece reduce da Roma : ma quest' asserzione è smentita 
da un documento del giorno 23 dello stesso mese; nel qual 
giorno trovavasi a Padova e donava ai canonici della sua cat- 
tedrale le decime del villaggio di Calcinara. 

Da un documento dell'archivio canonicale di Vicenza, del 
24 luglio 1148, è fatto palese, che il vescovo Giovanni Kazo, 
successore di san Bellino, investì di tutta la decima del suo 
terreno il feudatario Ponzio da Braganze; ed un altro docu- 
mento del 6 ottobre 1161 ci fa sapere, che questo vescovo: 
strinse coli' imperatore Federigo Barbarossa un patto di con- 
cordia, sul proposito della Pieve di Sacco e di altri luoghi (2). 



CAPO XI. 

Padova 'prende parte alla lega Lombarda. 

Nel patto di concordia testé commemorato devesi scorgere 
un primordio dell' alleanza, che l' orgoglioso Barbarossa andava 
preparando contro la repubblica di Yenezia, di cui a mal in 
cuore soffriva il prosperamento e la possanza.. E coi Padovani 
gli si collegarono anche i Ferraresi, i Vicentini, i Veronesi; 
i quali però ; non guari dopo, inquietati dalle violenze dei mi- 
nistri imperiali, se ne sciolsero, e formarono invece una con- 
federazione contro Federigo. 

Tra le prime città, che si sollevarono e scacciarono i go- 
vernatori imperiali, furono Padova, Treviso, Vicenza e Verona; 



(1) L'originale in pergamena è nell'archivio capitolare. 

(2) Il docum. è portato dal Muratori, Anliq. med, aevì, tom. VI, p. 213. 



76 LIBRO IV, CAPO XI 

ed a queste poscia tennero dietro quelle della Lombardia (1), 
Questa fu detta lega Lombarda, perchè molte delle città di 
Lombardia, vi si associarono ; ed a queste presero parte anche 
i Veneziani. 

La repubblica, associandovisi, seguiva una delle massime 
della sua invariabile politica ; di tenere cioè lontana a quanto 
essa poteva, la vicinanza della potenza degl' imperatori dai 
proprii confini. Dopo infatti la sconfìtta del Barbarossa all'as- 
sedio di Ancona, il primo slancio dei popoli del medio evo 
verso la libertà nazionale fu questa lega; ed appunto l'alleanza 
di Venezia con popoli, che tendevano a ricuperare la loro in- 
dipendenza, quanto da un lato accresceva le forze di quelli, 
altrettanto ne attestava dall'altro la legittimità dei diritti. 

Non v' ha dubbio, che la lega lombarda non sia stata uno 
di quegli avvenimenti, che più d' ogni altro si avvicinasse alle 
aspirazioni dell'Italia del nostro secolo. Tutte le principali 
città mandarono i loro deputati a sottoscriverne il trattato : 
né Padova fu da meno, partecipando anch'essa alle prospere 
conseguenze di queir accordo (2). Ciò avveniva il dì primo del 
dicembre 1167. 

Né sarà qui inopportuno il commemorare come in Padova 
fosse amministrata in questi tempi la giustizia e si definissero 
le liti (3). Da Carlo Magno in poi s' era introdotto V uso, che 
il principe mandasse a Padova i suoi vicarii o messi, i quali 
sedevano una volta la settimana, assistiti dai primarii della 
città; ed udite le ragioni dei litiganti ed esaminati i testimoni, 
se ve n'erano, veniva ricercato ciascuno degli intervenuti a 
pronunziare il proprio parere ; e chi dei contendenti aveva più 
voci in favore ne riesciva vincitore. Ma più tardi, reputandosi 
pericoloso questo modo sollecito di giudicatura, ne fu intro- 
dotto un altro, forse più pericoloso del primo. Ognuno dei li- 
tiganti prendeva a suo servizio un bravo o campione, ed an- 
dava col suo avversario fuori della porta di santa Croce ; in 

(1) Ved. il Gennari, luog. cit. pag. XLVI. 

(2) Il trattato di questa confederazione è inserito nelle Antichità del me- 
ilio evo, pubblicate dal Muratori, Dissert. XLVIII. 

(3) Ongarello, cap. XII del lib. II. 



ANNO 1161 — 1167 77 

un luogo detto lo stagnato, ed ivi i campioni si azzuffavano 
con armi di corame, con masse ferrate, ed i bravi combatte- 
vano a pugni. Colui, del quale il campione o il bravo soccom- 
beva, aveva perso la lite. Campioni dicevansi quelli, che ma- 
neggiavano le armi : bravi coloro che lottavano a pugni. I 
primi erano pagati più dei secondi; ed il loro salario era tas- 
sativamente fissato dallo Statuto del Comune. 



LIBRO Y. 



Balla lega lombarda contro Federigo Barl»arossa 
(aia. iflG?) sino alla lega col patriarca di Aqui- 
leja contro i Trevigiani (an. !££©). 



CAPO I. 
Guelfi e Ghibellini 'padovani. 

Le fazioni de' Guelfi e Ghibellini avevano ormai comin- 
ciato a disturbare la civica armonia anche tra i Padovani. Ed 
era cosa veramente lagrimevole, che, mentre una confederazione 
legava in alleanza reciproca le città della Lombardia e delle 
Marche di Verona, e di Trevigi, di cui Padova faceva parte ; 
i cittadini di essa coltivassero a vicenda feroci animosità e si 
abbandonassero tra loro ai più vituperevoli eccessi. Taluni in 
Padova, per isplrito di fazione, giunsero persino a gittare fuoco 
nelle case dei loro avversarli; lo che fu cagione di orribile 
incendio, che nel 1174 consumò due mille seicento quattordici 
case, tra cui non pochi dei migliori edifizii (1). 

Sino dall'anno 1148 era vescovo di Padova, come disopra 
ho notato (2), Giovanni Kazo o Cacio, il quale, in mezzo al- 
l'enorme sconvolgimento delle pubbliche cose, procurava a 
tutto suo potere di calmare gli animi e si diportò veramente 
con grande prudenza e fece de' buoni provvedimenti. Nulla 
però potè ottenere con la sua adesione al Barbarossa, da cui 

(1) Gennari, Informazione, ecc. pag. XLVIII. 

(2) Nella pag. 75. 



80 LIBRO V, CAPO I 

anzi abbiamo veduto staccarsi tutte le malcontente città, per 
formare la proclamata lega lombarda. 

Al vescovo Giovanni era succeduto, nel 1169, Gerardo 
Maxostica, detto anche degli Offreduzzi, di nobile famiglia pa- 
dovana. Tra gli atti, che si conservano del suo tempo, devo 
ricordare, che nel detto anno, il dì primo di giugno, rinno- 
vava alle monache di santo Zaccaria di Venezia la donazione 
delle decime dei possedimenti di loro proprietà, che avevano 
nel territorio di Monselice (1). 

Non sarà inutile il commemorare, che da un'annotazione, 
scritta in calce di un vecchio evangeliario del capitolo della 
cattedrale, ci è fatto conoscere, che in questo tempo (an. 1170) 
i canonici erano vento tto, oltre il loro arciprete. 

E poiché parlo degli atti ecclesiastici del vescovo Gerardo, 
mi sembra opportuno il continuarne qui la serie, che pur 
forma parte della storia di Padova. Meglio è percorrerla qui, 
per non intersecarla di poi con gli avvenimenti di storia me- 
ramente civile. Dai documenti infatti sappiamo, che nel 1180, 
il giorno 3 aprile, egli assisteva, come suffraganeo, ad un giu- 
dicato di Yodalrico patriarca di Aquileja (2) ; — che cinque 
anni dopo, a' 24 di agosto, decretava la demolizione di una 
chiesa, che il clero di Rovigo aveva cominciato a fabbricare, 
con pregiudizio della chiesa di san Giambattista della Costa, 
appartenente al monastero di san Cipriano di Murano (3); — 
che nel 1189, addì 27 marzo, trovavasi, con Gotefredo pa- 
triarca di Aquileja e con altri vescovi, alla consecrazione della 
chiesa di santa Maria ad carceres; nella quale circostanza il 
documento conservatoci dal Muratori (4) ci fa sapere la par- 
ticolarità, forse usata a que' tempi, che il patriarca predicò 
litteraliter, ossia in latino, e che il vescovo ne spiegava la 
predica maternaliter, cioè nel nativo dialetto degli uditori. Di 
altre delegazioni onorevoli, affidate a questo Gerardo dal papa 

(1) Presso Flamin. Corn. Eccl. Yen., alla pag. 378 dell' XI tomo, se 
ne ha il relativo documento. 

(2 De Rubeis, Monum. Eccl. Aquilejèn., pag. 620. 

(3) Flamin Corn. Eccl. Torcali, part. Ili, pag. 207. 

(4) Antiq. Esten. 



ANNO 1167 — 1175 81 

Clemente III, non parlo, perchè aliene ed estranee alla storia 
di Padova. Al più ricorderò, che nel 1175, addì l.o agosto, 
concedeva all'arciprete ed al clero di Bovolenta le decime di 
Gorgo (1) ; e che nel 1204, a' 24 di agosto egli creò vicedo- 
mino della Pieve di Sacco un Forzato figliuolo del defunto 
Transgardino (2). 



CAPO II. 

Padova è governata da 'podestà. 

Le civili discordie, cagionate dalle vicendevoli animosità 
dei guelfi e dei ghibellini, indussero i Padovani, per provve- 
dere alla quiete interna, a sostituire, nella reggenza del loro 
Comune, podestà estranei in luogo dei consoli e dei tribuni. 
Ma ciò non riesci bastevole ad eliminare i fomiti delle animo- 
sità cittadine; che anzi vieppiù crebbero dappoiché la domi- 
nazione degli Ezzelini rinvigorì l'audacia dei dissidenti, e ri- 
dusse Padova a poco a poco ad essere alla fin fine il teatro 
della feroce tirannide del III. di quella schiatta, come in ap- 
presso dovrò narrare. 

Conchìusa, l'anno 1177 in Venezia, la pace tra il Sacer- 
dozio e l' Impero, il papa Alessandro III, co' suoi buoni uffizi, 
non altro potè ottenere a favore dei Lombardi, se non una 
tregua di sei anni; e per questa ritornò in Italia generalmente 
la quiete, nel mentre che i maneggi dell'una parte e dell'al- 
tra andavano disponendo gli animi alla pace, pria che la tre- 
gua spirasse. Ma la pace non fu conchiusa che nel 1183, in 
Costanza, a' 25 di giugno ; ed intanto fu preceduta da una 
lunga serie di avvenimenti, che nella storia di Padova non 
devono essere tacciuti. 

Ho detto, che podestà estranei furono stabiliti al governo 
cittadino, in luogo dei consoli e dei tribuni. Se vogliasi prestar 

(1) Tom. V delle pergamene dell'archivio della cattedrale di Padova. 

(2) Ivi. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 6 



82 LIBRO V, CAPO III 

fede allo Scardeonio (1), il primo di questi podestà sarebbe 
stato il marchese Obizo da Este, nel 1177. Ma più diligente- 
mente l'erudito padovano Gennari (2), notò, che il primo ne 
fu invece il milanese Alberto di Ossa, il quale ne assunse la 
reggenza nel 1175. E dichiara inoltre, avere presso di sé molte 
osservazioni, colle quali si potrebbe correggere la Cronologia 
dei Reggimenti pubblicata dall'Orsato nel 1666. 

Di sopra ho detto, che la pace di Costanza fu conchiusa 
a' 25 giugno 1183 ; e Padova altresì fu nominatamente com- 
presa nel relativo trattato, di cui il Muratori ci diede il testo, 
nelle sue dissertazioni delle Antichità italiane. L'imperatore 
poi scese l'anno dopo in Italia a visitare pacificamente tutte 
le città, ch'erano state della lega lombarda. Dice la Cronaca 
Piacentina (3), eh' egli visitò da prima Milano, poi Pavia, poi 
Cremona, poi Verona, ove si trattenne a parlare col papa Lu- 
cio, ch'era succeduto ad Alessandro III. Dopo di che, proseguì 
il viaggio, recandosi a Padova, Vicenza, Bergamo, Lodi e 
Piacenza. 

CAPO III. 

Bissidii tra Ezzelino II ed i Signori di Camposampiero 
rappacificati dal vescovo Gerardo degli Offreduzzi. 

Tra le azioni illustri del vescovo Gerardo degli Offreduzzi, 
lo storico Rolandino (4), commemora la felice riuscita delle 
sue premure per distogliere da imminente zuffa militare, e 
quindi rapacificare Ezzelino il Monaco, padre di Ezzelino ti- 
ranno, coi Signori di Campo san Pietro. In questa occasione 
così parlò : 

« Chi teme Dio opera il bene, e chi della giustizia è fau- 
« tore, l'abbraccia. Queste parole diconsi di Sapienza, ed il 
« titolo n' è consentaneo. Sappiamo infatti e leggiamo nelle 

(1) Delle antichità di Padova e- suoi cittadini illustri. 

(2) Informazione, ecc. pag. XLIX. 

(3) Presso il Muratori, Rer. Hai. script, tom. XVT. 

(4) Presso il Muratori, Rcr. Ital. script, tom. Vili, pag. 174. 



ANNO H75 — 1194 88 

« divine pagine e nelle umane, molti tementi Dio e sapienti 

«avere operato il bene, avere avuto seco la giustizia; onorati 

« per verità in questa vita ne guadagnarono pei meriti loro 

«l'eterna. Perlo contrario sappiamo anche, alcuni tiranni 

« non avere avuto veruna riverenza verso Dio, essersi gloriati 

« nella loro malizia, aver fatto quanti più mali poterono, avere 

« disprezzato la giustizia, essere per lo più vissuti di rapine, 

« avere terminato nella tribolazione la vita, dati finalmente 

« alle fiamme di eterna condannazione, lacerati dai flagelli, 

« dai demonii e dai tormenti. Dov'è Faraone adesso, o Golia? 

« dove la crudeltà di Erode? dove Nerone? Perì affatto la loro 

« memoria col suono, e cancellati dal libro dei viventi furono 

« miseramente aggregati con gì' iniqui e non coi giusti. Perciò 

« esortiamo voi nel Signore e vi ammoniamo di avere dinanzi 

« agli occhi vostri Dio ed il Signore nostro Gesù Cristo e di 

« non combattere contro i vostri nepoti, figliuoli di vostra so- 

« rella (1), carne della carne vostra, acciocché non siano di- 

« strutte le ville, né siano devastate le messi, né costrette le 

« vedove, i poveri, gli orfani, a mendicare vergognosamente, 

« né dissipati gli ospitali e le sacre chiese ; ma, indossate le 

« armi della giustizia, siate militi dell' equità, propugnatori 

« di Dio e della Fede ; persuasi, che in questa vita saranno 

« prosperate le vostre azioni, e dopo avere soddisfatto al de- 

« bito della natura, sarete splendidi innanzi al tribunale di 

« Cristo e possedendo gloriosa fama in questo secolo. Noi vi 

« preghiamo poi, che per riverenza a Dio sciogliate il vostro 

« apparato, ritornando alle case vostre e rimettendo a noi ed 

« al Comune di Padova l' esame di questo fatto, e noi cono- 

« sceremo ciò che sarà consentaneo alla ragione : sopiremo 

« coli' aiuto di Dio questa lite e col dovuto fine la deci- 

« deremo. » 

Un esito felice coronò le premure del saggio vescovo; 
perchè si rappacificarono entrambe le parti e cessarono gli ap- 
parati di guerra, di cui scambievolmente si minacciavano. — 

(1) I fratelli Gerardo e Tisone da Camposampiero erano figli di Cu- 
niza sorella di Ezzelino. 



S4: LIBRO V, CAPO IV 

In qual anno precisamente ciò avvenisse, lo storico Bolandino 
noi dice: sembra per altro poterlosi dire circa l'anno 1194. 



CAPO IV. 
La famiglia degli Ezzelini. 

Padova, dopo la pace di Costanza, aveva migliorato di 
molto le sue condizioni politiche. Essa nel 1185 s'era fatta 
promotrice a rimettere in piedi la confederazione lombarda, 
giacche, tra le grazie concedute dal Barbarossa nella stipula- 
zione di quella pace, una delle principali era stata, che le città 
collegate da prima potessero a loro beneplacito rinnovarla. 
Perciò aveva ella stretto amicizia con la potentissima famiglia 
d' Onara, ch'era la famiglia degli Ezzelini, detta allora d 1 Onara, 
perchè non per anco era stata investita dell'altro feudo di Bo- 
mano, da cui fu in principalità nominata di poi. 

E qui, per maggiore schiarimento dei fatti, che sto per 
narrare, credo necessario premettere alcune brevi notizie in- 
torno questa famiglia degli Ezzelini. Baccogliamo infatti dal- 
l' Orsato, che un Alberico d'Olanda era stato investito dall'im- 
peratore Ottone III, in sul declinare del secolo decimo, della 
terra di Onara, nella Marca Trivigiana. Un Ezzelino, detto il 
Tedesco, discendente da cotesto Alberico per linea retta, aveva 
accompagnato in Italia nel 1137 il re Corrado III, il quale 
gli confermò l'investitura di Onara e lo investì inoltre anche 
del castello di Romano, ch'era similmente nella Marca Trivi- 
giana. D'allora in poi cominciarono gli Ezzelini a dirsi pro- 
miscuamente ora da Romano ed ora da Onara. Eglino' accreb- 
bero in pochi anni il patrimonio della loro casa con gli acqui- 
sti di Bassano, di Marostica e di parecchie grosse ville con- 
finanti col padovano, sicché l'unione dei loro feudi formò un 
piccolo principato. Ezzelino I, detto anche il Balbo, lo rese 
ancor più potente, maritando suo figlio a Cecilia d'Abano, 
ricca erede, già promessa a Gerardo da Camposampiero ; dal 
che provenne tra le due famiglie l'inimicizia feroce, assopita 



ANNO 119/. — 1197 



85 



di poi per lo pastorali premure del vescovo Gerardo degli Of- 
freduzzi, come ho narrato di sopra (1). — Ad Ezzelino I, il 
Balbo, successe, circa il 1180, il figliuolo Ezzelino II, detto 
il Monaco, da cui nacquero i due tiranni Ezzelino III, sopran- 
nominato il feroce, che dominò in Padova, ed Alberico, al quale 
toccò il governo di Treviso. 

E qui trattandosi di cosa molto interessante per la storia 
di Padova, reputo conveniente il dare anche l' albero genealo- 
gico di questa famiglia. 

Alberico da Romano 

I 

Ecccelino 

l 

Eccelino I, detto il Balbo 
_ _ 




\ 

Alberico Eccellino II detto il Monaco Emilia 

in in 

Adelaide in Toscana Guidolti 



( F— — T^ 



figlia J 



Adelaide Eccelino III Alberico Agnese altra 

in n. 1194 | Ansedisio 

Rinaldo d' Este ...,,....,. , ,, p^^^-.^™. 

Giovanni Alberico Romano Ugolino Eccelino tre figlie 

Poco importa il fermarci a dire del vecchio Alberico da 
Komano, e del suo figlio Eccelino, come anche del nipote Ecce- 
lino I, il Balbo. Bensì richiamano la nostra attenzione i di- 
scendenti di quest'ultimo. Figlio di lui fu Eccelino II il Mo- 
naco, primo seminatore di discordie tra i Padovani, a motivo 
della notissima Cecilia d'Abano. Egli ebbe due figliuoli. Ecce- 
lino III, il tiranno, ed Alberico. Di una figlia di lui bellis- 
sima e modestissima, s'innamorò Odoardo da san Bonifacio, 
cavaliere veronese, di sedici anni, fatto dottore di filosofia nello 
studio di Padova. L'amore tra di essi progredì sì fattamente, 
che, con promessa di matrimonio, si diedero a solazzarsi secre- 
tamele, sicché l'incauta fanciulla ne restò incinta. Odoardo 

(1) Nella pag. 92. 



S6 



CAPO V 



scorgendo, che il ventre cominciava ormai a manifestare la loro 
tresca, si adoperò per indurre la giovinetta a fuggire con lui. 
Al che non volle essa acconsentire, reputandosi non sicura in 
qualunque luogo foss'ella andata. Fuggì Odoardo, ed ella chiu- 
sasi nella sua camera, fìngendosi ammalata, prese veleno e 
morì. — Ciò abbiamo da un'antica cronaca padovana; la quale 
inoltre ci racconta le seguenti particolarità, circa la nascita e 
la giovinezza di Eccelino III. La fede ne sia presso il Croni- 
sta, il quale ce ne dà le seguenti notizie (1). 

Eccelino, figliuolo del monaco, nacque di Adelina di To- 
scana il dì 24 aprile 1194, alle ore due di notte. La madre 
in partorirlo penò dieci giorni. Nacque mostruosamente, per- 
chè nacque coi denti e con le unghie alquanto lunghe. Fu dato 
ad allattar da una balia, che aveva ucciso due mariti. Cre- 
sciuto si dilettò molto d'Anatomia, per veder la quale si por- 
tava ogni giorno nello studio di Padova, ove tale traeva pia- 
cere, quale suole gli altri fanciulli trarlo dal vedere i barn- 
bozzi. In età d! anni otto volse ammazzar Alberico suo fra- 
tello, e di dieci ferì mortalmente Cunissa (2). Percosso un 
giorno con una guanciata dal padre, determinò vendicarsene; 
onde postosi di notte tempo sotto le vesti un cortello, mentre 
passava da una camera air altra ferì suo padre; e di poi 
se ne scusò sotto pretesto che avesse voluto colpire un suo ca- 

meriero Giunto quest 1 Ezzelino in età sussistente, il di lui 

padre si ritirò in Meda, perilchè fu sopradetto il Monaco, e 
rinunciò il comando al figliuolo ecc. ecc. 

Ma si riassuma il filo della storia. Padova, come ho detto 
di sopra, s'era unita in alleanza nel 1185, con Ezzelino II per 
riattivare la confederazione italiana, a tutela della nazionale 
indipendenza. Cotesto Ezzelino fu dichiarato, poco dopo, capo- 
parte dei Lobili e dei ghibellini. Sì per le molte ricchezze e 
sì pel grande numero di castella, che possedeva sui monti Eu- 
ganei, fu considerato come il primo cittadino di tutte le repubr 
Miche vicine. 



(1) Cron. di Pad. divisa in Ire parti, mss. ined. pag. XIII. 

(2) Ch'era sua zia. 



ANNO 119* — 1197 87 

CAPO Y. 

Contegno dei Padovani nelle animosità de' guelfi e dei 
ghibellini, a cagione dei marchesi d' Este, dei conti di 
Sanbonifacio, e dei Montecchi di Verona, 

Ma convien dire, che l' alleanza di Padova con Ezzelino II 
non sia durata a lungo; perciocché abbiamo dal Muratori (1), 
che nell'anno 1197, « i Veronesi attaccarono battaglia coi Pa- 
« dovani, assistiti da Eccelino da Romano e da Azzo marchese 
« di Este e li sconfìssero con la morte di molti. » E più pre- 
cisamente lo stesso annalista narra di poi, sulla testimonianza 
di Gherardo Maurizio (2), che « i Vicentini, dopo una gran 
« rotta loro data dai Padovani e dal suddetto Eccelino, per 
« cui restarono prigionieri più di duemila di essi, ricorsero 
« per aiuto ai Veronesi, i quali con sì formidabile armata en- 
« trarono nel padovano , guastando e bruciando sino alla 
« porta di Padova, che, atterriti i Padovani , altro ripiego 
« non ebbero per liberarsi da questo turbine, che di restituire 
« tutti i prigioni : il che fatto, ebbe fine la guerra (3). » Nò 
per allora vi furono ulteriori contrasti; per la qual cosa 
i Padovani poterono attendere tranquillamente a sistemare le 
loro cose. 

Intorno a questi tempi era capo della fazione ghibellina 
in Ferrara, Salinguerra figliuolo di Torello : capo della guelfa, 
tanto in Ferrara quanto in tutta la Marca di Verona, era 
Azzo VI, marchese d'Este. In mezzo alle animosità di sì con- 
trarii partiti, poteva dirsi, non che difficile, poco meno che im- 
possibile, che lungamente durasse la concordia. Ed infatti, mal 
soiferendo il marchese Azzo, che Salinguerra avesse fortificato 
la Frotta, castello ai confini de' suoi stati, gli e lo prese e lo 

(1) Annal. d' Hai. 

(2) HisL, nel tom. Vili Rer. Ital Script. 

(3) Narra questo fatto anche il Rolandino; ma posticipandolo di due 
anni. 



88 LIBRO V, CAPO V 

dirupò (1). Di qua ebbero principio infinite dissensioni, che 
seguirono poscia tra loro. Nel 1207, entrò la discordia anche 
in Verona, ove Bonifacio, conte di Sanbonifacio (detto altresì 
conte di Verona, non perchè allora ne fosse governatore, ma 
perchè discendente dagli antichi conti, governatori perpetui di 
essa), guelfo com'era di partito, ebbe gravi dissapori coi Mon- 
tecchi, potenti cittadini veronesi e ghibellini (2). Venute alle 
mani le due fazioni, v'ebbe un fiero conflitto il dì 14 mag- 
gio del detto anno : i Montecchi ne furono soccombenti, sicché 
fuggendo si sottrassero al pencolo di peggiori danni. In questa 
occasione furono incendiate le case loro, le botteghe dei mer- 
catanti, e le case dei nobili dalla Carcere e di Lendinara. 

I guelfi di Verona riesciti vincitori, per meglio rassodare 
il loro partito, elessero a loro podestà Azzo VI, marchese di 
Este, il quale collegatosi col conte Bonifacio da Sanbonifacio, 
nobile e potente signore tanto in Verona quanto nel suo di- 
stretto, cominciò ad esercitare con severità il suo governo. Ma 
i profughi Montecchi, uniti col marchese Bonifacio d'Este, zio 
e nemico di Azzo, e con Ezzelino II, padre di Ezzelino il 
tiranno, poterono venire introdotti una notte furtivamente in 
Verona, e costrinsero il marchese Azzo ad abbandonare la città. 
Allora fu, che anche Salinguerra, capo dei ghibellini in Fer- 
rara, fintosi amico intrinseco di Ezzelino, cacciò da quella città 
tutti gli aderenti di Azzo ; e, senza più permettergliene l' ac- 
cesso, cominciò a farla da signore di Ferrara. Ma non guari 
dopo ne fu spodestato. Vi ritornò pochi mesi appresso, e nuo- 
vamente spogliò di quel dominio Azzo VI, marchese d' Este e 
ne cacciò in esilio tutti li partigiani. Poscia nel 1210, l'im- 
peratore Ottone IV rappacificò Salinguerra con Azzo VI, e per 
qualche tempo se ne stettero in buon accordo. Ezzelino II, 
già signore di Bassano, otteneva intanto dall'imperatore il go- 
verno di Vicenza, col titolo di vicario imperiale. Fu questo il 
primo gradino, che portò di poi il tiranno Ezzelino III, suo 
figliuolo, alla potenza a cui giunse. 

(1) Chron. Bononien., nel ioni. XVII. Rer. Hai. Script. 

(2; Parisio da Cereta, Chron. Vcronen., nel toni. Vili. Rer. Hai. Script. 



ANNO 1197 — 1214 89 

Fin qui i Padovani non avevano preso parte alcuna a 
questi dissidi : ma considerando ormai, che le discordie di 
quasi un decennio avevano ingrandito non poco di possedi- 
menti i marchesi di Este, vollero anch' eglino, al pari degli 
altri, provarsi a dilatare il proprio territorio a spalle dei loro 
vicini. Aldrovandino marchese d'Este, succeduto nella sovra- 
nità al defunto Azzo YI suo padre, erasi rifiutato dal fare 
giustizia ad alcuni padovani, insultati da' suoi. Perciò il Co- 
mune di Padova deliberò (an. 1213) di volerne soddisfazione. 
Eaccolse buon numero di combattenti, i quali andarono a strin- 
gere di assedio la sua terra di Este. V intervenne anche Ezze- 
lino II, col giovine suo figliuolo Ezzelino da Eomano. I Pa- 
dovani s' impadronirono del castello e costrinsero Aldrovandino 
a venire ad un accordo ed a prendere la cittadinanza di Pa- 
dova: — lo che importava di dovervi tenere casa aperta, al 
pari degli altri cittadini, e di dover partecipare così ai pesi 
come agli onori della repubblica. 

Tutti questi vantaggi dei Padovani giovarono anche alla 
causa della fazione ghibellina de' Montecchi, i quali da sei 
anni e due mesi erano esuli da Verona, rifugiati nella terra 
di Cereta ove creavano il loro podestà, Ma interpostosi, dopo 
questi felici successi dei Padovani, Marco Zeno podestà di 
Padova, unitamente al Comune stesso di Padova (1), tanto 
fece, che il Comune di Verona gli lasciò ritornare pacifi- 
camente. 

CAPO VI. 

Festa del Castel d'amore, in Treviso, alla quale 
intervengono Padovani e Veneziani. 

Se non che, nel seguente anno 1214, uno strano avveni- 
mento diede occasione a feroce zuffa tra i Padovani e i Ve- 
neziani, della quale in poche parole recò notizia il Muratori (2), 

(1) Chron. Esten., tom. XV. Rer. ltal Script, e Gerardo Maurisio, Hist. 
nel tom. Vili. Rer. Ital. Script. 

(2) Annui d'Ita!,, an. 1214. 



90 LIBRO V. CAPO TI 

sulla fede del Rolandino (1). Ma sull'autorità invece dei do- 
cumenti diplomatici esistenti negli archivi di Padova, e nella 
Cancelleria secreta della repubblica di Venezia (2), degg' io 
per T integrità ed esattezza storica, circostanziatamente nar- 
rare il fatto. 

In Treviso, ove l'affluenza delle dovizie aveva moltipli- 
cato la giocondità e l'allegria, solevasi celebrare una festa, 
la quale per la singolarità del suo intreccio si nominava la 
festa del Castello di amore. Era tutto propria di quell'età e 
della galanteria di que' secoli cavallereschi. Nel mezzo della 
piazza erigevasi un castello di legno, addobbato elegantemente 
di preziosi drappi, di arazzi, di stoffe d'oro e di seta, di fiori 
e di ogni altro genere di sontuosi e ricchi ornamenti. Lo di- 
fendevano parecchie delle più nobili ed avvenenti donzelle della 
città e dei dintorni, assistite da altre, che loro facevano l' uffi- 
zio di scudieri, e vestite con tutta la grazia e la delicatezza 
di una seducente eleganza. Ad assalire il castello accorrevano 
in grande gala giovani delle vicine città e di Trivigi, ed ogni 
studio ponevano per conquistar la fortezza dalle graziose don- 
zelle difesa. Solevano questi giovani distribuirsi in ischbre, 
attruppati sotto la rispettiva bandiera della propria città. Le 
armi scambievoli, con che assalitori e difenditrici combatte- 
vano, erano fiori, aranci, confetture, e precipuamente poi gen- 
tilezza e vezzi. Lietissimi suoni di soavi strumenti accompa- 
gnavano tutto il progresso di questa strana azione di guerra; 
e le difenditrici arrendevansi a quelli, che meglio avessero sa- 
puto blandirne l'animo. 

Or avvenne, che in quest' anno 1214, radunati in tre 
schiere i giovani assalitori; padovani, trivigiani e veneziani; 
la vittoria fu dei Veneziani, a cui le vezzose difenditrici si 
arresero. Eglino profittando dell' ottenuto vantaggio, entrarono 
nell'artifìziale castello e v'inalberarono il vessillo di S. Marco. 

Ciò mosse a sdegno i Padovani, i quali, reputandosi offesi 
di troppo, afferrarono la bandiera veneziana, la lacerarono, la 

(1) Chron. lib. I. cap. 13. 

(2) Lib. Pactorum J, pag. 149. 



ANNO 1214- 91 

calpestarono nel fango. Un simile insulto fatto alla bandiera, 
era fatto alla nazione; né i Veneziani lo tollerarono in pace. 
Posero mano alla spada e si scagliarono sopra gT insultatori : 
e già il delizioso trattenimento sarebbesi trasformato in san- 
guinosa tragedia, se i magistrati della città non si fossero in- 
terposti a separare le due fazioni, mettendo fine così allo spet- 
tacolo, ed intimando ad ambedue quelle schiere di partire im- 
mediatamente per le loro città. 



CAPO VII. 

Guerra tra i Padovani e i Veneziani 
per cagione di questo fatto. 

Partirono bensì entrambe le schiere; ma non rappacifi- 
cate. Entrambe ritornarono alla loro patria; ma con animo 
fermo di vendicarsene al primo incontro. I Padovani furono i 
primi ad accendere nell'animo dei loro concittadini il fuoco 
della collera, tostochè giunsero a Padova. Esagerarono le cir- 
costanze del fatto a carico dei Veneziani; ma nulla dissero 
dell'insulto alla bandiera di san Marco. Il Comune di Padova, 
male informato dal racconto di que' giovinastri, ne formò come 
un affare di stato, e deliberò di volerne dai Veneziani soddis- 
fazione con le armi. E per meglio riuscire nell' impresa, sol- 
lecitò a collegarsi co' suoi anche i Trivigiani, perciocché offesi 
dai Veneziani nella violata ospitalità e nel disturbato loro di- 
vertimento. 

Anche Wolchero (1) patriarca di Aquileia entrò nella lega, 
se non col somministrare soldati, almeno col fomentarvi la 
rabbia, perchè aveva anch' egli i suoi antichi rancori coi Ve- 
neziani, ed ognuno alla sua volta cercava il momento di far- 
sene ragione . Secondo il barbaro costume di quei secoli , 



(1) Non già Bertoldo, che fu successore di Wolchero, due anni dopo 
conchiusa la pace. Wolchero possedè quella cattedra patriarcale dal 1204 
al 1218. 



92 LIBRO V, CAPO VII 

promulgarono i collegati una legge di rappresaglia, per cui 
non eravi cosa del nemico, la quale potess' essere immune da 
insulto. 

I Veneziani d'altronde, ritornati in patria quei giovani 
vincitori, non diedero alcun peso ai racconti di questi ; valu- 
tarono il fatto nulla più che un effetto di giovanile impru- 
denza, nò tampoco inclinarono l'animo a sentimenti di vendetta. 

I Padovani e i Trivigiani formarono con le loro truppe 
un grosso corpo di armata; entrarono nel territorio veneziano, 
lo saccheggiarono, e piantarono il loro campo dinanzi alla 
torre o castello delle Bebbe, ove un secolo addietro avevano 
avuto i Padovani occasione di contrasti coi Veneziani (2)/ Il 
castellano delle Bebbe ne diede subito avviso al doge, eh' era 
allora Pietro Ziani, il quale diede gli ordini opportuni, perchè 
fosse provveduto alla difesa del castello, a tenore delle circo- 
stanze. Ma poiché la stagione, con l' ingrossamento delle ma- 
ree, ed il maremmoso terreno, su cui s'erano accampati gli 
assalitori, formavano di per so insuperabile ostacolo ai pro- 
gressi di questi; perciò il -Comune di Venezia non si curò di 
altro se non di armare barche leggere, che avrebbero preso 
alla lor volta i nemici, siccome pesce nella rete. Sapevano i 
Veneziani, che quel terreno sarebbe stato, tra non molto, alla- 
gato da repentina marea: e lo fu realmente. Era in sul 
finire del marzo o in sull' incominciare dell'aprile, quando un 
gagliardo fortunale da silocco ingrossò il mare per guisa, che 
il campo dei confederati ne rimase allagato. Spinsero allora i 
Veneziani la loro armatetta frammezzo agli accampamenti, ed 
ivi, senza farvi alcuna strage; — perchè il nemico, circondato 
dall'acqua e da un terreno acquinitroso, non era in grado di 
salvarsi neppur con la fuga; — vi fecero quattrocento pri- 
gionieri e s' impossessarono di tutti gli stendardi. 

I Padovani allora e i Trivigiani si trovarono costretti ad 
implorare la pace : né i Veneziani furono tardi a concederla, 
non volendo, che per una cagione sì frivola si avesse a pas- 
sare più oltre a maggiori ostilità. Pretesero bensì, che dai 

(2) Ved. addietro nella pag. 69. 



ANNO im 



1216 93 



Padovani fosso loro consegnato Jacopo da sant'Andrea (1) e 
con esso venticinque altri, ch'erano stati autori e complici 
dell'insulto fatto in Trivigi. Tutti questi furono posti in car- 
cere a disposizione del doge: i quattrocento prigionieri, tranne 
questi, furono rimandati alle loro case. Ma poiché la repub- 
blica di Venezia non cercava una vendetta, ma contentavasi 
di una soddisfazione, rimandò a Padova, in capo ad alcuni 
mesi, anche gli altri prigionieri, senza esigerne alcun riscatto. 



CAPO Vili. 
Trattato di pace tra Venezia e Padova. 

La pace fu conchiusa il giorno 21 aprile 1216. In essa 
furono comprese nominatamente le altre controversie, che lun- 
gh' esso il precedente secolo avevano promosso litigi e guerre 
tra Padovani e Veneziani; incominciando dalla guerra per la 
torre delle Bebbe, nel 1110, e proseguendo sino a questa del 
Castello di amore. A questo trattato prese parte anche Wol- 
chero patriarca di Aquileja in qualità di apostolico delegato, 
per promuovere tra i contendenti la pace ; particolarmente sul 



(1) Costui è quel Jacopo, figlio della famosa Speronella, celebratissima 
a' suoi tempi per bellezza, per ricchezze e per dissolutezza ; il quale avendo 
ereditato le immense facoltà di lei ed insieme i di lei vizj, riuscì un pazzo 
de' più strani, che la storia conosca. Tra le tante stranezze, prendevasi 
spasso a gettar in taglio monete d'oro sulla superficie dell'acqua, per farle 
rimbalzare di salto, alla foggia dei ragazzi (Verri, Stor. della Marca Trivig.). 
Scaldavasi con fasci di cannella. In somma tante ne fece, che ridotto a 
povertà si ammazzò. E di lui, per l'abuso di tante ricchezze e per tanti 
vizi, parlò Dante (Inferno, cant. 13, vers. 133) cosi: 

Jacopo, duca, da sant'Andrea 

Che V è giovato di me far schermo ? 
Che colpa ho io delta tua vita rea? 

Questo Jacopo da sant' Andrea vollero prigioniero i Veneziani, probabil- 
mente per le tante sue ruberie nel territorio di essi a sant'Ilario di Fusina. 



D4 LIBRO V, CAPO Vili 

proposito di sant'Ilario di Fusina e di Chioggia, di cui ho 
parlato nelle pagine addietro. 

Non devo tacere, che nel Codice Trevisaneo, manoscritto 
della biblioteca Marciana di Venezia, si hanno tre distinti trat- 
tati, relativi a questo argomento : alla pag. 206 esiste quello 
della Pace dei Padovani coi Veneziani, ed ha la data 21 
aprile 1216; — alla pag. 205 è la pace coi Trivigiani; — 
alla pag. 209 è un trattato coi Padovani per la libertà del 
commercio scambievole. 

Ed è cosa veramente strana, che il patriarca Wolchero 
prendesse parte alla riconciliazione tra i Padovani e i Vene- 
ziani : mentre invece, come s'è veduto di sopra, egli s'era 
fatto fomentatore dei dissidii contro la repubblica di Venezia, 
di cui vedeva di mal occhio il prosperamento. Convien dire, 
ch'egli, veduto l'esito di quella guerra, abbia preferito abban- 
donare la parte soccombente, per porsi dal lato del vincitore, 
da cui non avrebbe potuto d'altronde sperare protezione o 
favore, se avesse persistito nella sua inconcludente animosità 
contr' esso. 

Quanto al trattato della pace tra le due repubbliche di 
Padova e di Venezia, preferisco il documento diplomatico, re- 
gistrato nel libro de' Patti (1), perchè di questo non può es- 
sere messa in dubbio l'autenticità. E siccome ho promesso, 
nella mia Prefazione, di dare in luce quei documenti, che, 
per quanto io sappia, non furono mai pubblicati ; così mi 
accingo tosto a darne il tenore, diligentemente copiato dal 
suindicato volume, in cui lo si conserva. Esso adunque e così : 



Pactum pacis et concordie facte Inter veneciam et paduam. 

« In nomine domini dei nostri Jesu Christi Amen, ab ejus 
« nati vitate millesimo, ducentesitno. sextodecimo. Indictione 
« quarta, die nono intrante Aprili. Contingere sepe solet ut 
« quos sincera diloctio retinet levis occasio efficiat inimicos et 

(1) Poeta I, della Cancelleria secreta, cart. 149. 



ANNO 12U — 1216 95 

« sociata dilcctio fomitis nocessariis destituta ad motum pro- 
« lixe indignationis incandeat. Quare laborandum partibus est 
« et modis omnibus satagendum ut amorem in pristinum re- 
« spirantem ad plenam familiaritatem admittant. ne consueta 
« dilectio que familiaritatis suscipere solet incrementum dis- 
« suetudine penitus insolescat. Cum igitur instigante diabolo 
« occasione ludi tarvisinos inter venetos et paduanos werra (1) 
« non modica fuisset suborta. et dominus W. (2) dei grafia 
« Aquilegensis patriarcha. et deiegatus. domini pape ad ipsam 
« pacificanclam devotus laborasset auctore domino qui litigiis 
« salutarem quando vult finem imponit ex ipsa guerra. 

« Nos bonifacius Widonis de Wizando potestas padue cum 
« officialibus nostris et Consilio coadunato ad sonum campane 
« et conlaudatione populi padue ad pacem et concordiam ta- 
« lem cum vobis domino P. Ziani inclito duce venecie. dalma- 
« tie atque chroatie et domino quarte partis et dimidium to- 
« tius imperii Romanie et comuni venecie pervenimus qualem 
« pagine hujus scriptura hic inserere manifeste demonstrat. In 
« nomine patris. et filii et spiri tus sancti amen. 

« Talis est pax et concordia inter vos dominum ducem 
« et comune venecie per vos et partem vestram et Nos su- 
« prascriptum potestatem et comune padue et paduanos per 
« nos et partem nostrani quod vicissim inter nos facimus pa- 
« cem et finem de werra et maleficiis werre inter nos habite. 
« videlicet homicidiis, vulnerationibus, captionibus. iniuriis. 
« dampnis. in rebus et possessionibus hinc inde illatis. salvis 
« tamen possessionibus. fructibus et redditibus et rationibus 
« et termini s possessionum utrinque integra et illesa debent 
« restituì, et salvis pecunia et rebus omnibus intromissis vel 
« ablatis utrinque negociatoribus venetis et paduanis qui tana 
« ad partes vestras quam nostras causa negociandi descende- 
« rant. salvo etiam iure et consuetudine in facto debitorum 
« secundum quod continetur instrumentis autenticis utriusque 
« partis. et hanc pacem servabimus in perpetuum sine fraude. 

(1) Guerra. 

(2) Wolcherus. 



96 

« Et si nos vel paduani vel pars nostra aliquam fecissent in- 
« ter nos vel cum aliis soeietatem cum sacramentis vel sine 
« sacramentis contra vos quod eam remittimus nobis et eandem 
« non tenebimus. et de cetero nullam faciemus soeietatem cum 
« sacramentis vel sine sacramentis que faciat contra istam pa- 
« cem. et a converso vos domine dux et successores vestii 
« facient. Veneti securi sint et salvi in padua et paduaaa. in 
« personis et rebus, secundum consuetudinem quam prius ha- 
« buerunt. Paduani vero in Yenetiis similiter securi sint in 
« personis et rebus et salvi, secundum cousuetudinem quam 
« prius habuerunt et salvis dationibus salis et maris et con- 
« suetis dationibus. Paduani nulla bona sua dicant si aliena 
« sunt. ad auferendum per hoc jus vestrum et comunis venetie. 
« Omnes mercatores volentes venire et abire venetias per pa- 
« duanam permittemus venire et redire, et non impediemus 
« eos aliquomodo in personis vel rebus, nisi sint nostri mani- 
« festi inimici. Nec vos contra nos. nec nos contra vos bannum 
« aliquod faciemus. 

« Nos quoque potestas suprascripta et comune padue et 
« paduane iuravimus istam pacem et omnia ordinamenta su- 
« perius comprehensa firma tenere et observare et observari 
« facere. et poni fecimus hec omnia ordinamenta in nostri» 
« statutis ita quod nec per contionem nec per aliquod consci- 
« lium nec aliquo alio modo auferantur de ipsis statutis nec 
« aliquo modo auferri permittemus vel consentiemus. et sin- 
« gulis annìs quando potestas mutatur vel habentes regimen 
« civitatis padue iurabunt omnia firma tenere et observare. et 
« fecimus et ipsi facient omnes iurare a quatordecim annis 
« superius et a septuaginta inferius quod omnia predicta ob- 
« servabunt imperpetuum. Vos autem domine dux et succes- 
« sores vestri hoc ipsum servare iurabitis. Ea vero que a pa~ 
« duanis veronensibus fuerunt tulta et a venetis soluta qua 
« fuerant libr. ven. DCCLXX. si remissa non sunt paduanis 
« a venetis vel a veronensibus per specialem securitatis car- 
« tam exinde factam restituantur. si autem sicut dictum est 
« sunt paduanis a venetis vel a veronensibus remissa non re- 
« stituantur. Jacobus a sancto Andrea juret stare mandatis 



ANNO 12U — 1216 97 

« vestris domine (lux (1). Questionem burgi sancti Yllarii et 
« contentionem sancti Cipriani et Clugie cum paduanis supra- 
« scriptus dominus patri archa in se servavit ad faciendum inde 
« quod sibi videbitur et quicquid inde fecerit faciet cum con- 
« scilio et voluntate domini episcopi mantuani. De padua in- 
« terfuerunt ludo tarvisii viginti quinque quos vos domine dux 
« volueritis iurabunt stare mandatis vestris. Raubaria quam 
« paduani nuper fecerunt in babia quibusdam mercatoribus 
« francigenis reddatur. Illi qui ab utraque parte in vinculis 
« detinentur sue libertati reddantur ita tamen quod jurabunt 
« et promittent. quod nullomodo malam vicem vel malum carn- 
ee bium alicui homini prò comuni vel prò diviso de aliquo in- 
« comodo vel contrario seu danno quod sit eis factum reddent. 
« Et iurabunt omnia alia ordinamenta observare secundum 
« quod debent facere et fecerunt homines de terra sua. 
« Actuni in padua. In comuni palacio. 



L.S. 



Ego homobonus sacri palatii tabell. Jussu potestatis 
et officialium suorum Scrissi. 



S. T. Gabriel Scriptor sacri palacii notarus. Autenticum 
hiijus vidi et legi nec addidi nec miniti nisi 
quod in eo inveni. ideoque fideliter exemplavi. 
et propria manie mea firmari atqiie subss. 



CAPO IX. 

Narrazione autentica dell' avvenuto in Treviso, nel 1214. 

Nel sopraccennato libro de' Patti, in seguito al trattato 
di pace, di cui ho portato fin qui il tenore, si legge narrato 
circostanziatamente l'intiero progresso del fatto, ivi trascritto 
ufficialmente da una cronaca padovana contemporanea; e questo 

(1) Ecco il celebre Jacopo da Sant'Andrea, commemorato di sopra 
nell'annot. 1, pag. 93. 

Cappelletti. Storia di Padova I. 7 



98 LIBRO V, CAPO IX 

pure io reputo mio dovere dar qui in luce, perchè non so, 
che sia mai stato pubblicato (1). 



Exemplatus est hic ludus ex cronica Paduana de quo su- 
bortum est bellum atrox inter paduanos et Venetos in ca- 
vitate Tarvisij, ex quo bello confecta et conclusa fuit pax 
svtprascripta. 

« Post hoc seguenti tempore anno scilicet domini mccxiiij. 
« Albizus Florensis erat potestas in Padua, qui fuit vir pru- 
« dens et discretus curialis tractabilis et benignus et cum fo- 
« ret in regione sapiens, dominabilis et astutus, iocos tamen 
« et solatia diligebat. tempore cuius potestatis ordinata est 
« quedam curia solatij et letitie in civitate Tarvisij ad quam 
« invitati sunt quamplures milites et pedites paduani. Fuerunt 
« illic etiam convocate ad illam curiam decorandam circa xii 
« domine de nobilioribus et pulcrioribus magnisque ludis ido- 
« neis, que tunc in Padua sunt reperte. Fuit autem huiusce- 
« modi curia sive ludus. Factum est quoddam ludricum ca- 
« strum in quo posite sunt domine cum virginibus sive domi- 
« cellabus et servitricibus earumdem , que sine alicuius viri 
« auxilio castrum prudentissime defenclerint. Fuit et castrum 
« talibus munitionibus undique premunitum, scilicet variis et 
« griscis et cendatis purpuris zametis et ricellis. scarletis et 
« baldachinis armerinis quod de coronis aureis cum grisolitis 
« et iacintis topacijs et sinaragdis, piropis et margaritis omnis- 
« que generis ornamentorurn quibus dominarum capita tuta 
« forent ab impetu pugnatorum. Ipsum quoque castrum debuit 
« expugnari et expugnatum fuit huiusmodi telis et instrumen- 
« tis. videlicet. pomis datilis et muscatis tortelis piris et co- 
« thonis, rosis lilys et violis. similiter ampulis balsami aphij 
« et aque roso, ambracanfora cardamomo cinamomo gariofalis 
« melegetis cuntis imo florum vel specierum generibus que- 
« cumque redolent vel splendescunt. De venetiis etiam inter- 

(1) Poeta I, della Cariceli. Secr., cart. 150. 



ANNO 1214 — 121C 99 

« fuerunt huic ludo viri multi et plures domine propter hono- 
« rem curie exliibendum et habentos ipsi veneti s. Marci spe- 
« ciosum vexillum, prudenter et delectabiliter pugnaverunt. 

« Oriuntur autem de bonis principiis alienando multa di- 
« scordia. dum namque Veneti ludentes certarent cum Padua- 
« nis ad castri portam primitus subintrandam hinc inde surre- 
« xit discordia et que utinam non fuisset. Yenetus quidam 
« non sapiens tenens sancti Marci vexillum vultu torvo et ira- 
« cundo insultavit in Paduanos, quod videntes Paduani quidam 
« man uni violentam in sancti Marci vexiflum iniecerunt et 
« inde partem aliquam lacerarunt quod veneti tulerunt valde 
« moleste et indignanter. Divisa itaque continuo est curia sive 
« ludus iussu aliorum rectorum curie et domini Pauli de do- 
« ctis viri clarissimi et discreti cuius paduani qui tunc rex mi- 
« litum erat in padua. cui etiam cum aliis rectoribus causa 
« honoris concessum erat in ipsam qui haberet arbitri um et 
« ordinationes dominarmi! et militimi totius curie sive ludi. 
« Fuit autem hic ludus de quo dici potuit ludus cum genuit 
« trepidimi et iram, ira truces inimicitias et funebre bellum. 
« Nani tempore procedente crevit adeo discordia inter Padua- 
« nos et Venetos qui sunt morcimonia interdicta hinc inde cu- 
« stodita confinia nfc-qmd de una terra ad alteram portaretur, 
« raubarias et violentias exercuerunt et sic denuo crevit di- 
« scordio. ..et-gaera fet inimicitia capitalis. » 

Qui finisce la narrazione, trascritta dalla cronaca pado- 
vana nel libro I dei Patti della Cancelleria ducale. Non devo 
però tacere, che, nel medesimo libro dei Patti, a carte 159, 
sta registrata la medesima convenzione, non però esente da 
parecchie varianti, le quali d'altronde non alterano per nulla 
il tenore del primitivo documento. Noterò soltanto, che men- 
tre nel testo, da me recato di sopra, si vede tracciato il te- 
nore nella persona del podestà e del comune di Padova, qui 
invece il documento esprime in terza persona i patti stabiliti 
tra Padovani e Veneti, ed ha inoltre una continuazione, prima 
HélYActum in padua in communi palacio. La quale continua- 
zione è questa, che qui trascrivo, e che nel libro sopraccennato 
trovasi a carte 160 : 



100 LIBRO V, CAPO IX 

« Isti inferius scripti iuraverunt pacem attendere et obser- 
« vare, ut supra legitur et tacere iurare alios de padua et pa- 
« duana bona fide et sino fraude scilicet Dnus Bonifacius Yi- 
« donis de Wigardo padue potestas. Olredicus iudex de limena. 
« necnon procuratores comunis padue. Taurellus de tanselgar- 
« dis procurator comunis padue. Grilius de bonicinis. Rugerius 
« de gnanfo. Jacobus de sancto Andrea. Caroti. Johannes de 
« vado. Andreas de Roberto. Albertus de eufreducio. Blasius 
« iudex. Olredicus de broga. et ego Homobonus notarius. 

« Actum in ecclesia sancti Georgii in alega. Testes do- 
« rainus Henricus dei gratia rnantnanus eps. dominus Jordanus 
« prior sancti Benedicti de padua. Jacobinus Widoti. Wercius 
« tempesta. Wecili de constantino. Enrigetus skerpus de tar. 
« dominus Gamboletus iudex. Yitalianus de pigolo iudex. Baia- 
« lardus de eibis. Albertinus bucadava. Yitalianus declemicis. 
« Johannes canis de burgo. Baialardus gilum de sofìa de pa- 
« dua et alii. 

L. S. Ego homobonus sacri palacii tabell. interfui. 

et jussu et voluntate predicti domini 
patriarche et potestatis padue scrip. — 

L. S. Gabriel scriptor sacri palacii not. Aulenti- 

cum Julius vidi et legi nec addidi nec 
minui itisi quod in eo inveni. Ideoque 
in isto anno et indici io ne fideliter exem- 
plari et ipsa manti mea firmari atque 
subss — 



Da tuttoeiò mi sembra poter conchiudere, che la prima 
esposizione dei patti di concordia e di pace tra i Padovani ed 
i Yeneti sia stata tracciata dal comune di Padova ed in Pa- 
dova ; quasi a preliminare della pace stessa ; — e che poscia 
ridotta in forma solenne ed autentica ne sia stato stipulato il 
contratto dalle parti stesse ; e non in Padova, ma nell' isola 
e nella chiesa di san Giorgio in Alga, eh' è nella laguna, tra. 



ANNO 12U — 1216 101 

la città dell' odierna Venezia e la terraferma di Fusina. Ed è 
a notarsi inoltre, che all'osservanza dei patti si obbligarono 
con la loro sottoscrizione il podestà Bonifacio di Guidone da 
Vigardo e i giudici e procuratori del comune di Padova; ma 
del doge dei Veneziani o di qualsiasi altro rappresentante del 
comune di Venezia non vi si vede il nome a confermazione 
od accettazione dei patti. 

E similmente il giuramento dell'osservanza dei medesimi 
non fu sottoscritto da verun pubblico rappresentante di Vene- 
zia; bensì da lunghissima serie di cittadini padovani. A tergo 
infatti della medesima pagina ove compiesi il documento, testé 
commemorato, susseguono i nomi degl'intervenuti al giura- 
mento ; in questo modo : 

Sacramenta pacis et concordie facte Inter Venetiam 
et paduani qae sacramenta paduani fecerunt. 

« In nomine domini. Anno eiusdem nativitatis millesimo, 
« ducentesimo. sextodecimo. Indictione quarta, die tertiodecimo 
« intrante aprili. Padue in palaci o comunis. Coram domino Bo- 
« nifacio Widonis da Wigardo padue potest. Jacobo de carra- 
« riis. Jacobo de ariento indicibus de bonon. Jacobo de molino. 
« theophylo geno. Cardinali georgio. Petro mauroceno. Angelo 
« iulio. Stephano viadro de venetiis. 

« In comuni conscilio padue ad sonum campane congre- 
« gato. omnes infrascripti iuraverunt servare pacem et concor- 
« diam venetis. ut continetur in instrumento suprascripto per 
« homobonum notarium supradictum. » 

I nomi degl' intervenuti, espressi con le speciali qualifica- 
zioni di ognuno, sono cinquecento ventidue (1). Poi continua 
il documento così: 

(1) Mi astengo dal trascriverli qui ad uno ad uno, per evitarne l' inop- 
portuna prolissità; benché agli amatori delle patrie antichità potrebbero 
giovare a dar notizia di tante famiglie padovane e del territorio di Padova, 
le quali vivevano a que' tempi. Non è difficile però agli archeologi il con- 
sultare, per conoscerli, il libro Pacta I della Cancelleria secreta della Re- 
pubblica di Venezia, a carte 160, a tergo e nelle susseguenti. 



102 LIBRO T, CAPO X 

« Item eodem anno die quartodecimo infrante aprili, pa- 
« due in domo domini Tisonis de campo sancti Petri. Coram 
« domino Bogato jud. Nicholao Epidioli de Wito. Albrigeto 
« de Carraria juravit observare pacem venetis secundum quod 
« predicti iuraverunt. idest secundum quod continetur in in- 
« strumento superius scripto per homobonum not. 

« Item die quintodecimo exeunte dicto mense aprili in 
« dieta domo, coram domi ni s Olderico de limena et Ugolino 
« judicibus. Aicardo de Acedello. Alberto papadulla et aliis. 
« — Dominus Dalemaninus de Padua juravit sicus dominus 
« Jacobus predictus de Carraria. 

CAPO X. 

Anche coi Trivigiani fermano i Veneti patto di pace 
e di concordia,. 



Benché le dissensioni, che cagionarono la guerra tra Pa- 
dova e Venezia, non avessero direttamente coi Trivigiani al- 
cuna conseguenza; pur non di meno un trattato di pace e di 
concordia fu conchiuso anche con essi, acciocché la buona ar- 
monia coi popoli vicini rassicurasse la pace sempre più e la 
tranquillità anche della veneta consociazione. Perciò, nel me- 
desimo libro I de Patti, si trova, in seguito ai documenti fin 
qui recati,, anche la stipulazione di questa pace tra Veneti e 
Trivigiani (1). Credo conveniente perciò inserire anche di que- 
sto il tenore, eh' è così: 



Pactum pacis et concordie Inter venetiam et civitatem tarvisiL 

« In Christi nomine. Anno domini m.cc. sextodecimo. In- 
« dict. UH. In nomine patris et filii et spiritus sancti. amen. 
« tenor pacis et concordie facto inter dominimi Petrum Zia- 
« num ducem venecie. et venetos ex una parte per se et suam 

(1) Lib. I Pact., cart. 162 a tergo, e seg. 



ANNO 1216 103 

« partem. ot inter Vercium tempestam et Jacobinum de Wi- 
« doto et ceteros habentes regimen civitatis tarvisii et tarvi- 
« sanos ex altera, per se et suam partem per dominum W. (1) 
« dei gratia aquilegensis patriarcham exdelegatum domini pape: 
« ut in litteris ejus vidi talis est. quod. ipsi vicissim inter se 
« fecerunt pacem et finem de werra et maleficiis werre habita 
« videlicet homicidiis. vulnerationibus . captionibus . iniuriis. 
« dampnis in rebus et personis bine inde illatis. salvis tamen 
« possessionibus. fructibus. et redditibus et racionibus ac ter- 
« minis possessionum utrinque intromissis a tempore quo fuit 
« inceptus ludus Tarvisii huc usque : quod omnia utrinque in- 
« tegra et illesa debeant restituì et salvis pecunia et rebus 
« omnibus intromissis vel ablatis utrinque negociatortìms ve- 
« net. et tarv. que tam ad partes venetorum. quam tarvis. 
« causa negociandi defenderant salvo etiam iure et consuetu- 
« dine in factis debitorum secundum quod continetur in instru- 
« mentis autenticis utriusque partis. et quod banc pacem ser- 
« vent in perpetuimi sine fraude. et si tarvisini per se vel cum 
« aliis fecerint societatem cum sacramentis vel sine sacramen- 
« tis contra venec. eam sibi remittunt et eandem de cetero 
« non tenebit. et de cetero nullam facient societatem cum sa- 
« cramentis vel sine sacramentis que faciat contra istam pa- 
« cem. et econverso dominus dux. et sui successores facient. 
« Yeneti securi sint es salvi in Tarvisio et tarvis ana in per- 
« soais et rebus secundum antiquam consuetudinem salvo quo- 
« que quadragesimo quod ipsi tarvisani solvere debent. Tarvi- 
« sini vero in venecia similiter securi sint et salvi in personis 
« et rebus secundum antiquam consuetudinem quam prius ha- 
« buerunt. salvo quoque quadragesimo quod ducatui venetor. 
« solvere debent. et salvis dationibus similiter salis et maris 
« et consuetis dationibus. mercatores omnes volentes per tar- 
« visium et tarvisanam venire venecias et habere similiter. 
« tarv. non impedient ne eorum sint manifeste inimici, nec 
« veneti contra tarvisanos nec tarvisani contra venetos inter 
« se aliquod facient bannum . Potestas quoque tarvisii et 

(1) Wolcherum. 



104 LIBRO V, CAPO X 

« comune tarvisanura et tarvisanenses iurent istam pacem et 
« omnia que supra scripta sunt secundum ordinem superius 
« comprehensum firma tenere et observare et observari facere. 
« et ponent omnia predicta ordinamenta in suis statuti s ita 
« quod nec per concionem nec per aliquod consilium nec alio 
« aliquo modo auferent de suis statutis nec auferri aliquo modo 
« permittent vel consentient. et singulis annis quando potestas 
« mutatur vel habentes regimen civitatis tarvisii iurabunt 
« omnia supradicta secundum ordinem superius conprehensum 
« firma tenere et observare. et quod facient omnes iurare a 
« xnrj. cLm annis supra. et a lxx inferius. quod omnia predicto 
« in perpetuum observabunt. 

« Domnus autem dux et successores sui. iurabunt hanc 
« pacem servare, quam pacem et omnia ut superius legitur. 
« predicti Wercius tempesta et Jacobinus de Widoto. et We- 
« celus de constantino. et Johannes de domina ita. et Alber- 
« tinus de minigoldo. et Johannes buca, et Rambaldus rubeus. 
« et Henricus de girardo. et Auliverius frater baroncini et Pe- 
« lagius de domo, et Walpertinus filius nassiwerre de vidoro. 
« et Sigo de bava iuraverunt attendere et observare. et quod 
« bona fide et sine fraude facient homines de tarvisio et de 
« tarvisana hoc idem jurare. 

« Testes interfuerunt. 

« Dominus Benedictus dei gratia mantuanus episcopus. 

« Dominus Benedictus archidiaconus aquilegensis. 

« Dopnus gordanus. 

« Johannes bonctus iudex. 

« Blasius iudex. 

« Vitalianus de pigolo. 

« Actum est hoc in sancto Georgio in Aliga, die sabati 
« Villi intran te Aprili. 

W. aquileg. patriarchi interfui et subscripsi. 

L. S. Gabriel scriptor sacri palacii notarius Jutmticum 
huhis vidi et legi nec addidi nec minili nisi quod in 
eo inverti. Ideoque in isto anno et Indictione fideliter 
exemijlavi. et propria manu mea firmavi atque subss. 



ANNO 121C — 1220 105 



CAPO XI. 

Contegno dei Padovani nelle discordie esterne 
delle comunità limitrofe. 

Dopo conchiusa la pace, di cui s' è parlato fin qui, l'ar- 
monia coi Veneziani e la buona corrispondenza non fu per 
qualche tempo rotta palesemente. Bensì le discordie esterne 
delle città circostanti giovarono indirettamente all'ingrandi- 
mento della possanza e del buon nome della repubblica di Pa- 
dova. Sappiamo infatti dal Rinaldi (1), che nell'anno 1220 il 
popolo di Trivigi aveva dato il guasto alle diocesi di Ceneda, 
di Belluno e di Feltre, a cagione di gravi discordie dei Ce- 
nedesi con la potente famiglia dei da Carni n. E le cose erano 
andate tant' oltre, che, sorpreso a tradimento dai Trivigiani il 
vescovo di Belluno, Gerardo de' Taccoli, lo avevano trucidato 
a furia di popolo, l'anno 1197. Nel qual anno furono unitele 
due diocesi di Belluno e di Feltre sotto un solo vescovo, « col- 
« l' oggetto (dice il Doglioni (2) storico bellunese) che con- 
« giunti gli animi e le forze di ambedue queste città, potes- 
« sero essere meglio difese le ragioni delle due Chiese, le 
« quali senza che F una venisse all' altra né incorporata né 
« resa soggetta, da un solo vescovo dovevano essere gover- 
« nate. » Non fu dunque, che il popolo di Trivigi uccidesse 
i vescovi delle due ultime città; come, sulla fede del Rinaldi, 
scrisse il Muratori (3); né che ciò avvenisse circa l'anno 1220; 
perchè il solo vescovo di Belluno, ventitré anni avanti, era 
stato ucciso ; e perchè, lui morto, quello stesso Drudo vescovo 
di Feltre, il quale già da più di venti anni possedeva quella 
Chiesa, diventò vescovo di entrambe e visse sino al 1200. Tut- 
tociò dunque, di cui ci dà qui notìzia il Muratori, circa i due 
vescovi di Belluno e di Feltre, non si ha da intendere, che 



(1) Raynald, Armai. Enel. 

(2) Notizie {storiche e geografiche della città di Belluno, pag. 13. 

(3) Annal. d' Ital, an. 1220. 



106 LIBRO V, CAPO XI 

del solo vescovo Gerardo, con cui nulla aveva a che fare 
Drudo vescovo di Feltre. E si noti, che quei vescovi allora go- 
devano il dominio temporale della loro città. Perciò, non due, 
ma uno solo, il vescovo Drudo, esercitava giurisdizione su Bel- 
luno simultaneamente e su Feltre. 

Ora ; considerando i Veneziani cotesto intreccio di scam- 
bievoli interessi delle città summentovate, e ponendo mente 
alle simpatiche relazioni dei Trivi giani coi Padovani, in con- 
seguenza dell'avvenuto nella civica festa del Castel d'amore, 
immaginarono possibile una reciproca alleanza dei due popoli, 
con probabile danno della propria nazionale prosperità. Deli- 
berarono perciò di stringere essi unione coi Trivigiani, perchè, 
fatti amici della repubblica di Venezia, sarebbonsi astenuti dal 
favorire le parti del Comune di Padova. Ma saputosi ciò da 
Bertoldo, patriarca di Aquileja, il quale soffriva molestie dai 
Trivigiani ; egli, per avere, ad ogni evento, un valido appog- 
gio, e sebbene fosse principe di ampio stato, nò dipendesse 
nel temporale, che dai soli imperatori, scelse spontaneamente 
di farsi cittadino di Padova, sottomettendo sé e le cose sue al 
Comune, ed offerendosi a pagare, al pari di ogni altro, tutte 
le civiche contribuzioni. 

Ne seguì ben tosto l' esempio anche Filippo vescovo delle 
due chiese unite di Belluno e di Feltre (1), per sottrarsi an- 
ch' egli dalle molestie che soffriva dai Trivigiani. 

Bertoldo, che fu anche detto Pertoldo, fece fabbricare in 
Padova un ampio palazzo (2) ; ed all' ingresso di ogni nuovo 
podestà mandava dodici de' suoi militi a giurargli obbedienza. 
Alla quale alleanza corrisposero lealmente i Padovani ogni 
qual volta ne venne occasione. 

Nò l'occasione tardò a sopraggiungere; perchè in quel- 
l'anno stesso (1220), avendo i Trivigiani portato la guerra ad 
alcune terre del patriarca, i Padovani uscirono in campagna 
colle loro truppe ed andarono sotto Castelfranco (3) terra del 

(1) Non già i vescovi di Belluno e di Feltre, come altri dissero, 
ignari della storia particolare di quelle due Chiese unite. 

(2) Altri dissero, alcuni palazzi, 

(3) Muratori, Armai d'Ital, an. 4220. 



ANNO 4220 107 

Comune di Trivigi; e questo solo movimento di guerra, por- 
tata sul suolo trivigiano bastò perchè i Trivigiani abbando- 
nassero le terre del patriarca e se ne ritornassero a casa loro. 
Ciò fu di molto onore ai Padovani e valse a renderne chiaro il 
nome presso tutte le circostanti popolazioni. 

Non era questo contegno dei Padovani se non una rinno- 
vazione di quanto i loro antenati, diciassette secoli addietro, 
avevano saputo fare a difesa dei Romani loro alleati, nelle 
irruzioni dei Galli Senoni, che minacciavano la sicurezza di 
Roma (1). 

CAPO XII. 
Cittadinanza di Padova. 

Di sopra ho detto, che il patriarca di Aquileja si fece fab - 
bricare un palazzo in Padova, e che mandava ogni anno do- 
dici militi a prestare omaggio al nuovo podestà. Era questo 
un obbligo di chi ascnvevasi, o per sua spontanea elezione, 
od in vigore di qualche patto, alla cittadinanza della repub- 
blica padovana. Con questo mezzo le città del medio evo si 
adoperavano ad indebolire la forza dei feudatarii, costringen- 
doli a dividere il loro soggiorno metà dell' anno nelle città, di 
cui avevano conseguito la cittadinanza. Si affezionavano essi 
alla vita civile e sociale, in luogo della insolente e viziosa, 
che menavano nei loro castelli e frammezzo ai villici loro vas- 
salli ; e le città godevano il vantaggio di essere popolate dalle 
incivilite genti di questi nuovi cittadini, i quali con migliore 
profitto rendevano partecipi le città della profusione delle loro 
ricchezze. 

Padova, tra i più cospicui feudatarii, che furono suoi 
cittadini, conta in ispecialità i Carraresi, i Camposampiero , 
i marchesi d'Este ed il medesimo Ezzelino III, come a suo 
tempo dirò. 



(1) Ved. nel cap. II del I lib., pag. 17. 



LIBRO YI 



Dalla lega col patriarca di Aquileja (an 1220) sino al 
principio della dominazione di Ezzelino III in Pa- 
dova (an. 1237). 



CAPO I. 

Prosperamento di Padova per la saggia reggenza 
del suo Comune, 

La felice riuscita delle mosse, fatte dai Padovani a favore 
dell' aquilejese patriarca trasse con sé, non solo un'onorevole 
estimazione della loro saggezza presso gli estranei; ma li 
animò a provvidi consigli nell' interna amministrazione, al na- 
zionale prosperamento della propria città, e della repubblica. 
Imperciocché, intorno a questi tempi e furono condotte a com- 
pimento molte fabbriche pubbliche già incominciate ed altre 
ne furono intraprese. E di queste e di quelle per la maggior 
parte ne va adorna tuttora la città. 

Si è veduto, sino dalle prime pagine di questa storia, che 
delle primissime costruzioni quasi nulla rimase (1), e che di 
quelle dei tempi romani pochissime esistono ancora (2). Le 
posteriori, che nei primi secoli dell'era nostra v'erano state 
erette, andarono rovinate dal furore dei barbari ; ristabilite e 
poscia nuovamente da' successivi barbari smantellate; sicché 
in mezzo a tante sciagure, la città offriva di sé un miserando 
avanzo di desolazione e di miseria. Ma nei tempi di cui sto 

(d) Lib. I, pag. 21. 

(2) Lib. I, cap. V, pag. 23, 



110 LIBRO TI, CAPO I 

narrando, fu condotto a termine il girone delle vecchie mura 
ornate di merli e di torricelle, con quattordici porte, ciascuna 
delle quali era sormontata da più. forte ed alta torre. Si sten- 
devano queste mura per un circuito di quasi due miglia; di 
tale larghezza da potervi camminar sopra comodamente due 
persone ; di tanta solidità da non potervisi aprire breccia con 
qual si fosse macchina od ingegno militare di que' secoli. Al- 
cuni tratti di queste mura si vedono in piedi tuttora, benché 
in più luoghi siano state abbassate, e ne siano state demolite 
le torri; ed anche delle porte, alcune più non esistono: né 
ciò per ingiuria di tempo, ma per vandalismo degli uomini. 
E tra queste demolizioni operate nel nostro secolo, quella pur 
si deplora del bellissimo cavalcavia, lavoro dei secolo XIY, 
che dal palazzo prefettizio dirigevasi al muro della città, di 
rimpetto a san Benedetto novello. 

Ma riassumendo il filo dei saggi provvedimenti, che la re- 
pubblica di Padova reputò necessarii per la propria sicurezza, 
devo ricordare l'erezione del castello di Cittadella (an. 1220) 
sui confini del suo territorio, a difesa di questo contro le mole- 
stie dei Vicentini e dei Trivigiani, e precipuamente per impe- 
dire qualunque sorpresa di questi ultimi, i quali ventanni ad- 
dietro avevano fabbricato, come frontiera del loro confine con- 
tro Padova, il castello o fortezza di Castelfranco. 

Per provvedere ai bisogni commerciali ed al decoro in- 
sieme della città, furono aperte nuove strade e nuovi canali 
navigabili, ed ordinati altresì in più luoghi dei mulini, accioc- 
ché la città, in qualsiasi evento, non avesse a trovarsi priva 
di farine, e conseguentemente di pane. 



CAPO IL 
Il grandioso palazzo della Ragione. 

Il maraviglioso edilìzio, che, secondo la comune opinione, 
ebbe principio nell'anno 1172, architetto Pietro Cozzo da Li- 
mena , fu il palazzo della giustizia , detto il palazzo della 



ANNO 1220 111 

Ragione, appunto perchè in esso rendevasi pubblicamente ra- 
gione ai cittadini. Esso è nel centro della città; in mezzo a due 
delle sue migliori piazze; fiancheggiato da grandiosi portici; 
maraviglioso, tanto per la sua ampiezza, quanto per l'arditezza 
delle sue vòlte. 

Sino dai suoi primordii, nella profonda escavazione delle 
sue fondamenta, trovò grave ostacolo per una vena o rigagnolo 
d'acqua, che a grande stento si potè asciugare. Ottenutone il 
prosciugamento, si pose mano al lavoro delle sue solide fon- 
damenta ; le quali* condotte sino al livello del suolo, furono la- 
sciate così, acciocché meglio si rassodassero, sino all' anno 1209. 
In quest'anno se ne continuò l'erezione (1), con maravigliosa 
alacrità; e sì, che nel 1219 il salone fu coperto di legnami 
con archi. 

Ma per non riassumere in altro luogo la storia e la descri- 
zione di questo colossale edifìzio, ricorderò, che nell'anno 1306, 
per consiglio od opera del valoroso architetto fr. Giovanni de- 
gli eremitani di sant'Agostino, se ne rifece ad ampia vòlta e 
con arte maravigliosa l' intiero tetto, che fu coperto di piombo. 
In questa occasione furono aggiunte le due logge laterali, 
che fiancheggiano esternamente in tutta la sua lunghezza il 
salone. 

Codesta grande sala, che si può dire piuttosto una piazza 
coperta di piombo, è di figura romboidale ; ha 300 piedi di 
lunghezza, 100 di larghezza ed altri 100 di altezza ; talché de- 
vesi reputare, a giudizio del Milizia, la più vasta sala, ch'esista 
nel mondo ; encomiata da taluni, a buon dritto, come un vero 
miracolo dell' arte. Quattro scale danno l' accesso alle due logge 
laterali summentovate. Sono esse formate a vòlto e coperte di 
piombo. Le sostengono, lungh' esso la loro progressione, para- 
Iella alla sala, 56 colonne di marmo bianco e rosso, e ne ador- 
nano il relativo pergolato, d' ambe le parti, altre 580 colon- 
nette similmente dello stesso marmo. 



(1) Taluno, ignaro forse dell'intervallo, decorso tra l'incomincia- 
mento dell' opera e la continuazione dell'edilìzio, la disse incominciata nel 
1215 e compiuta nel 1216 od in quel torno. Cosa assolutamente impossibile. 



112 LIBRO VI, CAPO II 

Di qua si entra nella sorprendente sala; tanto più sor- 
prendente a chiunque la mira, perchè dell' ampio suo vólto non 
altro sostegno si vede, fuorché le sue quattro muraglie. Le 
quali muraglie ci si mostrano tutto dall' alto al basso coperte 
di pitture a fresco, per la maggior parte condotte dal cele- 
bratissimo Giotto, sulle invenzioni di Pietro d'Abano, che n'era 
contemporaneo. Ma dappoiché un funesto incendio, nel 1420, 
le guastò, scrostandole nella massima parte; furono riparate 
allo stato odierno (per attestazione del Campagnola) da due 
valenti pittori Zuan Mirotto Padoan, ed un artista ferrarese. 
Ivi sono delineate tutte le favolose invenzioni dell'antica mi- 
tologia, gli emblemi dell'astronomia, ed ogni genere di figure 
simboliche. Molte iscrizioni eziandio vi si leggono, e svariate 
scolture altresì vi si scorgono. Meritano particolare attenzione 
i quattro busti in bassorilievo, attorniati da chiaro-scuri del 
valente padovano Campagnola summentovato, collocati nel 1545 
sulle quattro porte del salone. Kappresentano essi Tito Livio 
principe degli storici, frate Alberto agostiniano teologo pre- 
stantissimo, Paolo giureconsulto, e Pietro d'Abano. In epoca 
da noi non di molto lontana fu posto, sopra l' arco della prin- 
cipal porta d' ingresso, un medaglione in marmo, scolpito dal- 
l' esimio padovano Einaldo Rinaldi, rappresentante l'effige del 
celebre viaggiatore Belzoni, il quale, vivente aveva donato 
ad ornamento del salone stesso due pregevoli statue egizie. 

Altri monumenti ne adornano la facciata a ponente. No- 
minerò quello col busto in marmo di Sperone Speroni, filosofo, 
oratore e poeta, eseguito nel 1594; e quello eretto nel 1661 
alla padovana eroina Lucrezia Dondi Orologio, moglie del mar- 
chese Pio Enea degli Obizzi, la quale per la costanza, emula 
dell'antica Lucrezia romana, piuttostochò cedere alle sozze vo- 
glie di un ribaldo impudico, si lasciò trucidare dal pugnale 
di quello scelerato la notte del 16 novembre 1654. — Ivi al- 
tresì scorgesi il monumento del concittadino Tito Livio : entro 
di questo riposano le credute ossa di lui. 

È anche a notarsi la meridiana, cui segnano i raggi del 
sole, i quali entrati da uno spiraglio vanno a cadere sopra 
segni dello zodiaco corrispondenti ai varii mesi dell'anno; 



ANNO 1220 — 1222 113 

lavoro del valente ingegnere bassanese B. Ferracina, il quale 
ve raggiunse, dopo compiuto il ristauro del grandioso coperto, 
cui violentissimo turbine aveva svelto quasi per intiero, il 
giorno 17 agosto 1756. — Esso tetto medesimo, trecentrent' anni 
avanti, il giorno 2 febbraio 1420, era rimasto preda di furio- 
sissimo incendio; ed allora, nell'occasione del suo ripristina- 
mento, furono demolite due muraglie, che lo dividevano in tre 
parti ; ed acquistò quindi un aspetto assai più maestoso. — Ma 
su ciò bastino le poche notizie fin qui recate: si ripigli il filo 
della storia, chò a suo tempo ricorderò l'erezione e continua- 
zione e perfezionamento del palazzo destinato a sede della re- 
pubblica patavina. 

CAPO III. 

Dissidii tra Azzo VII marchese d' Este e Salinguerra 
signore di Ferrara, ossia, tra ghibellini e guelfi. 



kvm VII, marchese d'Este, nell'anno 1221, era stato in- 
vestito dall'imperatore Federigo II degli stati aviti (1). L'anno 
dopo, Salinguerra, capo de' ghibellini in Ferrara, costrinse 
Azzo, con quelli del suo partito guelfo, ad uscire dalla città. 
Questi per ricattarsene, unì gente da Rovigo e dagli altri suoi 
stati, dalla Lombardia e dalla Marca Veronese, ed andò a met- 
tere il campo sotto Ferrara, vicino al Po. Salinguerra, temendo 
che il popolo gli si sollevasse contro, mandò ad invitare il 
marchese, perchè entrasse in città, sotto pretesto di voler ami- 
chevolmente trattare di concordia. Azzo buonamente cadde nella 
rete ed entrò in Ferrara con cento nobili del suo partito. Al- 
lora Salinguerra, fatta correr voce, eh' eglino, fraudolentemente 
entrati, cercavano viveri per sé e pei loro cavalli e molesta- 
vano con altre insolenze, gridò all'armi. Conosciuto dal mar- 
chese l'inganno, potè appena mettersi in salvo con alquanti 
de' suoi ; gli altri vi rimasero uccisi , tra cai Tisolino da 

(1) Muratori, Antichità Estensi, part. I, cap. 42. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 8 



114 

Camposampiero. La morte di lui fu di sommo rammarico in 
tutta la Marca Veronese. 

Azzo VII marchese d'Este, come più presto potè (né lo 
potò prima del 1224) cercò di rifarsi della frode usatagli in 
Ferrara, due anni addietro, da Salinguerra, e vendicare la 
morte di Tisolino, ch'era uno de 1 suoi più cari amici. Radu- 
nato perciò buon esercito de' suoi stati e di amici suoi man- 
tovani, padovani e veronesi, ritornò all'assedio di Ferrara. Al- 
lora l' astuto Salinguerra seppe trovare il modo d' indurre il 
conte Ricardo da san Bonifacio ad entrare in Ferrara, con 
buon numero di uomini a cavallo, sotto apparenza di conchiu- 
dere un amichevole accordo. Ma egli pure cadde nella rete ; 
perchè entratovi, fu ben tosto catturato con tutti i suoi; e 
però il marchese d'Este, una seconda volta deluso, si ritirò 
dall' assedio. Adirato per tutto ciò, portossi ad assediare il ca- 
stello della Fratta ; de' più cari che avesse Salinguerra ; e tanto 
vi stette, che per fame lo costrinse a cedere; ed entratovi, 
barbaramente infierì contro i difensori e gli abitanti. Salin- 
guerra ne diede tosto notizia ad Eccelino da Romano, suo co- 
gnato, ed entrambi allora posero ogni loro studio per abbat- 
tere il partito guelfo, di cui era capo il marchese d'Este. Nel 
seguente anno 1225, i rettori della lega lombarda fecero porre 
in libertà Ricardo conte di san Bonifacio, con tutti i suoi, il 
quale potè perciò ritornare a Verona (1), città di sua giuris- 
dizione. Ma non andò guari, che molti nobili e potenti citta- 
dini guelfi, guadagnati dal denaro di Salinguerra, si unissero 
coi Montecchi ghibellini, e lo ricacciassero da Verona. Fu allora, 
che Eccelino da Romano, il quale, unitissimo a Salinguerra 
aveva tenuto mano a questi trattati, corse a Verona in rinforzo 
dei Montecchi, e cominciò a prendere un poco di dominio in 
quella città. Il conte Ricardo si ricoverò allora in Mantova; 
ma, interessando ai componenti la lega, che non si rompesse 
l'armonia interna, per cui operare di conserva contro i dise- 
gni dell'imperatore, si procurò di rappacificare le parti, e per 
allora v' ebbe pace, e il conte ritornò in Verona. 

(1) Cron. del Monaco Patavino. 



ANNO 1222 — 1225 115 

Della lega summentovata formavano non ultima parte i 
Padovani, ai quali particolare affezione fingeva Y imperatore. 
Dissi fingeva, perchè le intenzioni di Federigo II miravano a 
valersi dei Padovani per molestare la invidiata repubblica di 
Venezia. Ed è per ciò appunto, che io reputai necessario pre- 
mettere le recate notizie, che parrebbero estranee alla storia 
di Padova; ma che non lo sono, qualora si vogliano conside- 
rare i rapporti scambievoli e complicati tra i da Romano, i 
Padovani, gli altri confederati, e l' imperatore. — E meglio 
lo vedremo più innanzi. 



CAPO IV. 
Origine dello studio di Padova. 

In quest'anno medesimo (1225) i Bolognesi ribellatisi al- 
l'imperatore, proclamarono la libertà. La vendetta di Fede- 
rigo su di essi giovò indirettamente agl'interessi ed all'onore 
di Padova; non perchè da Bologna abbia egli trasferito qui 
l'Università degli studii, come taluni asserirono; ma perchè 
avendola tolta a Bologna, e comandando che tutti gli scolari 
andassero a quella ch'egli aveva istituito nel 1224 in Na- 
poli (1) , moltissimi di questi preferirono di venire a Pa- 
dova dove una forma di studio esisteva di già. Al che accon- 
sente anche il Muratori (2), dicendo, « che forse circa questi 
« tempi ebbe principio l'Università di Padova pel divieto fatto 
« dal suddetto imperatore. » La qual cosa sarebbe consentanea 
a quanto afferma il Gennari (3), « che l' Università di Padova 
« ebbe principio nel 1222 (doveva dire 1224, o forse 1225) 
« senza F intervento di Federigo IL » E lo credo anch' io, per- 
chè, come dice lo stesso Gennari (4), « non mancano documenti 
« a provare, che prima ancora di questo tempo si coltivassero 

(1) Richard, de s. Germano in Chron. 

(2) Annal. d' Ital,, an. 1225. 

(3) Informazione istorica, ecc. pag. LUI, in annot. 

(4) Ivi. 



116 LIBRO VI, CAPO IV 

« in Padova le scienze e le buone lettere. » Né mancò chi ne 
derivasse i primordii da Carlo Magno, per ciò soltanto, eh' egli 
nel suo regno favoriva gli studii (1). 

Checche per altro se ne voglia dire dagli eruditi, fatto è, 
che una bolla del pontefice Urbano IV, dell'anno 1261, ci mo- 
stra istituito, Tanno avanti, il patavino ginnasio, ed in questo 
anno da lui arricchito di particolari privilegi; siccome in se- 
guito lo arricchirono anche i papi Clemente YI ed Euge- 
nio IV (2). E che l'affluenza degli studenti, che da tutte le 
nazioni quivi accorrevano, dovesse recare sommi vantaggi alla 
città, lo si può facilmente congni etturare dal confronto di 
quanto lucrava Bologna, allorché nei tempi addietro v'erano 
stati degli anni, « nei quali (dice il Muratori) si contarono 
« diecimila scolari in Bologna, e tutti vi portavano buone 
« somme di denaro (3). » 

Ma poiché l'epoca della fondazione dell'Università di Pa- 
dova mi porse occasione a parlarne, giova il darne qui almeno 
compendiose notizie. Me ne siano guida gli eruditi, che nei 
tempi addietro trattarono questo argomento (4). 

Il locale, dove fu stabilita l'Università, fu detto da prin- 
cipio il Bo, e progressivamente gliene rimase il nome, che 
non per anco andò del tutto in disuso. Taluno ne immaginò 
la derivazione dal numero delle 60 cattedre, di cui se ne di- 
ceva composta la totalità dello studio; e questa immaginazione 
passò ad altri, che la spacciarono sull'altrui diceria. Ma la 
vera cagione fu, perchè quivi esisteva un'osteria od albergo 
coli' insegna del Bue, che nel dialetto volgare dicesi Bo. 



(1) Vcd. nel lib. Ili, cap. IV, pag. 49. 

(2) Ne pubblicarono le bolle il Riccobono Antonio, De gymnasio Pa- 
tavino, lib. I, cap. II, ed il Tommasini Filippo, Agri patavini inscriptiones 
sacrae et profanae.- Gap* VI. 

(3) Armai, d' Hai, an. 1225. 

(4) Facciolati, Fasti gymnasii Patavini; Francesco M. Colle, Storia 
scienti fico-letteraria dello Studio di Padova, con annotazioni di Giuseppe Ve- 
dova, Padova 1824; Fasti gymnasii Patavini iconibus exornati ab anno 1757 
usque ad 1787, a F. M. Colle Bellunensi elucubrati, notisque aucti et usque ad 
18 40 per due ti a Josepho Vedova patavino. Palavii 1841. 



ANNO 1225 117 

E qui per darne più determinate notizie ricorderò, ohe in 
Padova esistevano anche prima, nella contrada di san Biagio, 
pubbliche scuole, di cui la fama cominciava di già ad esten- 
dersi per tutti l'Italia e richiamava da ogni angolo studiosi 
coltivatori delle discipline legali e scientifiche. Gli allievi di 
queste scuole solevano andare ogni giorno a refiziarsi all'oste- 
ria del bue, ove eccellente vino si spacciava. Forse conside- 
randone il lucro, il dottore in legge Jacopo Bonzanicco ne com- 
però il locale e proseguì a mantenervi lo sperimentato invia- 
mene della vendita del vino. Tra i frequentatori di quell'oste- 
ria fu visto, non guari dopo, anche Bernardo Gilo, rettore 
dello studio dei leggisti a san Biagio; e sebbene la sua vene- 
randa canizie e la gravità degli, studii suoi provocassero ad 
ammirazioni e dicerie le lingue* degli sfaccendati e maldicenti; 
egli non curante di ciò, prese zitto zitto a livello dal Bonza-, 
nicco l'osteria del bue; continuò lo spaccio del vino, e toltane 
poco dopo l'insegna, fece proclamare, che l'Università dei le- 
gisti era trasferita da san Biagio a quell'osteria. E benché 
T insegna più non vi fosse, la denominazione tuttavia ne ri- 
mase, e sino al presente, come di sopra io diceva, non di rado 
si usa. 

Prese novella vita il grandioso edilìzio allorché nel 1494 
la repubblica di Venezia, a cui Padova si era data, ne comandò 
1' erezione, che non fu compiuta prima del 1552. GT intelli- 
genti sono divisi nell' attribuirne l'architettura chi al Sanso- 
vino e chi al Palladio. Io opinerei, eh' entrambi alla lor volta 
vi abbiano posto mano. Altri lavori interni, eseguiti posterior- 
mente, adattarono con molta proprietà ed eleganza le sale agii 
usi più importanti delle varie classificazioni del molti plice in- 
segnamento. Nò qui mi fermerò a farne artistica descrizione, 
perchè ciò non appartiene al mio ufficio. Accennerò bensì, che 
la sala a destra è decorata della statua della celebre Elena 
Lucrezia Cornaro Pi scopia, alla quale con singolare onore fu 
conferita in questa Università la laurea di filosofia. Ricorderò 
inoltre la voluminosa biblioteca; il grande teatro anatomico, 
eretto nel 1594; il ricco museo di storia naturale; il teatro 
•di fìsica sperimentale, con la contigua sala di copiose e scelta 



118 LIBRO VI, CAPO IV 

macchine; non che le sale della storia naturale, recentemente 
disposte ed arricchite di pregevolissime collezioni e di mollu- 
schi e di preparazioni anatomiche in cera e di petrificazioni 
dei monti vicentini e veronesi. 

Altri stabilimenti, di appartenenza dell'Università ed a 
servizio de' suoi studii, esistono in altre parti della città. Tali 
sono : — T Orto botanico o dei semplici, piantato per ordine 
della veneta repubblica nel 1545, sul disegno del Riccio pa- 
dovano, posto in luogo amenissimo, non discosto dal Prato 
della Valle ; e fu il primo degli orti pubblici, che sorgesse 
in Europa ad istruzione degli studiosi : — la scuola di chi- 
mica, istituita dal' greco Marco Carburi, isolata saggiamente 
in un vasto locale nella contrada di san Giacomo, a riguardo 
del fuoco e delle fumigazioni, e corredata di relativo labora- 
torio e di teatro per gli esperimenti : — l'osservatorio astro- 
nomico, volgarmente detto la specola, eretto nel 1767, sopra 
un'alta torre dell'antico castello, ove ai tempi del tiranno 
Eccelino erano le profondissime ed orrende carceri a tormen- 
toso supplizio degl'infelici, che costui vi faceva racchiudere. 
La quale trasformazione di queir ergastolo alla sublimità degli 
studii astronomici è perpetuata nel distico scolpitovi sulla 
porta d'ingresso, ove leggesi : 

Quae quondam infernas turris ducebat ad umbras 
Nunc Venetùm auspiciis pandit ad astram viam. 

L' eccellenza e la perfezione degli stromenti astronomici, 
che formano il corredo di questo distinto Osservatorio è tale, 
da poterlosi reputare a buon dritto tra le più ragguardevoli 
specole di Europa. 

Alcune Provincie altresì tenevano in Padova particolari 
collegi, perchè gli studenti della propria nazione, destinati a 
frequentare le scuole dell'Università, vi stessero insieme rac- 
colti : ne avevano i napoletani, i greci di Cipro, i marcheg- 
giani ed altri ancora. 

La suprema reggenza ed amministrazione degli studii uni- 
versi tarii, dappoiché Padova era stata aggregata alla repubblica 
di Venezia, stava in mano di una magistratura appositamente 



ANNO 1225 119 

istituita nel 1516, sotto il nome di Riformatori dello studio 
di Padova, ai quali incombeva in ispecialità il regolare il me- 
todo degli studii, il sedare i tumulti e togliere i disordini, che 
vi avevano introdotto gli avvenimenti della lega di Cambrai. 
Questa magistratura era composta di tre gentiluomini vene- 
ziani, a cui spettava il proporre maestri e lettori, lo stabilire 
stipendii, il rendere possibilmente sempre più proficua e deco- 
rosa la disciplina scolastica. Le quali attribuzioni di loro si 
estendevano a tutte le cattedre e le scuole dello Stato; né ave- 
vano eglino dipendenza, che dal solo Consiglio dei dieci. 

Bastino per ora queste brevi notizie sull' Università : al- 
trove mi sarà d'uopo trattenermi di nuovo. Si ripigli intanto 
il filo della storia. 



CAPO Y. 

Inquietudini tra i signori di Camposampiero , il vescovo 
di Padova, i Montecchi ed altri ghibellini. 

Abbiamo veduto nel precedente libro (1), come il vescovo 
Gherardo degli OTreduzzi ricomponesse a pacifico accordo Ec- 
celino II ed i signori di Camposampiero. I documenti, che 
di lui si hanno, ce lo mostrano vivente anche il dì 4 ago- 
sto 1213; ed un documento poscia del 3 dicembre dell'anno 
seguente ce ne mostra successore Giordano (2), il quale, in 
quel dì appunto, ad istanza di Guglielmo Lombardo, benedisse 
la prima pietra da porsi nelle fondamenta della nuova chiesa 
di sant'Antonio abate, in Caltalda di Conselve (3). Nell'anno 
poi 1216, eseguì Giordano pontificia commissione verso Mai- 
nardo conte di Gorizia, il quale, nell'anno avanti, approffittando 

(1) Cap. UT, pag. 82. 

(2) Non mi fermo qui a rettificare le inesattezze del Brunacci, del 
Salomoni e di altri, circa la protrazione del vescovato di Gerardo sino al- 
l'anno 1215; o la limitazione di esso sino al 1203 soltanto. Me ne sono oc- 
cupato di proposito nel voi. X delle mie Chiese d'Italia, pag. 516 e seg. 

(3) Docum. dell'Ardi, capit. di Padova. 



120 LIBRO VI, CAPO V 

dell'assenza di Volchero patriarca di Aquileja, ch'era andato 
al concilio romano,, aveva occupato il borgo di Farra, con gra- 
vissimi danni del capitolo aquilejese del che lagnatisi quei ca- 
nonici presso il pontefice, fu egli incaricato a far sentire al 
conte la pontificia disapprovazione ed a costringerlo a dare 
soddisfazione dell' ingiustizia praticata. E continuano gli atti 
autentici dalla sua pastorale reggenza sino al 1228, che fu 
1' ultimo della sua vita. 

Il vescovo Jacopo, successore di Giordano, ebbe gravi dis- 
sidii coi figliuoli di Tiso da Camposampiero , del che dispia- 
cente l' imperatore, con diploma 28 aprile 1237, datato da Ra- 
tisbona (1), incaricò .Eccelino da Eomano di prenderne cogni- 
zione. Ma intanto vi passò sopra del tempo, e Jacopo, circa 
l'aprile 1239, morì. Eccelino, come già s'è veduto di sopra, 
nutriva antico odio contro i signori di Camposampiero suoi pa- 
renti, ed avendo secrete intelligenze con Salinguerra tiranno 
di Ferrara, coi Montecchi di Yerona, con Oberto Palavicino ed 
altri de' primarii ghibellini, aspettava il giorno della vendetta, 
e d' impadronirsi di Padova, a cui, benché ne fosse cittadino, 
portava implacabile avversione, perchè protettrice dei signori 
di Camposampiero. Intanto raccolte insieme quante più genti 
potè, corse per impraticabili vie delle Alpi a sorprendere ina- 
spettato la città di Verona, ove, dato all'armi, ne fece pri- 
gione il podestà Griiiffredo da Pirovano milanese; cacciò dalla 
città il conte Eicardo da san Bonifacio co' suoi aderenti e si 
fece creare podestà. Ivi non tardò molto ad atterrare tutti i 
palazzi e le case del conte e de' suoi partigiani, ed a guada- 
gnarsi quell'autorità, che lo portò in seguito alla grandezza 
smisurata, a cui giunse. 

Alberico, fratello di Eccelino, aveva in Vicenza la sua fa- 
zione, e vedendola maltrattata dal podestà Albrighetto da 
Faenza, nemico dei da Romano, lavorò la vendetta. Passò in- 
telligenza col fratello, il quale con le forze dei Veronesi andò 
dirittamente a Vicenza. Ivi, levato grande rumore, trasse al- 
l'armi; e v'ebbero in città varii scontri e combattimenti. Vi 

(I) Lo pubblicò il Verri nella Sfar, degli Eceel. tom. Ili, pag. 162. 



ANNO 1225 — 1250 121 

erano giunti bensì i Padovani in soccorso della parte guelfa; 
ma quando sopraggiunse Eccelino con le sue truppe, fece grande 
strage di essi, e costrinse i guelfi ad uscire di Vicenza. Al- 
berico vi fu creato podestà; ed in questo modo Verona e Vi- 
cenza aderirono ai ghibellini, con la totale depressione del par- 
tito de' guelfi. 



CAPO VI. 
Federigo II in Italia. 

Né tuttociò per anco bastava a compiere la vendetta di 
Eccelino sui Padovani. Egli stimolò vivamente l' imperatore a 
venire in Italia, promettendogli facilissimo l'acquisto di Pa- 
dova e delle altre città. Vi acconsentì alfine Federigo II, e si 
diresse in fretta a Vicenza, per impedire le incursioni, che i 
Padovani facevano sul territorio di Verona. Egli prese stanza 
in quella città ; ma non vi sì trattenne. Vi lasciò Eccelino con 
buon nerbo di truppe, e per la via del Friuli ritornò in Ale- 
magna. Ma il da Romano non vi si potè mantenere, perchè lo 
sconvolgimento politico, insorto nella Marca di Verona, lo co- 
strinse a mettersi in arme per sedarne, se fosse stato possi- 
bile, i tumulti. 

A Verona infatti era stato chiamato per pò lesta, l'anno 1230, 
il gentiluomo veneziano Matteo Giustiniani, il quale richiamò 
tutti i nobili, che il suo antecessore aveva mandato ai confini, 
tra i quali precipuamente il conte Ricardo da san Bonifacio; 
capo della fazione guelfa. Ingelositi di ciò i ghibellini Mon- 
tecchi, d' intelligenza con Eccelino e con Salinguerra, fatta 
all'improvviso sollevazione, posero le mani addosso al conte 
Ricardo e lo imprigionarono con alquanti de' suoi. Grli altri 
uscirono di città. Il Giustiniani podestà ne fu scacciato, e ne 
fu eletto in vece sua Salinguerra. 

I partigiani elei conte, ridotti al castello di san Bonifa- 
cio, elessero loro podestà il modenese Gherardo Rangone, per- 
sonaggio di grande senno e valore. Egli, col deposto podestà 



122 LIBRO TI, CAPO VI 

Giustiniani, ricorse a Stefano Badoaro podestà di Padova, il 
quale, radunato il Consiglio, ascoltò le loro querele ; — que- 
rele tali, che mossero a compassione tutto il popolo padovano. 
Fu presa perciò la risoluzione di aiutare con braccio forte la 
parte del conte. Da Padova adunque andarono ambasciatori a 
Verona, i quali, un poco con le buone ed un poco con minac- 
ciose parole, fecero istanza per la liberazione di Ricardo. Ma 
nulla poterono ottenere (1). 

Perciò T armata padovana uscì in campagna, nel settembre 
di quello stesso anno, col suo carroccio, con Azzo VII, mar- 
chese d'Este, e coi Vicentini; ed entrata ostilmente nel vero- 
nese, s' impadronì di Porto, di Legnago, e del ponte dell'Adige, 
e vi respinse Eccelino, Salinguerra e i Veronesi, che vi erano 
accorsi a difesa. I Padovani poscia diedero il guasto al cir- 
convicino paese ; distrussero la villa della Tomba, presero Bo- 
nadigo, e con la forza costrinsero alla resa il castello di Ri- 
Yalta. Ciò fatto, ritornarono a Padova. Ma neppure per questi 
danai s' indussero i Veronesi a mettere in libertà il conte 
Ricardo. 

CAPO VII. 

Missione di santi Antonio a Verona 'per pacificare 
i collegati. — Mosse ostili dei Padovani. 

Era giunto a Padova, circa questi tempi, il frate mino- 
rità Antonio da Lisbona, religioso di santa vita, di molta let- 
teratura, maraviglioso missionario e predicatore della parola 
di Dio (2). Gli amici del conte Ricardo e del marchese d' Este, 
ai quali piucchò agli altri stava a cuore la liberazione di Ri- 
cardo, si avvisarono di mandare a Verona questo insigne reli- 
gioso, sperando, che l'eloquenza di lui potesse ottenere quanto 
non avevano potuto ottener eglino con le armi. Vi andò il 
santo uomo e parlò ai rettori della lega lombarda, ad Eccelino, 

(1) Paris, de Cerat. Chron. Veronal., nel tom. Vili. Rer. Italie. Script. 

(2) Il celebratissimo taumaturgo sant'Antonio di Padova. 



ANNO 1230 — 1232 123 

e Salinguerra ed ai loro consiglieri; ma lo parole, benché assai 
calde e convincenti di Antonio, non valsero a smuovere la ti- 
rannica fermezza di coloro. Ritornò quindi a Padova con l'a- 
marezza di non aver potuto riuscirne. 

Egli, reduce da Verona, andò a segregarsi dal consorzio 
degli uomini, scegliendo a sua abitazione un luogo deserto 
nella villa di Camposampiero della diocesi di Padova. Ivi si 
costruisse una capannuccia sopra un noce, e là trattenevasi 
nella lettura dei sacri libri. Poco vi soggiornò; perchè Dio lo 
chiamò a sé, nel giorno 13 giugno 1231. Tale e tanta fu la 
rinomanza della sua santità, comprovata da innumerevoli pro- 
digi, che, l'anno seguente, il papa Gregorio IX lo aggregò 
solennemente al catalogo dei santi. 

Non avendo potuto i Padovani ed il marchese d' Este otte- 
nere per F eloquenza del Taumaturgo la liberazione, che tanto 
loro premeva, del conte Ricardo da san Bonifacio e degli amici 
carcerati in Verona dai ghibellini, mandarono Guiffredo o Giuf- 
fredo da Lucino, piacentino, podestà di Pavia, a trattarne coi 
rettori della lega lombarda. Ed in questa occasione riconfer- 
marono essi i patti di quella. Dopo ciò, dall' un canto i Pa- 
dovani, col loro carroccio, e dall'altro i Mantovani col loro, 
entrarono nel territorio di Verona. 

Questi movimenti ostili, unitamente agli efficaci ufficii dei 
rettori di Lombardia, indussero finalmente i ghibellini vero- 
nesi a mettere in libertà il conte da san Bonifacio e tutti gli 
altri prigionieri. Di più non volevano i popoli delle due città; 
cosicché gli eserciti di loro ritornarono in patria. Anzi, per le 
istanze dei suddetti rettori, fu conchiusa nel castello di san 
Bonifacio una pace, benché superficiale, il dì 16 luglio del 
suindicato anno tra il conte Ricardo e i Montecchi (1). 

D'altronde il papa Gregorio IX, che desiderava la pace 
coi Lombardi, mandò due cardinali per abboccarsi coli' impe- 
ratore e trattarne. Ma Federigo ne declinò astutamente l'in- 
contro. Egli, nel 1232, andò a Ravenna, d' onde per iscansarli 
andò a Venezia, e di qua, consapevole del loro arrivo, passò 

(1) Muratori, Armai, d' Hai. an. 1231. 



12-1 LIBRO VI, CAPO Vili 

ad Aquileja. Quei cardinali, reputandosi burlati o sprezzati da 
lui, se ne ritornarono, senza far altro, al papa. 



CAPO Vili. 

Violenze di Federigo contro i Veneziani. — Trattato 
di questi coi Padovani. 

Ma Federigo, esperto ad ogni più fina astuzia e ad ogni 
più vile finzione, si rese ben presto odioso ai Veneziani, mal- 
grado i trattati di pace stipulati con essi. L'asilo, ch'eglino 
concedevano ai guelfi proscritti o fuggitivi, i quali si ponevano 
in salvo dalla tirannide di Eccelino, capo dei ghibellini, resi- 
dente in Padova per l' imperatore, diede motivo a frequenti 
ostilità sui Veneziani, che avessero potuto cadérgli in mano. 
Anzi, tant' oltre si lasciò trasportare Federigo, stimolato dal 
feroce Eccelino contro i Veneziani, che, imprigionato, con al- 
cuni nobili lombardi, Pietro Tiepolo figliuolo del doge, se 
l'aveva fatto condurre nella Puglia, ed ivi sulla spiaggia del 
mare lo aveva fatto morire impiccato. Dopo di che, venuto a 
Padova, calò indispettito sino al confine veneziano, per mole- 
stare con le armi il territorio di quella repubblica, ed assalì 
la torre delle Bebbe, d' onde reputava forse più facile il pe- 
netrare nelle lagune. Ma la situazione paludosa di quel ca- 
stello facilitò la difesa allo scarso presidio che lo guardava, 
finche giunsero da Venezia e barche e genti per costringerlo 
a retrocedere. Eitornò quindi con le sue truppe a Padova, 
aspettando forse più propizia occasiono a sfogare sui Veneziani 
la mal concepita sua rabbia. Questi intanto, ben consapevoli, 
che i Padovani erano stati condotti contro voglia a quelle osti- 
lità, firmarono con essi un trattato di alleanza e di pace. Del 
quale il tenore ò questo (1) : 



(1) Esiste nel libro Poeta 1 della Cancelleria secreta della Repubblica, 
a carte 18'J. 



ANNO 1232 125 

Pad uni Padue, 

« In nomine Domini Dei eterni. Anno eiusdem nativitatis 
« millesimo ducentesimo trigesimo secundo. Indictione quinta. 
« die undecimo intrante septemb. Padue in palati o et camera 
« consilii pres. Dominus Johannes de Steno. Gregorio de rober- 
« tis. Bello jud. de peraca et Johannes jud. de boneto. In con- 
« silio congregato more solito ad campanam dns. Berardus de 
«Kivola pad. poi de voluntate consilii et consilium uniussum 
« consti tuit et ordinavit Albertum cornu. not. suum sindicum 
« et procuratorem ad compromittendum et satisfandum in dnum. 
« Gerardum de Gnanfo et dnum. thomam centennesum de venec. 
« ad coni, yoluntatem supra discordia que v erti tur vel ver ti vi- 
« detur inter paduanos et venetos et promiserunt quicquid in. 
« fuerit. flrmum et ratum habituros. » 

L. S. Ego Johannes condam azotus sacr. pai. not. et 
sigilli ha. iuss. pot. et consilii scripsi. 

L. S. Ego Bariholomeus sacri palai, not. hoc exem- 
plu?n ex autentico Johannis condam azonis 
sacri palatii not. suprascript. nil addens 
vel minuens quod snam midet fideliter ut 
conprii. exemplavi signoque meo corroboravi, 
currente anno dui. millesimo, ducentesimo 
trigesimo, tertio. Indictione sexta mense 
Januar. 

€ In nomine dni. dei eterni. Anno eiusdem nativitatis mil- 
« lesimo ducentesimo trigesimo secundo. Indictione quinta, die 
« octavo exeunte septembr. Presentibus fr. Johanne de steno 
« pren. dni. pp. fre. Martino ordinis predicatorum. domino Fa- 
« biano priore sancti Georgii de alega, domino Ambrosio priore 
« sancti Lei de buca fluminis. fratre Gerardo et fratre Alberto 
« ordinis predicatorum et alii. Magr. Fhylippus economus sancti 
« Marci de veneciis syndacus et procurator domini Jacobi teu- 
« puli Dei gratia venec. ducis et consilii universi in publico 



126 LIBRO VI, CAPO Vili 

« instrumento confecto per manum Grabrielis notarli continetur. 
« Vice et nomine dicti domini ducis et comunis venec. ex una 
« parte. Et Albertus corvus notarius syndicus et procurator 
« domini Bernardi de rivola potest. padue et universi consilii 
« ejusdem civitatis ut in publico continetur instrumento per 
« Johannem noi condomini azonis confecto vice et nomine po- 
« testatis predicte et comunis diete civitatis padue ex altera. 
« Compromiserunt in dorainos Thomam centranicum civem ve- 
« netum et Gerardum de Gnanfo civem paduanum tamquam in 
« arbitros electos ab utraque parte de omnibus et super omni- 
« bus discordiis. litigiis. altercationibus. questionibus et peti- 
« cionibus motis et movendis inter venetos et paduanos. dando 
« eis plenariam potestatem ut possint pacisci. difinire, senten- 
« tiare, arbitrari et interpretari semel et bis et quotienscum- 
« que necesse fuerit et eis videbitur expedire. diebus feriatis et 
« non feriatis. et presentibus partibus et absentibus. citatis et 
« non citatis. promittentes per solempnem stipulationem pre- 
« dicti sindici et presente eisdem dominis Thoma centranico 
« et Gerardo de Gnanfo nomine et vice suprascriptorum co- 
« munis et civitatis sub pena mille marcarum argenti. Attendere 
« et observare quicquid dicti arbitri comuniter et concorditer 
« in omnibus predictis dixerint. preceperint. laudaverint. sana- 
« verini interpretati seu arbitrati fuerint. Cum obligatione bo- 
« norum predictorum comuni. Ita quod pena predicta peti pos- 
« sit et exigi ab illa parte que non attenterit et observaverit 
« ea que dicti arbitri in predictis dixerint. preceperint. lauda- 
« verint. sanaverint. interpretati seu arbitrati fuerint. et pena 
« soluta ea que dieta, precepta. laudata, sanata, interpretata 
« seu arbitrata fuerint per eos nichilominus debeant observari. 
« Renuntiantes predicti sindici et procurator omni privilegio 
« ecclesiastico et civili et fori prescriptioni et omni alii auxi- 
« lio legum et canonum unde a suprascriptis vellent vel pos- 
« sent se tueri. 

« Actum fuit hoc apud sanctum Georgium de Alega in 
€ claustro ipsius ecclesie. » 

L. S. Ego Gabriel scribanus domini Friderici secundi 
dei gratia Bomanorum imperatoris sacri palatii 



ANNO 1233 127 

notarius ducalisque aule venet. scrb. Iris predictis 
interfui et jussu predictorum huic instrumento 
subscripsi. 

L. S. Ego Bonfans filius Tetri de Cona qui fui de bre- 
depalea sacri palatii not. interfui et eorum iussu 
hoc scrissi. 

L. S. Ego Bartholomeus sacri palacii not hoc exemplum 
ex autentico Bonfantis filii petri qui fuit debrede- 
palea sacri palatii not. suprasct. atq., per Ga- 
brielem not. subscriptum nil addens vel minuens 
quod snam. mutet fideliter compii . exemplari si- 
gnoque meo corroboravi. Currente anno domini 
millesimo, ducentesimo trigesimo lercio. Indici, 
sexta mense Januar. 

« In Christi nomine Anno nativ. eiusdem. millesimo, du- 
« centesimo, trigesimo tercio. Indictione sexta. Die primo Ja- 
« nuar. Padue. in camera consilii. in Consilio quadringentorum 
« ad sonum campane more solito congregato. Coram domino 
« Jordano priore S. Benedicti. fratre Jordano quondam priore 
« predicatorum et fre. Alberto ministro provinciali fratrum 
« minorum. et presente Justiniano not. de sancto Benedicto. 
« domino Pagano iudex pot. Mathia rainaldini de mengacio, 
« domino Johanne Badoario. Andrea signilo de venec. diogo et 
« beraldo not. et al. De voluntate. laudo et precepto domino- 
le rum Gerardi Gnanfi et Tomasii centernici arbitrorum super 
« negocio pacis et concordie faciende inter venetos et padua- 
« nos. de yoluntate et collaudatone totius consilii ibidem con- 
« gregati. mult ; s etiam clamantibus ; fìat fiat, et nullo contra- 
« nicente. Dominus Bernarclus de Rivola potestas Padua. jura- 
« vit ad sancta Dei evangelia ; per se et suos successores sive 
« rectores padue qui prò tempore fuerint. 

« Attendere et osservare, et observari facere quicquid dicti 
« arbitri concorditer super negotio pacis et circa factum pa- 
« cis. dixerint, laudavennt. preceparint. diffinierint. sententia- 
« verini et arbitrati fuerint attendere et observare et obser- 
« vari facere : sicut promissum est per sindicum comunitatis 



128 

«Padue ut continetur in instrumento per Bonf antera, notarum 
« confecto. Insuper totum consilium, scil. unusquisque de con- 
« silio qui aderat. sic attendere et observare et observari fa- 
« cere juravit ad sancta Dei evangelia. Propterea in palatio 
« in publica contione ad sonum campanarura more solito con- 
« gregata ipsa consentente, laudante et parabolani dante. Mar- 
« tinus prò poi et prò toto comuni padue in animabus pre- 
« senti um juravit attendere et observare et observari facere 
« totum ut superius dictum est. » 
L. S. Ego magister Arseginus sacri palatii notarins exi- 
stens in offitio sigilli comunis padue interfui. et 
iussu poi. et tam consilii quam concioni* hoc 
scripsi. 
L. S. Ego Bartholomeus sacri palatii not. hoc exemplum 
ex autentico magistri Arsegini not. existente in 
offitio sigillo comunis padue. suprascriptum nil 
addens vel minuens quod snam. mutet fideliter ut 
comperii exemplari signoque meo corroboravi. Cur- 
rente anno Domini millesimo, ducentesimo. trige- 
simo tercio. Indici, sexta mense Januario. 

« In Christi nomine. Anno nativ. eiusdem. millesimo, du- 
« centesimo, tricentessimotercio. Indict. sexta. die quarto in- 
« trante Januario. In ven. in claustro sancte Marie crucifero- 
« rum. Presentibus hiis testibus. Domino Corrado Archidiacono 
« aquilegensi. domino Bertoldo preposito aquileg. domino Cor- 
« rado decano Aquileg. domino Otde. preposito s. Odolrici. 
« donno Petro priore s. Marie da Cruciferis dominis Johanne 
« et hermanno fratribus de portis. fré" Alberto ministro pro- 
» vinciali fratrum minorum. domino Alberto de pizo de padua. 
« Andrea de signi lo de venec. Daniele f ascari. Alberto claudo. 
« et Johanne casarienti de padua. rogatis test. Dominus Ge- 
« rardus de Gnanfo per se et domino Toma centrenico. habita 
« eis parabola. Hanc snavj. laudum. sive arbitrium seu prece- 
« ptum in scriptis pronuntiavit dicens sic. In nomine dei 
« eterni, amen. Nos Tomas Centrenicus et Gerardus de gnanfo 
€ electi arbitri a magistro Filippo canonico s. Marci sindico 



ANNO 1235 12D 

« drii. Jacobi tenpoli dei gratia ducis venetiarum et comunis 
« venec. ex una parte, sicut continetur in istrumento per Ga- 
<c brielem not. confecto. et ab Alberto corvo not. syndico dni. 
« Bern. de rivola pot. et comunis padue ex altera, sicut con- 
« tinetur instrumento sindicarie per Joliannem condì. Azonis 
« not. confecto. nomine dictorum dominorum ducis et pot. et 
« comuni tatuili dictarum civitatum et super negocio pacis re- 
€ formando inter predictas civitates : ducis sindicis presenti- 
«bus; dicimus laudatum diffinitum arbitramur. sententiamus 
« et precipimus quod super negotio ipsius pacis omnia debeant 
« ab utraque parte inviolabiliter observari : sicut in instru- 
« mento inter venetos et paduanos per Sperainbonum notarium 
« confecto continetur facto. Anno dni. millesimo, ducentesimo 
« vigesimo septimo Indictione quintadecima die quarto intrante 
« maio de facto pacis et concordie inter dnum. ducem venetia- 
€ rum et venetos ex una parte.: et dnum. Bonefacium pad. pot. 
«e et homines de padua et paduana ex altera parte facte. Et 
« quod omnia secundum tenorem predicti instrumenti a pre- 
« senti die usque ad quinque annos in integrum observentur. 
« Et quod omnia hinc inde male ablata restituantur usque ad 
« tres menses. Et hec omnia et quicquid iam diximus et adhuc 
« concorditer dicemus sive arbitrati sumus vel erimus. subscri- 
« pta in compromisso comprehensa precipimus observari. pre 
« cipimus insuper, banna facta hinc inde relaxari. Salvo eo 
« quod possimus adhuc si nobis videbitur expedire. diffinire. 
« sententiare. arbitrari et interpretari semel et bis et quotiens- 
« cumque necesse fuerit secundum tenorem compromissi facti 
« per sindicos supradictos. Hanc denique scripturam laudura 
« sive arbitrium in suprascript. precipimus in tabulis comunis 
« utriusque civitatis scribere ad quoque annos non debere de- 
« Ieri, tolli cancellari vel destrui. 

L. S. Ego Gabriel scriba dni. Friderici secimdi Dei gra- 
tia romanorum imperatoris meri palatii not. 
ducalisque aule venec. scrib. interfui et hinc con- 
tentimi in concordiam mecum scripto dictorum 
dominor. arbitrorum jussu subscripsi. 

Cappelletti, Storia di Padova. I. 



130 LIBRO VI, CAPO Vili 

L. S. Ego magister Arsegnius sacri palatii not. interfui 
et dictoram dominoriim Arbitrorum iussu hec 
scrissi. 

L. S. Ego Bariholomeus sacripalatii not. hoc exemplum 
ex autentico magistri Arsegini sacri palatii not. 
suptum. atgue per Gabrielem not. subscriptum 
nil addens vel minuens qiiod mani, mutet fide- 
liter ut comperii exemplavi signoqne meo corro- 
boravi. Currente anno dni. millesimo, ducente- 
simo. trigessìmo tertio. Indictione sexta mense 
Janiiario. 



CAPO IX. 

Predicazione del frate Giovanni da Vicenza a tutti % po- 
tentati della Lombardia e delle provincie di qua del 
Mincio. 

Neil' anno stesso, in cui la repubblica di Padova concer- 
tava i suindicati accordi di pace coi Veneziani, ella prese 
parte, con altri popoli [dell' Italia, alla clamorosa, non saprei 
dire se dimostrazione o commedia, per cui s'intese di stabilire 
una pace generale, che durò brevi mesi, o piuttosto settimane. 
Si trattava di riconciliare coi Veronesi i popoli milanesi, bo- 
lognesi, faentini e bresciani, i quali collegati insieme avevano 
recato orrido guasto a molte delle principali ville e terre di 
quella Marca. Il papa Gregorio IX vi mandò per rappacificarli 
il buon servo di Dio, frate Giovanni da Vicenza, di cui tanto 
concetto di virtù avevano tutti, e sì maravigliosa n' era la fa- 
condia, che il popolo di Padova gli andò incontro allorché ve- 
niva da Monselice (1), e messolo sul carroccio lo condusse con 
gran devozione in città (2). Quivi e per le ville egli predicò 



(1) Roland, lib. 3. e 7. 

(2) Muratori, knml d'Hai an. 1233. 



ANNO 1233 131 

con indicibile concorso di gente. Poscia andò a Treviso, a Fel- 
tro, a Belluno e di qua a Vicenza ed a Verona, ove Eccelino 
e i Montecchi giurarono di stare a quanto avesse comandato 
il papa. Si recò anche a Mantova e a Brescia, predicando da 
per tutto la pace, facendo rimettere in libertà i carcerati, e 
correggendo a suo modo gli statuti delle città. Fatto ciò, sta- 
bilì un giorno, in cui si dovessero adunare tutte le rappre- 
sentanze di quelle città in uno stesso luogo, acciocché venisse 
conchiusa una pace generale. 

Egli scelse una campagna, d'appresso all'Adige, quattro 
miglia al di sotto di Verona, ove si dovessero congregare tutti, 
il dì 28 di agosto. Comparvevo in quella giornata al sito pre- 
fisso i popoli di Verona, di Mantova, di Brescia, di Vicenza, 
di Padova e di Trivigi, coi loro carrocci. Vi comparvero anche 
il patriarca di Aquileja, il marchese d' Este, i due fratelli Ec- 
cellino ed Alberico da Romano, i signori da Camino, e una 
grande moltitudine di gente di Feltre, di Belluno, di Bologna-, di 
Ferrara, di Modena, di Reggio di Parma, coi loro vescovi, tutti 
senza armi ed a pie' scalzo, in segno di penitenza. « Da tanti se- 
« coli, dice l'analista d'Italia (1), non s'era veduta in un sol luogo 
« d'Italia unione di tanta gente (2). Frate Giovanni da un palco 
« alto quasi sessanta braccia predicò a questa smisurata udienza, 
« udito da tutti, e con esortar tutti a darsi il bacio di pace, 
« e comandandolo anche in nome di Dio e del romano ponte- 
« fice. Il che fu prontamente eseguito (3) ; ed egli appresso 
« pubblicò la scomunica contro chiunque guastasse sì beli' opera, 
« anzi per maggiormente assodarla, propose il matrimonio del 
« principe Einaldo, figliuolo di Azzo VII marchese di Este, 
« capo dei guelfi ed Adelaide figliuola di Alberico, capo dei 
« ghibellini; il che fu approvato e lodato da tutti (4) ». 

(1) Luog. cit. 

(2) Il Cronista Veronese, Parisio di Cereta, ne calcolò irnumero sino 
a 400,000 persone. 

(3) Se non lo narrasse il diligentissimo Muratori, sulla fede dei cro- 
nisti contemporanei, sarebbe assai difficile il poterlo credere. 

(ì) L' istromento di questa pace fu pubblicato dal Muratori, nelle sue 
antichità italiane. 



132 LIBRO VI, CAPO X 

CAPO X. 

La cittadinanza padovana di Eccelino 
e del marchese d'Este. 

La combinazione di questo matrimonio del figlio del mar- 
chese d'Este con una nipote di Eccelino, figlia di suo fratello 
Alberico, portò di necessaria conseguenza, espressa chiaramente 
nelle condizioni di quella pace imposta dal frate Giovanni da 
Vicenza, che tanto Eccelino, quanto il marchese d' Este accet- 
tassero la cittadinanza di Padova, e che perciò si fabbricassero 
in Padova un palazzo, per abitarvi metà dell'anno. 

Il primo se lo fabbricò nella contrada di santa Lucia, ove 
se ne vedono tuttora in piedi i gotici rimasugli; superstiti cer- 
tamente dappoiché toltagli poco dopo la cittadinanza padovana, 
per la sua slealtà, ne fu demolito il soggiorno (1). — Quello 
del marchese d'Este aveva di rimpetto le torri dei Mal traversi, 
e dietro a sé il palazzo del municipio : tre fabbricati d'impor- 
tanza storica, nelle differenti vicende della nazionale posizione 
di Padova. 

E primieramente il palazzo del marchese d' Este, Azzo VII, 
manifestava nella superba altezza de' suoi mer]i, nella gotica sua 
architettura, nella solidità dei marmi, che ne formavano le 
mura, la magnificenza ed il fasto di chi lo abitava. — È tra- 
dizione, che qui nei secoli pagani fosse stato eretto un tempio 
a una divinità guerriera, e che un' ara sanguinosa di vittime 
umane rendesse propizio alle invocate risposte F oracolo di Tro- 
fonio. Al tempio pagano, già demolito, fu sostituito nel se- 
colo XIII il palazzo del marchese Azzo VII, il quale ne divi- 
deva il soggiorno col suo castello di Este; e lo divisero a 
lungo i successori di lui. Ma finalmente, nel nostro secolo XIX, 
sorsero dalle rovine di quel palazzo le grandiose sale del caffè 

(1) Merita singolare osservazione, essere state ridotte di poi quelle 
mura ad uso di teatro delle marionette. 



INNO 1233 133 

Pedrocchi, arricchite dalla preziosità degli scavi; che ne sti- 
molarono P archeologica curiosità. 

La casa dei Maltraversi, che stava di rimpetto al palazzo 
del marchese estense, era anch' essa magnifica, formata di 
grosse muraglie merlate, munita da porte di ferro, munita alle 
estremità da due torri. Possedevano i Maltraversi molte ed uber- 
tose campagne, e nella serie dei loro avi annoveravano magi- 
strati integerrimi ed illustri guerrieri. Negli ultimi anni della 
tirannia di Eccelino, furono messi a confine ; le torri ne furono 
smantellate, demolitto il palazzo, ed eglino, deposto in progresso di 
tempo il primitivo nome, giunsero ai posteri con quello di Conti. 

Finalmente il palazzo del Comune di Padova stava al di 
dietro di quello di Azzo VII; non era grandioso, ma serviva 
assai bene ai bisogni della repubblica patavina. Le fondamenta 
d'esso erano state gettate nel 1215; ma l'anno dopo ne fu 
sospeso il lavoro, impedito da principio per le intestine discor- 
die, poi per le guerre contro i ghibellini, e da ultimo per la 
fierezza del giogo tirannico di Eccelino. Esso non fu compiuto 
se non 1' anno 1296, sotto il dominio dei Carraresi. La torre 
n' era stata cominciata similmente nel 1215 ; ma non fu com- 
piuta che nel 1290. La parte, che guarda sulla piazza, detta 
allora del vino, oggi delle erbe, vi fu aggiunta da Guglielmo 
degli Obizzi : ivi avevano residenza gli Anziani. Oggidì ne resta 
in piedi l'alto porticato. Servì questo luogo ai bisogni della re- 
pubblica padovana, finché la veneziana munificenza non lo rialzò, 
con architettura rinovellata, quasi intieramente, in pietra. Al- 
cune parti, come il cortile, sono così eleganti, che taluno, 
sebbene a torto, le reputò architettura del Palladio. Un fram- 
mento della primitiva fabbrica sussiste lungo la via, che va 
alla piazza dei frutti ; e ne attestano F antichità di quasi sei 
secoli e il sesto acuto degli archi e la cadente decrepitezza 
delle mura. 

Ma, ritornando al punto, che diede motivo a questa mia 
disgressione ; il buon effetto di tante belle cose, patteggiate 
da frate Giovanni da Vicenza, non durarono più di cinque o 
sei giorni. Lo attesta il Muratori stesso ; perchè anche il con- 
cetto della santità di lui svanì in conseguenza e delle sue 



134 

sevizie contro gli eretici (1) e di altri non pochi soprusi e vio- 
lenze, che lo posero in sospetto di secreti maneggi con la corte 
di Soma, per deprimere i ghibellini a danno di Federico IL 
Ma P ultimo crollo alla sua stima ed alla sua autorità se '1 pro- 
cacciò egli stesso, allorché, andato a Vicenza, si fece dare dal 
popolo un'assoluta padronanza sulla città; ne cambiò gli uffi- 
ciali; ne mutò gli statuti; e poscia in Verona fece altrettanto 
e volle inoltre, per propria sua sicurezza, ostaggi ed il castello 
di san Bonifacio, Ilasio, Ostiglia e le fortezze della città. 



CAPO XI. 

Il frate Giovanni perde ogni sua autorità 
ed è costretto a ritirarsi in Bologna. 

I Padovani, che prima facevano da padroni in Vicenza, vi 
si recarono ben presto e ne accrebbero la guarnigione. Ritor- 
nato, alcuni giorni dopo, a Vicenza anche il frate Giovanni, e 
sdegnatosi delle precauzioni prese dai Padovani, tentò di far 
valere la sua autorità contro chi gli si opponeva. Ma i Pado- 
vani, ritornati sollecitamente a Vicenza, diedero di piglio alle 
armi contro lui e la sua fazione; lo catturarono con tutta ila 
sua famiglia, e lo posero in carcere, addì 3 settembre. Sciolto 
di là, pochi giorni appresso, ritornò a Verona: nò vi trovò 
più obbedienza. Perciò fu costretto a rimettere in libertà gli 
ostaggi ed a restituire al conte Eicardo il castello di san Bo- 
nifacio. E così, svergognato, ritornò al suo convento in Bologna. 

Gli affari perciò ricaddero, come prima nel disordine e nella 
confusione. Eccelino ora amico, ora nemico dell' imperatore, 
aveva di già ridotta all'obbedienza sua tutta la città di Ve- 
rona; vi aveva scacciato il conte Ricardo da san Bonifacio, coi 
suoi aderenti (2), ed aveva fatto pigliare la guardia della città 

(1) In tre soli giorni del luglio 1233, ne aveva fatto bruciar vivi, 
sulla piazza di Verona, sessanta, tra maschi e femmine, dei migliori cit- 
tadini. 

(2) Annui. Verone?!, nel tom. Vili Rer. Italie. Script. 



ANNO 1256 135 

a cinquecento cavalli e cento balestrieri in nome di Federigo. 
Intanto il conte Ricardo espulso da Verona s' impossessò della 
forte rocca di Garda, uccidendo la guarnigione postavi da Ec- 
celino. Questi d' altronde si fece padrone di Peschiera e di Ba- 
doglio, castelli forti e di molta importanza. Alla fine l'impe- 
ratore giunse a Verona il dì 16 agosto 1236, con tremila 
cavalli. Vi fu accolto a braccia aperte e con le più vive di- 
mostrazioni di ossequio dal suo fedele Eccelino e dai ghibellini. 
Montecchi, rettori della città. 



CAPO XII. 

I Padovani 'perdono Vicenza, eli è incendiala e distrutta. 

Era, in questo medesimo anno 1236, podestà e rettore di 
Vicenza Azzo VII marchese d' Este, il più appassionato di tutti 
per la parte guelfa e per la lega lombarda. Egli mandò a pro- 
mulgare un solenne divieto (1), che nessuno, sotto pena di morte, 
osasse di nominare l' imperatore. E sebbene questo gli mandasse 
ambasciatori a Vicenza, egli non volle accoglierli, ne riceverne 
le lettere. Egli anzi, pria che arrivasse a Verona l'imperatore, 
s'era adoperato d'accordo col conte Ricardo di san Bonifacio, per 
scacciare da quella città il partito di Eccelino. Aveva avuto 
perciò secretissimi maneggi con esso conte e col podestà di 
Verona. Anche i Mantovani ed i Padovani gli si collegarono. 
Fu conchiuso, che il marchese Azzo VII, con tutta la possibile 
secretezza dovesse condurre il suo esercito a Montebello; che 
intanto i partigiani del conte da Sanbonifazio suscitassero in 
Verona una Serissima zuffa; e che in quel momento, in quella 
confusione, entrasse in città il marchese e facesse man bassa 
sopra tutti gli amici di Eccelino. 

Ma Eccelino, più avveduto di loro, ne prevenne Incolpo. 
Egli, avuto sentore di questa trama, lasciò da parte ogni suo 

(1) Mor. di Gherardo Maurisio; Roland, lib. 4 cap. 9; il Cren. Monaco 
padovano, e altri. 



136 LIBRO VI, CAPO XII 

privato interesse, e volò in soccorso de' suoi amici; nella quale 
occasione fece conoscere quanto valente capitano egli fosse. Dalle 
sue terre di Bassano, ove allora trovavasi, benché freddissima 
ne fosse la stagione, le nevi altissime, i ghiacci poco meno che 
insuperabili, raddoppiò il suo coraggio, e quasi avesse le ali ai 
piedi, corse in aiuto di loro. Vi giunse opportunemente, nel- 
T istante medesimo, in cui cominciava la zuffa ; e con la sua 
comparsa infuse tale e tanto ardore nei Montecchi, che questi 
sì vivamente incalzarono- i nemici, che li scacciarono fuor di 
città, pria che il marchese fosse in tempo di soccorrerli. Sver- 
gognato perciò Azzo YII e dolente, conosciuto V esito infelice 
della sua intrapresa, fu costretto a ritornarsene a bocca asciutta; 
ed Eccelino, accortosi che di quel tradimento era stato princi- 
pale attore il podestà, lo espulse da Verona. 

Saputosi ciò in Padova, in Vicenza, in Trevigi, tutti quei 
popoli si armarono, e mossero a dare orribile guasto alle terre 
e ville di Eccelino ; poscia il marchese d' Este, con quelle stesse 
milizie, andò all'assedio di Rivalta, castello dei Veronesi, fa- 
cendo contemporaneamente scorrerie nel territorio di Verona (1). 
Eccelino allora uscì in campagna, con quanta più gente potè 
radunare, e si fermò quindici giorni (dal 3 al 18 ottobre) nella 
villa della Tomba sull' opposta riva dell' Adige ; e scrisse 
frettolosamente all' imperatore, che dimorava allora in Cremona, 
pregandolo di accorrere in suo aiuto. Gli assediatori d'altronde, 
vedendo la difficoltà dell' impresa, perchè la guarnigione valo- 
rosamente si difendeva, ed avvertiti dell' imminente arrivo di 
Federigo, se ne ritornarono in fretta, abbandonando parte delle 
tende e degli equipaggi e delle macchine da guerra. L' esercito 
imperiale prese la via più corta e giunse alle porte di Vicenza, 
prima che vi potessero arrivare le truppe di Padova. 

Il marchese Azzo VII d'Este, podestà di Vicenza, che era 
stato il primo ad abbandonare quell'assedio, giunse a tempo 
di potersi ricoverare in Vicenza, con alquanti de' suoi ; ma, 
spaventato poscia dall' imminente pericolo, che gli sovrastava, 
colto dal più vergognoso sentimento di viltà, avviossi quella, 

(I) Annuii Veronen. nel toni. Vili. Ber. Hai. Script. 



ANNO 1236 137 

stessa notte segretamente a Padova con un residuo de' suoi ; 
ottenuto pria con denaro il secreto dagli altri, che non ave- 
vano potuto seguirlo nella complicità di quel tradimento. 

L' imperatore, giuntovi appena, — era la mattina del dì 
primo novembre — intimò ai Vicentini di rendersi ; ma poiché 
non vollero ubbidirlo, egli co' suoi Tedeschi e coi Veronesi, ne 
comandò l'assalto. Coadiuvati dal tradimento del podestà, i 
suoi entrarono in quella notte stessa per le mura; ed, aper- 
tane una porta, vi s'introdussero furibondi, abbandonandosi 
ad ogni più turpe eccesso di sevizie e d'iniquità. Tutto il dì 
e la notte seguente impiegarono nei più vergognosi eccessi, 
non risparmiandovi chicchessia; e ponendo fine alla terribile 
catastrofe coli' incendiare tutta la città. Orrenda notte di de- 
solazione e spavento, di stragi, di scelleratezze! Non si udi- 
vano che lunghi ululati di donne sorprese tra le domestiche 
pareti dalla brutalità dei soldati; — acuti lamenti di genitori, 
a cui trucidati i figliuoli, o strappate dalle braccia le pudiche 
donzelle e sotto gli occhi loro turpemente disonorate, non ri- 
maneva che cader vittime anch' essi della militare crudeltà ; — 
funesti tocchi e ritocchi dei sacri bronzi, che suonano a stor- 
mo; — precipitoso crollare di tetti, di case, di edifizii, già 
resi pasto delle fiamme voraci; — ruggiti dei vincitori, che 
percorrono con incendiarii tizzoni ogni via, che atterrano porte, 
che distruggono quanto lor si fa innnnzi, che, sitibondi di 
sangue, ne allagano la città, e nel sangue e nell'incendio, fatto 
già universale, e nella profanazione sacrilega di ogni cosa più 
veneranda, saziano barbaramente il più brutale furore. — E 
tuttociò, che confusamente e con brevi parole ho narrato, ac- 
cadeva simultaneamente in ogni angolo di Vicenza. 

CAPO XIII. 
Precauzioni dei Padovani a sicurezza della propria città. 

Compiuta l'orribile scena, Federigo si placò alquanto, e 
diede ordine ad Eccelino e al conte Gaboardo di Svevia, suo 
capitano generale, di trattar bene quel popolo. Egli intanto, 



13S LIBRO VI, CAPO XIII 

sollecito di recarsi in Germania a sedare i tumulti, che contro 
lui suscitavano i suoi baroni, risolse di lasciare occultamente 
Yicenza ; mentre faceva mostra di voler rovesciare tutte le sue 
forze su Padova. Ma, superstizioso com' era e circondato sempre 
da astrologi, tentò di mettere all' estrema prova la scienza del 
più accreditato tra questi, che nominavasi messer Giovanni, 
intimandogli di predirgli sull'istante da qual porta egli sa- 
rebbe uscito quella notte dalla città ; legando al buon esito 
di questa predizione il buon esito della sua doppia spedizione 
per la Germania e su Padova. L'accorto astrologo, preveden- 
done a proprio danno le conseguenze, ove il vaticinio non fosse 
stato verace, scrisse e suggellò in una carta da non aprirsi 
che dopo uscito l' imperatore dalla città : Porta nuova. Fede- 
rigo, non immaginando mai siffatta risposta, e volendo rendere 
menzognera la predizione, fece aprire brecia nel muro della 
città, e di là, con tutto il suo seguito, uscì. Dissigillato il 
viglietto, e lettone lo scritto, esaltò alle stelle la scienza del 
suo astrologo ; perciocché quella spaccatura, dond' era uscito, 
era una porta, che non aveva prima esistito, ed era perciò 
porta nuova. 

Lieto del vaticinio, abbandonò ogni dubbiezza sull'esito 
delle sue imprese guerriere. Inondò quindi co' suoi Tedeschi il 
padovano, spargendo guasti e desolazione ovunque passava. 
Distrusse la terra di Carturio, e giunto sul trivigiano si fermò 
a Fontanella, sperando, che, Trevigi gli si rendesse. Ma Pietro 
Tiepolo, nobile veneziano, che n' era il podestà, uomo saggio 
e prudente, seppe conservare il popolo in buona armonia, ed 
intanto i Padovani gì' inviarono in aiuto dugento uomini di 
cavalleria. Federigo perciò, vedendo fallite le sue speranze su 
Padova, raccomandò ad Eccelino ed al conte Gaboardo la mag- 
gior parte delle sue truppe e la custodia di Vicenza e di Ve- 
rona e se ne ritornò in Germania. — In pari tempo, Ei- 
cardo conte di san Bonifacio, erasi ritirato in Mantova, e di 
là, aiutato dai Mantovani, andò secretamele a Marcheria, 
ne ricuperò il paese, uccidendo molti Cremonesi, che vi te- 
nevano guarnigione, e conducendone il resto prigioniero a 
Mantova. 



ANNO 1237 139 

I Padovani intanto (1), ponendo monte al pericolo, che 
s 7 andava sempre più avvicinando alla loro città, erano tutto 
giorno a consiglio per procurare un riparo ; ma nulla ne con- 
chiudevano. Da ultimo, elessero sedici dei primarii cittadini, 
ai quali lasciarono in pieno arbitrio la scelta degli espedienti, 
che air uopo avessero riputati i più opportuni. Fecero anche 
venire a Padova il marchese d'Este, e nel pieno parlamento 
della città, diedero a lui, perciocché considerato il primario e 
più distinto personaggio della Marca trivigiana, il gonfalone ; 
pregandolo a voler essere scudo della Marca in quelle perico- 
lose contingenze. E mentre si disponevano in questa guisa le 
precauzioni per la sicurezza della patria, si venne a scoprire, 
che i sedici plenipotenziarii summentovati tenevano secrete 
corrispondenze con Eccelino. Ned era tampoco da maravigliar- 
sene; perchè il loro preside e gonfaloniere, Azzo VII, mentre 
era podestà di Vicenza, aveva tradito vilmente le ragioni dei 
Padovani su Vicenza, abbandonando il suo posto, e dandosi di 
nascosto, come s' è già veduto, alla fuga (2). — Fatto consape- 
vole di queste secrete intelligenze dei traditori il Podestà di 
Padova, li mandò a confine a Venezia ; ma costoro se ne rifiu- 
tarono e si ribellarono palesemente alla patria. 

Nel febbraio, vi venne per nuovo podestà Marino Badoer, 
nobile veneziano, il quale mandò tosto a Carturio un corpo di 
duecento uomini di cavalleria, perchè s' era sparsa voce, che 
Eccelino e il conte Gaboardo avessero mire su Monselice (3). 
Ned era falsa cotesta voce; perchè, giunta a Carturio, in sul 
declinare dello stesso mese, l'armata imperiale, prese d'assalto 
quel luogo e ne pose in ferri tutta la guarnigione, tra cui si 
trovava oltre a un centinaio di nobili padovani. Passata 
poscia a Monselice, se ne impadronì a man salva. Eccelino 
allora e il conte Gaboardo fecero venire a Monselice il mar- 
chese d' Este Azzo VII, e lo invitarono a dichiarare le sue in- 
tenzioni; se, cioè ; volesse essere amico, o nemico dell'imperatore. 



(i) Roland, lib. 3 cap. 11. 

(2) Vedi il cap. XI, pag. 1361. 

(3) Gerard. Maurisio Hot nel tom. Vili. Rer. Ital. Script 



140 LIBRO VI, CAPO XIV 

Azzo, ponendo mente all' incostanza e alle contradditorie ten- 
denze dei reggitori di Padova, sicché non gli rimaneva più ve- 
runa speranza di appoggio; ma tutto era disordine e confu- 
sione; preferì di darsi piuttosto al partito di Federigo; a patto, 
che né alla sua gente, né a' suoi stati venisse imposta alcuna 
angheria. 

CAPO XIV. 

Eccelino si fa padrone di Padova. 

Questa determinazione del marchese Azzo fu 1' estrema 
sentenza a danno di Padova; perciocché sino d'allora conobbero 
gì' imperiali di averne in loro potere la città. Con più franchezza 
perciò e senza timore di qualsifosse ostacolo, trattarono coi 
Padovani loro aderenti, i quali, esagerando da un lato presso 
i loro concittadini il timore delle armi imperiali, e rianimandoli 
dall' altro col desiderio di riavere i loro prigionieri, vennero ad 
amichevole condiscendenza di ammettere pacificamente in Pa- 
dova gli uffiziali dell' imperatore. Il primario e più valido agente 
in questo accordo, era il marchese Azzo VII, già traditore della 
patria ed unito pe'suoi fini particolari al partito dei nemici 
di essa. 

Eccelino infatti, col conte Gaboardo e con un corpo di 
truppe imperiali, entrò in città, il giorno 25 febbraio 1237; — 
e fu notato, che, nell' entrarvi, egli ne baciò la porta. Ne prese 
il possesso a nome dell'imperatore, ed indusse ad assoggettar- 
glisi anche Trivigi. 

Eccelino in que' primi giorni si fingeva condiscendente e 
discreto alle operazioni dei reggenti di Padova; ma intanto 
nessuna determinazione del Consiglio civico era valida, se non 
otteneva l'approvazione di lui. Egli ne ricusò persino la carica 
di podestà, a cui lo avevano eletto ; pago della dignità di vi- 
cario imperiale della Marca trivigi ana, che Federigo gli aveva 
conferito. Si liberò, poco dopo, anche dalla sorveglianza del 
conte Gaboardo, consigliandolo a passare in Germania sotto 
pretesto di dare all' imperatore il ragguaglio di questi prosperi 



ANNO 1237 141 

avvenimenti. Eimasto solo in Padova, non tardò di molto a 
dare principio alla sua memorabile tirannia, chiedendo ostaggi 
e mandando prigioni nella Puglia ed altrove quanti gli riusci- 
vano sospetti, o reputava amici del marchese d'Este. E poscia, 
in sul principio di luglio, formato un esercito di Padovani e 
di Veronesi, andò a stringere di assedio il castello di san Bo- 
nifacio, recando gravissimi guasti di case e di campagne, finché 
nell'agosto successivo, la venuta dell'imperatore in Italia lo 
costrinse ad allontanarsene, per lasciar luogo a trattative di 
accomodamento, che il conte Eicardo di san Bonifacio e i Man- 
tovani avevano intavolato con esso Federigo. 

Da questo tempo ebbe principio la durissima servitù di Pa- 
dova, sotto la mano di ferro del feroce tiranno Eccelino, che 
per vent' anni, all' incirca, rovesciò su di essa e sopra il suo 
popolo una serie spaventevole di non più udite crudeltà. 



LIBRO VII. 



Dal principio della dominazione di Eccelino in Pa- 
dova (asi. I?:K) s?no all'esterni inio della famiglia 
di lui (an. 2S60). 



CAPO I. 

Tentativo dei Padovani per togliere ad Eccelino la loro città. 



A caratteri di sangue vergarono gli antichi cronisti le 
pagine, che ci narrano le azioni di Eccelino, di Alberico suo 
fratello, di Ansedisio Gluidotto e di tutti li principali attori 
dell'orrenda tragedia, rappresentata da costoro non in Padova 
solamente, ma in tutte le città e le Provincie, ove col favore 
imperiale aveva potuto Eccelino dilatare la sua tirannica so- 
vranità. 

Per domare in Padova lo spirito pubblico, avvezzo al reg- 
gimento del popolo, volle ostaggi da tutte le primarie famiglie 
della città e della provincia; fece arrestare i più influenti; spianò 
le case degli emigrati; ne occupò le castella, con la violenza 
e con le armi. Dopo di avere distrutto in Padova lo spirito 
pubblico, incominciò a sfogare la sete di vendetta e di quella fe- 
rocia, che fu la base del suo carattere, facendo perire sul pa- 
tibolo o tra le fiamme quanti propendevano per la libertà. Ned 
erano questi che i primordi delle sue infernali violenze. 

Intanto Y imperatore Federigo II, gonfio di questi e mol- 
tissimi altri vantaggi, ottenuti con le armi in quasi tutta 



144 LIBRO VII, CAPO I 

l'Italia, divenutagli tributaria (1), meditò nuove imprese sulla 
Lombardia e su Milano. Perciò, raccolto buon rinforzo di sol- 
datesche in Germania, nella primavera del 1238, ne affidò il 
comando al re Corrado suo figliuolo, acciocché le conducesse in 
persona di qua dai monti. Ed egli nell'aprile di quel mede- 
simo anno, ritornò a Verona. Principe libidinoso, com' era, te- 
neva sempre con sé, alla foggia de' Mussulmani, buon numero 
di concubine; perciò non gli mancarono bastardi e bastarde. 
Una di queste, che avea nome Selvaggia, comparve con bella 
comitiva in Verona il dì 22 maggio (2); forse d'intelligenza 
col padre, il quale, a rassodare vieppiù nel suo servigio Eccelino, 
si profittevole e zelante ministro suo, gliela diede in isposa, nel 
giorno di Pentecoste e ne celebrò con solenne pompa le nozze. 

Giunto intanto a Verona, nel mese di luglio il re Corra- 
do (3), con molti principi e con numeroso esercito di tedeschi, 
ingrossato dalle forze dei Eeggiani, dei Cremonesi, dei Ber- 
gamaschi, dei Pavesi e da tutte quelle, che da Padova e dalla 
Marca trivigiana gli condusse Eccelino, fu tenuto consiglio con 
questo, circa il piano di guerra da preferirsi per espugnare 
Milano e Brescia. Il piano di Eccelino prevalse e si tentò 
1' assedio di Brescia, prima che di Milano. Ma il valore dei 
Bresciani rese vani i tentativi degli avidi assalitori. Dopo due 
mesi di assedio, l'armata imperiale si ritirò in Cremona. 

Eccelino, ritornato a Padova con le sue soldatesche, ren- 
de vasi ogni dì più odioso ai Padovani, per le novità, che a loro 
danno faceva; imprigionando or questo or quello, e principal- 
mente gli amici di Azzo marchese d' Este. Perciò tutti i buoni, 
con calde istanze, invitavano Azzo a togliere Padova dalle 
mani del tiranno, promettendogli di farlo entrare per la porta 
delle Torreselle (4). Accolse di buon grado il marchese le loro 
offerte, tanto più, che soffriva anch' egli molestie gravissime 
ne' suoi Stati, per opera di Eccelino. 



(4) Muratori, Annal. d'Ital. an. 1238. 

(2) Ann. Veronen. nel toni. VII Her. ital. script. 

(3) Piichard. da S. Gcrm. Chron. 

(4) Roland, lib. IV. cap. 5; Chron. Veron. nel tom. Vili. Rer. Ital, Script 



ANNO 1238 145 

Non tardò il marchese A zzo ad unire insieme segretamente 
quanti più potò de' suoi sudditi, di fuorusciti padovani e di 
altri suoi amici; e lusingatosi, che gli sarebbe aperta, secondo 
il concerto, la porta delle Torreselle, giunse all' improvviso al 
Prato della valle, il 13 luglio. Tostochò in Padova se ne sparse 
la voce, grande rumore si levò; furono chiuse immantinente 
tutte le porte, ed Eccelino comandò che tutto il popolo fosse 
in armi. Intanto le milizie del marchese dirigevano tutte le 
loro forze alla porta delle Torreselle per atterrarla ; ma con assai 
più di vigore lo impedivano i difensori di dentro. Riuscì ad 
alcuni di uscire occultamente dalla città, e questi avvisarono 
il marchese, essere fallita ogni speranza di corrispondenti a 
sostenerlo, ed essere meglio perciò retrocedere, perchè in città 
suonavano a stormo le campane ed egli ne avrebbe avuto la 
peggio. Ma non volle Azzo persuadersene; animava anzi le sue 
genti all'assalto. E mentre insisteva egli nell' impresa, Ecce- 
lino co' suoi Tedeschi e col popolo armato venne fuori di città 
ad incalzare gli assalitori; i quali si diedero alla fuga, e co- 
strinsero necessariamente il marchese ad appigliarsi ad uguale 
partito, per salvare la vita. 

Molti vi rimasero presi; tra gli altri, Jacopo da Carrara, 
uno de' principali fuorusciti di Padova, il quale per ottenere la 
libertà, fu costretto a cedere al Comune di Padova, ossia ad 
Eccelino, il suo castello di Carrara e riacquistare con ciò la 
grazia del tiranno. 

Eccelino, ritornato trionfalmente in Padova, ebbe la sod- 
disfazione di sentirsi proclamare dalla popolazione (da chi per 
timore, da chi per adulazione) col nome di Signore. Egli volse 
allora la sua rabbia contro il marchese; e per vendicarsene, ra- 
dunò il suo esercito e mosse contro la terra e il castello di 
Este. Azzo, avvertitone dai suoi amici, lasciò Este, tra il pianto 
e l'afflizione di qué' suoi sudditi, e ritirossi in Rovigo, altra terra 
di sua proprietà. Così Eccelino potè senza difficoltà impadro- 
nirsi di Este, il giorno 22 luglio; e pochi giorni dopo, gli si 
arrese anche il castello, in cui pose guarnigione di Saraceni 
e di Padovani. 

Dalla conquista di Este passò Eccelino a tentare anche 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 10 



146 LIBRO VII, CAPO I 

quella di Montagli ana, terra anch'essa del marchese ed assai 
popolata. Non parendogli sufficiente il suo esercito, vi chiamò 
anche la milizia di Verona, in cui confidava piucchò in altri. 
Valorosamente si difesero quei popolani, recando ad Eccelino 
gravi danni ; tra cui, che di bel mezzogiorno gf incendiarono 
una torre di legno, nominata B il f redo, fatta da lui costruire, 
e nella quale egli stesso in quel punto trovavasi. Ma, avvento 
a tempo, fuggì in salvo; ned ebbe più coraggio di continuare 
l'assedio. 

D' altronde insospettito, che la mala riuscita di queir im- 
presa fosse stata conseguenza di secreto accordo tenuto col 
comune di Montagnana da Jacopo da Carrara e dall'Avvocato 
di Padova, comandò a questi di presentarsi senza indugio al 
podestà di Padova; ed eglino assai di buongrado risposero di 
essere pronti a farlo. Ma, tostochè si videro in libertà, fuggi- 
rono ad Anguillara, ch'era di Jacopino Pappafava, figliuolo di 
Albertino da Carrara, ossia di un fratello di Jacopo, e ch'era 
tuttavia del partito di Azzo marchese d' Este. 



CAPO IL 

Lega di Veneziani, coi Genovesi, col 'papa e con altri, 
contro V imperatore ed Eccelino. 

Ma la prospera fortuna di Federigo II cangiò alla fine di 
aspetto. Gli stessi mezzi cotanto violenti, di cui s'era valso 
per ottenerla; l'inumana condotta del suo satellite e capitano 
Eccelino; le ostilità intraprese contro la repubblica di Vene- 
zia (1), e più tardi la scomunica pronunziata contro di esso 
dal papa Gregorio IX, e la pubblicazione di una crociata sce- 
marono grandemente nei popoli la venerazione alla sua dignità 
e il timore alle sue armi. Già Alberigo da Eomano, fratello di 
Eccelino, ed Azzo marchese d' Este, più per dispetto che non 
per intima persuasione, s'erano dichiarati apertamente nemici 



(1) Vcd. nel cap. Vili del lib. VI. 



INNO 1239 147 

-dell' imperatore e di Eceelino; e quindi senza desistere dalle 
loro crudeltà, s'erano dati al partito della Chiesa e dei guelfi; 
e quindi ritoglievano loro le città e le castella sino allora ad 
altri usurpate. Alberico, nel maggio del 1239, aveva ricuperato 
Trevigi; Azzo, nell'agosto si ripigliò Este. 

Più di ogni altra cosa riesciva funesta a Federigo e ad 
Eceelino la lega dei Veneziani coi Genovesi, perchè sebbene 
questi avessero tra loro antichi semi di discordia, tuttavia in 
questa occasione tacquero i municipali disgusti, per lasciare 
il luogo alla difesa e agi' interessi dell' umanità e dell' Italia. 
Anzi tanto più di buon grado lo facevano i Veneziani, perchè 
si presentava loro con ciò assai facile maniera di vendicare i 
passati insulti; l'assassinio del figliuolo del doge e l' invasione 
del territorio veneto alla torre delle Bebbe, recentemente voluta 
da Federigo II, ad onta del non volontario intervento dei Pa- 
dovani (1). 

Non è qui mio ufficio l'esporre diversi fatti d'arme, che 
avvennero qua e là contro i singoli confederati; — ora per 
aiutare Paolo Traversali a togliere Eavenna ingiustamente 
usurpata dai ghibellini, — ora tra gì' imperiali e i Bolognesi, 
a cui tolsero quelli i due castelli di Piumazzo e di Crevalcore, 
— ora in altri luoghi lungh' esso il Po. Non devo però tacere 
il bell'esito dell'impresa, a cui nell'anno 1240 si accinsero i 
confederati, la quale, per le sue circostanze e per le sue con- 
seguenze, riuscì strepitosissima nelle storie (2). 

Salinguerra, tiranno di Ferrara ed aderente al partito di 
Federigo e di Eceelino, al primo indizio, che potè avere del 
turbine, che gli sovrastava, si diede ogni premura per prepa- 
ratisi. Fece fare un taglio nel Po, per cui furono sommersi 
dal lato di tramontana i campi contigui alla città; sicché da 
questa parte non .poteva temere di assalto, né avea bisogno 

(1) Vcd. nel cap. Vili del lil>. VI, pag. 12 ì. 

(2) Ved. il Rolandino, luog, c/7.; il Monaco padov., gli Armai, di Ver., 
il Ricobaldo, Hist, Imp. Pomar. ; l' Anon. Chron. parva Ferrar. — tutti nella 
Raccolta Rer. Hai. Script, del Muratori, — Il Frizzi, Mera, per la Stor. di 
Ferrara, sotto l'anno 1210; — oltre a parecchie Cronache mss. di varie 
bibliot. e precipuamente della Marciana di Venezia. 



14S LIBRO VII, CAPO II 

di soldati a difesa delle mura. E mentre in questi preparativi 
occupavasi, incominciarono a comparire dalla parte di mezzo- 
giorno i confederati, i quali appostarono le loro squadre in un 
grande prato a destra del Po, nel borgo di san Luca, ove solevano 
tenersi le fiere annuali; e di là distesero i loro accampamenti 
sino alla porta, ora distrutta, del borgo di sotto. Componevano 
quest'armata di terra il marchese Azzo novello co' suoi sudditi 
d' Este e di Rovigo e coi fuorusciti ferraresi, il legato ponti- 
ficio Gregorio da Montelongo coi Milanesi e coi lombardi, Ste- 
fano Badoer coi Veneziani, il podestà di Bologna coi suoi bo- 
lognesi, Paolo Traversali coi ravennati, il conte Ricardo di 
Sanbonifacio, Alberico da Romano, Biaquin di Guecello da 
Camin e i Mantovani: tutti con numerose schiere. A queste 
formidabili forze terrestri aggiunsero i Veneziani una flotta di 
navi armate e munite di torri; e nera comandante un Tiepolo, 
forse il doge stesso, forse un suo figliuolo o consanguineo ; la 
quale flotta, salendo su per lo Po, venne ed accostarsi sotto 
le mure di Ferrara. 

Primo ad intraprendere le ostilità contro il tiranno fu il 
vescovo di Ferrara Filippo Fontana, il quale, nel gennaio di 
quell'anno 1240, andò con genti armate ad occupare i due ca- 
stelli di Bergantino e di Bondeno. Allora i collegati formando 
intorno a Ferrara l'assedio, ne incominciarono gli assalti il 
giorno 2 di febbraio: ma con poco vantaggio, perche Salin- 
guerra, benché ottuagenario, si difendeva con indicibile valore. 
Eccelino, per soccorrere in qualche modo, benché da lontano, 
il cognato, andò con numerosa truppa di Padovani, lusingan- 
dosi di distrarre da queir ìmprosa Alberico, a togliergli la città 
di Bassano, ed a molestare Azzo ne' suoi domini i con ogni sorta 
di vessazioni. Ma nessuno di loro abbandonò per questo l'assedio. 

Durò il contrasto quattro mesi continui, nel corso dei quali 
furono frequenti e sanguinosi gli assalti e i combattimenti; 
ma fu proposto alfine un accordo, che gli storici ferraresi di- 
cono effetto di un tradimento premeditato (1). « Dicono, che 
« Ugo Ramberti, il primo del coniando interno dopo Salinguerra, 

(1) Frizzi, Meni, per la slor. di Ferr., tom. Ili, pag. 116. 



ANNO 1240 149 

« guadagnato socretamente da que' di fuori, cominciò a vo- 
« ler pace, e tanto insisto con altri tirati nel suo proposito, 
« che Salinguorra dovette , suo malgrado , passare al campo 
« nemico e concordarne i capitoli. Tutto a suo genio si com- 
« pose e tutto nel dì seguente si sottoscrisse. Ciò eseguito, 
« nell' avviarsi egli alla città, mostrarono di volerlo accompa- 
« gnare per atto di cortesia i capi dell' esercito nemico sino 
« alla sua abitazione. Egli di buona fede, dopo qualche com- 
« plimento, il permise; e giunto in città li accolse nella sala 
« del suo palazzo, e fece presentare loro a ristoro vini squisiti. 
« Mentre la brigata ne mostra il più sincero gradimento e si 
« diffonde in lieti ragionamenti, Paolo Traversano comincia a 
«pungere Salinguerra ; egli lo ribadisce sempre e si sostiene, 
« ma si alza alquanto più la voce, gli astanti battono i piedi 
« e le mani e impediscono il parlare di Salinguerra. L'astuto 
« vecchio s'avvede, ma tardi, d'aver la serpe in seno. fosse 
« ciò preordinato, o fosse effetto del generoso liquore, terminò 
« la tresca con il suo arresto. Assicura Reobaldo e alcun altro, 
« che il marchese Azzo Novello al proporsegli questo inganno 
« inorridì e negò di acconsentirvi. Io lo trovo però cogli altri 
« a far molto bene la sua parte nella tragedia. Fu egli il primo, 
« che nel calore dell'alterazione prese a braccia il vecchio, e 
« coll'ai uto d'altri il venne conducendo lungo la via grande 
« verso la porta di san Paolo, dandogli però sempre ragione 
« e mostrando di volerlo pacificare col Traversano. Giunti 
« però a quella porta andarono a parte i complimenti e a fr onte 
« scoperta fu trasportato violentemente sopra una nave veneta 
« ivi allestita. Avrebbe potuto rammentarsi allora il vecchio, 
« che uno scherzo simile usò egli, sette anni prima, al conte 
« di san Bonifacio. Come poi riuscisse tuttociò senza opposi- 
« zione delle guardie e degli amici di Salinguerra niuno ce 
« lo dice. » 

Quanto scapitasse con queste perdite la causa di Federigo 
e quanto d'altronde infierisse vieppiù per la rabbia Eccelino, 
implacabile nemico di Azzo VII; non è possibile esprimerlo. 
Di Alberico fratello suo non faceva gran caso, perchè tra loro 
presto erano amici, presto in discordia. Anche prima dei fatti 



150 LIBRO VII, CAPO II 

di Ferrara, Eccelino aveva teso insidie al marchese; e pel 
corso di ben due mesi, che F imperatore soggiornava in Padova, 
Tanno avanti, alloggiato nel monastero di santa Giustina, aveva 
fatto sì che vi venisse anch'egli con molti de' suoi aderenti, 
sotto apparenza di onore, ma in realtà per iscandagliarne poco 
meno che i pensieri, e coglierlo, se fosse stato possibile, in 
sospetto d'infedeltà. Per opera di lui, Federigo ne volle in 
ostaggio il figliuolo Rinaldo, cui con belle parole mandò ad 
abitare in Puglia insieme con la sua sposa Adelasia, figliuola, 
come s' è veduto di sopra (1), del fratello Alberico. Di tuttociò 
alla sua volta vendicossi poscia Alberico e contro Eccelino e 
contro F imperatore, togliendoli Trivigi e facendone prigioniera 
la guarnigione. 

Lascio per brevità varie mosse ostili dei nemici di Fede- 
rigo, le quali non sarebbero che incidenti di nessuna impor- 
tanza, circa gli avvenimenti di Padova. Vi presero pa-rte bensì 
i Padovani; ma soltanto, come ausiliarii di Eccelino nello sfogo 
dell' ira sua contro il marchese d'Este e gli aderenti di esso. 



CAPO III. 

Violenze di Eccelino contro le terre e gli abitanti, 
die dipendevano dai Signori a lui sospetti. 

Federigo imperatore, lasciata Padova e il territorio della 
Marca trivigiana, passò nella Puglia, lasciando queste regioni 
in balia dell' irrequieto umore di Eccelino. Costui, nell' anno 
1241, tentò di ritogliere a tradimento al marchese Azzo la con- 
siderevole terra di Este (2). Ma per buona ventura il mar- 
chese n'ebbe a tempo notizia e potò impedirlo. Furono scoperti 
traditori, che maneggiavano quel trattato, molti di coloro che 
in apparenza mostravansi dei più fedeli alla casa d'Este. 
Tuttavolta in Eccelino non venne meno 1' audacia, il quale 



(1) Capo IX del lib. VI, pag. 131. 

(2) Roland, lib. 5, cap. 5. 



ANNO 1242 151 

all'ombra dell'autorità imperialo, Bignoreggiava in Padova, in. 
Vicenza, in Verona. Riescitogli fallito il colpo sulla terra di Este, 
volse i suoi pensieri a Montagnana, grossa terra popolatissima, 
dello stesso marchese; ma tornatogli vano ogni tentativo per 
averla con le armi, ricorse ad altro ripiego. Egli mandò colà, 
od ivi guadagnò alquanti incendiarti, i quali, in una notte del 
marzo 1242, vi appicarono il fuoco in più parti. Azzo VII, dal- 
l'alto della rocca di Este, vide quell'incendio e subito cavalcò 
a quella volta con le sue genti per soccorrerla. Ma avvertito, che 
veniva ed era vicino l'esercito di Verona, e vedendo che altri 
fuochi ancora si alzavano da Montagnana, si accorse del tra- 
dimento. E perciò, fatto mettere il fuoco al restante, prese con 
sé quanti più potè uomini, donne e fanciulli di quegli abitanti, 
e con loro tornò ad Este. S' impadronì di quei fumanti avanzi 
Eccelino, ed ordinò tosto, che vi si erigesse un castello. 

Poscia, chiamato in suo aiuto il conte di Gorizia, per fare 
dispetto ad Alberico fratello suo, si portò nel giugno seguente 
a dare fìerissimo guasto al territorio di Trivigi, e poco dopo 
fece altrettanto a quello di Este. 

Ritornato a Padova, pensò a preparare nuovo pascolo e per- 
manente al suo feroce spirito di vendetta. Fece fabbricare in 
città un castello, di cui fosse il miglior pregio l'orridezza ed 
oscurità delle carceri, che nel più profondo vi fece costruire 
a soggiorno infernale delle infelici vittime del suo furore. Il 
quale furore era giunto al più alto apice dacché, fatto audace 
dai suggerimenti del famoso Pier dalle Vigne segretario di 
Federigo, non conobbe più moderazione né freno : inferocì anzi 
per modo, che non si possono leggere senza piangere gli orribili 
effetti della sua immanità. L'architetto, a cui egli aveva rac- 
comandata la costruzione di quelle carceri, lo servì oltre forse 
la sua aspettazione ; ma non gli mancarono pretesti per farvelo 
chiudere anch'esso, ove anche morì. E ben poco ci voleva per 
quel tiranno ad immaginare pretesti. Le crudeltà da lui com- 
messe in Vicenza, sono narrate dal cronista di quella città, 
Antonio Godio (1). Di Padova non si finirebbe mai di narrare; 

(1) Nel toni. Vili della Collezione Rer. Iteti. Script, del Muratori. 



152 

massime nel tempo (an. 1243), ch'egli molestava con le armi 
la marca di Trevigi, ossia di Verona (1). 

Ricardo conte di san Bonifacio, aiutato dai Mantovani, 
tolse ai Veronesi i castelli di Gazo, di Villapitta, di san Mi- 
chele; ed intanto Eccelino coi Padovani; coi Vicentini e coi 
Veronesi andò all' assedio del castello del conte Ricardo, in 
cui trovavasi il fanciullo Leonisio, figliuolo di questo e nipote 
dello stesso Eccelino. Per evitare sanguinose stragi, s' inter- 
posero mediatori parecchi amici d'ambo le parti, e fu conchiuso 
un accordo; cioè, che il castello rimanesse di Eccelino, e che 
Leonisio con tutti i suoi ne uscisse libero : al quale fec' egli 
molte carezze e regali, e gli permise di andare con sicurezza 
ove meglio gli fosse piacciuto. 

Nell'anno stesso, Eccelino, il dì 4 giugno, fece decapitare 
sulla pubblica piazza di Padova il conte Bonifacio di Panego, 
nobile veronese; lo che provocò a sdegno il popolo padovano, 
nella persuasione che il tiranno avesse tolto di vita un inno- 
cente. E dopo questa sevizie contro di esso, rovesciò V ira sua 
sopra molti altri nobili di Verona, ch'egli chiamava traditori; 
e di questi per ordine suo furono demolite le case e le torri; 
alcuni anche ne fece morire nei tormenti, prendendo con ciò 
sempre più di baldanza contro i nobili e contro il popolo. 

Ma intanto, nel seguente anno, Ricardo conte di san Bo- 
nifacio, con Azzo VII marchese <T Este e coi Mantovani, strinse 
d'assedio il castello di Ostiglia, ch'era dei Veronesi: castello 
di molta importanza, perchè munito di torri altissime, di grosse 
e forti mura, di profonde fosse e difeso da un lato dal Po. 
Fece Eccelino varii tentativi per impedirne la perdita e la 
rovina; ma non potè, perchè i vincitori se ne impadronirono e 
lo diruparono. Molestò l'anno seguente i Trivigiani, togliendo 
loro i castelli di Noale e di Mestre, e facendovi fabbricar dei 
gironi, specie di fortificazioni usate in que' tempi. Ed inoltre 
s' impadronì di Castelfranco e eli altri luoghi dei Trivigiani, 
commettendo da per tutto indicibili eccessi d' immanità e di 
sevizie. In Verona fece morire nel 1247 i nobili di Lendinara 

1, Paris de Cerota, Gkron. Yeron. toni. Vili. Rer. Hai. Strip. 



ANNO IMI — 1247 153 

e molti altri in Padova sotto pretesto di congiura, che si di- 
ceva tramata contro di lui. Sanguinosa strage commemorano 
a questi tempi gli Annali veronesi (1) nella battaglia che 
diede Eccelino coi Veronesi, di qua del Mincio, contro il conte 
Eicardo da san Bonifacio coi Mantovani e coi fuorusciti Ve- 
ronesi ed Azzo VII marchese d' Este coi Ferraresi. — Insomma 
tutto, nelle regioni signoreggiate da Eccelino, era spavento, 
sangue, rapine, desolazione. 

Altri sanguinosi conflitti provocò V imperatore, in quel 
medesimo anno, sopra Parma, e mille sevizie praticò sopra i 
prigionieri; che gli venivano alle mani. Nò potendo riuscire, 
com'egli avrebbe desiderato, nella sua barbara impresa, fece 
venire al suo campo Eccelino coi Padovani, coi Vicentini, coi 
Veronesi, perchè più di tutti emergeva nell'odio contro i con- 
federati, ch'erano poderosissimi. Eglino in questa campagna 
erano : Eicardo conte di san Bonifacio, il quale potè introdursi 
in Parma con una squadra di armati; i Mantovani che si sca- 
gliarono addosso ai Cremonesi, saccheggiando e bruciando tutto 
sino a Casalmaggiore; Azzo VII marchese d'Este coi Ferra- 
resi e coi fuorusciti di Seggio; Bianchino da Camin ed Albe- 
rico da Eomano fratello di; Eccelino, con numerose schiere di 
Trivigiani. Anche i Genovesi v' inviarono quattrocento cinquanta 
balestrieri, e trecento ne mandarono i conti eli Lavagna. Ma 
tutti gli sforzi e le insidie e i tradimenti orditi da Eccelino, 
riescirono vani; e nella conclusione furono più di danno e di 
rovina al partito dell' imperatore, il quale trovandosi a caccia 
del falcone, esercizio suo prediletto, tre miglia lontano da 
Parma, fatto consapevole della distruzione e dispersione del- 
l'esercito suo, senza pensarvi di molto, spronò co' suoi alla 
volta di Borgo san Donnino, e di là, senza fermarsi, passò a 
Cremona, seco portando non saprei meglio se la vergogna o 
la rabbia. 

Eccelino, riescita male cotesta impresa, ritornò a Padova 
e ne progettò di nuove; e sempre a danno delle circostanti 
città, e precipuamente di Feltro e di Belluno, possedute da 

(1) Paris de Cereta, Ckron. Veronen. nel toni. Vili Rer. Hai. Script. 



154 

Blachino da Camin, aderente alla parte guelfa. Nel maggia 
adunque del 1248, Eccelino raccolse buon numero di Padovani 
o di Vicentini e s'avviò ostilmente contro Feltre. Narra il 
Muratori (1), che « nel viaggio una gazza venne a posarsi sopra 
«la bandiera di Eccelino, e fu sì piacevole, che si lasciò 
«prendere. Parve questo ad Eccelino buon augurio, e ordinò 
« che fosse di là innanzi la buona gazza delicatamente nutrita 
« in Padova. » Non opposero i Feltrini grave resistenza, sicché 
Eccelino se ne impadronì facilmente; non però altrettanto ot- 
tenne sotto Belluno, donde fu costretto a retrocedere, differen- 
done ad altro tempo Y impresa. Si disperse allora, con milizie 
di Padova, di Vicenza, di Verona e di Feltre, a devastare le 
terre del Mantovano ed a menar via molti prigionieri, i quali, 
condotti a Padova, perirono vittime del suo furore. 



CAPO IV. 

Eccelino è scomunicato dal papa Innocenzo IV. 
Nuove imprese di lui. 

Le crudeltà di Eccelino e di suo fratello Alberico in Pa- 
dova ed in Trevigi e in ogni altro luogo, dove i loro emissarj 
dominavano, erano giunte agli eccessi più enormi ; né v' era 
modo di frenarne l'audacia, perchè sostenuto dall' imperatore 
Federigo IL Le continue lagnanze dei primari potenti d' Italia 
e le molteplici notizie della tirannica crudeltà di lui perve- 
nivano di continuo al pontefice Innocenzo IV, il quale seguendo 
l' uso di que' secoli, tentò di frenarne 1' audacia, pronunziando 
contro lui sentenza di scomunica. Ma vi volea per lui ben al- 
tro che le scomuniche papali. Quella sentenza non valse che 
a rendere più audace la sua sfrenatezza. Considerando anzi la 
mal ferma salute del suo protettore Federigo, il quale trova- 
vasi nella Puglia, cominciò a formare pensieri di stabilire 
meglio la sua fortuna e di rendersi indipendente dallo stesso 
imperatore. 

(1) Armai d'Hai, an. 12i8. 



ANNO 1248 — 12 r J5 155 

In quest'anno pertanto (ch'era il 1249) tolse ai Caminesi 
la città di Belluno; poscia occupò con frode la terra e la rocca 
di Monselice, togliendola alla guarnigione che Federigo vi avea 
posto; in seguito levò dal mondo, sotto varii pretesti, alcuni 
Padovani, che gli facevano ombra. E sebbene avanzato in età, 
prese moglie, nel settembre di quest'anno, Beatrice figliuola 
di Buontra verso da Castelnuovo; e senza neppur condursela a 
casa, mosse in quel mese stesso l'armata de' Padovani, Vicen- 
tini e Veronesi, ed andò sino a Porto ed a Legnago (1): poi 
fatta secretamente una contromarcia, la notte del 20 venendo 
il 21 di quel mese, si presentò ad Este, ove un traditore, no- 
minato Vitaliano da Arolda, gli consegnò una porta. Sorpreso 
e spaventato il popolo per questa novità inaspettata, si diede 
confusamente alla fuga. Ne fu saccheggiata la terra e fu tosto 
formato l'assedio della rocca con torri di legno, dette belfredi 
o bitifredi, con petriere e trabucchi, che giorno e notte ne 
flagellavano continuamente le mura, le torri, il palazzo del 
marchese (2). Fece anche venire dalla Carintia de' minatori, 
che vigorosamente con le loro mine lo coadiuvarono; sicché in 
capo ad un mese, gli assediati non potendosi più sostenere, 
stipularono con Eccelino onesta capitolazione. Altri luoghi; 
cioè Vighizuolo e Vescovana, tolse Eccelino al marchese e li 
fece distruggere. 

In quest'anno stesso, Eccelino stabilì podestà di Padova un 
suo nipote, Ansedisio od Engidizio Guidotto o de' Guidotti, fi- 
gliuolo di una sua sorella — «fatto dalla natura (scrive il 
Muratori) per essere ministro di un crudele tiranno.» Costui 
e per sua iniquità e per comandi dello snaturato suo zio, tolse 
di vita molti nobili cittadini di Padova, alcuni perchè reputati 
autori o complici di certi versi fatti contro Eccelino, ed altri sotto 
altri pretesti. Tra questi dev'essere in ispecialità commemorato 
Guglielmo da Camposampiero, uno de' più cospicui gentiluomini, 
non solo di Padova, ma di tutta altresì la Marca d'Ancona. 



(1) Paris de Cereta, Annal. Yeronen.; nel tom. Vili, Rer. Hai. Script, 

(2) Dice il Muratori [Annali d' ItaL, an. 1249) che « alcuna di quelle 
macchine rotava por aria pietre pesanti più di mille e dugento libbre. » 



156 LIBRO VII, CAPO IV 

Dopo la morte di Federigo, avvenuta in questo medesimo 
anno, Eccelino, come se avesse rotto ogni freno, inferocì per 
modo, che non si possono leggere senza inorridire gli orribili 
effetti delle sue immanità, delle quali ci conservarono lagri- 
mevole memoria gli stessi guelfi, e particolarmente Rolandino, 
il Monaco Padovano, Parisio da Cereta ed altri contemporanei. 
Ogni giorno s' immolavano vittime al furore di lui e dell'altro 
snaturato tiranno, suo fratello Alberico, e in Padova ed in 
Trevigi; senza distinzione di età, di nascita, di professione. 
Non si udivano che grida lamentevoli d' infelici, che morivano 
in mezzo ai supplizii. Il marchese d' Este perciò ed altri si- 
gnori della Marca Trivigiana fecero istanze al sommo pontefice 
Innocenzo IV, acciocché promovesse con la sua autorità una 
lega di potentati, i quali sorgessero con le armi a deprimerne 
l'audacia e punirne i misfatti. Le trattative andarono in lungo 
sino alla fine dell'anno 1255. 

Intanto le orride crudeltà di Eccelino continuarono più 
che mai in Padova ed in ogni angolo del suo territorio. Per- 
ciò il papa Innocenzo IY rinnovò contro di lui le scomuniche 
e lo dichiarò eretico; ma tutto questo, con uguale effetto di 
prima; anzi potrebbe dirsi con più temerità del tiranno. Av- 
venne in questo frammezzo, che nel 1253, due fratelli Monte 
ed Araldo da Monselice, imputati tra gli altri di tradimento, 
fossero condotti a Padova. Essi gridarono ad alta voce, non 
essere traditori. Eccelino sedeva a mensa, ed udite quelle grida, 
discese colà dov'erano i due imputati. Ma non volle ascoltar 
ragione. Monte allora, scagliatosi furiosamente sul tiranno, lo 
rovesciò a terra e dopo avergli cercato addosso, ma indarno, 
se avesse avuto un pugnale, lo afferrò per la gola per soffo- 
carlo, e coi denti e con le unghie gli fece quanto più male 
potò. Lo avrebbe tolto di vita ; se gli avesse trovato armi; ed 
avrebbe in quel dì sgravata Padova e la terra tutta dal peg- 
giore di tutti gli uomini. Ma accorsero intanto i domestici del 
tiranno e glielo tolsero di mano, mettendo in pezzi Monte ed 
Araldo. Le feritecene aveva riportate Eccelino, ebbero d'uopo 
di più e più giorni ad essere guarite. 

La rabbia del tiranno vieppiù si accese (seppur di più 



ANNO 1255 157 

avesse potuto) in conseguenza di questo fatto. Empiè le infer- 
nali sue carceri di cittadini padovani e veronesi. Tutto era 
terrore, tutto disperazione sotto di lui, al quale ogni menoma 
parola, ogni ombra di sospetto serviva di motivo per impri- 
gionare, per tormentare, per togliere di vita chiunque si fosse 
degli infelici suoi sudditi. 



CAPO V. 

Lega formata contro i due tiranni Eccelino ed Alberico. 

Le moltiplicate istanze dei potentati d'Italia mossero alla 
fine il pontefice Alessandro IV, succeduto di fresco ad Inno- 
cenzo IV, a concertare una sacra confederazione, per liberare 
i popoli dalla tirannia degli inumani fratelli Eccelino ed Al- 
berico. Ne incaricò dell'impresa Filippo Fontana, arcivescovo 
di Ravenna e legato apostolico nelle Marche e nella Eomagna. 
Gli diresse perciò pontifìcio breve, che ha la data di Laterano 
20 dicembre 1255. I primi passi perciò dell'arcivescovo fu- 
rono diretti a Venezia, perchè, senza di questa, nessun altro 
dei confederati avrebbe potuto incaricarsene con speranza di 
felice riuscita. Alle istanze del pontificio legato aderirono di 
buon grado i Veneziani, i quali più d'ogni altra città d'Italia 
avevano in mano tutti i mezzi di condurre a buon fine l'im- 
presa e con genti e con armi e con navigli e con munizioni 
e con viveri. Fu promulgata dall' arcivescovo Fontana solenne- 
mente a san Marco una specie di crociata, ricompensando di 
spirituali indulgenze chiunque avesse preso le armi contro Ec- 
celino. Moltissimi de' privati cittadini vi si aggregarono : ed 
anche dalle altre isole e terre circonvicine accorsero in buon 
numero ad arruolarsi sotto le veneziane bandiere quanti ama- 
vano la nazionale indipendenza e la redenzione degli avviliti 
popoli dall'empio giogo della tirannide. Così videsi raccolto in 
brevissimo tempo un esercito formidabile, pronto ad attaccare 
le agguerrite soldatesche di coloro, che infestavano le contrade 
italiane d'intorno all'Adige, al Po, al Mincio, al Brenta. I 



15S LIBRO VII, CAPO V 

Padovani ed i Trivigiani con ardenti voti ne sospiravano più 
di tutti l'esito fortunato. Fu stabilito un podestà pei fuoru- 
sciti di Padova, e l' incarico ne fu raccomandato al veneziano 
Marco Querini : il supremo comando dell'esercito fu dalla repub- 
blica affidato a Marco Badoero (1). 

E qui devo premettere un'avvertenza, ed è, che il Verci, — 
sullo stile della corte di Boma, la quale, se nell' esercito si 
trova un pontificio legato, a questo unicamente suole attribuire 
tutto il merito delle mosse militari, che ne lavorarono F im- 
presa, per quanto pur egli sia ignaro dell'arte guerriera, e 
per quanto pur siano prodi e valorosi i comandanti che la di- 
rigono ; sicché ne sia tutto il merito delle armi del papa ; — 
attribuisce sempre all' arcivescovo Filippo Fontana F onore di 
questa spedizione, ed a lui, come a capo, tutte le mosse del- 
l' esercito ; — mentre invece le truppe veneziane ne formavano 
la più grossa ed importante porzione, ed al comando di vene- 
ziani condottieri era affidata l'impresa. Checché ne dica egli 
dunque, non era il legato apostolico più di un capo di onore: 
né a lui altro merito si può attribuire, fuorché di avere isti- 
gato i Veneziani ad uscire in campo con un regolare esercito 
e con navi all'uopo, ed a somministrare munizioni e viveri; 
e di avere pubblicato indulgenze ed elargiti spirituali beneficii 
a chiunque vi cooperava ; lo che, senza le militari forze, rego- 
larmente condotte da capitani esperti, a nulla avrebbe giovato 
per la buona riuscita dell'impresa. 



CAPO VI. 

Fatti militari della truppa, confederata 
contro le genti di Ansedisio, nipote di Eccelino. 

Ansedisio, cui di sopra abbiamo veduto podestà di Padova, 
in nome di Eccelino suo zio, tosto eh' ebbe notizia dei prepa- 
rativi dei Veneziani e degli altri popoli collegati, fece quanto 

(1) Verci, Stor. degli Eccel Vcn. 18M, pag. 20i del voi. ili. 



anno ma 159 

più potò per impedire l'ingresso di loro nel territorio padovano, 
prendendo le più accurate precauzioni, le quali poscia, per la 
maggior parte, riescirono a discapito suo. Fece divergere le 
acque del Brenta e del Bacchi gliene, acciocché i Veneziani 
non potessero navigare verso Padova pei consueti canali, ed 
andargli addosso con le loro forze. Presidiò di genti e di ba- 
stioni i castelli di Bovolenta e di Concadalbero. Circondò di 
profondissima fossa la terra di Conselve. Munì tutti i porti e 
tutte le vie, che avrebbero potuto dare ingresso al nemico. Né 
a tutte queste disposizioni Ansedisio e molto meno Eccelino 
trovossi mai sorvegliante. Sul che osserva opportunamente il 
Yerci(l): « Convien dire, eh' Eccelino avesse una grandissima 
« fiducia nel valore e nella direzione di suo nipote Ansedisio, 
« perchè una tempesta così fiera, che sovrastava al padovano, 
« non lo mosse punto dalla sua impresa di Mantova (2). Parve 
« che in quest' incontro egli non si dirigesse colla sua solita 
« prudenza, nò gli astrologi gli pronosticarono il vero, quan- 
« tunque, secondo quello che scrivono Rolandino e il monaco 
« padovano, avessero eseguito con ogni diligenza quanto loro 
« dettavano le regole di queir arte fallace. » 

Luogo di convegno per le truppe confederate si stabilì la 
torre delle Bebbe : ivi se ne fece generale rassegna, in sul 
principio del giugno 1256. Quindi l'esercito si diresse verso il 
castello di Brenta: ma con grandissima fatica potè appena 
arrivare a Correggiola, perchè la somma scarsezza d'acqua im- 
pedì ai battelli grossi di navigare più oltre. Fu d' uopo tragit- 
tare perciò le truppe alla sinistra sponda del fiume, valendosi 
di piccole barchette. Colà un corpo di soldati di Ansedisio 
stavano preparati per impedirne lo sbarco. Ma gli arcieri ve- 
neziani, avve'zzi a questo genere di conflitto, respinsero con 
tutta facilità il nemico e protessero la discesa di tutto l'eser- 
cito sul contrastato terreno. Superato questo primo ostacolo, i 
confederati ottenero novelli vantaggi, perchè un numero consi- 
derevole di Padovani, i quali esecravano la servitù del tiranno, 

(1) Luog. cit. 

(2) Cui s' era accinto ed espugnare. 



160 LIBRO VII, CAPO VI 

vennero ad ingrossarlo : « ed era tra questi (dice il Verci) anche 
« Tiso da Camposampiero, il quale fu tosto eletto confaloniere 
« di tutto 1' esercito : giovine, che oltre alla nobiltà dei natali, 
«aveva nell'età più fresca un senno maturo. » 

Il nipote di Eccelino si avvanzò co' suoi ad incontrare V e- 
sercito veneziano sino a Pontelongo ; ma le sue truppe, appena 
si videro a fronte quella ben regolata moltitudine di soldati, 
si diedero alla fuga. Eimase perciò libero il cammino all'eser- 
cito confederato sino al castello di Concadalbero, ch'era difeso 
da un buon numero di soldati saraceni. Il comandante Marco 
Badoer fece intimare ai difensori di rendersi ; e poiché se ne 
rifiutarono, egli lo prese di assalto. Altrettanto fece di Bovo- 
lenta e di Conselve, che furono poste a ferro e a fuoco. 

Ansedisio intanto, non avvilito per la fuga de' suoi a Pon- 
telongo, erasi ritirato con grossa guarnigione in Piove di Sacco: 
castello, per verità, ben munito, e di cui sarebbesi tentato 
indarno l'assalto. Tuttavolta i confederati lo strinsero di as- 
sedio: ma vedendo anche in ciò moltissima difficoltà, e molta 
perdita di tempo, ricorsero ad uno stratagemma, che riesci a 
maraviglia. Finsero di volersi recare ad assediar Padova, e per 
meglio colorire la loro apparenza, sparsero varii corpi di truppe, 
qua e là nei paesi e nelle borgate all' intorno, quasiché ne 
fossero le disposizioni di apparecchio. Ansedisio allora, temendo 
assai per la città, partì immediatamente da Piove di Sacco, e 
con tutta la truppa, che aveva secco, si affrettò per difendere 
Padova e per rinforzare il presidio, che vi aveva lasciato. Così 
le soldatesche della lega s'impadronirono senz'aldina resistenza 
anche di Piove di Sacco (1), luogo importantissimo per poter 
mantenere libera la comunicazione colle veneziane lagune. 

Ciò fatto, l'esercito confederato, con tutta sollecitudine, si 
pose in marcia, il giorno 10 giugno, alla volta di Padova. Esso 
vieppiù sempre ingrossava, perchè i prosperi suoi avvenimenti 
gli traevano continuamente da ogni lato novelli crociati. E crebbe 
altresì por l'arrivo di genti, che il marchese d' Este vi mandò 
da Ferrara, da Eovigo e da altri luoghi di sua dipendenza. 

(1) Sabellico, Stor. Veti., doc. 1, lib. IX. 



ANNO 1256 161 

Se crediamo a Rotondino, il numero totale di questo esercito 
non oltrepassava i due mille uomini : ma in questo numero 
devesi ammettere un grosso sbaglio ; sì perchè, come notò il 
Verci (1), sarebbe stata enorme temerità l'accingersi con sì poca 
gente, ad un' impresa sì grande, e sì perchè non puossi credere, 
che le truppe e di Venezia e di Ferrara e di Rovigo e dei molti 
altri popoli, che vi concorsero, e tutti inoltre i fuorusciti di Pa- 
dova, che non erano pochi, si riducessero appena a duemila uo- 
mini. Forse vi fu ommesso uno zero in fine, per cui ne risulte- 
rebbe più ragionevolmente una cifra di 20,000. 

Giunti i confederati sotto Padova, ne occuparono con tutta- 
facilità i sobborghi, sebbene Ansedisio vi avesse condotto per 
difenderli un corpo di mille soldati. Egli fu costretto allora a 
chiudersi in città. Vegliò tutta la notte, girandovi per ogni 
angolo, in compagnia de' suoi fidi ; visitandone tutte le porte ; 
toccandone persino con le sue mani le serrature (2), per ac- 
certarsi, che fossero bene assicurate; fortificando con travi e 
con grossi macigni i luoghi più deboli, ponendo balestrieri 
nelle torri, infanteria sulle mura. Ma tostochè comparve l'au- 
rora le truppe dei confederati corsero addosso alto città con 
un assalto generale : la investirono in più luoghi dal ponte 
Contarini sino alla chiesa di san Michele. Il combattimento 
fu accanito, fu sanguinoso. Ce ne conservò circostanziata de- 
scrizione il Verci, così scrivendo : « Quelli di dentro si difen- 
« devano coraggiosamente, e per conseguenza costò molto sangue 
« agli assalitori, e forse per quel giorno sarebbe riuscito vano 
« ogni sforzo, se un accidente non avesse agevolata P impresa. 
« Tutti que' frati, che combattevano nell' esercito della lega, 
« dei quali ve n' era di ogni religione, bianchi, negri e grigi, 
« si unirono d'accordo a costruire con legnami una vigna ossia 
« gatto. Coperti da questa macchina speravano gli aggressori 
« di rompere le porte di Ponte Altinate. Tanta quantità di pece, 
« di zolfo e di altre materie accese fu gittata dalle mura 
« addosso a quella macchina per distruggerla, che il fuoco- 

(1) Stor, degli Eccel. luog. cit. pag. 206. 

(2) Roland, luog. cit.. 

Cappelletti. Storia di Padova I. H 



162 LIBRO VII. CAPO VI 

« attaccandosi ad essa si comunicò anche alla porta medesima 
« e la ridusse in cenere. Ansedisio perdette a una tal vista il 
« coraggio e tutta la speranza. Un buon padovano avvedutosi 
« del suo avvilimento lo consigliò di capitolare col legato, ma 
« il malvagio Ansedisio lo passò da parte a parte con una stoc- 
« cata nel petto, ed insegnò quanto sia pericoloso il dar con- 
« sigli ai tiranni. Fu questo l' ultimo tratto della sua crudeltà ; 
« imperciocché, sorpreso da spavento, montò poco dopo a ca- 
« vallo e per la porta di san Giovanni prese la fuga, né i suoi 
« furono lenti a tenergli dietro. Fu inseguito da Tiso da Cam- 
« posampiero e da altri valorosi padovani, ma non potendolo 
« raggiungere, sfogarono questi la loro rabbia contro la sua 
« gente, che era stata tarda a fuggire, uccidendo quanti sgra- 
« ziatamente capitarono alle loro mani. Ansedisio tutto sudore 
« ed anelante giunse a salvamento in Vicenza. » 

Intanto l' armata dei confederati, favorita dall' impreveduto 
evento, potè, più presto che non sarebbesi immaginata, entrare 
in Padova. E con allegrezza l'accolsero i Padovani; e l'alle- 
grezza sarebbesi manifestata con maggior entusiasmo di grati- 
tudine, se la militare insolenza non l'avesse amareggiata col 
lutto del più orrendo saccheggio, cui non poterono in alcuna 
guisa frenare i capi dell' esercito vincitore. Durò otto giorni, 
e riuscì funestissimo; né seppero giustificarlo, né minorarne 
la colpa orrenda gli stessi storici guelfi ; tra i quali anzi Eo- 
landino ci attesta, che Padova fu ridotta a più grande miseria 
in questa occasione di quello che l'avesse ridotta il ferocissimo 
Attila (1). E il Yerci non esitò ad aggiungere: (2) « Saremmo 
« quasi per dire, che maggior danno sofferse Padova in quel- 
« l' incontro, che in tutti gli anni, che fu signoreggiata da 
« Eccelino. » 

(1) Duravit fu/re rapacitatis insanies fere per dies Vili, ita quod iis 
diebus futi nobilis Ma civitas Padue pauperior, qmm co tempore, quo ab 
A fila destrtucta canino transtata mutavit tectum ultra /lumen. 

(2) Luog. cit. pag. 208. 



ANNO 1250 163 



CAPO VII. 



Liberazione di Padova e degli altri luoghi 
dalla tirannia di Eccelino. 

Il trionfo ottenuto dai Veneziani a salvamento di Padova 
trasse di conseguenza la pronta adesione di tutte le altre terre 
£ castella, le quali sino a quel giorno avevano portato il giogo 
pesantissimo della tirannia di Eccelino. Monselice, Cittadella, 
tutti insomma i luoghi del territorio padovano, mandarono i 
loro deputati ad offrirsi spontaneamente nelle mani dell'esercito 
confederato. E da per tutto furono aperte le carceri e posti in 
libertà gl'innocenti, che vi gemevano poco meno che sepolti. 
Padova poi ne contava un numero innumerevole, perchè, oltre 
alle carceri pubbliche, sei grandi case erano state ridotte ad 
uso di carceri, e ne racchiudevano più centinaia. 

Come venisse intesa da Eccelino la perdita di Padova ci 
dà esatto ragguaglio il diligente storico della famiglia di co- 
stui, e narra (1) : « Al primo annunzio dei progressi del legato, 
« Eccelino aveva pensato di abbandonare l'impresa di Mantova. 
« Ma sapendo, che Padova era presidiata di gente veterana, e 
« provvista di tutto il bisognevole; e munita di forti mura, non 
« prendevasi gran fretta. Non si sarebbe aspettato giammai un 
« turbine così improvviso. Egli aveva presa la strada di Verona, 
« quando al passaggio del Mincio gli si presentò innanzi uno, 
« tutto sudato ed ansante. Chiese Eccelino quali nuove recasse. 
« Cattive, rispose egli ; Padova è perduta. eh' Eccelino sup- 
« ponesse che questa fosse un' invenzione di colui; o che la sua 
« politica gli suggerisse così, egli fece impiccare quel nunzio. 
« Da lì a poco ne arrivò un altro ; e interrogato da Eccelino 
« se aveva nuove da dirgli, rispose che con sua permissione 
« volea parlargli in secreto. Costui ebbe più giudizio, e fu più 
« fortunato. Eccelino ascoltò placidamente tutte le conseguenze 
« di quell'impresa. Indi giunsero molti altri, fra i quali Gorzia, 
« Crepada, il Bressa, eh' erano capitani della guarnigione, e 

(1) Verci, luog. cit. pag. 209. 



164: LIBRO VII, CAPO VII 

« confermando il fatto raccontarono minutamente com'era anelata 
« la faccenda. Eccelino dissimulando nel volto F affanno, che 
« opprimevagli il cuore, continuò la marcia tutta notte fino a 
« Verona senza permettere un momento di riposo all' esercito 
« stanco. La nuova della presa di Padova erasi ormai sparsa 
« per tutto F esercito, ma niuno ardiva di farne parola in 
« palese. Appena arrivato a Verona radunò il consiglio per 
« determinare sopra gli affari importanti che correvano. Si 
« discusse sopra tutto, che far si dovesse di que' padovani 
« eh' erano nell' esercito. Antonio Brosima, che in quel tempo 
« era podestà di Vicenza per Eccelino, consigliò, che tutti 
« condor si dovessero in Vicenza e quivi ritenerli per confu- 
« sione degl' inimici. Un altro consigliere, di cui Eolandino 
« non ci lasciò il nome, disse eh' era meglio trattenerli tutti 
« in Verona ; imperciocché v' ha da temere che quei padovani 
« avvicinandosi alla patria non si unissero alla fazione inimica. 
« Eccelino abbracciò questo parere. Erano già stati tutti ri- 
« dotti senza armi in un grande cortile, sotto pretesto di voler 
«far loro un discorso, quindi fu cosa agevole l'imprigionarli 
« tutti e spogliarli di quanto avevano. Furono i primi que' di 
« Piove di Sacco, perchè gli uomini di essa terra non avevano 
« fatto la debita resistenza al legato ; indi que' di Cittadella,. 
« perchè quegli abitanti aveano reso la fortezza volontaria- 
« mente. Seguirono in terzo luogo i contadini e in quarto il 
« restante dei pedoni e cavalieri padovani. » 

In tutto ascendevano questi prigionieri al numero di un- 
dicimila, secondochè narra il Eolandino, o di dodicimila al dire 
del monaco padovano e del de Monacis, od almeno di diecimila, 
secondo altri. Checché ne sia, il numero sembra esagerato di 
troppo. Io sono però d' avviso, che, siccome narra il Parisio 
di Cereta, tutto il numero di cotesti prigionieri si riducesse 
a quei padovani, ch'erano con Eccelino all'impresa di Mantova, 
ed a quelli, che per i loro interessi trovavansi per avventura 
in Verona, Di questi Parisio non dice il numero; ma soltanto 
dice, che furono chiusi nelle prigioni di san Giorgio, le quali per 
ampie che pur fossero, non avrebbero certo potuto contenere una, 
sì grande moltitudine di prigionieri. 



ANNO 1256 165 

Anche Bassano gli si era ribellata, od egli portossi a sfo- 
gare su di essa più ferocemente la sua rabbia. Ne cinse di 
stretto assedio la città, e preparavasi a darne la scalata alle 
mura. Giovanni Battista Porta, che comandava il presidio pa- 
dovano, a difesa della piazza, fu tra i primi a cadere. Per lo 
che sconfortati i Bassanesi, né vedendo possibile il sostenersi 
contro T esercito di Eccelino, si disponevano a rendersi a buoni 
patti. Ma Bianca de' Bossi, moglie del Porta, ferocemente scia- 
mando, con virile coraggio, non potersi fidare delle promesse 
dei tiranni, si oppose al loro progetto, e li persuase a conti- 
nuare nella difesa della città. Ella stessa con maravigliosa in- 
trepidezza ne diede loro l'esempio, correndo in soccorso, ove 
più il bisogno esigevalo; e con tanto valore si adoperò, che 
ne fu rispinto il furioso attacco. Eccelino, che non si aspettava 
sì vigorosa resistenza, fece secrete pratiche coi suoi fautori di 
Bassano, i quali gli e ne facilitarono l' ingresso per una porta. 
Entratovi quindi, non la risparmiò a chicchesia. Cadde 
anche Bianca in potere dei furibondi aggressori, contro i quali 
indarno aveva lottato con marziale eroismo. Fu presa e con- 
dotta dinanzi al tiranno, il quale invaghito della singolare bel- 
lezza di lei, comandò che fosse custodita nel suo palazzo e con 
ogni riguardo trattata ; e poscia, con affettuose attenzioni cercò 
di sedurre la sua onestà : ma indarno. Egli allora passò dalle 
preghiere alle minacce ed alle violenze, incalzandola sì fatta- 
mente, eh' ella, non trovando altro scampo a liberarsene, si pre- 
cipitò da una finestra, risoluta di morire piuttostochè sacrificare 
il proprio pudore. Fu tosto soccorsa ; ed era semiviva e tutta 
grondante sangue. Eccelino ordinò, che fosse diligentemente 
curata ; ma ripristinata in salute, egli ritornò a pressarla con 
modi tali, che finalmente dovette cedere alla forza. À questa 
narrazione aggiungono alcune cronache padovane (1) le seguenti 
circostanze, che il diligentissimo Verci (2) rigetta siccome fa- 
vole. Dicono, eh' Eccelino « per colmo di sevizia la fece legare 
« sopra una tavola, abusando di lei barbaramente. Bianca si 

(1) Ferrighi, pag. 78. 

(2) Stor. degli EcceL, tom., I, pag. 158, e tom. II, pag, 336 e 347. 



1GG LIBRO VII, CAPO YIII 

« propose di non sopravvivere a tanta violenza, ed accortamente 
« dissimulando il suo dolore, impetrò di rivedere il morto ma- 
« rito. Levato il coperchio dell'avello, si precipitò sopra il fe- 
« tonte cadavere, e con animo intrepido e forte, smosso il so- 
« stentacolo che teneva alzato il marmoreo coperchio, se lo fece 
« cadere sopra la testa che le balzò fuori le cervella, lavando 
« così la macchia di sua contaminata onestà. » — Ho voluto 
commemorare queste circostanze, checche ne sia della verità 
di esse, per non mostrarmi ignaro di certe curiose particolarità 
narrate dai cronisti di Padova. 



CAPO YIII. 

Anche Vicenza è presa dai confederati. 
Eccelino muove a ricuperare Padova. 

In Padova intanto s'ingrossava l'esercito della lega; e ad in- 
grossarlo considerevolmente vi accorrevano tutti i fuorusciti di 
Verona e di Vicenza ed alcune brigate di Bolognesi, condotte 
dal frate Giovanni domenicano. Anche da Venezia e da Chiog- 
gia vennero a Padova numerosi corpi di balestrieri e di pedoni. 
E già il 30 di luglio l'armata era pronta a partire alla volta 
di Vicenza. Giunta, che vi fu, trovò bensì resistenza nei Vi- 
centini; ma dopo fiero conflitto, in cui perirono moltissimi dal- 
l' una parte e dall' altra, i Veneziani rimasero padroni del 
campo e senza ostacolo poterono entrare in città. I molti pri- 
gionieri, che vi fecero, furono condotti a Padova. 

Narrano gli storici, che anche Alberico, in quel dì mede- 
simo si fosse presentato con un corpo di Trivigiani; ma che 
i confederati, sospettando, eh' egli per tradimento volesse ab- 
bandonare il partito dei guelfi per dare assistenza a suo fra- 
tello Eccelino, non vollero accoglierlo in città; del che indi- 
spettito e arrabbiato, egli ritornasse a Trivigi. Il Verci invece 
attribuisce a questo affronto di non essere stato ricevuto in 
Vicenza, la sua risoluzione di darsi per vendetta al partito di 



ANNO 1257 1G7 

Eccelino (1). Ma temendo i Padovani di segrete insidie, meglio 
stimarono di ridurre l'esercito in Padova. 

Legnago, considerevole castello sull'Adige, si sottrasse 
anch'esso in quest'anno dall'ubbidienza di Eccelino e di Ve- 
rona, ed acclamò suo signore il marchese d' Este. Lo stesso 
fece anche Colonia (2). I Padovani , per maggiore precau- 
zione, scavarono una grande fossa, quasi di tre miglia, fuori 
della città, con steccati, torri di legno, e petriere disposte in 
varii siti; e qui s'accampò l'esercito confederato ad aspettare 
Eccelino, che disponevasi ad affrontare Padova. E qui simil- 
mente il marchese Azzo fece venire tutta la cavalleria eli Fer- 
rara, e ne doveva tra poco arrivare anche la fanteria. Grande 
copia di Mantovani ed il patriarca di Aquileja, con numeroso 
corpo di gente, accorsero alla difesa di Padova. 

Si mosse finalmente Eccelino colle sue truppe e calò da 
Verona, in sulla fine di agosto, per inoltrarsi a ripigliare Pa- 
dova. Diede varii assalti alle fortificazioni nemiche; ma sempre 
vi fu rispinto, benché le sue forze fossero il doppio di quelle 
dei Padovani. Perciò scornato ritornò a Vicenza, donde per sua 
sicurezza fece uscire la milizia urbana, ponendola con belle pa- 
role alla custodia dei borghi, mentr' egli dispose in città una 
buona guarnigione di Veronesi e di Tedeschi; e poscia tirò 
innanzi a Verona. 



CAPO IX. 

Orrende crudeltà di Eccelino reduce in Verona. 

Sono orribili le crudeltà, che gii storici narrano commesse 
da lui nel suo andare e ritornare da Verona a Vicenza ed a 
Padova. E prima di ogni altra è da commemorarsi quella sui 
Padovani, eh' egli, pochi dì avanti, avea fatto chiudere nelle 
carceri di Verona. Eitornatovi appena dopo la sua inutile spedi- 
zione, domandò informazioni di loro ai custodi, che gli avevano 

(1) Verci, Inog. cit. pag. 212. 

(2) Paris, di Gereta, Ckron, Veronen. nel toni. VII. Ber. Ita!. Script. 



16S LIBRO VII, CAPO IX 

in consegna: i quali gli narrarono che tutti i giorni della sua 
assenza erano andati facendo, coi loro discorsi, i più funesti pre- 
sagi sulla sua spedizione di Padova. Questa notizia bastò, per- 
chè si determinasse a comandare tantosto, che tutti o col ferro 
o col fuoco o colla fame fossero tolti di vita. — Non sapreb- 
besi dire di chi sia stata maggiore la crudeltà; se di 'lui nel 
darne Y ordine, ovvero de' suoi satelliti nell' eseguirlo. — Du- 
gento di quegT infelici poterono con la fuga salvarsi. 

Non avendo Eccelino di che dar pascolo all' inumano suo 
genio contro i Padovani, si diede a sfogarlo contro i nobili 
e i popolari eli Verona. Fece prendere, in quest' anno (1257) 
Federigo e Bonifacio fratelli della Scala, famiglia che comin- 
ciava a distinguersi in quella città, e con essi tutti i loro ade- 
renti, incolpandoli che avessero voluto dare Verona ai Manto- 
vani ed al marchese Azzo. Nell'ottobre li fece strascinare tutti 
a coda di cavallo e poscia bruciare (1). 

Ma quanto più infieriva costui contro gì' innocenti, tanto 
più le popolazioni s' irritavano contro di esso e sottraevansi 
dalla sua schiavitù. Padova intanto ne rimase sciolta per lo 
valore dei Veneziani e dell'esercito confederato. Fu riconosciuto 
allora e riconfermato dal consesso dei cittadini il podestà Marco 
Querini, che ho nominato di sopra. Fu decretato, prima di ogni 
altra cosa, che tutti i beni, le case e le possessioni, i vassali, 
i feudi posseduti da Eccelino in Padova e nel padovano, fos- 
sero confiscati e venduti in favore della città, in compenso dei 
gravissimi danni sofferti in quella circostanza. Ed inoltre il 
maggior consiglio, nel gennaro dell'anno 1257, decretò, che i 
giorni 9 e 20 giugno si avessero a solennizzare in avvenire 
dai Padovani con una processione generale, a memoria perenne 
della felice liberazione della loro città. 

E sebbene Padova quinc' innanzi non avesse più a temere 
di Eccelino e del suo partito ; dovette ciò non di meno star- 
sene assai guardinga per la vicinanza di Trevigi, ove dominava 

(1) Fece morire in quest'anno medesimo, a furia di tormenti, anche 
suo nipote ànsedisio, perchè non avea saputo difendere Padova; e così 
Iddio permise, che questo iniquo strumento della crudeltà dello zio, rice- 
vesse dn lui medesimo il meritalo castigo. 



ANNO 1257 169 

Alberico fratello di lui. Abbiamo veduto di sopra, elio i due 
tiranni, in mezzo a tanto sconvoglimento, si rapacificarono, per 
aiutarsi a vicenda nell' infierire sui popoli a so soggetti e per 
continuare, dovunque si fosse, le loro sanguinose crudeltà (1). 
Questa riconciliazione avvenne in Castelfranco, il dì 8 maggio 
del detto anno 1257. 



CAPO X. 

Crudeltà di Alberico, d' intelligenza con Eccettuo, 
sui Trivigiani. 

La riconciliazione dei due fratelli non tardò a conformarne 
anche le azioni, i pensamenti, le idee, cangiando la natura pa- 
cifica di Alberico in quella di una ferocissima belva, sitibonda 
similmente anch'essa di sangue innocente. Ma appena cominciò 
Alberico ad esercitare la sua tirannide, i Trivigiani gli si ri- 
voltarono contro, e congiurarono contro la sua vita. Si fece 
capo di questa congiura Giovanni Enginolfi, il quale, caduto 
in sospetto ad Alberico per lo suo fermo amore verso la patria, 
conosceva già imminente sulla sua testa l'estremo effetto del- 
l' ira amarissima del tiranno. Pensando egli dunque alla sua 
posizione ed a quella de' suoi concittadini, ravvolgeva nella 
mente progetti, per procurarvi proporzionato rimedio. Egli, 
caldo di amor di patria, aveva parlato con franchezza al ti- 
ranno, per distorlo dalle sue prepotenze sull'oppressa città di 
Trevigi (2) : ma il suo parlare aveva provocato di più lo sde- 
gno dell'oppressore. L' Enginolfi adunque, odiato com' era, non 
poteva che aspettarsi la morte, o macchinarne quella di Albe- 
rico, o con la fuga salvarsi. Scelse la più azzardosa; l'ucci- 
sione, cioè, del tiranno. Radunò pertanto in casa sua varii suoi 
amici, amatori della patria, coni' egli ; e di comune accordo ne 
giurarono la morte. Ma poiché conoscevano, che senz' aiuto dal 

(1) Parisio da Cereta, presso il Verci, luog. cit. pag. 220. 

(2) Le parole dell' Enginolfi si leggono a un bel circa presso il Boni- 
facio, Istor. di Trevigi, lib. V, pag. 206 e seg. dell'ediz. di Venezia 1744. 



170 LIBRO VII, CAPO X 

di fuori non avrebbero potuto venirne a capo, trattarono coi 
fuorusciti trivigiani e con altri di altre città, i quali s' erano 
sottratti alle crudeltà di Eccelino: fissarono il modo e il mo- 
mento d' introdurli in Treviso per la porta de' santi Quaranta, 
e conseguentemente operare di comune accordo la liberazione 
della città. Ed era anche giunta la notte, in cui dovevasi ese- 
guire il progetto. 

Ma poiché non di rado le alte imprese hanno avversa la 
sorte, e quanto più si scorgono legittime e ragionevoli le con- 
giure contro i tiranni, tanto è difficile d' ordinario il condurle 
a fine felicemente, perciocché ne interrompe il filo la perfidia 
di un qualche traditore; così anche in questa cospirazione vi 
fu chi, rivelando al tiranno il secreto, operò lo sterminio dei 
suoi colleghi. Ugolino d' Andrighetto fu il traditore, il quale 
fece consapevole di tutta la trama Alberico, prima che i fuo- 
rusciti arrivassero a Trevigi. Non fu perciò difficile al tiranno 
l'avere nelle sue mani i congiurati, tuttora raccolti in casa del- 
l' Enginolfi. Molti per verità poterono fuggire, calandosi dalle 
mura della città : ma sette ne furono catturati sulP istante ; — 
Alessandro di Kainaldo tedesco, Gherardo da Castello, Antonio 
da Onigo, Antonio Tempesta Avogaro, Nicolò da Pola, Ales- 
sandro Ariano, Benedetto da Casale : e poscia ne furono arre- 
stati altri cinque, i quali s'erano rimpiattati in una casa vi- 
cina, e da una vile femminuccia vennero rivelati: questi erano 
Marino Giudice, Gabriello di Costanzo, Kodolfo da Cassano, 
Enrico da Doveledo e Giacobo dal Colle. Tutti questi furono 
posti in carcere: e quando fu la mezzanotte, perciocché avvici- 
navasi l' ora, in cui dovevano arrivare i fuorusciti in assistenza 
di loro, Alberico mandò molti soldati a porsi in agguato un 
mezzo miglio fuori della porta, con ordine di assaltarli e farne 
macello, tostochè ne fosse stato dato il segno da lui medesimo, 
il quale, con altri sicarii tedeschi suoi fidi, stava presso alla 
porta per aspettarli. Ne giunse infatti un drappello di cento, 
per esplorare e darne poi segno ai colleghi, che si avanzassero : 
e questi vi rimasero colti nel laccio. Perchè, giunti presso alla 
porta della città, Alberico diede il segnale d' intelligenza a 
que' che stavano più al di fuori, e così li presero di mezzo : 



ANNO 1 251» 171 

intorno a settanta ne furono uccisi ; trenta caddero prigionieri. 
Se ne accorsero bensì per lo strepito gli altri congiurati, che 
erano riinasti indietro e ch'erano in buon numero; ma non po- 
terono giungere a tempo di assisterli, perchè Alberico era 
rientrato co' suoi nella città e ne aveva chiuso le porte. I trenta 
prigionieri furono fatti impiccare subito ai merli delle mura; 
sicché allo spuntare del giorno apparvero orrendo spettacolo ai 
loro colleghi, i quali perciò deliberarono di ritornarsene ad- 
dietro. Nel dì medesimo, Alberico fece decapitare tutti i sun- 
nominati della congiura, facendone infilzare le teste sulla punta 
di altrettante lande, e porre sopra le torri delle porte della 
città. Le quali crudeltà elei tiranno quanto più riescivano di 
spavento, tanto più aizzavano gli animi a desiderarne vendetta. 
Intanto Alberico scrisse a suo fratello Eccelino la notizia 
di tutto questo avvenimento, ed ottenne da lui assistenza di 
cavalleria e di fanteria; sicché strinsero più tenacemente la 
loro lega, e si diedero di comune accordo a molestare i popoli 
e ad esercitare orribili crudeltà sopra chiunque fosse loro ca- 
duto in sospetto di adesione ai Padovani e alla lega. Nelle 
quali prepotenze qua e colà, passarono tutto Tanno 125S. 



CAPO XI. 

Vantaggi dei Padovani. — Ultime crudeltà di Eccelino. 

Sua morte. 

Non mi trattengo qui a narrare i varii fatti, che condus- 
sero Eccelino a farsi padrone di Brescia, perchè questi non ap- 
partengono punto alla storia di Padova : sono quelli bensì, che 
lavorarono l' ultima rovina di lui. — Ricorderò; che, nell'aprile 
del 1259, i Padovani s' impadronirono di Lonigo e di Custoza, 
togliendole ai Vicentini ; s' inoltrarono sino alla grossa terra 
di Tiene, la saccheggiarono e la diedero alle fiamme; poscia 
nel seguente maggio, presero la terra di Freola, e dopo averla 
ben fortificata vi lasciarono un sufficiente presidio. Ma tostochò 
n'ebbe notizia Eccelino, il quale trovavasi tuttora in Brescia 



172 LIBRO VII, CAPO XI 

e preparavasi per andare alla conquista di Milano, montò in 
sì grande collera, che, correndo in persona con tutta 1' ar- 
mata; andò a ripigliarsi quella terra. Il popolo, che umil- 
mente e subito gli si rese ; non trovò modo di ottenere cle- 
menza. Egli fece legare tutti, grandi e piccoli. Molti ne levò di 
vita sulF istante ; nessuno rimase immune da un qualche se- 
gno della barbarie di lui. A chi fece cavare gli occhi, a chi 
tagliare il naso, a chi un piede, molti ne fece persino ca- 
strare (1). Ma questo fu l'ultimo spettacolo della sua crudeltà. 
Imperciocché, azzardata l' impresa di Milano, e tornati 
vani tutti i suoi tentativi, non potè declinare dalla zuffa, che 
lo aspettava a Cassano al ponte dell'Adda; ove, nel furor della 
mischia per tragittarlo, rimase colpito da una freccia nel piò 
sinistro, la quale gli si conficcò nell'osso. Questo accidente 
colmò di spavento tutte le sue brigate; ma egli, ostentando in- 
trepidezza, fecesi portare a Yimercate, dove, aperta la piaga e 
cavatane la freccia, i chirurghi lo curarono. Egli nel dì se- 
guente, salì coraggioso a cavallo ed informato di un guado 
nell'Adda, si accinse con ardimento a passarlo ; e sì, che gli 
venne fatto di tradurre di là tutti i suoi squadroni. Ma in 
quel momento si trovò circondato da truppe di ferraresi, di 
mantovani e di cremonesi, che tacitamente avevano condotte 
là il marchese Azzo VII d'Este ed il marchese Oberto Pala- 
vicino e Buoso di Doara. A tale sorpresa, i primi a voltar le 
spalle furono i bresciani (2) ; per lo che Eccelino, col resto 
della sua gente, e senza mostrare paura, s' avviò di passo a 
cercare ricovero sul territorio di Bergamo. Ma non glielo per- 
misero i collegati, ch'erano iti colà a contrastargli il cam- 
mino, e che si scagliarono addosso alle genti di lui; le sban- 
darono, e vi fecero assaissimi prigionieri. « Il più illustre ed 
« importante tra questi, dice il Muratori (3), fu lo stesso Ec- 
« celino, al quale dappoiché restò preso, un indiscreto sol- 
« dato diede due o tre ferite in capo, per vendetta di un suo 

(1) Paris do Cereta, Chron. Veronen., nel toni. Vili Rer. Hai. Script 

(2) Malvecius, Chron. Brixian, toni. XIV Rer. Hai. Script. 

(3) Amai. d'Hai un. 1299. 



ANNO 1260 173 

« fratello, a cui il tiranno aveva fatto tagliare una gamba (1).... 
« A folla correva la gente per mirar preso un uomo sì cliffa- 
« mato per la sua indicibile crudeltà, come si farebbe ad un 
« orribilissimo mostro ucciso, caricandolo ognuno d' improperi!, 
« e i più vogliosi di finirlo. Ma il marchese e Buoso da Doara 
« non permisero che alcuno gli facesse oltraggio; anzi condot- 
« tolo a Soncino, quivi il fecero curare con carità dai migliori 
« medici. Tali nondimeno erano le sue ferite, che da lì ad un- 
« dici giorni, in età di circa settanta anni, se ne mori tal 
« quale era vissuto, senza alcun segno di penitenza, e senza 
« mai chiedere i sacramenti della Chiesa. Come scomunicato fu 
« seppellito fuor di luogo sacro, in un'arca sotto il portico del 
« palazzo di Soncino. » 

La morte di lui fu la risorsa e la vita dei territorii pa- 
dovano, trivigiano e vicentino. Perchè gli aderenti di lui, sco- 
raggiati e avviliti, non poterono sostenere 1' animosa rivolta 
dei popoli oppressi , che aspiravano alla libertà. Alberico 
stesso conobbesi in pericolo, se fosse rimasto in Trivigi, ove 
tante crudeltà aveva commesso : sicché, trovandosi nell'impos- 
sibilità di mantenervi si di vantaggio, mandò nascostamente i 
suoi tesori al castello di santo Zenone e ad altre fortezze vi- 
cine ; e poscia, abbandonando la città, vi si ritirò con la mo- 
glie, co' figliuoli e co' suoi più stretti amici e consiglieri. Ivi 
condusse con sé a presidio la sua guardia di tedeschi, e vi si 
trincerò come in una inespugnabile fortezza. 



CAPO XII. 

Le città delle Marche Veronese e Trivigìana 
ricuperano la loro libertà, 

La caduta di Eccelino rallegrò tutti i popoli della Lom- 
bardia, di Padova, di Verona, di Trivigi, di Vicenza. D'altro 
non si parlava allora, che di questo felice avvenimento. Fatti 

(1) Questi fu Mazzoldo de' Lavelonghi, nobile bresciano; ma prima 
che Eccelino fosse fatto prigioniero. 



174 LIBRO VII, CAPO XII 

certi i Padovani della morte di lui, corsero a Vicenza, per li- 
berare quella città dal presidio tedesco, postovi dal tiranno (1). 
Ma non potendola ricuperare, ne incendiarono i borghi e ri- 
tornarono a Padova. In capo a tre giorni, fuggiti i soldati di 
Eccelino, i Vicentini si posero sotto la protezione dei Padovani 
i quali poscia se ne fecero a poco a poco padroni assoluti. 
Anche la terra di Bassano si sottomise a Padova, la qual cosa 
giovò di molto ad ingrandire la potenza di questa città. 

La partenza di Alberico al castello di san Zenone liberò 
anche Trevigi dalla schiavitù; e perciò vi accorsero da ogni 
parte i fuorusciti, che avevano dovuto abbandonarla, per sal- 
vare la vita. Molti di questi s'erano ricoverati in Venezia, i 
quali con molte barche vi furono ricondotti su per lo Sile, 
sotto il comando del capitano dell'esercito veneto Marco Ba- 
doaro. I Trivigiani, di comune accordo, se lo elessero a pode- 
stà. Egli, nel dì 16 marzo 1260, radunò il popolo in piena 
assemblea, ed a voti unanimi fu decretato: « che tutti i beni 
« di Eccelino, posti in Trivigi e nel suo contado, fossero con- 
« fiscati e alla comunità gli applicò ; e dappoi confiscò anche 
«i beni di Alberico, e con la moglie e co' figliuoli lo con- 
« dannò a perpetuo bando, con pena, s' egli e i suoi figliuoli 
« venissero in mano della giustizia, d' essere trascinati a coda 
« di cavallo per la città e poi impiccati, e la moglie e le 
« figliuole arse ; con espressa condizione, che non potesse esser 
« loro fatto grazia, imponendo pena, a chi volesse a ciò in al- 
« cun tempo contraddire, d' essere sbandito, confiscati i suoi 
« beni e punito anco nella persona, ad arbitrio, del podestà (2). » 

Anche la città di Verona ricuperò la sua libertà ; richiamò 
Lodovico conte di san Bonifazio e gli altri fuorusciti; ed 
elesse per suo podestà Mastino dalla Scala, la cui casa giunse, 
dopo qualche tempo alla signoria di quella città. 

Tra le città, che si diedero sotto la reggenza di Padova, 
fu anche Feltre ; nò andò guari, che questi coi Padovani e 
coi Vicentini e coi Trivigiani] formassero lega con quelli di 

(1) Chron. Placent. nel torti. XVI Iìer. Ital. Script. 

(2) Bonifacio, Stor. di Trevigi, lib. V. pag. 212 e seg. 



ANNO 12G0 17< 



Conegliano e con altri popoli circonvicini, i quali giurarono tutti 
assieme la rovina di Alberico e della sua famiglia, acciocché 
rimanesse affatto estinta la razza degli Eccellini. 



CAPO XIII. 

Ultimo sterminio della schiatta dei signori da Romano. 

I Trivigiani, ricordevoli di tante ingiurie e di tanti danni, 
che avevano ricevuto da Alberico, ed ansiosi di sradicare dal 
mondo la terribile e micidiale razza dei da Romano, stimola- 
rono il podestà Marco Badoaro a compiere il processo crimi- 
nale contro il tiranno; tanto più, ch'egli dal suo castello di 
san Zenone non cessava dal fare continue scorrerie sulle terre 
e sui luoghi all' intorno. Presane la determinazione di stermi- 
narlo, uscirono in campagna, in sul principio di giugno del- 
l' anno 1260, con grosso esercito, formato di Padovani, di Vi- 
centini e di Friulani, e mossero verso il castello suddetto. Vi 
si accamparono, fermi e risoluti di prenderlo e smantellarlo. 

Ce ne conservò la descrizione il Bonifaccio (1), con le se- 
guenti parole : « Era questo castello posto tra il bassanese e 
« il trevigiano, parte dalla natura e parte dall' arte fabbricato 
« sopra un colle cinto d' alta e forte muraglia, attorniata di 
« molte salde torri, circondata da una profonda ed ampia fossa. 
« Aveva nel mezzo il palazzo del signore, che con ogni ma- 
« gnificenza fabbricato, era copioso di stanze ; e nell' ombelico 
« di quello s' innalzava una bellissima e fortissima torre, che 
« faceva di sé pompa per tutto quel contorno, piena di molta 
« munizione d' ogni sorta, e il castello similmente era fornito 
«d'arme e di tutte quelle cose, ch'erano a simil luogo sti- 
« mate necessarie e guardato da cinquanta tedeschi ed altret- 
« tanti italiani, avendo anche Alberico seco altre venti persone 
« tra consiglieri e famigliari. » 

Le genti delle varie città incominciarono la zuffa tempe- 
stando il castello colle pe tri ere e con tutte le macchine ed 

(1) Ivi, pag. 214. 



176 LIBRO VII, CAPO XIII 

ordigni di guerra, che si usavano a que' tempi; ma ne riusci- 
rono vani tutti gli attacchi, benché pochi ne fossero i difen- 
sori. Ricorsero perciò gli assalitori all'arma dell'oro, da cui 
si lasciò guadagnare Mesa da Porcilia ingegnere, o coman- 
dante, della cinta inferiore di esso castello. Costui sovvertì (1) 
alcuni tedeschi del presidio, i quali in un assalto, il dì 13 ago- 
sto, fingendo di difendere, aiutarono gli assedianti ad impa- 
dronirsi di quelle fortificazioni. 

Alberico; vedendosi tradito da' suoi, senza più speranza di 
salvezza, perciocché i nemici erano già penetrati entro le cor- 
tine del castello ; si ritirò con la moglie e coi figli nella som- 
mità della torre, donde gli si affacciava lo spaventevole spetta- 
colo di un esercito numerosissimo, che voleva il suo sangue. 
Tre giorni potè durarvi; ma finalmente, nulla più restandogli 
da cibarsi, e prevedendo irreparabile la sua rovina, parlò alla 
moglie ed ai figli, acciocché pensassero a porsi in salvo ed a 
provvedere alla futura loro esistenza (2). 

Non ancora aveva finito Alberico di parlare alla moglie 
Margherita ed a' suoi figli e figlie, Giovanni, Alberico, Eomano, 
Ugolino, Eccelino, Cormalsco, Griselda ed Amabilia; allorché 
taluno de' suoi domestici entrò ad avvertirlo, che i soldati della 
lega incominciavano a penetrar nella torre, dalla parte di sotto, 
ove a furia di colpi avevano rotto le grosse muraglie. Risolse 
perciò di darsi spontaneamente prigioniero eli guerra; ed or- 
dinò al suo secretano Lodovico Bolognese di parlare al mar- 
chese Azzo VII e di pregarlo, che « per l'antica amicizia e per 
« V amore di lui a Rinaldo figliuolo suo, ch'era pur marito di 
« una figlia di Alberico, accettasse suoi prigionieri esso Albe- 
« rico, la moglie e i figliuoli di esso ; li preservasse dalla 
« morte e li difendesse dal furore del popolo arrabbiato. » 
Lodovico obbedì: ma il podestà di Trevigi non volle accettare 
le condizioni proposte, nò gli permise mai di parlare al mar- 
chese d'Este: sicché l'inviato, temendo per la propria vita e 



(1) Vedi il Muratori, Annoi. d'Ital. an. 1260. 

(2) Il Jìonifaccio, luog. cit. pag. 215 gli mette in bocca una lunga e 
commovente parlata, frammista di fierezza per esortarli a vendetta. 



ANNO 1260 177 

e per quella degli altri famigliari, se più lungamente avesse 
insistito nelle sue domande, consegnò Alberico e la famiglia di 
lui nelle mani degli assediatoti. 

Furono tosto condotti quegf infelici dinanzi al podestà. Lo 
sterminio di tutta la famiglia fu compiuto |senza indugio ; ed 
Alberico ne dovette rimanere spettatore. Il podestà concesse 
loro tanto di tempo quanto poteva occorrere per confessarsi. Po- 
scia, alla presenza del padre, furono uccisi e squartati i sei figli 
maschi, e le membra, ridotte in pezzi, furono disperse e gittate 
per tutto T esercito ; le due figliuole e la madre furono bru- 
ciate, e ne furono sparse al vento le ceneri, e finalmente Al- 
berico fu strascinato a coda di cavallo per tutto il campo, e il 
suo cadavero, che aveva perduto ogni forma umana, fu condotto 
così lacero e pesto, su di un carro a Trevi gì, e con esso il ca- 
davero altresì di uno de' suoi figliuoli, ed entrambi furono ab- 
bruciati sulla pubblica piazza (1). Obbliarono in quest'occasione 
quei popoli tutte le leggi dell'umanità; ma sì fiero era l'odio 
di tutti contro il tiranno, sì grande il timore, che, lasciando 
in vita alcun rampollo di così potente e crudele famiglia, a 
cui non mancavano parenti ed amici, potesse un dì ripullulare 
in danno loro, che ad occhi chiusi la vollero sterminata affatto 
dal mondo. 

Nei giorni seguenti fu distrutto di pianta il castello di san 
Zenone ; e poscia, altrettanto fecesi anche di quello di Romano, 
e di quanti altri ne avevano in quei dintorni Eccelino ed Al- 
berico. E tuttociò fu compiuto a' dì 26 agosto dell'anno 1260. 

Non devo qui tacere, che sotto la dominazione di Eccelino, 
fu compilata in Padova la prima raccolta degli Statuti civici, 
i quali portarono il titolo di Codice di Eccelino, ed offrono la 
data dell'anno 1246. 

(1) Così espose il fatto minutamente il Verci, nella sua Star, degli 
Ecccl, lib. XXIV, § XLI, sulla testimonianza dei vecchi statuti trivigiani ; 
benché il Bonifaccio, nel fine del lib. V della sua Istor. di Trevigi, pa- 
gina 216, racconti invece, che il cadavero di Alberico fu gittata per cibo 
delle fiere ne' vicini boschi. 



Cappelletti. Storia di Padova. I. 12 



1 i 8 LIBRO VII, CAPO XIV 

CAPO XIV. 
Gli Statuti di Padova. 

Nò qui sarà cosa inutile, giacché me ne viene opportuna 
occasione, il commemorare gli Statuti, che nella serie dei se- 
coli regolarono progressivamente la civica amministrazione di 
Padova. Imperciocché anche Padova, non dissimile in ciò dalla 
condizione di tutte le nascenti consociazioni o comunità, deve 
probabilmente nei suoi primissimi tempi avere amministrato 
la giustizia e le sue pubbliche faccende senza leggi positive 
scritte, e senza complicate formalità di processi; ma con la 
scorta del buon senso e secondo i dettami dell'equità naturale. 
Non è a dubitarsi, che durassero anche nel secolo di Eccelino 
tradizioni e reminiscenze delle massime del romano diritto ; 
perciocché questo aveva in Padova da lungo tempo autorità di 
legge, a cagione dei lunghi rapporti della sua repubblica con 
la romana. Ed è ben naturale, che progredendo la nazione dal- 
l' infanzia all' adolescenza, e quindi alla virilità, di mano in 
mano che le circostanze lo esigevano si formassero leggi e de- 
terminazioni e regolamenti semplici e brevi, proporzionati agli 
essenziali rapporti col pubblico bene e col nazionale prospe- 
ramento. 

Ma poiché i bisogni e le sopravvenienze interne ed esterne 
rendevano quasi impossibile la tradizionale conservazione di 
quelle, moltiplicate ormai soverchiamente e fuor di misura, 
perciò, nel suindicato anno 1246, Ezzelino stimò spediente il 
raccoglierle e ordinarle in un corpo; il quale perciò appunto 
ha il pregio di essere ricco di vecchi statuti. 

La curiosità, è vero, stimolerebbe a volerne conoscere la 
serie ; ma non é ufficio dello storico il darla perchè di troppo, 
e fuori del suo argomento, allungherebbe le brevi e circoscritte 
sue pagine. 

Succeduta alla dominazione di Eccelino quella dei Carra- 
resi, e per le vicende dei tempi e la moltiplicità dei civili 
rapporti cresciuto il bisogno di formar nuove leggi ed ammi- 
nistrativi statuti ; furono anche queste opportunemente raccolte, 



ANNO 12GO — 1278 179 

por volontà di Francesco Carrara signore di Padova, nell'anno 
1362, e formarono un secondo corpo di Statuti, che prese il 
nome di Codice Carrarese. Questo racchiude un' infinità di leggi 
penali, civili e finanziarie, che ci rivelano in gran parte l' in- 
dole di quel secolo, e porgono motivo d' encomiare 1' assenna- 
tezza di chi le proponeva. 

Finalmente un terzo codice ebbe nell'anno 1420 la città 
di Padova, e porta il nome di Codice informato. Esso è lo 
Statuto, che nell' indicato anno la repubblica di Venezia, di- 
venutane dominatrice, diede ai Padovani. Questo fu stampato e 
ristampato più volte, accresciuto altresì delle successive leggi 
municipali, che di tempo in tempo vennero promulgate finché 
durò la veneta repubblica. 



CAPO XV. 
Prosperamento di Padova. 

Allo sterminio della schiatta da Onara, ossia da Komano, 
tenne dietro un altro avvenimento, di non minore importanza 
nella storia dell'Italia, e fu, che anche la schiatta imperiale 
di Svevia decadde, a cagione della discordia; che regnava tra 
gli eletti imperatori. Perciò anche l'Italia ebbe lungamente 
riposo ; e Padova intanto crebbe prosperamente di popolo e di 
ricchezze. Ne durò la calma intorno a cinquantasette anni: nel 
corso dei quali prevalse la parte guelfa, e governò per lungo 
tempo lo stato. 

Intanto quell'anno stesso ebbe luogo una transazione tra 
Azzo VII marchese d' Este e il Comune di Padova, circa le 
differenze, che avevano per Este, Calaone, Monselice, Monta- 
gnana ed altre terre, le quali formavano ampia e fertile con- 
trada, e delle quali il marchese riconosceva l'alto dominio da- 
gY imperatori, mentre anche Padova pretendeva giurisdizione 
•su di esse. 

Ebbero i Padovani momentanee discordie, nel 1278, coi 
Veronesi : per le quali condussero le loro armi ad assediare 



180 LIBRO VII, CAPO XV 

Colonia, coadiuvati dai Vicentini loro sudditi e da Obizzo mar- 
chese d' Este e signore di Ferrara. Durò l'assedio quarantadue 
giorni soltanto; poi se ne fecero padroni per capitolazione. 
Dice il Muratori, che i Padovani « sembra che la restituì s- 
« serò al suddetto marchese, i cui antenati u' erano stati pa- 
« droni » (1). 

Altri accordi seguirono alcuni anni dopo, nel 1293, tra la 
repubblica di Padova ed il marchese Aldrovandino d' Este (2); 
per li quali accordi i Padovani occuparono alcuni stati estensi : 
finché nel 1307 fecero lega col marchese Azzo Vili, figliuolo 
del suddetto Obizzo, e gli e li restituirono. Gli stati estensi da 
loro occupati, d' accordo con Aldrovandino, furono le terre di 
Este, di Calaone, summentovate, non che la terra di Cerro,, 
ed accingevansi a fare di peggio; tuttoché il marchese Azzo 
fosse uscito in campagna con buon numero di truppe. In que- 
ste discordie entrò a metter pace il patriarca di Aquileja 
Kaimondo dalla Torre con alcuni frati minori ; e si venne per 
allora ad una pacificazione, in cui restò deluso il marchese 
Aldrovandino ; sendochè fu convenuto, che si spianassero le for- 
tezze e rocche delle tre suddette terre di Este, di Cerro, di 
Calaone, e che restassero in potere dei Padovani la terra di 
Badia, la terza parte di Lendinara, Lusia, il castello di Ve- 
neze ed altri diritti, sconsigliatamente ceduti loro dal mar- 
chese Aldrovandino. Al che acconsentì il marchese Azzo, perchè, 
unitisi i Padovani in lega con Alberto dalla Scala, sarebbe 
diventato pericoloso il continuare cotesta guerra. 

Ricomposte così per allora le cose, ne godè Padova per al- 
quanti anni, sino alla sopraccennata epoca di transazione col 
marchese Azzo Vili; epoca, la quale portò gradatamente le 
cose ad avvicinare i primordii della dominazione Carrarese, e 
segnò nella storia di Padova interessantissime pagine. 

(1) Annui, tritai, an. 1278. 

(2) Era Aldovrandino figliuolo del marchese Obizzo, e teneva egli 
segreti maneggi alla rovina di suo fratello Azzo Vili, signore di Ferrara, 
di Modena e Reggio; senza por menta, dice il Muratori, ann. 1294, ch'egli 
rovinava anche la propria casa (Cliron. Estcn. tom. 15 Rer. Hai. e Chron. 
Parm. toni. 8 Rer. Itali. 



ANNO 1278 — 1,107 181 

Prosperò Padova intanto e noi suo materiale e nel suo 
morale, particolarmente per lo felice progredimento della sua 
Università degli studii, della quale fu creato rettore Ansaldo 
Ispano; favorita di cospicui privilegi dal papa Urbano IV; 
sicché sempre più cresceva la moltitudine degli allievi, che vi 
accorrevano da tutte le nazioni del mondo ad apprendere le 
scienze che vi s' insegnavano. 

E per commemorare altresì gli edifizii, che in questi anni 
di tranquillità sorsero in Padova, nominerò la grandiosa basi- 
lica di sant' Antonio, incominciata neir anno 1255, sul disegno 
di Nicolò Pisano, e compiuta nel 1307, meno la cupola, che 
sta sopra il coro, fatta soltanto nel 1424. — Nò qui devo ta- 
cere, che questo tempio maraviglioso rimase per tre volte dan- 
neggiato dal fuoco. La prima volta, nel 1394, colpito da un 
fulmine; la seconda, nel 1567, la notte del 30 novembre, in 
occasione di esserne stati illuminati i campanili per allegrezza 
dell'elezione del doge Pietro Loredan; perchè, caduti alcuni 
fuochi sui tetti, ne squagliarono i piombi e ne appiccarono 
ì' incendio anche ai legnami ; la terza finalmente, allorché la 
notte del 28 marzo 1749, ne rimasero arse le cupole del coro 
e del presbiterio, tutto il coro e le cantorie coi preziosi sedili, 
finissimi lavori di elegantissimi intarsii. Ma di questa mara- 
vigliosa basilica dovrò parlare di nuovo. Qui mi basta intanto 
di averne fissato il tempo della sua fondazione, e di averne 
compendiato in abozzo le traccie delle sue più gravi vicende. 

Avvennero intorno a questi tempi, e precisamente nel- 
l'anno 1304, non lievi disgusti tra Padovani e Veneziani; ma 
di ciò si vedranno in seguito le circostanziate particolarità. 



CAPO XVI. 
Di Pietro d'Abano. 

Non devo astenermi dal dire alcune poche parole anche 
sul celebratissimo Pietro d'Abano, medico, filosofo, matema- 
tico ed astrologo di Abano, il quale intorno a questi tempi 



182 LIBRO VII, CAPO XVI 

rendeva chiaro so stesso e la patria. Egli, figlio di Costanzo 
o Costantino notaio, nacque nel 1250 in Abano, e perciò ge- 
neralmente conosciuto col nome di Pietro di Abano; ben- 
ché altri lo dicano Pietro da Padova. Dopo i suoi primi 
studi viaggiò nelF Oriente, e fece lunga dimora in Costanti- 
nopoli, ove apprese la lingua greca; cosa allora assai rara tra 
gT Italiani. Conversò con filosofi e medici di quella metropoli; 
e tale ne fece profitto, che vi ottenne una pubblica cattedra. 

Dispiaceva al Comune di Padova, che questo suo cittadino 
figurasse così onorevolmente colà, mentre avrebbe potuto con 
la sua scienza riuscire di grande lustro alla Patria; perciò con 
onorevoli e pressanti lettere lo invitò a ritornarvi; e tosto gli 
conferì cattedra di medicina. Ma desideroso di visitare l'uni- 
versità di Parigi e di applicarsi vie più allo studio della me- 
dicina e delle matematiche, vi si trasferì. Ottenne anche là tale 
rinomanza di sapere, che lo si chiamava il grande Lombardo, 
e che fu innalzato all' onore della cattedra di filosofia. Ivi 
attese al lavoro della sua grandiosa opera, il Conciliatore. 
Altre opere scrisse, delle quali terminò poscia il lavoro, reduce 
in Padova. 

Viaggiò in Inghilterra e nella Scozia, donde ritornato a 
Parigi prese la laurea di filosofia e di medicina. Dimorò in 
quella metropoli varii anni, coltivando i suoi studi prediletti, 
per li quali fu perseguitato dall'Inquisizione; ma ne sortì vit- 
torioso. È falso ciò che taluni scrissero della sua dimora in 
Bologna, e della sua avarizia nell'esercizio della medicina; gli. 
storici padovani, come il Tomasini, lo Scardeone ed altri, smen- 
tiscono col loro silenzio il soggiorno di lui in quella città. 

E qui mi cade in acconcio lo smentire la menzogna di chi 
sognò, che in Padova non esistesse a questi tempi pubblico 
studio di medicina, e che ne sia stata istituita la cattedra 
appositamente per lui. Ciò davvero gli farebbe onore; ma non 
abbiamo d' uopo di appoggiare su favolosi racconti 1' onore, 
che con la sua sapienza seppe acquistarsi Pietro d' Abano. 
Fatto è, eh' egli reduce in patria nel 1306, e divenuto in que- 
st' anno professore di medicina, ne conferì 1' anno dopo solen- 
nemente la laura in compagnia di Mondino, altro professore 



ANNO 1307 188 

di questa università, ad Aimerico Polacco. Dunque la scuola di 
medicina vi esisteva di già, prima ancora eh' egli ritornasse 
a Padova. Bensì a merito di lui si deve ascrivere l'alto onore, 
che d'allora in poi acquistò questa cattedra, parificata alle più 
rinomate d' Italia. 

Dopo il suo ritorno in Padova, scrisse F altra sua opera 
sui veleni, che dedicò al papa. 

Si applicò Pietro appassionatamente allo studio dell'astro- 
logia, nella quale fece sì rapidi e grandiosi progressi da essere 
reputato uno stregone ed un mago. Di qua derivarono quei 
tanti favolosi racconti, che di lui si spacciano tuttora, e che 
si odono di frequente sulla bocca del volgo ignorante. Di qua, 
coni' è il solito di chi sia preso di mira dal fanatismo reli- 
gioso; nacquero le tante accuse di eresia e di ateismo, di cui 
lo caricarono gli zelanti suoi malevoli, non solo in Italia, ma 
anche in Francia, disadatti ad intendere le conseguenze e gli 
effetti degli studi pratici, che ne formavano il fondamento. 

Tra i suoi feroci accusatori, ebbe in Padova il medico 
Pietro da Reggio, il quale, vedendosi superato da lui nella ri- 
nomanza e nel sapere, lo denunziò per invidia agli inquisitori 
dominicani, dalle cui zanne potè appena sottrarlo la potenza 
del Comune di Padova, il quale anzi, con solenne decreto del- 
l' anno 1306 lo prese sotto la sua protezione, deliberando, che 
Pietro potesse eleggere da ciascun quartiere tre de' principali 
cittadini, formando così una magistratura di dodici savi, « aventi 
« residenza nella sala della Ragione, sempre a difesa di maestro 
« Pietro, con facoltà di spendere in ogni occorrenza denari del 
« pubblico. » Cosa veramente onorifica e al valente medico Pietro 
d'Abano, e alla repubblica padovana. Tra i difensori di lui 
devono essere ricordati il poeta Lupato, Jacopo Alvarotto e 
Pietro Altichino ; tutti e tre delle primarie famiglie di Padova. 

Era tanta la fama, ch'egli godeva a' suoi tempi, di dotto e 
valente medico, che il celebratissimo Gentile da Foligno, me- 
dico anch'egli, venne a Padova a visitare la scuola di Pietro, e 
giunto alla porta d'ingresso piegò le ginocchia, si scoperse il 
capo, e sollevando ambe le mani sclamò : Salve, o santo tempio: 
e piangeva di tenerezza. 



184 LIBRO VII, CAPO XVI 

Lo stipendio, che il Comune di Padova gli aveva assegnato, 
consisteva in lire seimila; stipendio a'quei tempi assai lauto, e che 
ci attesta P altissima riputazione, in cui era tenuto dal pubblico. 

Nel 1315 ; fu accusato una seconda volta all' Inquisizione; 
e morì 1' anno dopo, durante il processo, in età anni 66. Fu 
sepolto per volontà sua nella chiesa dei frati domenicani; ma 
il feroce inquisitore pieno di rabbia lo fece dissotterrare ed 
abbruciare, dispergendone poscia al vento le ceneri. Al quale 
proposito sclamò il p. Savonarola-' nefandum scelus; per- 
ciocché si venne alla pena, prima ancora di comprovarne la 
reità; ed in onta alla sua chiara ed esplicita professione di 
fede, espressa nel suo testamento, la quale esuberantemente lo 
purga da qualunque taccia o sospetto di miscredenza. Lasciò 
al comune di Padova un legato di lire millecinquecento. 

La gloria, che derivò a Padova per la singolarità di que- 
st'uomo, tanto più onorevole quanto più perseguitato dalle armi 
tenebrose dell' ingiustizia e della vendetta, diventò ancor più 
celebre per la convivenza, eh' ebbero qui con lui i due lumi di 
Firenze: Dante principe della poesia italiana e Gioto principe 
della pittura, il quale dipinse, con le curiose invenzioni di Pietro, 
tutta la sala della Kagione. Sulla porta del palazzo di questa, il 
Comune di Padova ne fece collocare la statua, con quella di Tito 
Livio, di Alberto e di Paolo Giulio, ornata di onorevole iscri- 
zione, nella quale, accennando al suo valore negli stuelli del- 
l'Astrologia, lo dice: Astrologiae peritm ut in Magiae suspi- 
cionem inciderti, falsoque de haeresi postidatus, absolutus futi. 

Troppo lungo sarebbe il voler enumerare qui la serie delle 
erudite sue opere, che tanto onore recarono a lui ed alle me- 
diche scienze. 

CAPO XVII. 

Cenni delle stranezze civico-religiose dei Padovani, 
nei secoli dell' ignoranza. 

L' integrità della storia esigerebbe, che, appartenenti a 
questi secoli, avanzo del medio evo, commemorassi alcune re- 
ligiose stranezze, alle quali il Comune di Padova, al pari di 



ANNO 1307 185 

altri popoli d'Italia, annualmente prendeva parte; ed anzi 
negli Statuti civici ne prescriveva le norme e ne comandava 
al clero ed al vescovo stesso (1) l'osservanza. Formano anche 
questi fatti materia della storia civile piucchè della religiosa, 
e furono lungamente in vigore. Ma poiché di essi e di consi- 
mili si può avere notizia da più scrittori; che trattarono le 
cose di quell' età, curiosissime e singolari, proprie anche di 
altre nazioni, perciò mi astengo dal descriverli qui, rimettendo 
i veri dotti e studiosi, che sanno apprezzare le particolarità 
archeologiche della propria nazione, agli archivi civici ed ec- 
clesiastici, che lungamente e minutamente ne trattano. Ho vo- 
luto bensì farne commemorazione complessivamente, per non 
essere da certi saputelli indiscreti reputato ignaro eli simili 
curiosità, che alla storia, che scrivo, di Padova appartengono, 
e che ne formano integrante materia: — come, a cagion di 
esempio, 1' esistenza de' monasteri doppi, abitati contempora- 
neamente da frati e da suore; ed in Padova più di uno ve 
n' era, ecc. ecc. — Ma qui mi è duopo far sosta, per non far 
perdere ai legitori il filo delle politiche relazioni dei Padovani 
con gli altri Stati. 

(1) Statuti del 1331, del 1362, del 1420 ecc. ecc. 



LIBRO 



Dallo sterminio della schiatta dei da Romano (anno 
1360) sino all'espulsione degli Scaligeri da Padova 
(anno 1337). 



CAPO I. 

I Padovani entrano in disgusti con la repubblica 
di Venezia. 

Allo sterminio totale della famiglia degli Eccelini aveva 
tenuto dietro un generale accordo del Comune di Padova coi 
varii signori della terre circostanti; sicché la pace interna ed 
esterna aveva cooperato al morale ed al materiale prospera- 
mento dello stato. Di ciò fu parlato nel capo XY del precedente 
libro (1). La quale condizione pacifica lasciò libero l'accesso 
a sentimenti di gelosia contro la republica di Venezia, vieppiù 
sempre crescente in faccia a tutte le nazioni, e per militare 
valore e per amministrazione politica e per nazionale opulenza. 
Progettò pertanto il Comune eli Padova di provvedere al com- 
mercio de' suoi, coli' assicurare il proprio commercio lungh'esso 
il Brenta, formandosi quasi una privativa nella navigazione 
del fiume ; in onta alle tante precauzioni, che ne avevano preso 
i Veneziani per conservarne a sé soli la padronanza. 

Al vantaggio della navigazione del fiume aggiungevano 
i Padovani il progetto di custodire, come loro proprietà, le 
saline, le quali, arricchendoli delle loro produzioni, avrebbero 
danneggiato il traffico, che da più secoli s'erano appropriato 
i Veneziani. E per assicurare meglio il buon esito della loro 

(1) Pag. 181. 



18S LIBRO Vili, CAPO I 

intrapresa,, i Padovani s' erano accinti a fabbricare un castello, 
non molto discosto da Chioggia, verso la foce di quel fiume. 

I Veneziani, per farne abortire in progetto, senza bisogno 
di ricorrere alle armi, giudicarono, miglior partito non esservi, 
quanto costruire un argine, che impedisse V ingresso dell'acqua 
salsa nei canali, donde i Padovani la traevano per averne il 
sale. La quale deliberazione presero i Veneziani in Senato, il 
dì 30 luglio 1303, in conseguenza della parte presa il dì 
avanti nel maggior Consiglio. Nò di più avrebbero fatto, se i 
Padovani non fossero ricorsi alle armi. Punto non valsero le 
scambievoli proteste e le insinuazioni, perchè le cose fossero 
rimesse nello stato primitivo. Fu necessaria una guerra, che 
durò quasi un anno, e che costò molto sangue ad ambe le parti. 

Alla fine s' interposero i signori da Camin, i Trivigiani, 
Albertino dalla Scala, Guido Buonacorsi capitano di Mantova, 
ed in principalità il francescano fra Paolino da Milano : si 
Tenne ad un pacifico accomodamento, e ne fu esteso il trattato 
nell'ottobre dell'anno 1304. 

Anche i Chioggiotti, in occasione di questa guerra, fecero 
una protesta contro i Padovani, a cagione di una palafitta co- 
strutta nel fiume, per la quale non potevano più le loro bar- 
che navigare in quelle acque. L'atto di questa loro protesta 
ha la data del giorno penultimo di agosto 1303. Di tutti que- 
sti documenti darò più sotto il tenore. 

Ma sarà meglio per ora narrare circostanziatamente il fatto, 
f.ome lo trovo presso il cronista Caroldo (1), con le seguenti 
parole : « Nel 1300 fra il veneto dominio et il commi di Pa- 
« dua occorsero grandissime differenze et discordie per la ca- 
« gione che paduani havevano edificato un castello appresso 
« la palude per difensiva delle loro saline, per la qual cosa 
« il Senato veneto mandò al comun di Padua messer Andrea 
« Zane, messer Marco Querini e messer Michel Morosini suoi 
« oratori, li quali non poterono operar cosa alcuna, rimetten- 
« dosi agli oratori eh' erano per mandar a Venetia. Poco dopo 

(I) Mss. inedito della bibliot. Marciana di Venezia, cod. CXLI della 
clas. VII, pag. 243 e seg. 



ANNO 1303 189 

« furono mandati a Venetia messcr Mattio de' Cortesi, e messer 
« Piero Judice dell' Architiclino, Zambon d'Andrea et Andrea 
« nodaro della Valle, li quali esposero che la palada fatta nel 
« fiume do Sirecho era sta iustamente distrutta. Fu risposto 
« a' loro Oratori che si vedesse di ragione. Si dolsero otiandio 
« dalla palada che era nella Brenta venendo a Chiozza. Sopra 
« queste differenze essendo sta lungamente disputato, non si 
« può te venir a conclusione alcuna. Yenetiani all' opposto del 
« castello' fabbricato da' paduani per difension delle saline, fe- 
« cero una bastia nel mese di marzo 1301, che l' acqua salsa 
« non poteva discorrer alle saline. Paduani mandarono molti 
« soldati al detto castello, et veneti ani all' incontro mandarono 
« 500 balestrieri con doi capitani, messer Roberto Morosini e 
« messer Filippo Belegno, et alli 23 aprile venetiani di qua 
« et li nemici di là dal fiume dicevano una parte all'altra pa- 
« role ingiuriose in tanto che venetiani non le potendo più tol- 
« lerar, messer Filippo Belegno spinse avanti li balestrieri, li 
« quali fugarono padovani fin al castello. Alli 25, paduani si 
« ingrossarono di buon numero di provisionati lanzaruoli, li 
« quali erano usi portar seco scudi grandi et fecero qualche 
« danno a' venetiani, li quali difendendosi dall' altra parte del 
« fiume, cacciarono un' altra fiata li nemici fin al castello. Ve- 
« dendo all' hora venetiani esser loro necessario continuar la 
« guerra, deliberarono mandar in campo per tessera, dando a 
« ciascuno grossi mezzo al giorno per quindese giorni. Fu man- 
« dato capitanio messer Zuan Soranzo per un mese, in luogo 
« di messer Filippo Belegno e di messer Ruberto Morosini. Il 
« capitanio Soranzo, girato il campo sopra la Brenta, il mese 
« di maggio si spinse dalla parte di Nassarolo, et di notte 
« con lanterne et facelle ardenti all' improvviso, gridando con 
« voci terribilissime, assalì l' arzere e con li balestrieri, li 
« quali accompagnavano le barche armate nel fiume, dandosi 
« spalle insieme, cacciarono talmente li nemici, che li posero 
« in fuga, delli quali molti furono morti, et molti rimasero 
« prigionieri ; sì che li nemici non ardivano più mostrar la 
« faccia. Finito il mese messer Zuan Soranzo venne a ripa- 
« tri are, nel cui luogo fu mandato messer Frosio Morosini col 



190 LIBRO Vili, CAPO I 

« modo e tempo del Soranzo. Haveva seco molti artificii et 
« ingegni da guerra, perciocché li nemici non uscivano dal 
« loro forte, salvo cento e duecento balestrieri per volta, li 
« quali scaramuzzando al sicuro, non davano occasione alli sol- 
« dati venetiani di conseguir di loro vittoria. Passato il mese, 
« fu mandato all' esercito messer Marco Michel. Il fece la 
« guerra con paduani valorosamente, sino che in luogo suo ve- 
« nisse al fin del mese messer Zuan Querini dalla Ca' granda, 
« il qual fece grandissimi danni alli nemici, e molto mag- 
« gioii s' haveria fatti, se oltra il limitato termine d' un mese 
« T havesse potuto continuar Y impresa. Ma in luogo suo suc- 
« cesse messer Michiel Morosini del q. messer Albertin. Molti 
« in questo tempo s' interponevano per far la pace tra il ve- 
« neto ducato et il commi di Padua, et fra gli altri quelli di 
« Camin et etiandio la comunità di Treviso mandò suo ora- 
« tore al veneto senato : il qual rispose, che gli pareva con- 
« veniente che si rimovesse le armi e si devenisse alla pace, 
« nò mai si partirebbe dall' honesto. Don Alboino dalla Scala 
« e don Guido de'Bonacorsi capitanio di Mantua fecero l'istessa 
« offerta d' interporsi alla pace, affirmando, che se veneziani 
« ricusassero di venir a conclusione di pace con honeste con- 
« ditioni, sarebbero costretti prestar aiuto al comun di Padua. 
« L' illustrissimo duce a queste propositioni rispose, che dal 
« canto suo non mancherebbe di far la pace, la qual era sopra 
«d'ogni altra cosa da lui e dal senato desiderata; ma che 
« non era mai per tollerar che gli fosse fatta ingiuria. Dopo 
« lunga trattatione per opera di fra Paolino de' Minori mila- 
« uese, nel mese d'ottobre 1304, fu firmata la pace fra il ve- 
« neto dominio e gli agenti della comunità di Padua,, Vicenza 
« e Verona, la qual pace fu ratificata per l' illustrissimo duce 
« Pietro Gradenigo, presenti messer Panestrati Barbo, messer 
« Marin Baseglio , messer Michele Morosini , messer Nicolò 
« Zane e messer Fantin Dandolo (1). » 

(1) La diligenza e precisione del racconto di questo cronista smenti- 
scono la falsità e gli anacronismi, che il Laugier (Stor. della Rep. Yen. 
lib. V, pag. 182 del tom. Ili) introdusse in questo fatto a disonore sì dei 
Padovani che dei Veneziani. 



ANNO ^Oi 191 



CAPO IL 

Documenti relativi a questo fatto. 

Tuttociò, che ho narrato fin qui, ed ho anche appoggiato 
alla testimonianza del cronista Caroldo, devo da ultimo auten- 
ticare con F autorità d'irrefragabili documenti, delle supreme 
magistrature, che vi presero parte. 

Alla deliberazione infatti del 30 luglio 1303, presa in Se- 
nato per l'arginatura, che impedisse l' ingresso dell'acqua salsa 
nei canali, da cui traevano profitto i Padovani, appartengono 
tutte le note che qui soggiungo, le quali trascritte, sino d'al- 
lora, nel Capitolare I dei Savj esecutori alle acque, per norma 
di questa magistratura (a carte 22 e seg.), tengono luogo dei 
registri del Senato, perchè ne perirono in un incendio i primi 
quattordici volumi. Sono tuttavia anche questi Capitolari di 
uguale autenticità, perchè contemporanei all'esistenza di quelli, 
e da quelli copiati. 

4- d.ns X.hs 
partes capte in Consilio Rogatorum. 
capta. 1303 die 30 Julii. In libro ij. (1) cart. 23. 

« Quod sequatur illud quod captum fuit in maiori consi- 
« lio de non permittendo fieri illud opus quod volunt facere 
« paduani super territorio nostro et mittatur illuc ad desfa- 
« ciendum opus quod fecerunt cum illa provisione que videbitur. 

Die ultimo decembris cart. 37. 

« Si videtur quod sit procedendum ad faciendum fieri ag- 
« gerem, de quo dicitur ad prohibendum aquam sallinis pa- 
« duanorum cum omnibus que erunt oportuna ad ipsum agge- 
« rem et contra ipsius vel non. 

(1) È questo il numero del libro dei Senato, da cui furono copiate 
le parti prese, e di cui, per l' incendio avvenuto, è mancante la serie. 



192 LIBRO Vili, CAPO II 

Capta. 

« Quod mittantur adhuc alii tres nobiles qui vadant ad 
« videndum et exaniinandum supra facto di e ti aggeris qui eli— 
« gantur per d. ducem, consiliarios et capita de xl, et illi qui 
« erunt ad hoc electi teneantur ire sub pena librarum L. ta prò 
« quolibet intra illum terminum qui dabitur sibi per d.ntn du- 
« cem et possint accipi de omni loco, et si consilium est con- 
« tra sit revocatali quantum in hoc, et vadat cum eis cl.ns 
« Raynerius Yenerio. 

« Quod per d.num ducem consiliarios et capita possit ex- 
« pendi si opus fuerit prò hijs sicut fuerit oportunius. 

die vìj Januarij cari. 37. 

« D. Dux . . . consiliarii et capita omnes illi qui fuerunt 
« ad videndum et exaniinandum hoc negocium, excepto mess. 
« Manulesso, et omnes sapientes electi super hoc facto padue (1). 

« Quod in nomine Dei procedatur ad faciendum aggerem 
« per ante salinas factas per paduanos sicut videbitur (2). » 

capta. 
« Quod dicatur Salinariis Clugie quod dent et ipsi teneantur 
« dare illos denarios pagatoribus vel alijs quibus supradictum 
« negocium committetur quam prò supradicto negocio et occa- 
« sione ipsius oportune et possit comtnitti illis de supra ratio- 
« nibus fuerunt quod recipiant has rationes ab ipsiis salinariis. » 

die 9 januarii cari. 38. 

« Quod eli^antur tres boni et sufficientes viri occasione ar- 
« geris ordinati fieri per ante salinas pad. et possint predicti 

(1) Tutti, tranne il nob. u. Manolesso, furono d'accordo per la costru- 
zione dell'argine; lo che fu deliberato definitivamente il di 7 gennaio 
1303, more vendo, cioè 1304. Perciò nella mia Storia della Rcp. di Veri,, 
pag. 183 del voi. Ili, ho indicato il 7 gennaio 1303. Ciò sia detto a schia- 
rimento dei dubbii, che potessero insorgere nei troppo rigidi censori del 
mio racconto. 

(2) Questo n' è veramente il decreto decisivo. 



ANNO 150/* 193 

« tres esse hic et ibi sicut erit uecesse habendo alios sub 
« se minoris conditionis ad faciendum fieri omnia que erunt 
« opportuna prò ipso argere et opere ipsius. 

« Si debeat eis dare salarium 
« vel non. 

« Quod quilibet de horum trium habeat sol. XL grosso - 
« rum prò dicto facto prò salario. 

« Quod illi qui erunt elee ti prò isto facto teneantur pre- 
« ferre alio die quo erit eis dictum et facere factum ipsum 
« sub pena lib. C. quilibet. 

capta. 1304. die X mensis aprilis. cart. 46. 

« Quod fiat alius agger de extra usimi, cum omni solici- 
« tudine sicut videbitur. 

capta 
« Quod per cl.um ducem consiliarios et capita eligantur 
« duo boni et sufficientes homines qui ire debeant Clugiam et 
« stare occasione aggeris supradicti fiendi ad faciendum fieri 
« dictum aggerem sicut eis videbitur et omnia que expedient 
« prò ipso. Et si illi qui electi fuerint in hoc facto voluerint 
« aliquos qui debeant ire cum eis ad videndum ubi dictus 
« agger fìendus firmare debeat per d.um ducem eis dabuntur 
« duo vel tres homines sicut videbitur. et illi qui electi fue- 
« rint debeant esse in hoc facto et predicta fieri facere sub 
« pena ' librarum CC. prò quolibet et non vaieat eis excusatio 
« nisi persone, et possint accipi de omni loco exceptis procu- 
« ratoribus S. Marci, patronis arsenatus. et Judicibus palaciL 
« et si consilium est contra, sit revocatimi quantum in hoc 

capta die XI aprilis ad dictas cart. 46. 

« Cum captum foret heri in isto Consilio quod debeat fieri 
« alter agger et quod ad hec quod fieret citius eligerentur per 
« d.um ducem et consiliarios duo boni et sapientes qui debe- 
« rent continuo ibi morari. Capta fuit pars, Quod addatur ipsi 
« parti hoc modo. Yidelicet, quod predicti duo ut captum est 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 13 



194 LIBRO Vili, CAPO II 

« cnm aliis tribus de dieta terra debeant ire ad partes illas 
« et convenire simul cum illis tribus suprastantibus qui sunt 
« ibi. et videre locum ubi dicitur fieri agger predictus exami- 
« nare et mensurare locum et ponere negocium in ordine, et 
« tìso examinato et mensurato negocio et loco, et posito ad 
« punctuin faciant incipi aggerem predictum in bona fortuna 
« et debeant adhuc ibi morari a v. ad vi. dies postquam erit 
« inceptum faciendo eum exequi. Postmodum vero redire pos- 
« sint sicut eis placebit et illi tres suprastantes remaneant et 
« exequantur eum quam celerius esse potest. Nihilominus te- 
« neantur predicti duo Sapientes per sacramentum quolibet 
« quarto die redire ad videndum ipsum opus si fìet ordinate 
« et solicite. 

« 1304. In dicto libro 2.° rog. m cart. 47. die xj aprilis. 

« Eesponsio facta Comuni Padue prò differenza confinium 
y inter Venetos et ipsum Comune. Et quod eligantur tres prò 
« parte qui conveniant in uno loco ad examinandum et diffi- 
« niendum terminos confinium. Ut distinctius continetur in 
« ipso libro secundo. 

Itera, die xj aprilis. 

« Mandetur existentibus ad laborerium, quod si paduani 
« facerent aliquam novitatem, que esset multimi in prejudicium 
« nostrum quod ipsa debeant eos requirere quod cessent ab his 
« que facerent etc. Et quod vadant V. sapientes ad videndum 
« hoc etc. ut in dicto libro 2.° latius continetur ad e. 47. 

Finalmente la summentovata protesta, che i Chioggioti 
fecero, per cagione della palafitta, costrutta dai Padovani nel 
fiume, è questa, che qui trascrivo dal codice Trevisaneo (1), la 
quale si ha similmente anche nel lib. II dei Patti (2) della 
Cancelleria Secreta. 

(1) Pag. 290: mss. della Marciana, ci. X, cod. CLXXXI. 

(2) Lib. Pactcr.i a cart. 133. 



ANNO 1304, 195 

Eocemplum Instr. 'protestalionis facto per Clugienses 
Paduanis, circa Pallatam Tenzonis. 

« In Christi nomine etc. anno 1303. ind. e p. a die penultima 
« Augusti in Palatio Antianorum Paclue presentibus Mattheo 
« Bolli, Joanne Inviciato filio D. Petri Inviciati de Clugia et 
« aliis. In vestra presentia D. D. Antianorum Communis Pa- 
« due, nomine v.ro et Consilij et Communis Padue constituti 
« Nos Dominicus Yenerio et Dominicus Michael Ambasciatores 
« et Sindici D. D. Potestatis Consilij et Communis Clugie et 
« nomine eorum dicimus et protestamur, quod Pallata nuper 
« per Yos et Commune Padue posita et facta in aquis loco 
« vocato Tenzonis et subtus loci Pioverle et Agerio Gastaldi 
« et flumexelli, sive fovee juxta ipsum agerem in versus Mare, 
« nobis ei requisitis et non consentientibus facta, posita fuit 
« et est in proprietate et possessione et jurisdictione ac di- 
« strictu Communis et hominum Clugie, et in loco in cuius 
« poss. e et quasi poss. e Comm.; et homines Clugie erant et 
« sunt et esse volunt, et se conservare et facta fuit et est con- 
« tra formam antiquam et contra ius Communis et hominum 
« Clugie et in eorum gravamen et per hoc dicimus et prote- 
« stamur dicto nomine, quod eadem Pallata et novitas per Yos 
« et Commune Padue est tollenda et removenda, et Yos roga- 
« mus ut eam tollatis et removeatis et removere faciatis et 
« quidquid factum est ad statum pristinum reducatis, sicut con- 
« venit et debebit et super hoc dicimus et protestamur quod 
« in ipso loco et locis et aquis, in quo et quibus posita est 
« et facta Pallata predicta et Commune et homines Clugie ha- 
« bent et tenent jus proprietatis et possessionis et domìniuni 
« et jurisdictionem et districtum et habere ac tenere volunt 
« et conservare dicentes et protestantes Yobis et nomine ve- 
« stro et Consilij et Comunis Padue quod per ipsam Pallatam 
« et ejus edificationem non fìat nec sit aliquod preiudicium 
« Comuni et hominibus Clugie in dominio et possessione juris- 
« dictione et districtu, in loco et locis in quo et quibus po- 
« sita est et se extendit Pallata eadem. Sed in ipso loco et 



196 LIBRO Vili, CAPO II 

« locis. in quo et quibus posita est et se extendit Pallata 
« eadem, omnia iura Communis et hominum Clugie in dominio 
« et poss. e et quasi poss. e jurisdictione ac districtu sint et esse 
« debeant salva et illesa, et integre mine et imposterum con- 
« servari et per presentem protestationem ea omnia integra 
« et illesa conservare intendimus et conservarne. 
« Ego Pax fìlius etc, » 

Il documento della pace conchiusa, per la mediazione dei 
Caminesi, dei Trivigiani, del capitano di Mantova, di Albertino 
dalla Scala e del frate Paolino da Milano, è portato dal Ver- 
ri (1), ma con la data del 1305, nell'ultimo giorno di febbraio; 
ed apparisce dal medesimo, essere stato stipulato in Treviso, 
nella Sagrestia del convento di san Francesco de'frati minori ; 
e lo dice copiato dal codice ms. di Bernardo Trevisan. Ma per 
quanto io 1' abbia cercato in quel Codice, non mi fu possibile 
trovarlo. Nò d'altronde mi riescono esatte le cronologiche no- 
tizie, che su questo fatto ci sono narrate dal Yerci. La qual 
cosa, per verità poco importa, perchè l' inesattezza dei copisti 
ne può esser stata cagione. Il fatto, nella sua sostanza, sus- 
siste; né v'ha dubbio sull'autenticità della riconciliazione av- 
venuta: ce ne dà la notizia anche il Muratori (2). 



CAPO III. 

Discordie interne nelle famiglie degli Scaligeri, dei mar- 
chesi d' Este e di altre, che prepararono la via alla 
dominazione Carrarese in Padova. 

La distruzione della potentissima Casa da Romano avrebbe 
assicurato a Padova una lunga pace, se i partiti, gli odj, le 
gelosie, di cui quell'età ridondava, non l'avessero a quando 
quando turbata. Il dominio precipuamente, che sino dal 1266 

(1) Star, della Marca Trivùj. nel toni. IV, docum. CGCCXLV 

(2) Armai d' Hai. an. 1304. 



ANNO 130/* — 1511 107 

tenevano i Padovani su Vicenza, suscitò per molti anni, tratto 
tratto, discordie ostili, piucchò con altri, coi Veronesi e con 
Alberto dalla Scala, che ne ambiva la conquista, e che, signore 
ormai di Verona, gittava le fondamenta di quella grandezza, a 
cui salì poscia la sua potente famiglia. Abbiamo veduto di so- 
pra (1), come nel 1293, o piuttosto, secondo il Muratori 1294, 
erano state ricomposte le interne dissensioni, che laceravano 
la potente famiglia dei marchesi d' Este ; e come Padova, dopo 
quella convenzione, abbia prosperato felicemente nel potere e 
nell'opulenza. Perchè alle discordie, che si ridestarono dippoi 
nuovamente in quella famiglia, eglino non presero parte. 

Anche Bassano era in questo tempo dei Padovani, e ce 
ne lasciò attestazione il Verci (2) in un documento, ch'egli co- 
piò dall' archivio della città di Bassano; nel quale documento 
la repubblica di Padova, con decreto del 23 febbrajo 1304, co- 
manda, che tutte le ville, soggette ad essa, debbano dare in 
iscritto al Podestà i montoni, e che nessuno conduca vino 
fuori del distretto, eccettochè i Bassanesi. 



CAPO IV. 

Maneggi dell imperatore Arrigo VII 
per farsi padrone di Padova. 

La venuta in Italia dell' imperatore Arrigo VII, nel- 
1' anno 1311, per farsi coronare in Milano, aveva messo in 
grande agitazione gli animi dei popoli. Egli aveva invitato, 
al pari delle altre città, anche il Comune di Padova a man- 
dargli ambasciatori, per assistere a quella solenne ceremonia. 
I Padovani adunque vi mandarono anch' essi la loro amba- 
sceria; ma con l'occulto motivo, dice lo storico Ferreto (3), 
di esplorare 1' animo dell' imperatore, per non sottomettersi a 



(1) Lib. VII, cap. XV, pag. 180. 

(2) Stor. della Marca Trivig., docum. CGCCXXXVII. 

(3j Presso il Muratori, Rer. Hai. Script, toni. X, pag. 281. 



19S LIBRO YIII, CAPO IV 

lui incautamente. Arrigo infatti, non curando punto gli onori, 
tendeva secretamele a rinvigorire in Italia la quasi spenta 
autorità dell' impero. 

Egli s' era mostrato bensì libéralissimo, concedendo agli 
ambasciatori di Padova tutte le franchigie e i privilegi, che gli 
avevano chiesto; tra cui di eleggere i propri magistrati e di 
reggersi coi propri usi e statuti; ma secretamente cercò di 
fomentare e proteggere le scontentezze dei Vicentini, che bra- 
mavano sciogliersi dalla dipendenza di Padova. Arrigo infatti, 
accolte le furtive istanze dei Vicentini mandò a Vicenza, con 
un militare distaccamento, Aimone vescovo di Ginevra, accioc- 
ché ne scacciasse il podestà e il tenue presidio padovano, e 
ricevesse quella città sotto il dominio imperiale. Ciò fu ese- 
guito in questo stesso anno, il dì 15 aprile (1); e per farsi 
più tenacemente fautore delle sue mire Can Grande dalla Scala 
signore di Verona, lo creò suo vicario in Vicenza. 

Ma i Vicentini, che si fingevano maltrattati dagli uffiziali 
di Padova, e che credevano di risorgere a libertà, per mezzo del 
favore imperiale « non solamente caddero sotto un più pesante 
« giogo (dice il Muratori), ma piansero il saccheggio della loro 
« città per iniquità di Cane, che non attenne i patti. » 

Questa inaspettata perdita di Vicenza costernò i Padovani, 
vedendo se pure in grave pericolo, dappoiché si accorsero della 
secreta intelligenza tra l' imperatore e Can Grande a danno 
della propria sovranità. Entrati quindi a serie considerazioni 
sopra la condizione loro, deliberarono di piegarsi alle pacifiche 
insinuazioni del vescovo Aimone, cancelliere imperiale, il quale 
offeriva a nome del suo sovrano condizioni onestissime e ge- 
nerose. Mandarono perciò all' imperatore una nuova ambasciata, 
per cui il vescovo cancelliere di Arrigo fu accolto in Padova 
e ne ricevette dal comune, addì 20 giugno 1311, il giura- 
mento di fedeltà, con promessa di un annuo tributo di venti- 
mila fiorini, oltre ad altri sessanta mila (2) di straordinaria 

(1) Cortus. Jfist. lib. 1, nel toni. XII Rer. Hai — Veci, il Muratori An- 
noi. d'Hai., ari. 1311. 

(2) Mussato Albertino, Hist Angusta, lib. XIV. 



ANNO 1311 199 

corrisponsione per le spese del viaggio e dell' incoronazione a 
Koma, Ed in questa guisa, Padova, che nel 1256, togliendosi 
alla tirannia di Eccellino, s' era staccata dal partito imperiale, 
fu costretta dopo cinquantacinque anni di libertà, a ricadérvi, e 
ad accogliere vicario imperiale Gherardo da Enzola da Parma. 

Il contegno di costui e le sediziose notizie, diffuse nel 
popolo da Rolando Piazzola, il quale, reduce da nuova amba- 
sciata spedita in Genova all' imperatore, dipinse coi più neri 
colori le secrete mire di questo a danno della repubblica pa- 
dovana, sollevarono a tumultuaria ribellione la furente molti- 
tudine. Fu quindi scacciato a furia di popolo il podestà; le 
insegne imperiali furono abbattute, infrante, turpemente lordate; 
furono maltrattati ed espulsi quanti erano in sospetto di partito 
ghibellino; e Padova di bel nuovo fu proclamata città libera. 

Arse di sdegno l' imperatore per questa non aspettata ri- 
bellione; ma le molte cure ed imprese, che lo tenevano allora 
distratto, non gli permisero di prendersi sui Padovani quella 
vendetta, che avrebbe desiderato. Gli fu d'uopo contentarsi di 
assalirli con minaccie e di promulgare contro essi un terribile 
diploma, di cui ci conservò il tenore Albertino Mussato (1). 

Anche Can Grande colse da questa ribellione un sufficiente 
pretesto di romperla coi Padovani, per sostenere i diritti im- 
periali. Di qua infatti ebbero principio le molteplici mosse di 
questi e le guerre contro Vicenza, la quale diventò e fu per 
lungo tempo il teatro delle miserie. I Padovani saccheggiarono 
le ville del veronese sino a Legnago, nonché Thiene e Maro- 
stica ed altri luoghi del vicentino. Lo Scaligero d'altronde en- 
trò anch' egli nel padovano, incendiò varie terre, e tra queste 
Montagnana, di cui per altro non potè guadagnare il castello. 
Venne allora in aiuto di Can Grande il conte Guarnieri di 
Oemburg (2), cavaliere tedesco, vicario generale di Arrigo VII, 
mandatogli a sua richiesta. Ma i Padovani non ne soffersero 
gravi danni, perchè, rinforzati da Francesco marchese di Este 
e dai Trivigiani, poterono accingersi a nuove scorrerie sul vi- 
centino e sul veronese. 

(1) Hist. Aag., luogo cit. 

(2) Detto anche di Ottemburg e di Humbergh. 



200 LIBRO Vili, CAPO IV 

Non sarei lungi dal credere, che lo Scaligero per togliere 
siffatti appoggi ai Padovani, si valesse, piucchè delle militari 
fazioni, del tradimento di prezzolati sicarii. In quest'anno in- 
fatti 1312, Eicciardo da Camino, signore di Trivigi, Belluno e 
Feltre, fu ucciso con una ronca da un contadino (1), il quale 
fu subito messo in pezzi dalle guardie, senza sapere chi fosse 
né da chi mandato. Ed il marchese Francesco d'Este ; mentre 
a Ferrara tornava dalla caccia del falcone, fu assalito alla 
porta del Leone da soldati catalani, ed ucciso barbaramente 
per ordine di Dalmasio, governatore di quella città pel re 
Roberto. 

Continuarono intanto le difficili e disastrose guerre tra il 
comune di Padova e lo Scaligero più di due anni. Ma Padova; 
la quale più che mai aveva bisogno di concordia per sostenersi 
in sì pericoloso impegno; non la nutriva nel proprio seno ; a 
cagione delle fazioni e prepotenze, eh' erano pur troppo i con- 
sueti frutti delle repubbliche italiane di allora. Quivi infatti, 
il dì 24 aprile 1314, sorse rissa tra la nobile famiglia da Car- 
rara (2), di cui erano capi allora Jacopo ed Ubertino; e le due 
potenti famiglie plebee padovane Pietro Alticlino e Ronco Ago- 
lante. Alla qual rissa tutto il popolo prese parte; e ne fu con- 
seguenza, che molti dell' una parte e dell' altra vi rimasero 
uccisi, e che molte case furono saccheggiate, tra cui anche 
quella dello storico Albertino Mussato (3). Ma prevalsero i 
Carraresi. 

Rinvigoriti poscia, continuarono i Padovani la guerra 
contro Can Grande; e nel settembre con tutte le loro forze 
arrivarono improvvisamente sino alle porte di Vicenza, e quasi 
sembrava loro di averla già in pugno. Presero il borgo di san 
Pietro e lo saccheggiarono, contaminandolo delle consuete tur- 
pitudini della militare licenza. Al primo avviso di questo fatto 
lo Scaligero con un solo famiglio, si avviò alla volta di Vi- 
cenza (4), ed entrato nella sbigottita città, rincorò con la sua 

(1) Cortus. ììist. lib. 1, nel toni. XII. Jìcr. Ital. Script. 

(2) Terra sul padovano. 

(3) Cortus. Chron., nel toni. XII, Rer, Hai. Script. 
(i) Chron. Veron., nel tom. Vili, Iìer. Ital. Script. 



ANNO 1311 — 1311 201 

presenza quel popolo; e senza perdere tempo, il dì 16, o se- 
condo altri, 17 di settembre, feceli armare tutti (1), ed unita 
mente coi Tedeschi della guarnigione uscì per una porta ad- 
dosso ai Padovani, gridando tutti ad alta voce: Viva Cane (2). 

Se ne stavano i Padovani dispersi e senza guardie; perciò 
quelle grida inaspettate e V ardire dei Vicentini sparsero tra 
loro lo spavento e si diedero a fuga precipitosa. Ma il nemico 
baldanzoso li raggiunse e ne fece orrendo macello. Fu grande 
anche il numero dei prigionieri, che si dissero mille cinque- 
cento, e tra questi il più bel flore della nobiltà padovana. 
Cane, prevalendosi della vittoria e dell'avvilimento, in cui tro- 
vavasi Padova, radunava gente da tutte le parti per volare 
alla conquista di essa; ma cedendo generosamente alle istanze 
di Jacopo da Carrara, uno dei prigionieri, gli permise, che, 
lasciando ostaggi Marsilio suo nipote ed altri delle più cospicue 
famiglie potess'egli portarsi in Padova a persuadere i suoi con- 
cittadini alla pace. Vi andò, e la sua prudente eloquenza trionfò, 
sicché a' 20 di ottobre fu conchiusa la pace, per la quale i 
Padovani cedevano a Can Grande dalla Scala ogni loro preten- 
sione sulla città di Vicenza. 

Ed è qui a sapersi, che sino dall'anno 1311 la repubblica 
di Venezia aveva preso parte a sedare le gravi animosità, che 
tenevano in guerra Can Grande contro la Comunità di Padova; 
perciocché non le piaceva né che lo Scaligero, diventando 
padrone di Padova, distendesse i suoi confini sino alle vene- 
ziane lagune, né che i Padovani, trionfando di lui, s' ingran- 
dissero di troppo. Perciò la sagace politica di essa determinolla 
a farsi mediatrice di pace tra i due contendenti; ed in conse- 
guenza fu deliberato nel Maggior Consiglio, il dì 4 settem- 
bre 1314, di mandare due ambasciatori a Cane dalla Scala ed 
altri due alla Comunità di Padova, per maneggiarne la pace. 
Né l' impresa riuscì inefficace. Le due parti si pacificarono, a 
patto che la repubblica se ne facesse garante dell'esecuzione. 
Ella accettò il patto, ma esigendo, che lo Scaligero egualmente 

(1) Jc-han. de Bazano, Chron. Mutinen. nel tom. XV, Rer. ltal. Script. 

(2) Cortus, ìlist. lib. 1, nel tom. XII, Rer. lied. Script. 



202 libro vni, CAPO IV 

che la Comunità di Padova, si obbligassero ad astenersi da 
qualunque molestia ai luoghi dei Veneziani. Così appunto fu 
decretato dal Maggior Consiglio il dì 1 ottobre dell'anno stesso. 
Il complesso di queste deliberazioni, relative al detto argo- 
mento, è contenuto nel registro, che se ne ha nel libro Pre- 
sbite)' (1) della Cancelleria Secreta, e che io trascrivo diligen- 
temente dall' originale {a carte 133 tergo). — « Die primo 
« Octobris. — Cum servicia que conferuntur amicis tanto gra- 
« tiora et obligatoria reputentur et eis satisfaciunt plenius 
« quanto liberalius et citius requisitiones ipsoruin effectui de- 
« mandantur, et ideo supra istis ambaxatis Padue et Yeroue 
« queruntur quod costituamus nos Plegii et Comune Venetum 
« prò ambabus partibus occasione pacis quam insimul fecerunt 
« de penis et obligationibus contentis in pace predicta. Capta 
« fuit pars. — Quod cum ipsi alias in simili casu nobis ser- 
«vierunt liberaliter et libenter, quod adimpleatur per nos re- 
«quisitio ipsorum ambaxatorum utriusque partis in tam pia 
« causa que respicit conservationem et bonum pacis. ita tamen 
«quod utraque pars faciat nobis plenam et sufficientem pro- 
«missionen de conservando nos pepetuo absque dampno occa- 
« sione diete plezarie quam facimus prò eis. » 



CAPO V. 

Dell'illustre cittadino Albertino Mussato. 

Non devo tacere, che delle summentovate ambascerie della 
repubblica padovana all' imperatore Arrigo VII, formava parte 
principale il celebratissimo Albertino Mussato, cittadina ecl 
onor singolare di Padova, uomo esimio e pel maneggio dei 
pubblici affari e per lo suo valore in ogni sorta di amena 
letteratura; encomiato dai cronisti padovani come storico, 

(1) I libri del Maggior Consiglio sono tutti contrassegnati progressi- 
vamente con nomi particolari, anziché con progressiva numerazione. Si 
dicono Presbiter, Clericus, Luna, Leona, ecc. ecc. 



ANNO 13U 203 

oratore, poeta, politico e guerriero (1). Egli era .nato nel 1261 
figlio di Viviano dal Musso (2) uomo assai povero. Rimastone 
orfano in età giovanile, prese cura della sussistenza di due 
suoi fratelli e di una sorella, che gli erano minori d'età. Que- 
sti furono: Gualpertino, che diventò poscia abate di santa 
Giustina, e Pietrobono, che si diede alla professione di notaio. 
Per provvedere al sostentamento di questi e della sorella, Al- 
bertino si occupò a copiare libri per uso degli scolari della 
Università. Ed è qui a sapersi, che negli antichi statuti della 
città viene commemorato un ufficio pubblico di copista di li- 
bri a servizio delle scuole, col titolo di esemplare e stazio- 
nario, e con l'annuo stipendio di lire sessanta; e pare che Al- 
bertino fosse destinato a questo ufficio (3). Esercitò anche il 
notariato, e sino all'età di anni 35 trattò di poi cause nel foro. 
Nella quale carriera ottenne sì grande rinomanza, che nel 1269 
fu decorato della dignità di cavaliere e di senatore, e venne 
aggregato al Consiglio pubblico. 

Pria che nel 131 1 fosse trascelto tra gli ambasciatori al- 
l' imperatore Arrigo VII, per assistere in Milano alla solenne 
incoronazione di lui, ne aveva sostenuto un'altra in Roma nel 



(1) Ferrighi G. B. Cron. di Pad. pag. 79 e seg. 

(2) Non di Giovanni Cavallerio, ch'era il marito della madre di lui, come 
lo erano gli altri due suoi fratelli, che pur portavano il cognome di Mus- 
sati. Abbiamo infatti da un'antica cronaca membranacea della biblioteca del 
Seminario di Padova [mss. Joh. de Nahoha lib. IV de Poetìs seu de Muxatis), 
che Giovanni Cavallerio, mentre la moglie sua trovavasi gravemente am- 
malata e vicina a morte, si nascose sotto il letto di lei, per ascoltarne 
la confessione, ed intese, che Albertino suo figlio, non era già stato 
generato dal marito, ma da Viviano dal Musso. Del che fatto consapevole, 
aspettò che partito fosse il prete, e poscia prese per i piedi la moglie e 
la trascinò fuori dal letto e ne affrettò con questo sconcio la morte. Il quale 
cognome di Mussato, rimasto poco dopo senza padre, continuò anche ai 
suoi fratelli, che da lui, maggiore di età, furono di poi sostenuti ed educati. 

(3) Sicco Polentone, presso il cronista Ferrighi, luog. cit., attesta, che 
nel secolo precedente la famiglia dei Mussato era chiara per molti cavalieri 
e giureconsulti che l'avevano illustrata. Convien dire perciò, ch'essa, per le 
frequenti rivoluzioni di quei tempi, fosse decaduta di molto dalla fortuna 
e dal lustro che godeva da prima. 



204 LIBRO Vili, CAPO V 

1302, al pontefice Bonifacio Vili, por reclamare, in nome della 
repubblica di Padova, contro le feroci esigenze della Inquisi- 
zione. Ed in questa occasione ottenne dal papa, 1' abazia di 
santa Giustina a favore di suo fratello Gualpertino. 

Una seconda volta sostenne presso l'imperatore, in quel- 
T anno stesso una ben più importante legazione in compa- 
gnia di Antonio da Vico d'Argine, allorché si trattò di sup- 
plicare quel monarca perche non togliesse ai Padovani, come 
si temeva, la civica libertà. Reduce da questa ambasceria trovò 
i suoi concittadini gravemente inaspriti contro l' imperatore; 
e mentre egli esponeva in senato le speranze che se ne po- 
tevano avere ; poco mancò che non si levasse grave tumulto 
contro di lui. Ed una terza volta, malgrado le sue opposizioni, 
fu scelto a formar parte di altra solenne legazione ad Arrigo 
VII, dinanzi al quale pronunziò eloquente discorso, ch.3 ne gua- 
dagnò l'animo a favore, di Padova. Perciò, reduce da quell'uf- 
ficio con gli altri suoi colleghi, fu con essi acclamato e salu- 
tato come salvatore della patria. Della quale felice riuscita 
fu conseguenza; che poco dopo, in quell'anno stesso, il Comune 
lo mandò al principe per assicurarlo della fedeltà di Padova 
e della devozione a lui. Egli stesso, nella sua Storia e in altre 
sue opere, attesta l'onorevole accoglienza, eh' ebbe sempre da 
quel sovrauo, e commemora i magnifici regali dal medesimo 
ricevuti. 

E per continuare l'esposizione delle imprese di Albertino 
a benefìcio della patria e dei molti meriti che si acquistò; 
devo qui ricordare l'ardente suo zelo per distogliere il senato dal 
seguire le insinuazioni di Rolando da Piazzola, il quale voleva 
indurre i Padovani a ribellarsi apertamente ad Arrigo, benché la 
sovranità di questo su Padova non si potesse assolutamente 
considerare in conto di schiavitù. Le arringhe di entrambi si 
leggono inserite nella storia di Albertino. 

Figurò egli onorevolmente, e sempre a vantaggio della 
patria, anche nelle guerre che Can Grande dalla Scala portò 
contro i Padovani; ed a merito precipuamente di lui devesi 
attribuire la espugnazione del castello di Pojana e lo scopri- 
mento della congiura ordita contro la patria Padova dal ribelle" 



ANNO 13U 205 

Nicolò da Lozzo. Sostenne disgustose contraddizioni della plebe 
concitata, la quale ostinatamente opponevasi ai saggi consigli 
di lui, tendenti al bene ed all'onore della patria; e in questa 
circostanza ritirossi occultamente a Vico d'Argine, d'onde po- 
scia con sommi onori lo richiamò nel 1314: il Senato. Tutlociò 
egli espose in una eloquente orazione, che pronunciò dinanzi 
ai tribuni della plebe, agli arcieri e capi della repubblica, con 
la quale orazione, ch'egli disse invettiva, sfogò eloquentemente 
al popolo la concepita amarezza, toccando in essa le azioni e 
le epoche principali della sua vita. 

Se io qui dovessi del Mussato scrivere la biografia, do- 
vrei di molto estendermi nell'enumerazione e nel giudizio delle 
sue opere: ma sarebbe cosa estranea alla progressione della 
storia, che sto narrando. Chiuderò pertanto questi brevi cenni 
col ricordare, che, divenuto Can Grande dalla Scala padrone di 
Padova, cadde Albertino in disgrazia di lui e fu esiliato, nel 
1329, a Chioggia, ove l'anno stesso, a' 31 di maggio, morì in 
età di 69 anni all' incirca. Ne fu trasportata la spoglia a se- 
poltura in Padova, nella chiesa di santa Giustina. E quasi a 
suggello dell'encomio, che gli compete, trascriverò il giudizio, 
che di lui pronunziarono il marchese Maffei, l'abate Cesarotti, 
il cavaliere Colle. Il primo di questi (1) dice: « Ad Albertino 
«Mussato forse per esser tardi venuto in luce e da pochi os- 
« servate le sue opere, poca giustizia il mondo letterario finora 
«ha reso: essendoché accordasi ad una voce l'Europa tutta, 
« che si debba al Petrarca la gloria dell'aver risuscitata l'ele- 
« ganza delle latine lettere e singolarmente nella poesia; ma 
« senza intendere di derogare punto alla fama di quel divino 
« ingegno, siami lecito dire, che tal gloria può grandemente es- 
«sergli contesa. Morì questi trentacinque anni avanti il Pe- 
« trarca, compose molti libri di storia de' tempi suoi, scrisse 
«in verso eroico l'assedio di Padova fatto dai Yeronesi sotto 
« Can Grande, egloghe, elegie, epistole, in versi ed un centone 
« ovidiano; ma per far giudizio in questa causa leggansi le due 
« tragedie di Eccelino ed Achille, ch'egli con modo e stile di 

(1) Pref. al Teatro Ital. 



206 LIBRO Vili, CAPO V 

«Seneca ci lasciò: si paragonino con qual si voglia componi- 
«mento o di quo' tempi o degli anteriori, dopo gli antichi; 
«indi chi fosse il primo a scuoter la rozza barbarie dello 
« scriver latino, ecc. ecc. » 

Il Cesarotti (1) dice: «Albertino è una pianta vigorosa, 
« che balza fuori in un deserto per forza propria, uomo insigne 
« a Cjue' tempi, prodigioso per la molteplicità de' suoi talenti. » 

Il Colle finalmente così ne parla (2): « Il Mussato, prevenne 
« di un mezzo secolo il gran Petrarca nei meriti e negli onori 
«letterarj. Io già non intendo d' introdur paragone tra questi - 
«due uomini sublimissimi negli stessi letterarj lor pregi di- 
« versi affatto e per la tempera diversa dell'anima che sorti- 
rono e per la varia costituzione di vita e condizione di tempo 
« in cui vissero. Solo non dubiterò di asserire, che non era a' 
« tempi del Petrarca, come a que' di Albertino, la letteraria 
« oscurità così fitta, che qualche languido raggio, alquanto non 
«la temperasse, né sì selvaggio il terreno, che qualche orma 
« non vi si scorgesse, leggera è vero ed informe, ma pure im- 
« pressa sul retto sentiero. Sarà però vanto singolare di Pa- 
« dova, che di qua singolarmente movesse quella prima aurora 
«e quel primo disboscamento, ed io mi dò a credere, che il 
« Petrarca stesso prescegliesse questa città ad asilo di sua 
« letteraria vecchiezza, bramoso ormai di riposo, anche perchè 
« vi trovò il terreno dirozzato alquanto e purgato da quel sel- 
« vatico ginepraio, che tutto il resto dell' Italia ingombrava 
« miseramente. » 

E qui mi è d'uopo di far sosta, per riassumere il filo della 
narrazione. Ma avrei potuto, nella storia di Padova, tacere al- 
cune parole di lode ad Albertino Mussato, gloria veramente 
ed onore di Padova? 



(1) Leti, all' ab. Denina. 

(2) Stor. dello Stud. di Pad. tom. 16, pag. 104. 



ANNO 13 U — 1318 207 

CAPO VI. 
Rinascono le discordie tra i Padovani e gli Scaligeri. 

Ma si riassuma il filo della storia. La felice riuscita 
della summentovata missione di Jacopo da Carrara (1), per 
la quale e Marsilio e tutti gli altri nobili padovani tenuti in 
ostaggio, furono rimessi in libertà, e la pace venne ristabi- 
lita, guadagnò a lui meritamente la stima e l'affezione de' suoi 
concittadini. Ma poiché la stessa voglia di riavere Vicenza 
era sopita bensì, ma non estinta; perciò la conchiusa pace 
non durò che due anni soltanto, in capo ai quali i Padovani, 
condotti dal conte Vinciguerra da San Bonifacio, progettarono 
di tentare una seconda sorpresa (2). Profittarono dell'assenza 
di Cane, eh' era occupato all' assedio di Lonato, castello del 
bresciano, e confidarono nel segreto maneggio con alcuni Vi- 
centini, che fingevano di essere loro favorevoli, nel mentre 
che gì' ingannavano sulla buona fede, ed intanto ne rivela- 
rono a Cane gli occulti maneggi. Si fece mostra, che questa 
risoluzione fosse di alcuni particolari, e non già del Comune. 
Ferreto storico vicentino (3) pretende, che Cane della Scala ne 
avesse Tavviso dagli stessi Carraresi padovani. Fatto è, che la 
notte del 22 maggio, i Padovani, con le genti comandate da 
Vinciguerra conte di San Bonifacio, giunsero sotto Vicenza, e 
trovate chiuse le porte, si accinsero a dare alla città la sca- 
lata; e molti altresì vi entrarono. Quand' ecco, lo Scaligero, 
avvisato dai traditori, oppure dai Carraresi, accompagnato da 
Uguccione della Faggiuola e da que' pochi che per la sua grande 
fretta poterono seguitarlo, fece tosto aprire una porta della città 
dinanzi ai Padovani, che la credettero aperta dai collegati. 
Ma quale non fu la loro sorpresa e lo sbigottimento allorché 
si videro piombare addosso l'adirato Can Grande? Tutti se la 
diedero a gambe. Molti di essi furono presi, tra cui lo stesso 

(1) Vedi nella pag, 201. 

(2) Chron. Patav. nel tom. Vili, Rer. Bai. Script., ed i Cortusi ed altri. 

(3) Hist. lib. VII, nel tom. IX, Rer. Ital. Script. 



20S 

conte di San Bonifacio, il quale morì pochi giorni dopo, per 
le ferite ricevute. Tutto l'equipaggio dei Padovani restò preda 
dei Vicentini. 

Né qui terminò la funesta disavventura dei Padovani. Cane, 
che avrebbe voluto da quel momento deprimere l'orgoglio di 
questi e conquistarne la città, rivolse da prima i suoi pensieri 
al forte castello di Monselice. Ivi trovò un tavernaio, per nome 
o sopranome Maometto (1) ; il quale gli promise di dargli adito 
in queH' importante fortezza. E veramente riuscì a Cane di otte- 
nerla più coi trattati, che con la forza, e non senza sospetto, che il 
podestà Bressano Buzzacherino, che l'aveva in custodia, lo avesse 
aiutato o con colpevole negligenza o con tradimento secreto. 

Fu incredibile il terrore dei Padovani per questa perdita, 
e già s'aspettavano Cane alle porte della città. Ma egli intanto 
prese con la forza la nobile terra di Este, che poi barbara- 
mente diede alle fiamme; e poscia obbligò alla resa anche la 
ricca e cospicua terra di Montaguana. Animato lo Scaligero da 
sì prosperi avvenimenti, prese al suo soldo cento lancie da Ar- 
rigo conte del Tirolo e passò poscia nella pingue Pieve di 
Sacco, ove fu indicibile la preda di tutti i beni. Si spinse an- 
che ai borghi di Padova e distrusse quello di santo Stefano. 
Le quali progressive vittorie tanto atterrirono e scompigliarono 
il Comune di Padova ; che deliberò di comperare a qualunque 
costo la pace. Indarno aveva invocato assistenza dalle alleate 
Città di Bologna, di Firenze, di Siena ; ma vedendosi da queste 
negletto, risolse d' interporre la mediazione dei Veneziani, con- 
fortato dalle prudenti insinuazioni di Jacopo da Carrara. La 
mediazione veneta vi fu interposta, la pace fu segnata nel feb- 
braio del 1318, col cedere a Cane tutti i diritti di Padova 
sopra le terre occupate, e col dargli inoltre in pegno quella 
di Castelbaldo ; nel che, secondo lo storico Ferreto, passarono 
di secreta intelligenza i Carraresi con lo Scaligero. 

Ma questa pace non bastò a calmare gli animi, giusta- 
mente impauriti per la potenza e l'ambizione dello Scaligero 

(1) Albert. Mussato, nel tom. Vili. Rer. ltat. Script, e Ferreto Vicent. 
Hist. lib. VII, nel tom. IX. Rer. Hai Script 



ANNO 4318 200 

ormai padrone di tanto terre sì forti e sì vicine a Padova. Fu 
allora dell'accortezza ed influenza popolare di Jacopo da Car- 
rara e de' suoi aderenti di far allontanare dalla città la ricca 
ed emula casa de' Macaruffi oltre ad altre potenti famiglie ed 
allo storico Albertino Mussato; e poscia, radunato il Consiglio 
generale do' Padovani, espose come, per Y ordinaria lentezza 
delle deliberazioni popolari, non era impossibile, nò improba- 
bile, che anch'esse fossero per avventura corrotte dagli accorti 
maneggi di Can Grande e dai molti fautori secreti, ch'egli a- 
veva in Padova; e perciò discese a porre in evidenza la neces- 
sità di eleggere un solo Capo, alla vigilanza ed attività del 
quale affidare la propria sicurezza nazionale e la cura del pub- 
blico governo nella gravezza dei correnti bisogni. Il concertò 
era fatto; e senza venire allo scrutinio, tutti collettivamente 
e guelfi e ghibellini, non ignaro lo stesso Cane, proclamarono 
Jacopo da Carrara a Protettore e Governatore e Capitano e 
Signore generale di Padova e del popolo padovano. Ciò av- 
venne il dì 24 luglio 1318; e fu questa la prima volta, in cui 
Padova prestò, dopo di Eccelino, omaggio di sudditanza ad un 
proprio principe. Jacopo, nel dì seguente, promise con solenne 
diploma di soddisfare in ogni sua parte all'addossatogli inca- 
rico, valendosi della sovranità conferitagli dalla piena assem- 
blea civica, a protezione e difesa della città, del distretto, della, 
nazione, che avealo eletto: e precipuamente di osservarne gli 
statuti ed all' uopo decretarne di nuovi. Ed a tutto questo si 
obbligò con solenne giuramento alla presenza del podestà Gio- 
vanni da Molin, nobile veneziano, degli Anziani, dei Difensori 
e dei quindici Gastaldi del Comune. Gli fu ingiunto di fissare 
il suo domicilio in Padova; gli fu assegnato l'annuo stipendio 
di lire dodicimila; gli fu concessa facoltà di tenere a sua di- 
sposizione giudici ed altri funzionari, secondo che gli parrà per 
la sicurezza di Padova e della propria persona; ed altre simili 
determinazioni esplicitamente dichiarate nel relativo documento, 
esteso nel 1318, Indizione prima, in giorno di martedì 25 del 
mese di luglio (1). 

(1) Questo documento fu dato in luce nella Stor. scientifico-letteraria 
dello stadio di Padova, del bellunese cav. Francesco Maria Colle, pubblicata 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 14 



210 LIBRO Vili, CAPO VI 

Non piacque di troppo questa elezione a Can Grande, per- 
chè attraversava i suoi disegni e rendeva inefficaci le sue arti per 
compierli. Ma la sagace accortezza del Carrarese ne cercò in- 
vece l'amicizia, ed a questo fine promise di dare in isposa a 
Mastino, nipote di esso Cane, la propria sua figliuola Taddea, 
tuttora di età puerile. Parve che questa promessa lo tranquil- 
lasse ; rivolse anzi ad altre imprese il pensiero. Egli, vaghissi- 
mo dell'acquisto di Trevigi, entrò in trattati con alcuni di quei 
cittadini e spedì colà, il dì 1° ottobre, il capitano generale del 
suo esercito Uguccione della Faggiuola; ma la congiura svanì. 
Tuttavia potè impadronirsi delle principali terre di quel con- 
tado; cioè di Noale, di Asolo, di Montebelluna ; e fu comin- 
ciato un "blocco a Trevigi, da cui l'anno dopo si ritirò, poiché 
i Trivigiani, assoggettandosi a Federico duca d'Austria, ebbero 
la città presidiata da truppe tedesche, sotto il comando del 
conte di Gorizia. 

Cane non finiva mai un' impresa, che in pari tempo non 
ne macchinasse un'altra. Benché ancor fresca la riconciliazione 
con Jacopo da Carrara, tuttavia mendicò pretesti per romperla. 
Fatta lega con Rinaldo ed Obizzo, marchesi d' Este dominanti 
in Ferrara, Rovigo ed altri luoghi, pretese che Jacopo signor 
di Padova rimettesse in città tutti i fuorusciti, altrimenti vi 
avrebb'egli provveduto. Era disposto il Carrarese ad acconsen- 
tirvi; ma Cane, trovati degli altri appigli, non si mostrò con- 
tento delle condizioni; ed inoltratosi all' improvviso da Mon- 
selice con le sue genti sino alla porta di Santa Croce, strinse 
la città d'assedio formale, sotto pretesto di rimetterla al suo 
primo stato libero e popolare. Era il dì 5 agosto 1319. 

Il da Carrara, conoscendo la sproporzione delle proprie 
forze per affrontare un nemico sì formidabile, e non sperando 

per la prima valla con annotazioni dal padovano Giuseppe Vedova, nell'annot. 
num. 8, al cap. I, pag, 29 e scg. — Padova 1824, stamp. della Minerva. 
Io perciò mi astengo dall' inserirlo in queste mie pagine, in cui ho pro- 
messo di pubblicare soltanto quei documenti, che non furono mai dati in 
luce, potendo chiunque lo voglia consultare i già pubblicati e che io di 
volta in volta, come ho fallo finora, verrò citando. Vedi la mia Prefaz. 
alla pag. 13. 



ANNO 1318 — 1320 211 

assistenza dalla Toscana, a cui ne aveva fatto istanze, cercò l'in- 
terposizione dei Veneziani. Ma non vi poterono riuscire, perchè 
le domande di Cane erano troppo ingorde. Jacopo da Carrara, 
-che non voleva veder perire così miseramente la patria sua, 
spogliatosi spontaneamente della signoria di Padova, la mise 
in mano di Enrico conte di Gorizia, il quale la ricevette in 
nome di Federigo d'Austria. Il conte fece larghe promesse ai 
Padovani il dì 4 novembre, e Federigo mandò loro in aiuto 
nuove truppe; né di ciò Can Grande aveva avuto per anco 
sentore. Ed approfittandone il conte Enrico, finse d'essere tut- 
tavia in favore di Cane, e mandò al campo di lui cento de' 
suoi cavalieri, con ordine secreto, che, uscendo i Padovani, 
tentassero con loro di far prigione Cane. Ma Cane allorché vide 
inalberata sulle mura di Padova la bandiera rossa, intesa la 
forza di quel giuoco, e disarmando tutti que' cavalieri tedeschi, 
li fece suoi prigionieri. Quivi morì Uguccione della Faggiuola. 
Cane se n'ebbe a > male oltre modo, che il duca d'Austria 
avesse preso possesso di Padova, e indispettito continuò la 
guerra contro di essa. Tentò furtivamente di entrarvi il giorno 
3 giugno 1320, e ne fu respinto. Diede il guasto al raccolto 
dei Padovani e talmente li strinse che nessuno osava uscire fuor 
delle porte. Le angustie dei Padovani erano miserande, perchè 
il feroce Scaligero non lasciava neppure venire V acqua alla 
città per macinare, ed aveva piantato una forte bastia al ponte 
del Bassanello. Einnovarono i Padovani, in questo stato di cose, 
le loro istanze al conte di Gorizia, vicario del duca d'Austria, 
pregandolo a ritornare in loro soccorso. Giuns'egli la notte del 
25 agosto, con ottocento cavalli ed entrò in Padova senza che 
i nemici se ne accorgessero. Nel dì seguente uscirono Padovani 
e Tedeschi per visitare la fossa scavata da Cane intorno alla 
città. Cane anch'egli uscì dalla bastia con alquanti soldati, ma- 
ravigliato come i Padovani fossero divenuti sì arditi. Venne 
una freccia a ferirlo in una coscia; perciò tornossene indietro 
e mise in armi tutta la sua gente. Ma essendosi inoltrata la 
cavalleria tedesca, l'esercito di Cane si die' alla fuga, abban- 
donando armi e bagagli e la loro forte bastia. Cane stesso ebbe 
a somma ventura di potersi salvare a Monselice, d' onde per 



212 

Este ritornò a Verona. Dopo di che, Padovani e Tedeschi si 
accinsero all'assedio di Monselice; ma intanto insospettiti i 
Padovani, che lo Scaligero guadagnasse con l'oro il conte di 
Gorizia, abbandonarono Monselice e corsero a Padova, a sicu- 
rezza e difesa della loro città. 

Allora Cane per lo suo meglio, si vide costretto a cessare 
dalle ostilità ed a segnare un compromesso reciproco di tutte 
le pretese e le condizioni della pace, nell'arbitrio del duca Fe- 
derigo d'Austria e di Lodovico di Baviera. E la pace fu con- 
chiusa, secondo che attesta il Muratori (1) nel gennaio del 
1321, con vantaggio di Cane, «perchè, a riserva di Cittadella, 
«ritenne quanto egli avea occupato nel territorio. Eestituì 
« Asolo e Monte di Belluna sul Trevisano al conte di Gorizia e 
« le altre pendenze rimasero compromesse in Federigo d'Austria 
« eletto re de' Eomani. » 



CAPO VII. 

Al governo di Padova sottentrano vicarj imperiali. 
Violenze di Nicolò da Carrara contro suo nipote Marsilio. 

Tra le condizioni della pace conchiusa, v'era, che Padova 
dovess'essere governata dai vicarj alemanni a nome imperiale. 
Tuttavolta Jacopo da Carrara finché visse, e dopo lui (che morì 
a' 23 novembre dell'anno 1324) suo nipote Marsilio, dichiarato 
suo erede, perche Jacopo non aveva figli maschi, godevano in 
Padova la primaria autorità, non dissimile dalla potestà su- 
prema del principato. 

La quale dominazione alemanna era stata provocata dal 
malcontento dei nobili padovani e specialmente dai Carraresi 
contro Cane della Scala (2) i quali trassero perciò in Italia il 
duca di Carintia ed Ottone fratello del duca d'Austria, con 

(1) Amai d'Ita!, ari. 1321; Chron. dei Cortusi nel tom. XII, Rer. 
Ital. Script. 

(2) Cortus. Hist. lib. Ili, nel tom. XII Rcr. Ital. Script., Giovanni Vil- 
lani, ilb. IX, Chron. Patav, nel tom. Vili, Rcr. Ital. Script. 



ANNO 1320 — 132 f J 213 

ismisurato esercito di cavalleria tedesca ed ungherese, che si 
fece ascendere a quindicimila cavalli (1). L'irruzione di questo 
esercito è narrata dal Muratori, di cui trascrivo le parole. 
«Diedero costoro il sacco al Friuli per dove passarono. Arri- 
« vati nel dì 3 di giugno a Trevigi, vi consumarono tutto. Pri- 
«ma ancora che arrivassero sul Padovano, a furia fuggivano 
« i miseri contadini di quel paese, perchè informati, che coloro 
« dovunque giungevano, facevano un netto, bruciavano, né ri- 
« spettavano donne, nò monache. Nel dì 21 d' esso mese con 
«questa diabolica armata arrivò il duca di Carintia a Padova 
«e nel dì seguente cavalcò a Monselice. Oh qui sì, che c'era 
«bisogno di senno a Cane della Scala. Non gli mancò in ef- 
«fetto. Unì quante genti potè (2). Obizzo marchese d'Estee 
« signor di Ferrara,, con gran copia di cavalli e fanti ferraresi 
«corse a Verona in suo aiuto. Milanesi, Mantovani, Modenesi, 
«anch'essi volarono colà e tutti si posero a guardar le for- 
« tezze. Ma Cane non ripose già la sua speranza in questi com- 
« battenti. Persuaso egli della verità di quel proverbio: mi- 
«glior punta ha Toro che il ferro-, non tardò a spedire Bai- 
« lardino da Nogarolo ed altri ambasciatori allorché il duca fu 
«giunto a Trivigi, e susseguentemente in altri luoghi, tenen- 
«dolo a bada con proposizioni di accordo e con altri raggiri; 
«e finalmente, esibite grossissime somme di danaro, ottenne 
« tregua da lui sino al venturo natale. » Sul che prosegue l'An- 
nalista : « Si vide allora quella bella scena, che il duca, dap- 
« poiché la sua gente ebbe rovinata col saccheggio buona parte 
« del Padovano, in cui sollievo era venuta, e ricavati trenta- 
< mila fiorini d'oro da quella città, senza far danno alcuno alle 
« terre dello Scaligero, contra di cui era stato chiamato, se ne 
«tornò nel dì 26 di luglio in Carintia: gridando i confusi ed 
« impoveriti Padovani, essere peggior l'amicizia di quella gente, 
« che la nemicizia con Cane. » 

Compiuta appena la tregua coi Padovani, non tardò Cane 
a ricattarsi degli affanni, ch'eglino sotto la protezione tedesca 

(1) Muratori, Ann. d' Hai. ari. 1324. 

(2) Chron. Esten, nel lib. XV, Rer. Hai. Script. 



214 LIBRO Vili, CAPO VII 

gli avevano dato nel precedente anno 1824. Prese varii luoghi 
del territorio di loro, e portò gì' incendii e i saccheggi sino 
alle porte di Padova. S'interpose Lodovico il bavaro, e fece 
rinnovare la tregua sino agli 11 di novembre, e fu fatto in lui 
compromesso di quelle differenze. 

Ma in aggiunta alle inquietudini esterne, ebbe Padova in 
quest'anno 1325 gravissima guerra interna, che ne tenne sos- 
sopra miseramente gli animi. Ubertino da Carrara e Tartaro 
da Lendinara, a cagione delle loro insolenze in città, per cui 
uccisero Guglielmo Dente, furono banditi. Eglino cercarono 
protezione presso Cane della Scala. Paolo intanto, fratello di 
esso Guglielmo, volse i suoi pensieri di vendetta contro gli 
altri Carraresi, che in questo affare non avevano avuto la mi- 
nima parte; e per isfogar la sua rabbia, assistito di soppiato 
dal podestà e dal presidio tedesco, sollevò a tumulto il popolo 
contro di essi. Ne seguì aspro conflitto nelle piazze di Padova 
ed i Carraresi così nobilmente e valorosamente si sosten- 
nero, che Paolo Dente fu costretto a fuggire: eglino per altro 
furono da molte pugnalate feriti. Marsilio, il maggiore, lo fu 
quasi a morte; Nicolò, Obizzo e Marsilio, il minore, n'ebbero 
anch'essi di molte. 

Ritornarono in Padova Ubertino da Carrara e Tartaro da 
Lendinara, giovinastri scapestrati e violenti, e con nuove e rnol- 
tiformi insolenze compromisero e travagliarono la civile tran- 
quillità. Ma non v'era chi li frenasse; più non si faceva giu- 
stizia ; tutto andava alla peggio. Ed era questo lo stato in cui 
trovavasi Padova sotto il governo straniero, vittima non di 
rado della sordida avarizia degl'imperiali vicarj e dello sfre- 
nato libertinaggio di una indisciplinata soldatesca. 

Per colmo di desolazione si aggiunsero gelose gare tra Ni- 
colò da Carrara e Marsilio suo nipote, di cui non poteva tol- 
lerare la superiorità e la popolare influenza. Egli, che macchi- 
nava occultamente la morte di questo, né vi poteva riescire 
per la sagace accortezza di lui; fatta lega con molti Padovani 
esuli per le fazioni, nulla curando di sacrificare alla propria 
ambizione la patria, ebbe ricorso allo stesso Scaligero, che non 
aveva mai abbandonato il pensiero della conquista di Padova. 



ANNO 1525 — 1327 215 

Conchiusero assieme un trattato, o si disposero ad invadere il 
territorio padovano. Marsilio, per mezzo di solenne ambasciata, 
fece consapevole delle macchinazioni di loro la corte alemanna 
ed implorò da essa opportuno presidio a difesa della città. Cane 
dalla Scala, venutone in cognizione, tentò sollecitamente di pre- 
venirne il colpo, e di farsi padrone di Padova con un esercito 
per la maggior parte di esuli padovani, condotti dal medesimo 
Nicolò: ma lo sperato ingresso in Padova gli fu impedito dal 
presidio tedesco e dal valore di Marsilio. 

Allora Nicolò si mise a guastare le campagne e ad occu- 
pare di mano in mano i castelli e i luoghi fortificati; sicché 
in pochi mesi fu padrone di quasi tutto il territorio fuori della 
città. La qual cosa tornando a vergogna del presidio alemanno, 
tanto più che il comandante di questo, Corrado di Ovestagno, 
non si potea dar pace di essere stato superato da una masnada 
di ribelli; Corrado, lasciato in Padova un solo battaglione 
di cavalleria, sotto gli ordini di Engelmerio Yillandres, partì 
per la Germania; promettendo di ritornar presto con grosso 
esercito e sterminarli. 

Can Grande, approfittando del solenne parlamento, che nel 
febbraio del 1327, teneva in Trento Lodovico il bavaro, vi si 
recò anch'egli, e domandò a questo il dominio di Padova che 
stava allora in suo potere, ed esibì grandi somme di danaro; 
ma inutilmente. Si maneggiarono invece gii amici di lui e lo 
persuasero ad una tregua col Comune di Padova (1). 

Marsilio d'altronde, che stava in Padova, conosceva, e ne 
ebbe la prova, essere inutile per allora il contare sugli aiuti 
della Germania; perciò, da quell'uomo accorto ch'egli era, con- 
siderando la città ridotta, per la perdita del contado, esausta 
di vettovaglie e di forze, appigiiossi al partito, unico forse ad 
impedire l' imminente desolazione estrema, di dare Padova a 
Cane dalla Scala, ed averne egli solo il merito (2). Secreta- 
mele perciò spedi allo Scaligero Filippo da Peraga, offeren- 



ti) Muratori, Armai d'Ital, an. 1827. 

(2) G atari. Istor. Pad. nel tom. XVII, Rer. Ital. Script, Chron. Patav. 
nel tom. Vili. 



216 LIBRO Vili, CAPO VII 

dogli il dominio della città, purché il di lui nipote Mastino 
dalla Scala sposasse Taddea da Carrara (1), figliuola di Jacopo 
già signore di Padova, ed egli Marsilio conseguisse i beni di 
alcune ricche famiglie fuoruscite e il vicariato della città, sem- 
plicemente di nome, spettando a Cane lo stabilirvi tutti gli uf- 
fìziali di Padova, con altri patti vantaggiosi per lui. 



CAPO Vili. 

Padova è consegnata da Marsilio Carrarese allo Scaligero 

Can Grande. 

Non poteva offerirsi a Cane cosa più grata e da lungo 
tempo desiderata; per lo che di buon animo egli, che tanto 
ambiva la gloria, si prestò ai patti più generosi e più ampli. 
Andò Mastino dalla Scala sollecitamente a Venezia ed ivi 
sposò occultamente Taddea, la quale colà si allevava, e compiè 
il matrimonio. Ciò fatto, Marsilio il giorno 3 settembre in- 
trodusse in Padova, sotto varii pretesti molte centinaia di con- 
tadini armati, per avere più sciolte le mani e più libertà ad 
eseguire il trattato. Si fece consegnare destramente dal popolo 
la signoria della città, al che agevolmente acconsentirono i 
cittadini perturbati; e poscia, soddisfatte le loro paghe, licen- 
ziò i Tedeschi, che vi erano di presidio. Finalmente nel mag- 
gior Consiglio della città spiegò la risoluzione da lui presa 
di cedere a Cane dalla Scala il dominio di Padova, giacché 
altro modo non v'era da salvarsi in mezzo a tante procelle (2). 
Di unanime accordo i cittadini applaudirono al consiglio di lui]: 
perciò eletto il sindaco, andò Marsilio con esso e con molti dei 
principali cittadini, il dì 7 dello stesso mese, solennemente a 
Vicenza, e presentò a Cane le chiavi di Padova, il quale tre giorni 
dopo, fece la sua magnifica entrata in città, ricevuto con plauso 



(1) 11 Mussalo la chiamò Alda. 

(2) Albertino Mussato, de gesl. ItaL, lib. 12, nel tom. VIII, Rer. Hai. 
Script 



ANNO 1527 217 

e tra le benedizioni di tutto il popolo, ormai convinto, che al- 
tro rimedio, fuori di questo, non vi sarebbe stato a' tanti suoi 
mali. Cane, passato al palazzo vescovile, ricevette pubblica- 
mente il gonfalone della città; dichiarò suo vicario Marsilio 
stesso, il quale alle spese dei fuorusciti padovani diventò, di 
ricco ch'era, sommamente ricchissimo. Questi dovettero star- 
sene in esilio, e perchè lo storico padovano Albertino Mussato, 
il quale narrò tutte le circostanze di questi fatti, osò di rien- 
trare in Padova senza licenza, fu mandato a confini a Chiog- 
gia, ove l'anno dopo morì. 

Il matrimonio secreto di Taddea da Carrara con Martino 
dalla Scala fu in quest'anno stesso rinnovato, con tutte le so- 
lennità relative ad un fatto di tanta rilevanza. E questo e la 
importante conquista di Padova, diedero occasione ad una ma- 
gnifica festa, cui Cane volle celebrare per più giorni in Ve- 
rona (1). Concordano gli autori neli' attestare, che la magnifi- 
cenza ne fu incredibile per la varietà de' tornei, delle giostre, 
delle illuminazioni e di altri pubblici solazzi; per lo smisurato 
concorso di nobili da tutte le circonvicine città (2), e per 
li ricchi regali fatti dallo Scaligero, il quale tenne sempre ta- 
vola aperta a tutta la nobiltà sì veronese che forestiera. Alle 
quali solennità pose il colmo Can Grande, creando di sua mano 
trentotto cavalieri delle più cospicue famiglie delle Marche tri- 
vigiana e veronese e di varie città della Lombardia. 

Lo storico reggiano contemporaneo, padre del Gazata, ci 
lasciò un prospetto del nobilissimo genio dello Scaligero, nar- 
rando (3), ch'egli teneva presso di se grande copia di cortigiani, 
che non v'era uomo di qualche grido o per lettere, o per scienza 
militare, o per singolarità di qualche arte, il quale perseguitato 
dalla fortuna o dalle rivoluzioni della patria ricorresse a lui e 
non fosse ben veduto o provveduto di abitazione e di mensa 
alla sua corte. Essi erano trattati con tutta proprietà e lau- 
tezza, distribuiti secondo le professioni loro. Quivi i poeti, colà 

(1) Chron. Veron. nel tom. Vili. Rer. Ital. Script. 

(2) Chron. Esten, nel ioni. XV, Rer. Ital. Script, — Albert. Muss. 
Jib. 12 nel tom. Vili, Rer. Ital. Script. 

(3) Chron. Regien., nel tom. Vili, Rer. Ital. Script. 



218 

i filosofi, altrove gii artefici, i predicatori ed altri simili. So- 
pra la porta di quelle camere si vedevano delineate pitture, 
elio alludevano alle loro professioni. V erano musici di canto 
e di suono, v'erano buffoni per rallegrare di tanto in tanto i 
pranzi e le cene. Il palazzo n'era elegantemente addobbato di 
arazzi e pitture. Cane stesso voleva talvolta alla sua mensa or 
questo or quello di que' distinti uomini. Uno tra gli altri fu 
Dante Alighieri, il quale, bandito da Firenze, sperimentò quanta 
fosse la generosità e la munificenza dello Scaligero. Ma si ri- 
torni alla storia. 

Cane, per la felice riuscita del maneggio, che restituiva 
la pace al territorio padovano ed assicurava altresì la tran- 
quillità ai finitimi possedimenti della repubblica veneziana, 
erasi reso assai ben affetto al governo di questa. Ed ambi- 
zioso com'era di sempre più alti onori, concepì nell'animo bra- 
ma vivissima di venire aggregato alla nobiltà veneziana; e 
per sua buona ventura, se gli presentò anche occasione di po- 
tersene rendere meritevole. Ed ecco in qual modo. Soggior- 
nava in Verona uno de' più caldi partigiani del famoso Ba- 
jamonte Tiepolo, autore della congiura, che diciotto anni ad- 
dietro, aveva sì vivamente compromesso la tranquillità della 
repubblica veneziana. Costui era Giacomino Quirini figliuolo 
di Matteo della casa grande. Esiliato da Venezia per cagione 
di quella congiura, standosene rimpiattato in Verona, andava 
macchinando nuovi progetti contro la sicurezza del governo di 
Venezia, e teneva secrete pratiche con alcuni dei Barozzi che 
stavano in Venezia : ma le insidiose sue mene non poterono re- 
stare occulte allo sguardo vigile di quella repubblica, alla quale 
non mancò il modo di ottenere da Can Grande Scaligero, che 
il cospiratore le fosso mandato sotto buona custodia a Vene- 
zia. Ivi giunto, fu condannato all'estremo supplicio, in com- 
pagnia di due complici Jacopo Barozzi e Marino Barizio, im- 
piccati tutti e tre, per sentenza del Consiglio dei Dieci. 

Cane approfittò dell' occasione, e sulla morte del congiu- 
rato pose il fondamento dell'ambita onorificenza. Egli a bella 
posta mandò a Venezia tre ambasciatori, Pietro del Verme, 
Guglielmo de'Servidei, e Pietro dal Sacco, per chiedere alla 



ANNO 1527 — 1529 219 

repubblica il favore desiderato. Ne portarono l'istanza in iscritto, 
la quale fu subito presa in considerazione, ed a tenore delle 
leggi nazionali ne fu affidato l'esame alla Quarantia. Questa 
il giorno 10 marzo 1329, deliberò con trentadue voti favorevoli, 
uno negativo ed uno incerto, che lo si potesse ammettere. In 
seguito alla quale deliberazione, il Maggior Consiglio lo am- 
mise. Perciò il doge, ch'era allora Francesco Dandolo, conse- 
gnò ai tre ambasciatori il diploma dell'accordatagli aggrega- 
zione, il quale porta la data del 12 marzo dell'anno suddetto (1). 

Anche Marsilio da Carrara con tutta la sua posterità fu 
ammesso al Maggior Consiglio, ossia fu aggregato alla nobiltà 
veneziana: ed egli ne contraccambiò il favore, scrive il Via- 
noli (2) disponendo nel suo testamento, che della sua sostanza 
fossero dati « al pubblico ducati centomila con ordinatione che 
«si dovesse con quel danaro erigere una struttura magnifica; 
« per formarvi dentro la zecca, come si è fatto ; e che alla 
« Giudecca si fabbricasse un tempio dedicato a san Giacomo 
«et un monastero per habitatione dei padri dei Servi, che 
«in quel tempo piantavano le prime fondamenta della reli- 
« gione loro, con assegnamento per la comoda loro vita e de- 
«cente sostenimento, raccomandata la cura di tuttociò alla di- 
« ligente assistenza dei Procuratori di ultra. » 

Eitorniamo a Can Grande divenuto signore di Padova. 
Egli, coadiuvato dal suo vicario Marsilio da Carrara, si ado- 
però a tutto uomo per porre in ordine le cose e riparare i 
disordini cagionati dalle precedenti discordie. Non volle che 
fosse presa vendetta di alcuno; pubblicò anzi un generale per- 
dono, e cominciò un governo mite e munifico, come volea l'a- 
nimo splendido e generoso di lui. 

(1) Mi astengo dal pubblicare i documenti relativi a questo fatto, 
perchè da me stesso (Stor. della Rep. di Ven., pag. 75 e 76 del voi. IV, in 
in annoi) e da altri eziandio, pubblicati. — . L' istanza di Cane, benché non 
alla lettera con gli originali, ci fu conservata dal Tentori (Stor, ven. pag. 71 
del tom. VI). — La deliberazione della Quarantia fu da me trascritta dai 
registri di questa, e data in luce nel luog. suind., pag. 72, annot. 1. — 
La ducale poi, ossia il diploma, della deliberata aggregazione fu data in 
luce dal Verci, nel lib. Vili della Stor. della Marca Trivig. e Veron. nella 
pag. 124 e seg. del tom. IX, 

(2) Iìist. ven. lib. XII, pag. 376. 



220 LIBRO Vili, CAPO IX 



CAPO IX. 



Mosse di Can Grande dalla Scala per farsi padrone 

di Trevigi, 

La storia di Padova non può stare disgiunta dalle intra 
prese degli Scaligeri, che n'erano i signori;- tanto più, che 
nello sviluppo dei fatti, che progressivamente condussero que- 
sti a porsi in guerra coi Veneziani, sta ravvolto tutto il filo 
degli avvenimenti, che in capo ad otto anni ricondussero i Car- 
raresi alla primitiva loro sovranità. Perciò mi è d'uopo seguire 
Can Grande nelle sue mosse azzardose, per le quali cercava 
pascolo alla sua insaziabile ambizione. Egli, ottenuta Padova 
ed aggregato altresì alla nobiltà veneziana, diresse le sue brame 
alla conquista di Trivigi; giacché senza veruna dipendenza de- 
gl' imperatori tedeschi, di cui era vicario, aveva potuto man- 
tenersi padrone di Verona, di Padova, di Vicenza, di Belluno, 
di Feltre e di altri luoghi intermedj. Ne diede annuncio a 
Marsilio da Carrara, suo vicario in Padova, ordinandogli che 
si tenesse pronto con quanto più poteva di fanteria e di ca- 
valleria, per andare seco lui all'assedio di Trevigi (1); al che 
lo aveva consigliato egli stesso. 

Si mosse adunque Cane, e con lui Marsilio da Carrara, 
il dì 4 luglio del detto anno 1329, ansioso di pigliare ven- 
detta sopra Guecello Tempesta, usurpatore del contado di Tre- 
vigi. Era composto il suo esercito delle truppe di Padova e 
delle molte schiere, ch'egli aveva raccozzato, di milizie rac- 
colte in Bassano, in Feltre, in Belluno e di altre stipendiate 
dai signori di Castelbarco e da Eizzardo da Camino, compe- 
titore nella sovranità a Guecello Tempesta, e di fuorusciti bre- 
sciani e trivigiani. La cronaca vicentina del Pagliarini dice com- 
posto questo esercito di trentamila fanti e di tremila cavalli: 

(1) Co ne conservarono la lettera i Cortusi, nel lib IV, cap. XIII. 



ANNO 1329 221 

esercito dice il Verci, (1) « grande in quei tempi, in cui non erasi 
« ancora introdotta V usanza di tenere a pubbliche spese un 
« numero grande di truppe oziose, come fassi oggidì, non senza 
«grave discapito della popolazione, del commercio, delle arti, 
« e dell'agricoltura. » 

Tostochò n'ebbero notizia, i Trivigiani unirono tutte le 
loro truppe, e per far pompa del loro coraggio, corsero, prima 
che l'armata dello Scaligero arrivasse, a devastare il territorio 
padovano di là del Brenta, ponendo a ferro e a fuoco ogni 
cosa. Ma Cane, prima ancora di allontanarsi da Padova, aveva 
mandato ad incontrarli un grosso corpo di truppe, sotto il co- 
mando di Ottone di Borgogna. Queste li assalirono, li ruppero 
e gì' inseguirono sino alle porte di Trevigi, ove Ottone rimase, 
ucciso da un sasso, che i Trivigiani dalle mura della città gli 
scagliarono addosso. Questo fatto irritò vieppiù lo Scaligero, 
il quale affrettò la sua marcia per vendicarsene ; sicché a' 5 di 
luglio fu a vista di Trivigi, e la strinse da tutti i lati, ben 
sicuro, che la città, scarsa di soldati e di viveri, avrebbe do- 
vuto cedere. Guecello Tempesta, per conservarsi una qualche 
autorità, entrò in secrete corrispondenze con Cane e capitolò 
con onesti patti. Ne fu sottoscritto d'ambe le parti il trattato 
a' 17 di luglio; e nell'indomani Cane entrò solennemente in 
Treviso, accoltovi tra gli applausi delle civili e delle ecclesia- 
stiche autorità. Ma sì magnifico ingresso fu susseguito in quel 
dì medesimo da, luttuosissima scena. Cane fu colto da mortai 
malattia, che tre dì appresso lo tolse dal mondo. Taluno lo 
disse morto di veleno ; ma il Yerci, sull'appoggio dei documenti 
dell'archivio di Trevigi, ci fa sapere, esserne stata cagione l'ec- 
cessivo caldo della stagione e la fatica della pompa del suo 
ingresso, per cui, trovandosi assai sudato, beve avidamente 
grande quantità di acqua freschissima della fontana detta di 
sant'Agata, e fu colto subito da febbre acutissima e da mor- 
tale flusso di ventre (2). Ne fu trasferito il corpo a Verona, 
per avervi sepoltura, com'egli aveva ordinato. Fu aperto il suo 

(1) Stor, della Marca Triv. e Veron., lib. Vili, pag. 126 del tom. IX. 

(2) Verci, luog. cit. pag. 136 e seg. de! tom. IX. 



222 LIBRO Vili, CAPO IX 

testamento, con cui confermava Marsilio da Carrara nella ca- 
rica di vicario suo della sola città e territorio di Padova, e 
lasciava ai suoi nipoti Alberto e Mastino dalla Scala, figliuoli 
legittimi di suo fratello Albino, V intiero dominio de ; suoi stati, 
senza che vi avessero parte i suoi figliuoli bastardi. Due dei 
quali, Bartolomeo e Giliberto, sulla fine di quest'anno, accu- 
sati di secrete macchinazioni contro la vita e lo stato dei due 
regnanti Scaligeri, furono presi e condannati a perpetuo car- 
cere. Francesco loro maestro fu strascinato a coda di cavallo 
e poscia impiccato per la gola. 

Marsilio da Carrara, il quale con Bailardo da Nogarola 
aveva assistito alla morte di Can Grande, venne tosto a Pa- 
dova a portarne la nuova, ed onoratamente fece che il popolo 
giurasse nelle sue mani fedeltà ai due fratelli Scaligeri. Al- 
berto venne a prendere il possesso di Padova il dì 27 dello 
stesso mese (1); ed in seguito diventò padrone di Conegliano, 
di Asolo e degli altri castelli del trivigiano. In Treviso costi- 
tuì pretore Pietro dal Verme e capitano delle armi. Guecello 
Tempesta da Camino. Ma il troppo favore, che i Carraresi go- 
devano presso i Padovani, ed i Caminesi presso i Trivigiani, 
non tardò a diventare argomento di gelosia e di sospetti, a 
Mastino dalla Scala, il quale allontanò da Padova Marsilio da 
€arrara, trasferendolo a podestà di Vicenza, e chiamò a Verona 
i fratelli Gerardo e Rizzardo da Camin, i quali temendo di 
qualche attentato contro la propria vita, fuggirono di là, ri- 
tornarono alle loro fortezze della Marca trivigiana e si posero 
sotto la protezione della repubblica di Venezia, la quale non 
tardò ad accettarli ed a mostrarsene palesemente protettrice. 

Mastino allora, ingelositosi dei Veneziani, fece fortificare 
Trevigi; vi rimosse Guecello Tempesta, sotto pretesto di sta- 
bilirlo pretore di Verona; riformò tutto il sistema politico della 
città, diminuendone di un terzo il Consiglio maggiore e ridu- 
cendolo a soli duecento consiglieri. 



({) Chron. Veron. nel tom. Vili, Rer. Hai. Script. 



ANNO 1329 — 133G 223 

CAPO X. 

Rottura dei Veneziani contro gli Scaligeri. 

Ma l' insano orgoglio di Mastino dalla Scala, che, ago- 
gnando alla signoria delle principali città dell'Italia, non si 
curava d' inimicarsi la repubblica di Venezia, fece scoppiare 
<3on questa una guerra gravissima, che fruttò a lei la sovranità 
di Trivigi: prima sua conquista sulla terraferma d'Italia. Le 
circostanze di questa guerra devono essere minutamente nar- 
rate: e ne fu ben curiosa l'origine, della quale abbiamo no- 
tizia compendiosamente nelle parole del cronista veneziano 
Marco Barbaro (1), ove parlando della potenza degli Scaligeri, 
così racconta: «Insuperbiti di tanto dominio volevano dazio ad 
«Hostia (2) dalli naviganti in Po; havevano posto nuove ga- 
« belle et nuove decime sopra le possessioni de Veneziani nel 
« Trevisano e nel Padovano, né lasciavano condurre a Venezia 
«li frutti di quelle; cercavano impadronirsi della Mota, Por- 
«tobuffolè e Camino già cinquanta e più anni sotto la prote- 
«zione della Signoria nostra, et il tutto era contro li patti 
«che si havevano con loro Signori. Mastino habitava Verona 
« e governava il tutto. Alberto primogenito, ma senza figli, si 
«contentava di Padoa et habitava in quella et teneva stretta 
«amicitia con Marsilio da Carrara, et bramava molto, paren- 
«doli doverlo amare con ragione, et potersi fidare di lui, per 
«essere stato quello, che aveva dato madona Thadia da Car- 
«rara sua germana et Padoa per dote a Mastino suo fratello.... 
«et se il detto Alberto fosse stato così moderato nell'amare, 
«come era nel signoreggiare, non sarebbe successo allora la 
« bassezza de' loro fratelli. Ma lui s' innamorò della moglie del 
«detto Marsilio (3), et la sforzò un giorno, che il marito era 

(1) Presso il Tentori, Stor. ven., pag. 71 del tom, VI. 

(2) Devesi intendere la terra di Ostilio,, eh' è appunto sul Po. 

(3) Sbagliò il cronista Barbaro affermando ciò della moglie di Mar- 
silio da Carrara, e dietro lui sbagliarono altri ancora dei cronisti veneti, 



224 LIBRO Vili, CAPO X 

«fuori di Padova, al quale lei lo disse et lui tacque. Ma per 
« memoria nel suo cimiero, ch'era una testa di Saracino, ag- 
« giunse due corna d'oro. Poi per farlo nemico della Signoria 
« nostra lo persuase a fare saline dove già padoani volevano 
« farle del 1303. Il dose per le innovazioni dette di sopra ha- 
« veva trapassate le ingiurie con fare processi, scriverli lettere 
«et mandarli nuncii; ed esso Mastino diceva, a che mandarmi 
«il dose tanto piombo (1), tenghi quello da coprire il cam- 
« panile di san Marco. » 

Benché narrate con molte inesattezze, tali cose, poco più, 
poco meno avvenivano nel 1336 tra gli Scaligeri e la repub- 
blica di Venezia. Nò per verità mancavano ai Veneziani ra- 
gioni di lamentarsi di essi ; specialmente perchè i Padovani, di 
ordine di Mastino, avevano violato il confine di Chioggia, co- 
struendo un argine di là del così detto argine gastaldo; os- 
sia, di là dei confini stabiliti. Fece di ciò la repubblica ripe- 
tute doglianze per toglierne gli abusi; ma inutilmente. Se ne 
vendicò quindi col pubblicare rappresaglie contro i Padovani 
e i Trevigiani. Mastino dalla Scala se ne dolse assai; e per 



che da lui ne copiarono il raceconto. Il fatto invece appartiene alla moglie 
di Ubertino da Carrara. La qual cosa dimostrò eruditamente il Cittadella, 
nella sua pregievolissima Storia della dominazione Carrarese in Padova., 
(pag. 112 del tom. I) sull'appoggio della testimonianza del Cortusii, del 
Gattari, del Gennari, del Vere', del Vergerlo e dello Zacco. E che questo 
fatto appartenga alla moglie di Ubertino da Carrara e non a quella di 
Marsilio, posso aggiungere, anch' io alle diligenti investigazioni dell'erudito 
Cittadella, il tenore di questo racconto con le parole di una cronaca del 
secolo XV, che si conserva nella biblioteca Marciana di Venezia (Cod. mss.. 
della, clas. VI Hai. 'min. CCLXXXIV) e che dice: «Ma acioche sapiasi qual 
« ingiuria ricevete mss. ubertin da mss. alberto dovete sapere che mss. u- 
«bertin aveva una bella donna per mogliere. la quale mss. alberto sfor- 
«zatamente la violo non sciando mss. ubertin a padoa di che ritornato 
t la donna tutto li narra siccome era stata contra ogni suo volere sfor- 
« zata da mss. alberto. Ma mss. ubertin siccome astuta e discreta per- 
dona mostro di questo non curare ne che mai lui non lo avesse sentito, 
«pensando che a loco et tempo se ne vendicherà, et acioche questo li 
«fosse sempre in memoria, levo in capo del suo cimiero due corna d'oro 
« elqual cimiero era una testa di Saracino per segnai perpetuo. » 

(1) Perchè le lettere ducali erano sigillate con bollo di piombo appesovi. 



ANNO 1356 225 

contraccambio serrò ai Veneziani le strade e le palafitte, ac- 
ciocché non potessero più trasferire a Venezia le loro derrate 
di terraferma. Non voleva il senato venire alla determinazione 
di una guerra, e per prevenirla mandò ambasciatori a Verona 
per accomodare tutte le differenze. 

Fin qui, Marsilio da Carrara, potentissimo e ricchissimo 
cittadino di Padova, era stato il braccio dritto degli Scali gerì, 
ed aveva sempre, e con le opere e coi consigli, cooperato alla 
loro esaltazione. Fidati nel suo zelo e nella sua sperimentata 
destrezza e nella eloquente facondia, lo mandarono a Venezia 
per trattare di pace; ma con ordine secreto di non venire 
mai ad una risposta decisiva, di starsene sulle generali, e di 
procurare di deludere con simulate ragioni la credulità della 
repubblica. Ma che in questa sua legazione Marsilio, dice il 
Muratori (1) « tutto il contrario operasse sotto mano, siccome 
«volpe vecchia com'era, lo si potrà argomentare da quanto 
« vedremo andando innanzi. » 

Il senato non si lasciò ingannare, e deliberò di agire ostil- 
mente contro gli Scaligeri. E pria di tutto proibì, che si por- 
tassero al territorio padovano manifatture veneziano ed il sa- 
le. Al che Mastino supplì da prima col farselo venire dalla 
Germania; e poscia Marsilio da Carrara, appunto per porlo in 
lotta coi Veneziani, lo persuase a fabbricare un castello di qua 
del confine padovano, e ivi piantare saline e farselo da se, 
per non più aver bisogno di quello dei Veneziani. Il castello 
fu piantato a Petadebò, dove i Padovani lo avevano appunto 
piantato trentatrè anni addietro. Vi fu mandato per costruirlo 
Federico de' Cavalli. Indarno la repubblica di Venezia mandò 
allo Scaligero nuove ambasciate: i lavori non furono punto 
interrotti ; progredivano anzi sempre più alacremente ed il ca- 
stello sorgeva protetto da fosse, forte di mura, difeso da cir- 
costanti edifizii. Tutte le città soggette agli Scaligeri [furono 
forzate a contribuire all'impresa, somministrandovi in propor- 
zione operarii e danaro. 

D' altronde i Veneziani, mentre moltiplicavano le loro 

(1) Armai. tVItal, an. 1336. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 1S 



226 LIBRO Vili, CAPO XI 

ambascerie agli Sceligeri, mandarono anche sul luogo dei lavori 
un ambasciatore, per farne, secondo l'uso di allora, solenne 
protesta al comandante ed agli operari colà presenti, a tutela 
dei diritti della repubblica. La quale protesta consisteva in 
pigliare tre volte una pietra del terreno, contro cui protesta- 
vasi, e gettarla lungi da sé, alla presenza di testimonj; e se 
ne rogava l'atto per mano di pubblico notajo. Tuttociò fu ese- 
guito il dì 28 maggio 1336. L'ambasciatore ne fu Nicoletto de 
Marsilio, chioggioto ; i testimonii furono Felice Garassello, Ja- 
copo Mainardo, Domenico Bellayma, Felice da Oliveto, Simeone 
Polini, Marco Yalero, Martino de Marsilio, Jacopo Zanvidi e 
Pietro Fassolo, tutti cittadini di Chioggia ed altri moltissimi. 
Ne darei anche il documento testualmente, se non l'avessi già 
pubblicato, venticinque anni or sono, nella mia Storia della 
Repubblica di Venezia (1). 

Fatta questa protesta, Tommaso Barbarigo podestà di Chiog- 
gia uscì di città alla testa di buon numero di Chioggioti ben 
armati e provveduti dei necessari attrezzi. Occuparono il ter- 
reno presso a Montalbano ed a Stalimbeco, di rimpetto pre- 
cisamente ai lavori dei Padovani, dai quali un piccolo seno di 
acqua li separava. Colà si accinsero coraggiosamente a fab- 
bricare una fortezza, con mura e fosse e terrapieni, da contrap- 
porre valida resistenza al castello delle saline, che i Padovani 
innalzavano. 



CAPO XI. 

Circostanziata esposizione dei fatti della guerra 
dei Veneziani contro gli Scaligeri, per cagione di Padova. 

Contemporaneamente a ciò, Mastino mandava a Venezia 
suo ambasciatore, il celebre giureconsulto Guglielmo Pastren- 
go; ma con ordine di portare in lungo le trattative, senza poi 
nulla conchiudere. Anche i Veneziani temporeggiarono finché 

(1) Pag. 38 del tom. IV, in annot. 



ANNO 1356 227 

furono assicurati, che i chioggioti avevano condotto a buon 
punto il lavoro. Allora licenziarono l'ambasciatore e dichiara- 
rono formalmente la guerra allo Scaligero. 

Furono perciò eletti subito venticinque Savii a presiedere 
agli affari di questa guerra, e darne gli ordini opportuni. Si 
fece quindi esatta numerazione dei cittadini atti a portare le 
armi; e furono trovati ascendere a quarantamila cento. Questi 
furono distribuiti in varie schiere da surrogarsi le une alle al- 
tre, in caso di bisogno. Ne fu per quella volta allestito un 
corpo di soli quattromila cinquecento di cavalleria e di altri 
sei mila di fanteria; i quali uniti alle truppe degli alleati che 
concorsero a questa guerra (come si dirà in appresso) forma- 
rono un esercito di trentamile soldati (1). Poi furono eletti 
altri cinque nobili col titolo di capitani a Cavarzere, i quali 
ne dovessero assumere, uno al mese per turno, il comando sino 
al termine della guerra. Eccone i nomi e l'ordine, con cui do- 
veano succedersi; I, Bertuccio Gradenigo; II, Marco Giusti- 
niano, procuratore di san Marco ; III, Giovanni Gradenigo ; 
IV, Andrea Morosini; V, Pietro da Canale. 

I Veneziani ingrandirono tosto le fortificazioni e i ripari a 
Stalimbeco, a Montalbano, alla Torre delle Bebbe, a Loreo, a 
Cavarzere, essendo i luoghi più esposti agi' insulti dei nemici. 
A Portobuffolè, a Motta ed a Camin furono mandati uomini di 
arme, stipendiati dalla repubblica. 

Tostochè i Fiorentini seppero rotta la pace tra Venezia e 
Mastino dalla Scala, si unirono anch'essi alla repubblica, sicuri 
di uguale reciprocanza. Ce ne conservò il trattato lo storico 
Fiorentino Giovanni Villani, il quale ne copiò il tenore dagli 

(1) Perciò non è a dirsi, avere errato il Sanudo, descrivendoci quell'e- 
sercito composto di circa quarantamila combattenti ; perchè tale appunto era 
il numero totale dei cittadini atti a portare le armi; nò avere errato il Cit- 
tadella, che lo disse composto di quattromila cinquecento cavalli e seimila 
fatiti (Gap. XVII, pag. 153 del voi. 1 della Stor. della dominazione Carra- 
rese in Padova), perchè fu appunto il numero dei soldati raccolti nella 
prima schiera; nò finalmente inesatto il numero asserito da altri, di tren- 
tamila, perchè risultava questo dall'unione delle truppe veneziane con 
quelle dei confederati. 



228 LIBRO Vili, CAPO XI 

atti del Comune di Firenze; ed anch' io lo trascrivo perchè tutto- 
appartenente alla storia di questa guerra. I Veneziani adun- 
que e i Fiorentini « in prima fecieno tra loro lega e compa- 
« gnia e unità, la qual durò dal dì 21 giugno in fino alla fe- 
« sta di san Michele di settembre, che viene, et dalla detta 
«festa a un anno, e che per li detti comuni si soldino due- 
«mila cavalieri e duemila pedoni al presente; i quali stieno 
«a far guerra in trivigiana e veronese. E quando parrà a detti 
«comuni se ne soldino maggiore quantità, e che tutte le mende 
«de cavalli e ogni spesa che occorresse, si dovessono pagare 
«comunemente; et che per la detta guerra fare, si debbia te- 
rriere uno capitanio di guerra a comuni spese, et che per lo 
«comune di Firenze si mandi uno o due cittadini a stare a 
« Yinegia, o dove bisognerà, e abbiano balia con quelli che si 
«elegeranno per lo comune di Vinegia di crescere e minorare 
«i detti soldati, come a loro parrà, e a poter spendere per 
«fare rubellare le terre che si tengono sotto la signoria di 
« quelli della Scala. E che sia lecito al comune di Firenze e 
«di Yinegia potere tenere, per far detta guerra, cittadini e sue 
« bandiere, come a detti comuni piacerà. E habbia il capitano 
«della guerra pieno arbitrio. E che per tempo di tre mesi,, 
«anzi la fine della lega, si convengano insieme ambasciatori 
« di detti comuni a prolungare la lega predetta. E che il co- 
«mune di Firenze faccia una guerra alla città di Lucca, e se 
« l' havesse, facciano guerra a Parma. E che i detti comuni, e 
« alcuni di quelli non faranno o pace o triegua, o faranno o 
«terranno alcuno trattato con quelli della Scala se non fosse 
«di scienzia o volontà di ciascun comune.» — Il trattato fu 
tenuto occulto, per politiche ragioni, venti giorni, trascorsi i 
quali, il dì 14 luglio, fu promulgato solennemente in Venezia 
sopra le scale del palazzo ed a Rialto, ed in Firenze nella 
piazza maggiore; e con questo atto fu dichiarata la guerra ai 
signori dalla Scala. 

In conseguenza di questo patto fu capitano dell' esercito 
federato il parmigiano Pietro de' Rossi, con promessa di re- 
stituirgli Parma usurpata dallo Scaligero. Egli era chiuso in. 
Pontremoli, stretto dalle armi di Mastino; ma travestito vL 



ANNO 1336 229 

fuggì ; aiutò quindi i Fiorentini ad ottenere Lucca, e poscia passò 
a Venezia ad assumere il comando esibitogli dell'esercito. Gli 
fu consegnato con grande pompa e solennità lo stendardo del 
generalato il dì primo di ottobre 1336: ed egli, alla presenza 
del doge e della Signoria giurò « di esercitare queir onorevole 
« incarico a gloria di Dio, ad onore ed esaltazione dei comuni 
« di Venezia e di Fiorenza, ed a distruzione e morte degli Sca- 
« ligeri e dei loro seguaci (1). » Ciò non di meno, a tenore della 
pratica prudenziale della politica veneziana, il senato gli as- 
sociò due nobili, col solito titolo di provveditori di armata, 
Giustiniano Giustiniani ed Jacopo Gradenigo; ed uguale inca- 
rico per parte dei Fiorentini fu affidato a Drusio degli Alberti. 
E già prima che arrivasse il Eossi ad assumere il comando 
generale dell'esercito, alcuni scontri erano avvenuti contro le 
truppe dello Scaligero, per cui aveva egli perduto Oderzo, e 
poscia lo aveva ricuperato: s'era impadronito del castello di 
Camin, ed aveva ottenuto alcuni momentanei vantaggi in altri 
luoghi, tolti ad altri. Ma quando si diffuse notizia per la Marca 
trivigiana dei preparativi, che facevano i Veneziani, uno sco- 
raggiamento, per non dire uno spavento generale invase gli 
animi di tutti, non potendosi prevedere ove sarebbero inco- 
minciate le ostilità. Più di ogni altro si mostrò spaventato il 
podestà di Treviso, Pietro dal Verme, il quale moltiplicava ogni 
dì nel settembre, ottobre e novembre 1336, le disposizioni e 
gli ordini per fortificare e presidiare tutti i punti della pro- 
vincia. Le quali disposizioni, conservate nel libro Registrum 
della città di Treviso, sono così puerili e ridicole, che ad ogni 
tratto manifestano la gravezza del timore, che occupava quel 
Comune, e l' incertezza dell'operare di chi lo comandava. Esse, 
raccolte dal libro summentovato, furono date in luce, con or- 
dine cronologico dal Verci (2) ; ove si possono vedere da chi 
ne desiderasse notizia. E soggiunge : (3) « Per queste previdenza 
«ebbero a soffrire i trivigiani spese incredibili, che molta 



(1) Verci, lib. X, pag. 47 dei tom. XI. 

(2) Luog. cit, pag. 48 in annot. 

(3) hi, Nella pag. 50 e seg. 



230 

« alterarono il loro sistema economico ed alienarono in gran 
«parte l'animo loro dal dominio Scaligero; e vie maggior- 
« mente quando si videro sottoposti ad altri insopportabili pesi. 
«Imperciocché nell'esercito di Mastino erano costretti a man- 
« tenere un numero ragguardevole di soldati, e mandar conti- 
« imamente vettovaglie pel mantenimento di quelli. Pagavano 
«inoltre una straordinaria mensual contribuzione di lire 
«quattro mila, e per giunta volevasi che continuassero essi a 
«spedire al castello delle saline e muratori e falegnami ed 
« operarj ed altre cose necessarie all' intiero suo compimento. 
« Ma se non si può, rispose il podestà dal Verme ad un co- 
« mando minaccevole di Mastino. Il povero popolo trivigiano, 
« soggiunse in varie lettere, ch'egli scrisse a quel sovrano, è 
« tanto oppresso da pesi gravi ed esorbitanti, eh' è vicino a 
« rimanerne schiacciato ; e gli stessi distrettuali disperati per 
«tante fatiche fuggivano abbandonando la famiglia e la pa- 
«tria. Quale orrore e qual confusione! Nell'incertezza, in cui 
« erano i popoli non meno che i principi stessi e i medesimi 
«comandanti e capitani, qual fosse lo scopo propostosi dalla 
«veneta armata, non sapevano qual consiglio prendere, ne co- 
«me dirigersi. Essi tenevano quasi per certo, che Mestre do- 
« vesse essere il primo oggetto delle armi nemiche, per la qual 
«cosa giudicarono necessario espediente di abbruciare tutti i 
« borghi all' intorno e tutti i villaggi, che dalla Piave condu- 
«cevano a quel castello.» 

In conseguenza di questa deliberazione, ventitré villaggi 
furono dati alle fiamme, dei quali un documento della cancel- 
leria di Treviso (1) ci conservò i nomi; e sono i seguenti, che, 
per migliore chiarezza, io enumero colla loro odierna defini- 
zione. — Mogliano — Bissiole — Favero — Cirignago — Bar- 
barana — Quinto — Canizzan — Peseggia — Sperzignan — 
Terzo — Pagliaga — Il porto eli Mestre — Pirago — Carpe- 
nedo — Sant'Andrea di Barbarana — Postioma — Porcelengo 
— Fossalta — Padernello — Campocroce — Zero — Cerviera 
e Tiverone. 

(1) È portato dal Verci, sotto il num. 1292, ed ha la data del 4 no- 
vembre 1336. 



ANNO 1356 231 

L'esercito veneziano; senza punto badare all' imminente 
stagione d' inverno, si pose in moto a' primi di ottobre 1336, 
e fece suo punto di riduzione il castello di Motta. Di là si poso 
in cammino il giorno 21 dello stesso mese, frammezzo agli or- 
rori di queir incendiaria devastazione. Prese la via di San Polo, 
di Castel San Salvatore, passò il Piave a Barbarana, percorse 
la Callalta, e piegò a Porcelengo ; a Quinto tragittò il Sile ed 
a Canizzan. Nessun ostacolo incontrò in tutto questo cammino, 
perchè da per tutto lo precedeva il terrore, ond' erano invase 
le popolazioni. Finalmente, in capo a sette giorni dacché s'era 
partito dal castello di Motta, giunse a vista di Mestre, e ne 
trovò tuttora fumanti i borghi, per l' incendio che vi avevano 
fatto appicare i signori dalla Scala, nella falsa supposizione, 
che quello sarebbe stato il primo punto di offesa, a cui sareb- 
bonsi fermate le truppe veneziane. Ma il comandante di queste ad 
altra meta tendeva. Egli fece sosta in quelle vicinanze, finché 
fossero venute ad ingrossarne l'esercito altre genti, che dove- 
vano arrivare da Venezia, tragittandone la laguna. Compiuto 
così quel grosso numero, che per allora occorrevagli a soste- 
nere il piano di guerra, che s'era formato, entrò col suo eser- 
cito nel territorio di Padova sino a Vigonza, e là si preparò 
a valicare il Brenta. 

Alberto e Mastino dalla Scala stavano in Padova ad os- 
servare le mosse del nemico, né sapevano persuadersi dell'ardi- 
mento del condottiero dell'esercito confederato, di azzardare in 
tanta vicinanza di Padova il tragitto di quel fiume. Alberto gli 
andò incontro con pochi uomini di cavalleria e di fanteria, per 
impedirgliene il passaggio. Ma il supremo comandante Pietro 
Eossi, gittossi a nuoto col suo cavallo nel fiume animando i 
soldati a seguirlo. E lo seguirono coraggiosi; sicché Alberto, 
spaventato da tanto ardire, voltò le spalle e corse a rifuggiarsi 
in città, aspettando colà Y impeto dell'audace generale. 

Ma il Rossi non voleva giunto per anco il tempo di at- 
taccar Padova. Diresse invece i suoi passi alla volta di Pieve 
di Sacco, per poter dare colà un necessario riposo ai soldati. 
Ivi si fermò sette giorni; poi attese a fortificare il castello 
di Bovolenta, punto importantissimo nel confluente del Brenta 



232 LIBRO Vili, CAPO XI 

e del Bacchigliene, discosto da Padova otto miglia soltanto. Colà 
giunsero le barche, ch'egli aspettava da Venezia, a portargli 
zappatori e vettovaglie ed armi ed attrezzi, quanti gli e ne 
avesse potuto occorrere per li bisogni dell'esercito. 

Né gli Scaligeri avevano saputo per anco formarsi un' idea 
del progetto militare del Rossi; e perciò dovunque temevano 
che fossero per arrivare le milizie dei confederati, facevano ap- 
picare il fuoco; sicché i Veneziani percorrevano a beneplacito 
il territorio padovano, ma ne trovavano i luoghi desolati ed 
arsi. Era questa in somma una guerra di distruzione, anziché 
di armi. 

Mastino, vieppiù sempre temendo per sé e per Padova, 
pose il colmo alle devastazioni sino allora compiute, col far oc- 
cupare la terra di Este da un corpo di mille cinquecento te- 
deschi, i quali ferocemente la distrussero, distendendone lo 
sterminio a tutti i villaggi de' suoi dintorni. Ma quanto più 
inferocivano gli Scaligeri contro le borgate e i castelli pado- 
vani, tanto più irritavano gli animi dei miseri abitatori 
e li provocavano a vendetta. In Padova stessa cominciò il 
disordine e lo spavento; perciocché gli stessi cittadini si 
erano dati a saccheggiare il borgo di santa Croce: tumulto 
studiatamente suscitato dal popolo, avverso ferocemente alla 
dominazione dei signori dalla Scala, e propenso a tutte prove 
per li Carraresi. Di tutto ciò era capo Ubertino da Carrara, a 
cui parve giunto il tempo di ottenere sullo Scaligero la desi- 
derata soddisfazione del suo oltraggiato onor conjugale (1). Colà 
in quel tumulto avvenne grave scontro coi tedeschi di Mastino; 
vi fu molta strage; ma Ubertino fu costretto a cedere ed a 
fuggire. 

Tuttociò intanto indeboliva sempre più la potenza e la 
forza degli Scaligeri, e moltiplicava d'altronde i vantaggi dei 
confederati. E poiché il primo stimolo a tanta guerra era stato 
il castello delle saline; perciò a questo finalmente diressero i 
Veneziani le loro mosse. Lo strinsero di assedio e lo costrin- 
sero a rendersi. Colà infatti non aveva Mastino se non cento 

(i) Vedi addietro alla pag. 223. 



ANNO 1536 233 

uomini di presidio ; mentre i Veneziani ne avevano quanti mai 
ne avessero potuto desiderare. Segatino, comandante del me- 
schino presidio degli Scaligeri, ben conobbe V impossibilità di 
sostenersi, e perciò si risolse di cedere, per salvare almeno la 
vita. Finse da prima, che gli dovessero arrivare soccorsi da 
Mastino; quasi che gli e li avesse promessi; ma per contenersi 
alcun poco in onore, dichiarò a Pietro da Canale, capitano dei 
Veneziani, che, se non gli fossero giunti, dentro otto giorni, 
gì' immaginati soccorsi, egli sarebbesi reso. I soccorsi non ven- 
nero e Segatino fu costretto ad arrendersi. 

I due fratelli Scaligeri finsero bensì, alla notizia del pe- 
ricolo, di voler accorrere alla difesa del castello, ed uscirono 
perciò da Padova conducendo seco tre mila uomini di caval- 
leria e molti soldati di fanteria; ma quando videro uscire dalle 
trincee le truppe veneziane per contrastar loro il passo, vol- 
sero le spalle e ritornarono a Padova, senza avere avuto il co- 
raggio di arrischiare col nemico uno scontro. Rimprovera qui 
il Verci (1) sì vergognosa codardia degli Scaligeri e dice « Pen- 
«sando a questi fatti, io non so abbastanza meravigliarmi di 
«tanta indolenza, nò so immaginarmi un motivo per cui gli 
« Scaligeri fuggissero di venire ad un combattimento. Essi ve- 
« devano saccheggiati ed arsi miseramente tutti gli stati loro 
«del padovano, del vicentino e del trivigiano; il loro castello 
«delle saline, per cui faceasi la guerra, ridotto allo stato di 
« non potersi più oltre tenere, ed essi timorosi dimoravano nella 
« città né avevano ardire di opporsi alle scorrerie, né di spedire 
«soccorso a Segatino, che instantemente lo avea richiesto. Io 
« non vorrei tacciar Mastino di viltà, poiché in addietro aveva 
« già dato molte prove di valore e di coraggio. Dirò dunque, 
« o che ancor fosse nella falsa lusinga, che dilazionando e pro- 
crastinando si potesse disperdere l'esercito veneziano; o che 
«non si fidasse né de' suoi padovani, né de' suoi soldati, per 
«lo più gente collettizia di varii paesi, indisciplinata, tumul- 
«tuante e infedele.» — Io invece sarei d'avviso, che questo 
contegno di Mastino fosse effetto di suggerimenti perniciosi, che 

(1) Stor. della Marca ecc., lib. V, pag. 62 e seg. del tom. XI. 



231 

gli dava accortamente Marsilio da Carrara, per condurlo al- 
l'estremo eccidio; siccome aveva saputo con la sua poderosa 
influenza sull'animo di lui, metterlo in dissenzione con la re- 
pubblica di Venezia e persuaderlo all'erezione di quel castello 
delle saline (1). 

Le truppe infatti dei Veneziani entrarono nel castello il giorno 
22 di novembre, e subito lo demolirono, sicché non vi restasse 
più pietra sopra pietra. Anzi per cancellarne ogni memoria, n3 
trasferirono altrove le pietre, al luogo dello Stalimbecco, e là 
se ne valsero ad erigere una forte torre, che fu nominata la 
Torre d'Aggere. 

Ottenuto il castello, si pensò a Padova. Il supremo coman- 
dante Pietro de' Rossi mandò da Bovolenta un corpo di trecento 
uomini di cavalleria, perchè s'avviassero alla volta di Monse- 
lice. Ma giunti a Pernumia incontrarono un distaccamento di 
cinquecento e più cavalli tedeschi della guarnigione di Este. E 
sebbene non avessero preveduto quello scontro; tuttavia non si 
perdettero di coraggio. Con aspro e sanguinoso conflitto si di^ 
fesero dai tedeschi; ne uccisero parecchi; molti ne fecero pri- 
gionieri; predarono loro molti cavalli; e quelli e questi tradus- 
sero a Bovolenta. Oltre questi vantaggi, altri n'ebbero le truppe 
confederate sopra alcuni drapelli di tedeschi del presidio si- 
milmente di Este, i quali volevano entrare in Monselice. Il ca- 
pitano, che per conto di Mastino aveva in custodia quella for- 
tezza, non volle riceverli; anzi con serie minaccie li scacciò. 
Del che indispettiti si ribellarono ai signori dalla Scala e si 
diedero a servizio dei Veneziani; e n' era fuor di dubbio assai 
grande il numero, perchè i cronisti contemporanei dicono che 
consisteva in tredici bandiere (2). Né tardarono ad imitarne 
l'esempio altre venti bandiere di quella medesima guarnigione. 

Pietro de' Rossi col favore di sì prosperi avvenimenti e col 
vantaggio della stagione assai mite, il dì 29 gennaio, mosse da 
Bovolenta, menando seco buon numero di cavalleria e di A fan- 
teria, si avviò frettolosamente alla volta di Padova, e giuntone 



(1) Veci, nel preced. cap. X, pag. 223. 

(2) Ved. 11 Verci, luog. ciL, pag. 66. 



ANNO 1337 235 

alle mura si accampò dinanzi la porta del borgo Ognis- 
santi; anzi, così vicino a questa, da poter appiccare il fuoco 
alla porta stessa della città. L' incendio riuscì di sì grande ri- 
levanza, che in breve ne rimase investito il contiguo borgo; 
ed era sì veemente, che le truppe del Eossi furono costrette, 
per lo soverchio calore, a discostarvisi alquanto, la qual cosa 
non permise loro d' impadronirsi bel borgo. Non perciò si al- 
lontanarono di troppo dal terreno poco dianzi occupato ; po- 
sero anzi più comodamente il loro campo, senza pericolo di 
aver a soffrire colà deficienza di viveri, perchè seco avevano 
vettovaglie per molti giorni. 

Il piano militare del Rossi tendeva allo conquista di Pa- 
dova; ed egli se n'era procacciato le traccie per mezzo di tre 
stipendiati emissarii, col favore dei quali sarebbe entrato a 
tradimento per la porta di san Giovanni. Ma il colpo ne riuscì 
inefficace, benché tentato due volte. Mastino potè scoprire ambe 
le volte il tradimento, e perciò si diede premura a rinforzare 
le torri della città, a rompere i ponti dei borghi ed a fortifi- 
care questi con bastioni e con fosse. 

Intanto le soldatesche dei Veneziani percorrevano il ter- 
ritorio padovano ponendolo a sacco e a fuoco. Avvenivano anche 
feroci scontri, or qua or là, con le genti degli Scaligeri e n' era 
varia la sorte dall' una parte e dall' altra. In uno di questi 
scontri, il dì 20 febbraio, i Veneziani ebbero la peggio : vi per- 
dettero tutto il bottino da loro raccolto nelle scorrerie per 
quelle campagne; molti ne furono uccisi, e più di un centinaio 
ne furono condotti prigionieri in Padova. Tre giorni dopo, il 
comandante Pietro de' Rossi, ansioso di vendicare il danno sof- 
ferto assalì la città con un corpo di millecinquecento uomini 
di cavalleria; vi prese un borgo, vi appicò il fuoco, che di- 
strusse più di quattrocento case. Mastino, per rappresaglia, 
mandò emissarj a Bovolenta a far appiccare similmente il fuoco 
al campo dei Veneziani. Una quarta parte ne andò bruciata; 
ma la destrezza dei soldati che lo custodivano, potè impedirne 
il progresso. 

Nel marzo successivo, Guglielmo, signore del castello di 
Camposampiero, si ribellò agli Scaligeri e pose sé stesso e il 



236 LIBRO Vili, CAPO XI 

suo castello sotto la protezione della repubblica di Venezia. Ne 
seguirono l'esempio molti altri signori e comunità d' Italia: anzi 
a questo proposito attestano i cronisti contemporanei, d'accordo 
coi Cortusii, che in un medesimo tempo si trovarono in Ve- 
nezia sessanta ambascerie di diversi potenti e comunità d'Ita- 
lia; e tra queste in ispecialità si vedono nominati gli ambascia- 
tori di Azzo Visconti signore di Milano, quelli delle comunità 
di Pavia e di Ferrara, quelli dei marchesi d' Este signori di 
Modena, e dei marchesi di Gonzaga signori di Mantova e Eeg- 
gio; e in somma quelli di quasi tutte le città della Lombardia, 
Strinsero tutti questi una lega coi Veneziani e coi Fioren- 
tini contro Alberto e Mastino dalla Scala; e le precipue con- 
dizioni della loro lega consistevano — « che in Lombardia, dove 
« più fosse necessario, si dovesse tenere un esercito di tremila 
«cavalli e pedoni in proporzione, a spese comuni; cioè, due 
«parti ne dovessero pagare i Veneziani e i Fiorentini, e la 
«terza parte gli altri signori in comune: ed inoltre fu conve- 
« nulo che col danaro dei Veneziani e de' Fiorentini si dovesse 
« mantenere un altro esercito di mille cavalli, co' fanti oppor- 
« tuni nelle parti del territorio trivigiano. » Fu convenuto che 
l'alleanza dovesse durare sino al totale sterminio degli Scali- 
geri, e che tutti gli acquisti che si facessero con le armi dei 
principi collegati, si avessero a conservare in nome della lega 
ed essere governati in istato pacifico e comune; tranne la città 
di Lucca, che sarebbesi concessa senza veruna eccezione ai fio- 
rentini, a patto per altro che questi non dovessero entrare in 
parte negli acquisti, che si potessero fare nel territorio trivi- 
giano. A questa lega vollero prender parte anche i Bolognesi, 
obbligandosi a mantenere nell'esercito un corpo di trecento ca- 
valli (1). Alle perdite fin qui numerate, si aggiunse, che in que- 
sti giorni medesimi si diedero alla repubblica di Venezia, di- 
sertando dagli Scaligeri, il castello di San Zenone, Conegliano, 
Cittadella, ed altri luoghi. 

(1) In Venezia (com'è palese dalla Gron. di Bologna, pag. 372: dalla 
Cronichetta di questa guerra, scritta da Jacopo di Giovanni, piacentino, 
pag. 86, e del Verci, luog. cit., pag. 73 e seg.) fu stipulato l'istrumento di 
questa lega il giorno 10 marzo 1337. Ne diede in luce il tenore il Mura- 
tori, nelle sue Antichità estensi, part. II, pag. 98. 



ANNO 1337 237 



CAPO XII. 



Imprese dei confederati sul trivigiano e sopra altre terre 

degli Scaligeri. 

Iu questo stato di cose e col favore di sì considerevoli 
vantaggi, il comandante Pietro de' Eossi volse i suoi pensieri 
alla città di Trivigi, ed alla volta di questa diresse la sua 
marcia il dì 9 aprile. Giunse ai borghi di essa quasi contem- 
poraneamente all'arrivo di alcune barche di soldati veneziani, 
che navigando su per lo Sile, s'erano fermati ad assalire Mu- 
sestre; e ne battevano co' mangani ed altri attrezzi da guerra 
il castello. Finche queste genti, espugnato Musestre, poterono 
raggiungere le sue e sbarcare al Musile di sant'Ambrosio, egli 
si avvicinò a porre il suo campo nel borgo de' santi Quaranta, 
da lui occupato senza veruna opposizione. Ed a quelle diede 
ordine, che andassero tosto ad appicare fuoco al borgo di santa 
Maria maggiore, e di là passassero a fare altrettanto al borgo 
di san Tommaso. Indarno i Trivigiani si adoperarono a difen- 
dere la città. Spaventati da tanta complicazione di avveni- 
menti in favore dei loro nemici, temevano ad ogni istante di 
un assalto generale per parte di questi e di una sommossa per 
parte dei cittadini; ma la loro costanza fu maraviglio sa e so- 
verchiò l' insistenza degli assalitori, tal che i Veneziani non 
giunsero a capo dei loro progetti in tutto il mese di aprile e 
buona porzione del successivo maggio. In questo frattempo la 
truppe confederate s' impadronirono della massima parte di quel 
territorio; perciocché molti castelli si sottrassero dalla schia- 
vitù degli Scaligeri e spontaneamente si diedero ad esse; molti 
altri furono conquistati con le armi dell' uno o dell' altro dei 
principi della lega; molti dovettero cedere alla prevalente forza 
dell'esercito veneziano. E per darne circostanziata notizia, Se- 
ravalle fu preso da nizzardo da Camin, il dì 15 aprile; ed a 
lui si unirono ben presto da quelle parti i conti di Collalto,, 
per continuare d'accordo con esso le cominciate conquiste. E le 



238 LIBRO VILI, CAPO XII 

continuarono, occupando, nel contado di Ceneda, le terre di Cru- 
dignano, di Yal di Mareno, di Zumelle; poscia, passato il Piave, 
s' impadronirono della grossa terra di Narvesa, la quale per 
la sua molta importanza fu detta la regina delle ville; e di 
qua, percorrendo lunghesso il bosco del Montello sino a Cairan, 
e piegando verso Selva e Volpago, posero ogni cosa a ferro e 
a sacco. Quindi i castelli e le terre di Eegenzolo, di Cavolano, 
di Vidore, di San Pietro in Tuba, di Montebelluna, di Soli- 
ghetto, della Chiusa di Quero, di Eomano e di moltissimi al- 
tri, che ommetto per brevità, si diedero spontaneamente quali 
ai Collalto, quali a Eizzardo da Camin, quali all'esercito della 
lega. A ciascuno di quei luoghi fu tosto mandato un podestà 
e un capitano. 

Pochi giorni dopo, e precisamente a' 18 di maggio, Gtue- 
cello Tempesta, conducendo seco suo figlio Medalusio, marito 
di una figliuola di Guglielmo Camposampiero, ed altri due figli 
suoi, tuttora pupilli, andò a Venezia e giurò in mano del doge 
i patti della lega e diede in potere dei principi della lega le 
due considerevoli fortezze di Noale e di Brusaporco, eh' erano 
sue. Ed in contraccambio le due repubbliche di Venezia e di 
Firenze lo fecero capitano dell'esercito veneto dal Piave al 
Brenta; gli assegnarono una pensione mensile di cencinquanta 
ducati d'oro finché fosse durata la guerra; e gii diedero cento 
uomini di cavalleria perchè all'uopo potesse difendere i due 
suddetti castelli. 

Pietro de' Eossi, il quale era certissimo di poter ottenere 
Padova a suo beneplacito, progettò nuove mosse a danno degli 
Scaligeri. Fece ritorno perciò al suo quartiere generale di Bo- 
volenta, per disporre colà una nuova spedizione di truppe di 
fanteria e di cavalleria sul veronese, e costringere i due fra- 
telli, molestati su tutti i punti, a darsi per vinti. Affidò il co- 
mando di questa spedizione a Marsilio suo fratello ed al mar- 
chese Nicolò d'Este, in qualità di provveditori dell'esercito; e 
ne fece capitano supremo Lucchino Visconti, zio di Azzo, che 
era amato e stimato da tutti i signori delle lega. Partì da Bo- 
volenta il dì 26 maggio, alla testa de' suoi milanesi, con or- 
dini positivi e di dirigersi alla volta di Mantova, e di operare 



ANNO 1337 239 

ostilmente ovunque avesse trovato resistenza, e di andare ad as- 
salire Verona. Aveva seco una truppa di quattro mille soldati 
di cavalleria e grandissimo numero di fanteria. N'ebbe avviso 
Mastino dalle sue spie, ed uscì di Yerona ad incontrarlo con 
tremila uomini di cavalleria ed un corrispondente numero di 
fanti. Il Visconti stava accampato quattordici miglia lontano 
da Verona. Mastino gli offerse battaglia; ma quello la rifiutò, 
né se ne saprebbe indovinare il motivo. Anzi, la notte stessa 
frettolosamente partì con tutte le truppe milanesi, malgrado le 
vigorose esortazioni di Marsilio de' Rossi e del marchese d'Este 
e di tutti gli altri provveditori dell'esercito; od almeno a la- 
sciar loro i milanesi, coi quali Marsilio non avrebbe esitato ad 
arrischiar la battaglia. 

Gli storici milanesi, per giustificare questa vituperevole ri- 
soluzione ui Lucchino Visconti, cercano di scusarlo, dicendo (1), 
non aver lui voluto combattere perchè aveva scoperto una trama 
ordita dai soldati tedeschi, ch'erano nel suo campo, i quali pen- 
savano di ribellarsi e di consegnare lui stesso nelle mani dello 
Scaligero. Aggiungono anzi, che cotesti tedeschi, fatti consa- 
pevoli, che le loro intenzioni erano state rivelate, disertarono 
dal campo della lega. e passarono al campo di Mastino. 

Gli storici veneziani e fiorentini lo accusano invece di 
viltà (2) ; mentre altri opinarono, che Lucchino non volesse ab- 
bassare di troppo Mastino dalla Scala, acciocché non avesse 
quinci motivo d'ingrandimento la potenza dei Veneziani, dal 
quale ingrandimento di questi fosse poi stata in pericolo la 
grandezza dei Visconti. Sul che, non essendovi indizi positivi, 
ognuno a suo talento la pensi. 

Mastino ; soltanto in sull'albeggiare del dì seguente, s'av- 
vide della misteriosa partenza dell'esercito e si può ben cre- 
dere che ne restasse sommamente maravigliato. S' inoltrò su- 
bito nel distretto di Mantova, e saccheggiando tutti i luoghi, 
per cui passava, piegò verso Padova, con intenzione di assalire 

(1) Chron. Modoetien:, Giulini, Contiuuaz. della stor. di Milano, part. 1, 
pag. 349, ed altri. 

(2) Cron. di Jac. Piacentino, il Villani, Marcinone dì Coppo, Stefani ec. ec 



240 LIBRO Vili, CAPO XII 

Veneziani nei loro stessi accampamenti di Bovolenta; perchè 
sapeva di certo, per mezzo delle sue spie, che non vi erano 
a custodia di essi più di duemila uomini, tra fanteria e caval- 
leria. E nella sua marcia per Padova rinforzò il suo esercito 
con le truppe di Alberto suo fratello e con quelle di Mar- 
silio e di Ubertino da Carrara, ch'egli pur reputava amici. Ma 
se Mastino aveva le sue spie, ne avevano anche i Veneziani, 
i quali, fatti accorti della intenzione di lui, vi avevano man- 
dato un numero conveniente di balestrieri, e tutto l'occorrente 
di viveri per un mese, e pei soldati e per gli animali. 

Mastino, giunto a Bovolenta si accampò in riva al fiume, 
presso a Pontelongo, per impedire il corso delle barche dirette 
al campo veneziano; e ne predò venti, che vi andavano cariche 
di viveri. Al primo annunzio del pericolo, che sovrastava al 
campo dei Veneziani, corsero tosto a difenderlo i principi della 
lega, tranne Lucchino Visconti, che non si volle muovere coi 
suoi milanesi; la qual cosa accrebbe contro di lui il sospetto 
di mala fede. Mastino, spaventato per l'affluenza delle genti 
della lega, si vide costretto ad abbandonare quel posto e cor- 
rere a ricoverarsi in Padova di bel nuovo; donde poscia marciò 
alla volta di Verona, perchè le sue truppe, tumultuanti per 
mancanza di viveri e di denaro delle paghe, volevano diser- 
tare. E lasciò così passare più e più giorni nell' inazione, con. 
suo gravissimo scapito. 



CAPO XIII. 

Padova è tolta agli Scaligeri e ritornata in potere 
dei Carraresi. 

Giunte a questo punto le cose ; Marsilio da Carrara se la 
intese coi Veneziani secretamente per la conquista di Padova, 
disponendone il modo col loro supremo comandante Pietro 
de' Rossi. Narrano i Gatari (1), che Mastino, avendo avuto 

(1) lstor. Padov. nel tom. XVII, Rcr. Hai. Script. 



ANNO 1337 241 

sentore del tradimento, che gli si preparava, ne abbia scritto 
più di una volta a suo fratello Alberto, esortandolo ad assi- 
curarsi dei due Carraresi e di toglierli di vita. Ma l' imbecille 
Alberto mostrava loro gli ordini del fratello, e se n'ebbe poscia 
a pentire, perchè vedendosi scoperto si affrettò a compiere il 
premeditato disegno. 

Ubertino da Carrara scorgeva giunto ormai il momento di 
vendicarsi dell'oltraggio fattogli da Mastino (1), perciocché non 
ne potevano essere più favorevoli le circostanze. Mastino, come 
di sopra ho narrato, erasi ritirato in Verona, per non potersi 
più fidare de' suoi soldati; Alberto suo fratello stava bensì in 
Padova, ma ritirato nel suo palazzo, cosicché la città era in 
mano di Marsilio e di Ubertino da Carrara. Due volte Pietro 
de' Eossi era venuto sino ai borghi di Padova, ed aveva tenuti 
lunghi colloqui con Marsilio: poi vi si era allontanato. Alla fine 
andò con molte truppe ad accamparsi a Noventa, il dì 2i lu- 
glio. Pochi dì appresso, prese la via di Torre e si fermò a 
Brusegana. Poscia, passato il fiume, fece incominciare dalle sue 
truppe l'assalto della città alla porta di santa Croce; ed egli 
intanto, con cinquecento tedeschi a cavallo, venne alla porta 
di Ponte Corvo, la quale, per ordine del Carrarese, erasi tenuta 
aperta. Il comandante Pietro de' Rossi vi entrò a piedi, il giorno 
3 di agosto (2), seguitato dai suoi soldati a cavallo. 

Marsilio, con tutti i suoi da Carrara e con altri nobili 
padovani, lo aspettava tranquillamente in piazza. Ivi giunto il 
de' Rossi, ne festeggiarono essi l'arrivo con sommo giubilo, sic- 
come di liberatore della loro patria. Narrano i Cortusi, ch'egli 
vi fu accolto dirigendogli il cantico di Zaccaria (3): Benedictus 
Dominus Deus Israel, quia visitavit et fecit redemptionem pie- 
bis suae. Un avvenimento di sì grande importanza si compiè 
con maravigliosa tranquillità, senza il minimo disordine o di 
saccheggio o di uccisioni. Alberto dalla Scala fu trattenuto 



(1) Vedi nelle pag. addietro, pag. 223. 

(2) Gortus. Hist. lib. VII, cap. I, nel toni. XII Rer. ìtal Scrip.; Chron, 
Esten, nel toni. XV, Chron. Patav. nel tom. Vili, Chron. Veron. nello stesso tom. 

(3) Evang. Lue. cap. I, vers. 68. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 16 



242 LIBRO Vili, CAPO Xlll 

prigioniero nel suo palazzo, e similmente furono presi tutti gli 
altri veronesi ufficiali degli Scaligeri, ed anche il podestà Guido- 
rizzo da Fogliano. Le sole case di questi furono saccheggiate. 

A tenore dei patti già stabiliti precedentemente, Marsilio 
da Carrara fu proclamato in quel dì medesimo, capitano gene- 
rale della città. « E questo grand' uomo, soggiunge il Yerci (1), 
«mostrando clemenza con tutti e somma grandezza d'animo, 
« ordinò, che restituite le armi e i cavalli ai prigionieri; liberi 
« e salvi fossero lasciati partire dalla città. » A perenne me- 
moria del faustissimo avvenimento, fu decretato, che il giorno 
3 di agosto si dovesse in appresso onorare festivo per le cose 
del foro (2). 

In seguito alla conquista di Padova, si diedero spontanea- 
mente al Carrarese i castelli di Este, di Montagnana e di Cit- 
tadella, i quali, benché ribellatisi da prima, erano tuttora ri- 
tornati all'obbedienza dei signori dalla Scala; e poscia ad imi- 
tazione di quelli, anche gli altri castelli minori e terre e vil- 
laggi del territorio padovano riconobbero loro sovrano Marsilio 
da Carrara. In attestazione di allegrezza e di pieno soddisfa- 
cimento, i Yeneziani e i Fiorentini gli mandarono apposite le- 
gazioni di onore. Ed a conseguenza di tuttociò furono atter- 
rati gli stemmi dei signori dalla Scala, ed in ogni luogo di 
Padova furono innalzate le insegne di san Marco per la re- 
pubblica di Venezia, del giglio per la repubblica di Firenze, e 
del carro per la signoria dei Carraresi. Ed ebbe così V ultimo 
crollo in Padova la dominazione Scaligera. 

(1) Stor. della Marea ecc., lib. X, pag. 92 del tom, XI. 

(2) Al quale proposito ricorderò, che da un antico registro dell'anno 
1337, 3 agosto, se ne scorge perpetuata 1' anniversaria ricorrenza. Ivi in- 
fatti si legge: « Redditum non fuit jus, quia in tali die intravit dominus Pe- 

« trus Rubeus Paduam et expulsi fuerunt domini de la Schala de civitate 
* Padue. » 



ANNO 1337 243 

CAPO XIV. 
Di Gualpertino Mussato. 

Mi sono riservato a questo tempo, che segna la morte di 
Gualpertino Mussato, fratello di Albertino, sotto l'anno 1337, 
per dirne alcune parole; non essendomi parso conveniente rac- 
comunarne le azioni con quelle del fratello di lui (1). La storia 
essendo testimonio dei tempi, deve con franca imparzialità 
narrare il bene ed il male, di chiunque assume a parlare ; non 
limitarsi unicamente alle azioni degne di lode, per tacerne poi 
le riprovevoli e vergognose; e perciò anche del monaco Gual- 
pertino imparzialmente narrare. Egli infatti, monaco cistercense, 
ci viene dai contemporanei qualificato siccome uomo di molte 
virtù e di molti vizii (2). Dotato di un genio vivace e animo 
franco e guerriero, non potendo sopportare la disciplina clau- 
strale, si procurò la rettoria di una chiesa urbana, ov' era un 
piccolo ospizio di monaci. Colà, per F indole sua intollerante, 
contrasse feroce inimicizia con Nicolò Capodivacca; e venuto 
alle mani con esso rimase malconcio per le ferite ricevute, che 
n'ebbe quasi a morire. Perciò abbandonata quella chiesa, ne 
ottenne in città un'altra, intitolata a san Paolo; e fu detto, 
che per ottenerla ne abbia tolto di vita col veleno il propo- 
sto Tobia. Ebbe convivenza, com'era uso di quei tempi, con una 
concubina, da cui ebbe due figliuoli. Ad istanza di suo fratello 
Albertino, oratore in Roma nell'anno 1302, p9r la repubblica 
di Padova, contro le indiscrete esigenze del tribunale della 
Inquisizione, ottenne dal papa Bonifacio Vili l'abazia di santa 
Giustina de' benedettini neri, benché foss' egli dell' ordine ci- 
sterciense. 

Gualpertino divenuto abate, quanto in addietro era stato 
scorretto, discolo, scandaloso, altrettanto diventò saggio, costu- 
mato ed osservatore delle monastiche regole. Cominciò il suo 

(1) Ved. nelle pag. 202 e seg. 

(2) Ved. la Gron. del Ferrigni, cart. 91. 

(3) Ved. nel cap. V: pag. 202. 



244 

governo dal procurarsi diligente informazione dei beni del mo- 
nastero; ne visitò i possedimenti ed in questa perlustrazione 
ebbe a rilevare, che sarebbe stato vantaggioso di molto all'in- 
grandimento di quelli l'acquisto della terra di Calcinara, con 
la speranza di potervi comodamente costruire delle saline, donde 
somministare il sale da per tutto il territorio padovano. Per 
questo motivo entrò in trattative con l'abate di san Cipriano 
di Murano, e n'ebbe a livello il terreno. Ivi, con grande dispendio, 
intraprese molti lavori e ne rese copiosamente fruttifero il ter- 
reno, con somma utilità del suo monastero. Più tardi, ne fece 
una permuta col Comune di Padova, da cui ebbe in compenso 
alcuni fondi ed alquante decime nel villaggio di Cona, che, per 
essere assai vicini alle ville del Bosco e di Conca d'Albero, ove 
il monastero di santa Giustina avea molti ed estesi poderi, rie- 
scirono opportunissimi agi' interessi dei monaci. 

E qui ne continuo le notizie con una diligente cronologia 
delle azioni di Gualpertino: 

nel 1307, sostenne grave questione contro il capitolo della 
cattedrale, che ledeva i diritti del suo monastero; 

nel 1312, corse co' suoi aderenti alla difesa di Curtarolo, 
e vi respinse Cane dalla Scala; 

nel 1313, fu fatto prigioniero, insieme con Zambonetto Ca- 
podivacca, per frode di Solimano de' Rossi, nel suo castello di 
Brazzolo, in faccia all'esercito padovano; 

nel 1314, unitamente a Pagano dalla Torre, vescovo di 
Padova, corse armato in difesa della città circondata dalle armi 
dello Scaligero; 

nel 1316, ristaurò il malconcio tempio di santa Giustina; 
ne ampliò e ne abbellì in monastero; assegnò alcune rendite 
alla sagrestia; ed eresse due capelle in onore di san Luca e di 
santo Mattia, ove in bell'urna di marmo ne collocò le reliquie; 

nel 1318, ritornati in Padova i fuorusciti e fatto rumore 
in città, Gualpertino ; con molti altri, fuggì, nò vi ritornò, che 
nel seguente anno; 

nel 1325, ravvolto anch'egli nella congiura contro i Car- 
raresi, fu mandato a confini e dal signore da Carrara fu deposto. 

Finalmente nell'anno 1337, morì. 



LIBRO IX, 



Pacifico dominio dei Carraresi in Padova, 
dall'anno 133? al 4357. 



CAPO I. 

Fasti delle scienze e delle lettere in Padova, 
malgrado le narrate inquietudini. 

Non posso qui proseguire la serie degli avvenimenti, che 
resero chiaro il pacifico dominio di Marsilio da Carrara e dei 
suoi discendenti, senza retrocedere alquanto a narrare altri fatti 
che, per, non interrompere il filo della storia, ho dovuto tacere. 
E primieramente ricorderò, che aggiustate le contese nel 1304 
coi Veneziani, per cagione delle saline, commemorate di so- 
pra (1), e ritornata la pace, Padova non vide tempi più felici 
di questi. Ce ne descrivono il prosperamento, con le seguenti 
parole ; i Cortusii, cronisti padovani. « Nell'anno 1310 era Pa- 
« dova piena di armi e di cavalli e d' infinite altre ricchezze. 
«Era munita di torri ed adorna di belli edifizj. Sotto il do- 
«minio di essa era Vicenza col suo distretto, Eovigo e il suo 
« territorio, Lendinara e Badia. La Toscana e la Lombardia le 
« domandavano i Podestà. I principi e i re preferivano a tutti 
« i Padovani. Abbondava splendidamente di uomini sapienti, di 
« dottori in qualunque facoltà, e di claustrali. » Alle quali at- 
testazioni dei contemporanei cronisti fa plauso il diligente 

1) Nel cap. I del precedente libro. 



246 LIBRO IX, CAPO I 

Gennari (1), così scrivendo: «Quanto ad uomini sapienti ed a 
« professori di scienze, fiorivano allora con fama di chiari giu- 
reconsulti Giacomo dall'Arena da Parma, Riccardo Malombra 
« cremonese, Oldrado da Ponte lodigiani, Taddeo e Giovanni 
« Angosciola da Cesena, e de' nostri Fabio Massimo, Ildebran- 
« dino Campanato, e Licanore e Rolando Piazzola maestro di 
«Bartolo. E parlando de' medici, si distinguevano sopra gli 
« altri Mondino da Cividal del Friuli e il nostro famosissimo 
« Pietro d'Abano detto il Conciliatore, ch'era insieme filosofo 
« e medico e astrologo e matematico, e ciò eh' è più mirabile 
«per quei tempi, nella lingua greca versato. Nò mancavano 
«poeti ed istorici di chiaro nome. Ebbe questa età Brandino 
« poeta lodato da Dante padre della poesia e da lui conosciuto 
« mentre in Padova soggiornava insieme con Giotto fiorentino, 
«padre della pittura. Ebbe Lupato cavaliere, giureconsulto e 
«poeta, di cui fa elogio il Petrarca, e per tacere degli altri 
« ebbe Albertino Mussato, che molto innanzi al Petrarca risu- 
« scitò l'eleganza delle latine lettere, ed oltre a varii libri di 
« storia de' tempi suoi, compose in verso eroico l'assedio di Pa- 
« dova fatto da' Veronesi sotto Cangrande, egloghe, epistole in 
«versi ed un centone Ovidiano, e ciò che nessun altro tentata 
«aveva prima dì lui, scrisse ancor due tragedie. Meritò per- 
« tanto d'essere coronato Poeta nel MCCCII dal vescovo Pagano 
« alla presenza di Alberto duca di Sassonia rettore dell' Uni- 
« versità e di tutti i professori e scolari, e che per decreto 
«della medesima Università gli studenti e lettori andassero 
« ciascun anno in processione co' trombettieri alla casa di lui 
« le feste di Natale, e di ceri lo regalassero. Allora similmente 
« fr. Alberto eremitano gran maestro in Divinità (2) ed esimio 
« predicatore insegnava a Parigi metafisica e teologia, d' onde 
« per la sua rara dottrina fu spedito a Roma dal Papa, e pre- 
« dicando e insegnando ampliava la gloria de' Padovani. » 

E più tardi; cioè intorno il 1329, fiorirono Giovanni Buona 
di Andrea, poeta latino, Antonio Santangelo, giurisperito, ed 

(1) Informazione storica della Città di Padova, pag, LXVI, e seg. 

(2) Ossia negli studj sacri. 



ANNO 1337 217 

Antonio da Tempo, giudice, che scrisse la somma dell'arte rit- 
mica e la dedicò ad Alberto dalla Scala. Ma vieppiù ancora fio- 
rirono in Padova le scienze e le arti e ne prosperò la città 
negli anni successivi, sotto il saggio governo di Marsilio da Car- 
rara e de' suoi discendenti, come dovrò in appresso narrare. 



CAPO IL 

Provvida condotta di Marsilio da Carrara sino dai 
"primi giorni della sua reggenza. 

Giunto Marsilio da Carrara alla sovranità di Padova, pensò 
ad assicurare il possesso di tutti i suoi stati, compiendone la 
serie col ricuperare il castello di Monselice, rimasto tuttavia 
all'obbedienza di Mastino. Vi andò il valoroso Pietro de' Eossi 
con le sue genti e cominciò a dare furiosi attacchi a quella 
terra. Ma egli, il dì 7 agosto, colpito mortalmente da una lancia 
manesca, fu ridotto agli estremi di vita, e nell' indomani morì, 
— «mostrando (dice l'annalista d'Italia) un'esemplare pietà e 
« un'eroica intrepidezza nel prendere commiato dal mondo. » E 
descrivendocene poscia le doti, prosegue: « Perderono i Vene- 
« ziani un gran generale d'armata e un personaggio di somma 
«liberalità, che non passava l'età d'anni trentaquattro e dai 
« più de' Lombardi fu compianta la sua morte. » Un fratello 
di lui, Marsilio de' Rossi, uomo di non minor sapere e corag- 
gio nelle cose della guerra, e ch'egli aveva condotto seco a 
Venezia, morì sette giorni dopo, colpito da gravissima malattia : 
ed entrambi furono sepolti in Padova nella chiesa di santo 
Antonio. Alla doppia perdita ripararono i Veneziani, sostituendo 
ad essi nel comando supremo dell'esercito un terzo loro fra- 
tello Rolando (o come altri dissero Orlando) de' Rossi, valo- 
roso anch'egli, capitano allora della guerra de' Fiorentini. Ma 
la conquista di Monselice era riservata ad altro tempo, come 
alla sua volta dirò. 

Marsilio da Carrara pensò anche ad Alberto dalla Scala, 
che stava tuttora suo prigioniero in Padova. Marsilio nell'agosto 



248 LIBRO IX, CAPO li 

di quello stesso anno 1337, andò a Venezia per conferirne 
colla Signoria ed aspettarne le deliberazioni. Fu stabilito, 
che lo facesse tradurre a Venezia, ove il governo se ne sarebbe 
incaricato. Vi giunse il dì 27 del mese, ed ivi Tartaro da Len- 
dinara, per commissione di Marsilio, lo presentò al doge Fran- 
cesco Dandolo. Il prigioniero Scaligero gli si gettò ai piedi, 
implorando con dirottissimo pianto, la vita. Gli rispose il doge, 
che la liberazione di lui dipendeva da suo fratello Mastino. 
Intanto fu accolto nel palazzo ducale, ed ivi signorilmente trat- 
tato (1). Ma né la prigionia di Alberto, nò il pericolo che gli so- 
vrastava di perdere la vita, valsero tampoco ad umiliare l'or- 
goglio di lui. E sì, ch'egli non era più padrone di Feltre, di 
Belluno, del Cadore, di Brescia, e persino gli erano stati tolti 
alcuni luoghi del territorio veronese, ed era già in procinto di 
perdere Verona stessa. Eppure audacemente respingeva ogni 
amichevole esortazione ad accomodamento coi Veneziani, i quali 
d'altronde non se ne mostravano alieni. 

L'esercito intanto della lega non si arrestava dalle osti- 
lità contro lui sino alle porte di Verona. Anzi per insulto e 
disprezzo a lui tennero un palio colà d' innanzi, proclamando 
che chiunque de' Veronesi avesse voluto uscire ad assistervi, 
sarebbe stato amichevolmente accolto; e per maggiore sarca- 
smo contro Mastino per l'erezione del castello delle saline, che 
aveva dato origine a quella guerra, stabilirono a premio del 
palio una porzione di sale, corrispondente al prezzo di cinquanta 
fiorini. Compiuta la festa, l'esercito confederato appiccò il fuoco 
ed ambi i lati del borgo sino alle porte della città, e si di- 
sperse poscia per le campagne, mettendo a ferro e a fuoco ogni 
cosa sino al castello di Monteforte. A queste sciagure di Ma- 
stino si aggiungevano le discordie interne della città, le quali 
toglievano a lui ogni modo di potersi più a lungo sostenere 
nella sovranità. 

(1) Dice il Verci, che dalla Signoria di Venezia, « perchè meno aspra 
«e pesante gli potesse riuscire la prigionia, gli fu conceduto un buffone, 
« che lo divertisse alla mensa, e serventi e falconi e sparvieri e cani e scimie 
«ed uccelli che cantassero, e tuttociò che avesse potuto scemargli la tri- 
« stezza e la noja. » 



ANNO 1338 249 

Ma uno stato sì rovinoso di cose lo costrinse alfine a 
pensare seriamente alla pace coi Veneziani e coi principi con- 
federati, per non chiamare sopra di so ancor più gravi disastri. 
A tal fine mandò a Venezia Francesco da Bugolino professore 
in medicina, incaricato di esporre al doge i suoi sinceri sen- 
timenti per ottenere un accordo. Con esso andò a Venezia an- 
che un ambasciatore del marchese di Mantova, eh' era troppo 
geloso dell' ingrandimento degli stessi principi confederati. Ed 
intanto s'erano radunati in Venezia, a concertare similmente 
su questa pace, Obizzo marchese d'Este, Marsilio da Carrara, 
Guido da Gonzaga, gli ambasciatori di Azzo Visconte, quelli 
de' Fiorentini ed i due suddetti inviati di Mastino. Offriva Ma- 
stino per questa pace ai principi confederati Trivigi, Castel- 
franco, Bassano, Monselice e Castelbaldo; ma un ostacolo gra- 
vissimo n'era il non voler cedere Lucca ai Fiorentini, lo che 
nei patti della lega era stato esplicitamente fissato. Questa osti- 
nazione di Mastino mandò a vuoto le trattative, il quale nem- 
meno volle acconsentire al ripiego, che suggerivano i Fioren- 
tini; di consegnare, cioè, quella città in deposito a persone im- 
parziali. Furono perciò ricominciate le ostilità dall' una parte 
e dall'altra. 



CAPO III. 

Muore Marsilio da Carrara: gli succede nella sovranità 
di Padova suo cugino Ubertino. 

Poco potè godere del suo principato Marsilio; né gli toccò 
la sorte di vedere appianate le difficoltà e ristabilita la pace; 
perchè nel marzo 1338 gravemente infermò, ed a' 21 dello stesso 
mese morì. Egli non aveva figliuoli, e perciò, pria di morire, 
fece eleggere suo successore, coll'assenso delle due repubbliche 
di Firenze e di Venezia, suo cugino Ubertino da Carrara, il 
quale come lasciò scritto il Gatari (1), « stato nella sua gioventù 

(1) Istor. Padov. nel toni. XVII Rer. Hai. Srcipt. 



250 LIBRO IX, CAPO II 

« discolo e malvivente, cominciò a governare il suo popolo più 
« procurando di farsi temere che amare. » 

Gli scrittori contemporanei ci descrivono Marsilio da Car- 
rara per uomo ben formato della persona, valente in armi, co- 
stante nelle intraprese; quanto fedele e fervido verso gli amici, 
altrettanto severo e implacabile cogli avversar] . Tra le prov- 
vide azioni di lui a sicurezza di Padova, non è da tacersi l'avere 
cominciato a cingere di forte muro la città interna; impresa, 
che fu continuata e compiuta poscia dal suo successore Ubertino. 

Il quale Ubertino per verità, fu personaggio di molto senno, 
e tenne in molta riputazione il nome suo e della sua casa. 
La sua prima impresa, appena diventato signore di Padova, fu 
di andare all'assedio di Monselice, per affrettarne il più presto 
possibile la conquista. Ma ne teneva la difesa Pietro dal Verme, 
fedelissimo allo Scaligero, e che per la sua bravura ed accor- 
tezza rese vani tutti gli assalti e i tradimenti di Ubertino. Fe- 
cero tra loro una guerra arrabbiata; ma finalmente, il giorno 
19 di agosto, Ubertino se ne fece padrone. Pietro dal Verme 
capitolò e ne uscì libero con le sue truppe, e si diresse alla 
volta di Verona. Allora il Carrarese cominciò 1' assedio della 
rocca ; la quale poscia ottenne a prezzo d'oro, a' 18 di novembre. 

Quasi due mesi addietro, a' 29 di settembre, aveva scon- 
fitte a Montagnana le genti di Mastino dalla Scala, il quale 
pieno di rabbia, perchè Montecchio maggiore s'era dato al Car- 
rarese il dì 8 maggio, ne aveva potuto più toglierlo, aveva por- 
tato colà le sue armi per farsene padrone; e ne ritornò ver- 
gognosamente scornato. 

Intanto le genti dell'esercito confederato, già un mese prima, 
a' 19 di ottobre, erano entrate nei borghi di Vicenza ed ivi si 
erano fortificate; Ja qual cosa fece disperare Mastino, che si 
vedeva alla vigilia di perdere anche quella città, già stata in 
addietro dei Padovani; e lo fece determinare a spingere il più 
presto possibile la conclusione della pace, da cui conosceva di 
non potersi, senza l'estrema sua rovina, sottrarre. Se ne ripi- 
gliarono adunque le trattative; ma il diffìcile stava per parte 
dei confederati, nel determinare chi do vess' essere fatto deposita- 
rio di Lucca. Dopo varie tergivessazioni e difficoltà, che vi 



ANNO 1339 251 

promoveva Mastino, fu deliberato, che quella città fosse data 
in deposito alla repubblica di Venezia per un settennio, a patto 
che, se in questo frattempo avesse avuto luogo un accordo tra 
lo Scaligero ed il comune di Firenze, ne dovessero disporre nel 
modo, che fosse stato stabilito dall'accordo medesimo; ma, se 
dentro il fissato periodo non si venisse ad alcuna conclusione, 
la città di Lucca dovess'essere restituita al signore di Verona. 
Ma anche in ciò sorsero nuovi ostacoli : e questi alfine vennero 
appianati da tre ambasciatori plenipotenziari, mandati a Ve- 
nezia dai Fiorentini; e furono Francesco de' Pazzi, Alessio Bi- 
nocci ed Jacopo Alberti ; i quali, giunti agli 11 di gennaio 1339, 
diedero l'ultima mano al trattato, che fu alla fine stipulato 
con grande pompa e solennità, in giorno di domenica, il dì 
24 dello stesso mese, nella basilica ducale, dinanzi all'altare 
dell' Evangelista san Marco, alla presenza di Andrea Dotto, pa- 
triarca di Grado, e dei vescovi Nicolò Morosini di Venezia, 
Pietro Talonico di Equilio, Andrea Giorgi di Caorle; di Costan- 
tino Loredan primicerio di san Marco ; dei pievani di san Can- 
ciano e di san Pantaleone; dei tre procuratori di san Marco 
Tommaso Soranzo, Filippo Belegno e Marco Loredan, non che 
degli ambasciatori delle varie signorie e di moltissimi altri 
ragguardevoli personaggi sì nazionali che forestieri. 

Il trattato di questa pace fu dato in luce dal Verci (1), ma 
dichiara egli stesso di averlo tratto da una copia autentica del- 
l'archivio di Bassano, la quale era sì guasta e logora da non 
averlo potuto trarre per intiero ; ed aggiunge di avere supplito 
«alla mancanza di questa carta con quella che fu pubblicata 
« da Saraina in italiano e tradotta poi in latino dal Burmanno, 
« inserendola nella p. VII del tom. IX delle antichità e istorie 
« d' Italia. » Da questa dichiarazione del Verci è ben facile il 
persuadersi quanto sia imperfetto ed alterato cotesto documento. 
Al che ponendo mente, io, per darlo perfetto ed intatto nella 
mia Storia della Repubblica di Venezia (2), 1' ho trascritto 
diligentemente dall'archivio della Cancelleria secreta, dal ]ib. V 



(1) Luog. cit, doc. num. XCCGXXIV, nel tom. XI. 

(2) Pag. !2o e seg. del voi. IV. 



252 LIBRO IX, CAPO 111 

dei Patti (1). Esso è lunghissimo, perchè tocca minutamente 
gì' interessi e le condizioni di ciascheduno dei principi confe- 
derati. Di esso esporrò qui compendiosamente gli articoli prin- 
cipali, tra cui sono compresi anche i punti, che direttamente 
od indirettamente riguardano Ubertino da Carrara, signore di 
Padova. E sono questi: — «Che gli Scaligeri cedevano libe- 
ramente alla repubblica di Venezia la città di Treviso, con 
« tutto il suo distretto e coi castelli, fortezze e villaggi in esso 
« esistenti, incominciando dai confini delle lagune sino a Bas- 
« sano; — Che le cederanno anche Bassano, con tutte le sue 
« appartenenze, a condizione per altro che i Vicentini potessero 
«da quel territorio ritirare le proprie rendite, senza veruna 
«gabella, ed egualmente i Bassanesi dai loro beni nel terri- 
« torio vicentino; — Che la fortezza di Castelbaldo sarebbe pure 
« ceduta alla repubblica, ma col patto, che si dovesse togliere 
« la catena tirata sulla riva dell'Adige e demolire la torre esi- 
« stente sull'opposta riva; — Che mai non si avesse a riscuo- 
«tere alcuna gabella sopra le mercanzie, che fossero passate 
« di là, ned esigerne verun'altra ad Ostilia o nel Po, né frap- 
« porre verun impedimento ai mercatanti, che vi fossero pas- 
«sati per andare a Venezia; — Che a queste medesime con- 
« dizioni dovesse stare obbligato Ubertino da Carrara allorché 
« dalla Signoria di Venezia gli fossero ceduti Castelbaldo e Bas- 
«sano; — Che ai Fiorentini cedevano gli Scaligeri liberamente 
« i castelli di Pescia, di Buggiano, di Altopasso e di Colle, nel 
« territorio lucchese, a patto di lasciare ai fuorusciti di Lucca 
«il possesso dei loro beni colà esistenti; — Che ad Ubertino 
«da Carrara si lasciava libero il dominio di tuttociò che at- 
« tualmente possedeva; — Che i Bossi di Parma fossero rimessi 
« nel possesso di tutti i loro beni, ed esenti in perpetuo da gra- 
«vezze e gabelle; anzi ai due fratelli Solando ed Andreasio 
«prometteva Mastino l'assegnamento mensile di cencinquanta 
«fiorini d'oro; — Che al Vivaro da Vicenza assegnava simil- 
« mente lo Scaligero un mensile salario di cento fiorini d' oro 
« e concedevagli 1' esenzione dalle gabelle e dai dazii, e ne 

(1) Cari. 59 e seg. 



ANNO 1339 253 

« cancellava il nome, siccome di tutti gli altri complici suoi, dal 
«registro dei ribelli; — Che i due figliuoli del re di Boemia, 
« Carlo e Giovanni duca di Carintia, entrassero a parte in que- 
«sto trattato di pace, unitamente alle due città di Feltro e 
«di Belluno; — Che in questa pace avessero ad essere simil- 
« mente compresi Azzo Visconte signore di Milano e i due mar- 
chesi d' Este Obizzo e Nicolò signori di Ferrara e di Modena, 
« Luigi da Gonzaga co' suoi figliuoli signori di Mantova e di 
«Reggio, Ostasio da Polenta signore di Ravenna e di Cervia, 
« e Siceo da Caldonazzo ; — Che gli Scaligeri rimarrebbero as- 
« soluti signori di Verona, di Vicenza, di Lucca e di Parma, 
«ad eccezione dei luoghi concessi ai Eossi; — Che Alberto 
«dalla Scala, fratello di Mastino, sarebbe messo in libertà, e 
« con esso tutti gli altri prigionieri dell' una parte e dell' al- 
«tra; — Che, se mai per cagione di questa pace avessero a 
« sorgere per avventura contrasti o querele, il doge di Venezia 
« ne dovess'essere il giudice competente per comporre qual si 
«fosse differenza.» 



CAPO IV. 

La repubblica di Venezia consegna ad Ubertino da Carrara 
signore di Padova i castelli di Bassano e di Castelbaldo. 

Appena giunti a Venezia gì' incaricati per trattare di pace, 
il dì 11 gennaio 1339, come fu detto di sopra; prima che ve- 
nissero questi alla solenne stipulazione, ch'ebbe luogo il dì 24 
dello stesso mese, i rappresentanti di Mastino dalla Scala — per 
affrettare la liberazione del fratello Alberto, e per prevenire 
qualunque ulteriore difficoltà, che avesse potuto insorgere al- 
l' esecuzione dei patti già stabiliti secretamente, — avevano 
consegnato ai Veneziani la città di Treviso e i castelli di Ca- 
stelbaldo. Di tuttociò esiste circostanziata memoria nel sopra- 
citato libro V dei Patti, della Cancelleria secreta, ove appunto 
conservasi l' intiero documento, di cui ho recato testé gli ar- 
ticoli principali, e di cui nella mia Storia della repubblica di 



254 LIBRO IX, CAPO IV 

Venezia ho pubblicato V intiero testo, depurato e corretto dalle 
inesattezze ed omnrissioni, confessate dal Yerci. Fra le varie 
indicazioni, che si riferiscono alle private formalità, che ne pre- 
cedettero e ne susseguirono le solenni, troviamo che la repub- 
blica, a tenore dei patti stabiliti in addietro con Ubertino da 
Carrara, aveva consegnato, il dì 14 gennaio, ad un rappresen- 
tante di lui a ciò deputato, il castello e distretto di Bassano; 
e tre giorni dopo gli consegnò anche quello di Castelbaldo, 
colla condizione, espressa di poi nell' istrumento della pace, di 
dover togliere il ponte, la catena e il restrello attraverso l'A- 
dige, e demolire la contrapposta torre, e quindi lasciar libera 
la navigazione del fiume. 

Questa provvida anticipazione dell'adempimento dei patti 
del contratto giovò alla liberazione di Alberto dalla Scala e 
dei signori da Fogliano, anticipandone lo scioglimento dalla 
prigionia. Non fu per altro concesso loro di partire da Venezia 
finché non fosse giunta notizia, che anche i Fiorentini fossero 
entrati in possesso dei quattro castelli, loro assegnati nel ter- 
ritorio lucchese. Giunse questa il giorno 12 febbrajo; e perciò 
in quella stessa notte Alberto e tutti i suoi aderenti furono 
messi in viaggio alla volta di Legnago ; accompagnati, in segno 
di onore, da sei gentiluomini veneziani e da moltissimi altri 
loro amici. 

Mastino s'era recato colà ad accogliere il fratello, donde 
con molta festa ed accompagnamento di Veronesi rientrarono 
tutti in Verona. Due giorni dopo, ne fu festeggiato il lieto av- 
venimento in tutte le città liberate dallo sterminatore flagello 
di quella guerra. 

In questa occasione la repubblica di Venezia ammise alla 
sua cittadinanza e nobiltà, parecchie persone ragguardevoli, che 
vi avevano preso parte, ed in principalità le famiglie dei prin- 
cipi confederati e che perciò se n'erano resi benemeriti. Senza 
enumerare gli altri, è qui mio ufficio il commemorare distin- 
tamente la famiglia dei Carraresi; della quale Ubertino da Car- 
rara attuale signore di Padova, meritò di esserlo, perchè egli 
s y era sempre mostrato nell 'animo e nelle opere oVaccordo con 
suo cugino germano Marsilio a danno dei signori dalla Scala 



AN.NO 1339 255 

ed a favore della repubblica di Venezia. Egli stesso, quasi 
per gratitudine della lealtà, con cui questa lo aveva fatto pa- 
drone di Padova, in seguito degli accordi secreti e delle intel- 
ligenze formate scambievolmente, ne domandò la grazia. E que- 
sta gli fu concessa; per solenne deliberazione del Maggior Con- 
siglio il dì 11 marzo 1339. 

Vi fu aggregato anche Guiberto Guidorizzo da Fogliano, 
perchè, sebbene podestà di Padova per parte degli Scaligeri nel 
1335, fu sempre a parte delle secrete intelligenze di Marsilio 
da Carrara per consegnare Padova all'esercito della lega, e si 
adoperò efficacemente a condarne a buon termine l' impresa. In 
contraccambio, dietro istanza da lui fatta, ne ottenne il ducale 
diploma per sé, figliuoli ed eredi, il giorno 20 novembre dello 
stesso anno 1339. 

In Venezia, per festeggiare il fausto avvenimento di que- 
sta pace, fu decretata a pubbliche spese una giostra solenne 
sulla piazza di san Marco, in quel medesimo giorno 14 febbraio 
ed annualmente se ne rinnovasse la ricordanza. Col tempo andò 
in disuso; forse, com' io penso, quando i Carraresi mutarono 
contegno verso la repubblica e se ne resero apertamente ne- 
mici, come si vedrà nel progresso della narrazione. 



CAPO V. 

Sagge provvidenze di Ubertino da Carrara 
nel governo di Padova. 

Riescita felicemente la prima impresa di Ubertino nella ri- 
cuperazione di Monselice e nella difesa di Montagnana, del che 
ho parlato di sopra, rivolse le sue premure a fortificare ed ab- 
bellire la città. Ne riparò solidamente le vecchie mura, e ne 
compiè la seconda cinta incominciata da Marsilio. Fabbricò in 
Este, una forte rocca, ed in Padova un grandioso palazzo per 
sua abitazione. Eresse nel villaggio di Battaglia, poche miglia 
discosto da Padova, un edifizio di sega, mossa dall' acqua, ed 
uno per la fabbricazione della carta. Egli anzi, promotore delle 



256 LIBRO IX, CAPO V 

arti, fu il primo ad introdurre nello Stato pubblici edifizi e per 
questo genere di commercio e per follare i panni della lana, 
di cui confortò con larghi privilegi gli artisti. 

Si prese cura in particolar modo dell' Università, chiaman- 
dovi all' insegnamento i più celebri dottori dell' età sua, tra 
cui Renieri da Forlì, maestro di Bartolo, con lauto stipendio 
di seicento fiorini d'oro (1) e promulgando solenne conferma 
delle antiche prerogative scolastiche, le quali ponevano questa, 
non che al pari, al di sopra di tutte le altre università, o di 
fatto o di nome, del suo secolo. La qual cosa, così prospera- 
mente promossa ed ampliata da Ubertino, contribuì di molto 
a far fiorire e crescere sotto i successori di lui Carraresi, lo 
studio di Padova e per fama di professori e per concorso di scolari 
anche stranieri di cospicue e principesche famiglie. 

E sull'esempio del principe, anche il vescovo Udebrandino 
ottenne dal papa Clemente YI conferma ed ampliazione dei 
privilegi concessi all' Università precedentemente (quasi cento 
anni addietro) dall'antecessore suo Urbano IV. 

Abbiamo dal Muratori (2), sulla fede dei Cortusi (3), che 
nel maggio dell'anno 1344, Mastino dalla Scala, signor di Ve- 
rona e Vicenza ed Ubertino, signor di Padova, giudicarono più 
spediente il dar fine alla vecchia loro inimicizia ed abboccarsi 
insieme a Montagnana : si abbracciarono e fecero pace tra loro : 
« il che, prosegue il dotto Annalista, recò non poca gelosia ai 
« Veneziani, signori allora di Trevigi. » Della quale gelosia non 
potrebbesi indovinare la cagione, tranne forse perchè la potenza 
di entrambi, uniti insieme, avrebbe potuto porre in timore la 
sovranità di Trevigi. 

E d'altronde lo stesso Ubertino, accortosi già da qualche 
tempo della gelosia del senato di Venezia per lo prosperamento 
di lui, aveva organizzato uno spionaggio secreto, per cui sa- 
peva minutamente tuttociò che si progettava contro di lui dai 
Veneziani, propensi a muovergli guerra. Egli fatto consapevole 

(1) Gennari, informazione storica ecc., pag. LXXXII. 

(2) Annal. d'Hai, an. 1344. 

(3) Itisi, nel lib. XII Rer. Ital. Script. 



ANNO 17)39 — \oU 257 

delle disposizioni di alcuni nobili, i quali nel Consiglio spar- 
larono a danno di lui e stimolavano gli altri ad esserne com- 
plici, fece uccidere da' suoi occulti emissarj quei gentiluomini, 
che gli erano avversi. Raddoppiarono allora i senatori le in- 
vestigazioni per iscoprirne gli autori; e sebbene ogni giorno 
si radunassero a Consiglio, nulla tuttavia poterono mai sco- 
prire. Ubertino invece, per quanto secretamente si trattassero 
gli affari, tutto sapeva, e ne conosceva ad uno ad uno gT isti- 
gatori. Perciò di notte li fece sorprendere tutti nelle proprie 
case (1), e, bendati gli occhi ed otturata la bocca, acciocché non 
gridassero, furono condotti a Padova e chiusi in camere oscure (2). 
Fatto chiaro, si videro alla presenza di Ubertino ivi entrato 
con numeroso seguito di gente armata e con le spade nude in 
mano. Ubertino, pieno d'ira, così loro parlò: Ebbene Messeri, 
avete voi nei vostri consigli assai sparlato di me! Che vi 
sembrerebbe se vi facessi tutti tagliare a 'pezzi e gettare le 
vostre carni per la piazza? Tremanti risposero: Signore, se 
voi ci perdonate e che possiamo ritornare alle nostre case in 
Venezia, vi promettiamo con ogni sacramento la nostra fede 
e di mettere ogni nostro avere e la stessa vita contro ogrìuno, 
che sparlasse ne 7 nostri consigli contro di Voi e stato vostro. 
Ubertino perdonò loro e li rimandò onorevolmente in Venezia 
né da poi ebbe più brighe con quella Signoria (3). 

Venne a morte Ubertino il dì 25 marzo dell'anno seguente; 
e poiché non lasciava alcun figliuolo di Anna Malatesta sua 
moglie, istituì successore ed erede suo, parente bensì, ma lon- 
tano, Marsilio Papafava da Carrara, il quale, perciocché pic- 
colo della persona, chiamavasi Marsilietto. 

(1) Raccontano questo fatto (di cui d'altronde non esiste memoria 
negli autentici registri della repubblica veneta) gli antichi storici padovani, 
presso il Muratori, Rer. Itaì. Script, nei tom. XII, XVI, XVII; — il Gattari, 
i Cornisi, il Vergerlo ecc. ecc. 

(Ì2) Con buona pace degli storici padovani, io trovo inverosimile questo 
racconto, cui forse Funo dall'altro copiarono; perchè, tradotti di notte da 
Venezia a Padova, non saprei come abbiano potuto farne allora il tragitto 
con tanta sollecitudine da essere già in Padova, pria che spuntasse iL 
chiaro del giorno, ecc, ecc. Non v'erano allora ferrovie.... 

(3) Ferrighi, Cron. mss., pag. 112. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 17 



258 LIBRO IX, CAPO VI 

La pittura, che di Ubertino ci trasmisero gii storici, è de- 
lineata così presso l'erudito spositore della Storia Scientifico- 
letteraria dello Studio di Padova (1) « Fu Ubertino sino dai 
«primi anni dissoluto e violento; e la crudele morte, a cui 
«mise Guglielmo Dente (2) per una donna di piacere, che a 
«questo apparteneva, trasse quasi all'ultimo giorno in tutti i 
« varj suoi rami la nobilissima Casa di Carrara nella terribile 
« sollevazione eccitatale contro, nel 1325, da Paolo Dente, fra- 
« tello naturale deir ucciso Guglielmo. Il suo libertinaggio per 
«altro, che principe, né corresse né moderò, non lo ritrasse 
« dal punirlo inesorabilmente in altrui, sino a condannare alla 
« morte una sua stessa sorella, monaca francescana, unitamente 
« al claustrale che aveala violata. Ma quantunque questa e ogni 
«altra occasione il mostrasse severo, implacabile, vendicativo; 
«fu però nello stesso tempo, senza aggravare le imposte e i 
«pesi del popolo, soprammodo splendido, magnifico, generoso, 
« studiosissimo degli ornamenti e del lustro della città e dello 
« Stato. » 

Errò lo Scardeone (3) dicendo, che « Ubertino si chiamava 
« anche Novello per distinguerlo da suo padre » : il padre di 
Ubertino si denominava Jacobino (4). 



CAPO VI. 

Marsilietto è trucidato: ne assume la sovranità 
Giacomo di Nicolò da Carrara. 

Marsilietto, scelto da Ubertino alla signoria di Padova, era 
per verità uomo dabbene e giusto, e prometteva per ciò un 
buon governo al suo popolo: ma non sepp'egli guardarsi dal- 
l'altrui ambizione. Jacopo da Carrara figliuolo di Nicolò e ni- 
pote di Ubertino, al quale per prossimità di sangue avrebbe 

(1) Francesco Maria Colle, pag. 16. 

(2) Vedi nel cap. Vili del lib. II, pag. 214. 

(3) De antiq. urb. Patav. pag. 278. 
[è) Ferrigni, Cron. ms. pag, 113. 



ANNO 1348 259 

dovuto appartenere il diritto di successione, piuttostocliò a Mar- 
silietto, se ne reputò gravemente offeso; e perciò, dopo avere 
guadagnato con belle promesse alcuni dei familiari di lui (1), 
si fece introdurre con molti armati, la notte del 5 renando il 
6 di maggio, nella sua camera, ed ivi a man salva lo uccise. 
Poi la medesima notte, pria che si divulgasse il micidiale mis- 
fatto, mandò suoi ridati, con ordini autenticati dal sigillo del- 
l'ucciso principe, a cambiare le guardie di Monseiice e delle 
altre fortezze ed impadronirsene. Fece chiudere nella rocca di 
Pendise Giacomino Papafava nipote di Marsilietto con Albertino 
suo figliuolo, e fece imprigionare altre persona, che gli erano 
sospette. Promulgata, quando fu giorno, la morte di Marsilietto, 
dai soldati e dal popolo, che non potevano fare altrimente, fa 
proclamato signore; e gli giurarono fedeltà. 

Le circostanze di questo assassinio, benché prese sino dal- 
l'epoca delle inimicizie tra Nicolò I da Carrara ed Ubertino V[[I, 
ci furono conservate dal datari, nella sug, Storia di Padova, 
con le seguenti parole, relative a Marsilio Signore di Padova: 
«Nella qual signoria mentre visse, fu dà tutto il popolo ben 
« amato.... Signoreggiava.... con benigno modo, fidandosi di ogni 
«persona, perchè così credeva essere amato, come egli amava 
«altri. Non faceva troppo stretta guardia di sé, anzi siccome 
« cittadino se ne andava per la corte il dì a spasso, e qualun- 
«que cittadino ovver cortigiano che voleva, poteva nella sua 
«camera andare ad ogni suo buon piacere: e però ottenne per 
«la grande libertà, che mes. Marsilio faceva della sua persona, 
« o per invidia del dominio ch'egli avesse, nacque tra mes. Gia- 
« corno e mes. Giacomino da Carrara fratelli, li quali furono 
«di mes. Nicolò, odio col sig. Marsilio, per lo qual odio ac- 
«quistò il predetto mes. Marsieletto la morte. Che essendo mes. 
« Marsilietto una sera al luogo deputato per discacciare il grave 
« peso del corpo, fu da mes. Giacomo e mes. Giacomino.... con 
«alcuni altri assaltato et ammazzato li 6 maggio 1345. Involto 
«il suo corpo in una stuora fu portato giù per le scale e po- 
« sto in una stanza terrena. Indi chiamati gli ufficiali e soldati 

(1 ) Chron. Esten, nel tom. XV Rer, Ital. Script. 



260 LIBRO IX, CAPO YI 

«di Marsiliotto gli dissero: Questo è il corpo del vostro Si- 
« gnore morto et al quale giuraste fede. Ora fa bisogno, che 
« il simile facciate in mano di mes. Giacomo da Carrara, il 
« quale è vostro Signore. » 

Ebbe sepoltura senza veruna onorificenza in una tomba 
fuori della chiesa del Santo. Dicono i contemporanei, eh' egli 
fu di piccola statura, detto perciò Marsilietto ; magro di corpo, 
con occhi ridenti e minuto volto; ma dall'aspetto appariva pe- 
netrante ed accorto, non crudele. Rimase di lui una sola figlia, 
che aveva nome Lieta, la quale fu sposata a Nicolò di Lozzo, 
nobile padovano de' più cospicui, oriundo dall'antichissima fa- 
miglia de' Maltraversi. 

Jacopo, divenuto signore di Padova, per guadagnare gli ani- 
mi de' suoi sudditi, aperse le carceri e richiamò in patria i 
banditi. A commemorazione del suo esaltamento al principato, 
fu decretato nel Consiglio civico il Palio, da farsi in perpetuo 
il giorno 7 di maggio (1) e fu cominciato nel seguente anno 1346. 

Questo principe cominciò con clemenza il suo dominio scelle- 
ratamente ottenuto: per lo che restituì a molti libertà e beni, tolti 
dall'antecessore Ubertino troppo severamente per lievi delitti. 
Indusse l' imperatore Carlo IV a riconciliarsi con Padova ed 
a rimetterla nei perduti diritti; siccome prima l'aveva ricon- 
ciliata Ubertino col papa Benedetto XII, il quale per l' inob- 
bedienza degli Scaligeri, avevala sottoposta ad ecclesiastico in- 
terdetto. Trattò umanamente molti complici della congiura, che 
avevano ordita contro la vita di lui tre suoi amici intrinseci 
e beneficati, Enrico, Nicolò e Francesco di Lozzo; e questi tre 
soli, perciocché autori dell'empia trama, punì con l'estremo sup- 
plica e con la confiscazione dei beni. 

Figurò splendidamente Jacopo nella principesca accoglienza, 
ch'egli fece in Cittadella a Lodovico re d' Ungheria, quando, 
in sul principio del dicembre 1347, per andare a Vicenza e 
Verona, vi passò; ivi lo aspettavano Alberto e Mastino dalla 
Scala, onorevolmente preparati. Ed altrettanto fec' egli, nel 
settembre del 1350, allorché con Obizzo marchese d'Este 

(I) Cron. mss. del Ferrigni, pag. 123. 



ANNO 13 f JO 261 

intervenne allo sposalizio eli Regina, figliuola di Mastino dalla 
Scala, con Bernabò Visconte nipote di Giovanni Visconte arci- 
vescovo e signore di Milano e di Bologna (1); e secondo l'uso 
di que' tempi, fece splendidi regali alla sposa, mostrando la 
sua principesca munificenza. 

Fin qui Jacopo da Carrara aveva governato con assai pru- 
denza la città e lo stato di Padova ed erasi guadagnato l'amore 
del pubblico, trattando i suoi stessi cortigiani, non come 
servi, ma come figliuoli. Eppure un principe così amabile 
ed amato universalmente, trovò un parricida in Guglielmo 
da Carrara, figliuolo bastardo di Giacomo il grande. Costui, a 
cagione de' suoi pessimi portamenti era sequestrato in Padova (2); 
la qual condanna, che gli toglieva la libertà di andarsene a 
suo talento, lo inviperì talmente, che, nel dì 21 dicembre (3) 
dello stesso anno 1350, gli si avventò contro nelle sue stanze 
furiosamente, e sfoderato un coltello alla presenza di molti, che 
non poterono mai staccargli di dosso quel frenetico, gli tagliò il 
ventre: onde cadde morto a terra. Guglielmo dalle guardie fu 
messo in brani. Universale fu il pianto dei cittadini per questa 
perdita; e poiché al momento non si trovava in città se non 
Marsilio ancor fanciullo, figliuolo di esso Jacopo, affollatosi 
il popolo d' intorno al palazzo, fu presa la determinazione di 
farlo sedere a cavallo e di condurlo per la città, acciocché si 
tenesse in quiete la moltitudine, finché venissero a Padova Ja- 
copino fratello e Francesco primogenito dell' ucciso principe; i 
quali, venuti nel dì seguente, ottennero in società il comando 
della Signoria; e per sei anni lo tennero pacificamente. 

Fu Jacopo, oltrecchè valoroso nelle armi, grande protet- 
tore elei letterati; e ce lo attesta la sua premura di decorare 
lo Studio, coli' invitarvi uomini dotti e professori valenti ed 

(1) Muratori, Animi. d'Ita!., ari. 1350. 

(2) Gatari, lstor. di Pad., nel tom. XVII Ber. Ita/. Script. 

(3) Il Muratori lo dice trucidato nel dì 21 di dicembre, festa di san 
Tommaso; il Gennari invece {Informazione ecc. pag. LXXXIV) lo dice 
ucciso addì 19 di dicembre. Io mi attengo più di buon grado al Muratori, 
il quale ne prese la notizia dal Gatari e dai Cortusi, come in annotazione 
ci fa sapere. 



262 LIBRO IX, CAPO VII 

esperti nei molteplici rami d' insegnamento. Tra questi fu ac- 
carezzato in ispecialità Francesco Petrarca, al quale, per averlo 
seco, ottenne un canonicato nella cattedrale. Ne rende testi- 
monianza egli stesso facendolo in più guise soggetto de' suoi 
elogi poetici, e deplorandone con amare lagrime, nell'effusione 
dell'anima, l'atrocissimo caso. Egli ne dettò l'epigrafe sepolcrale 
in sedici Tersi latini, scolpiti suli' arca marmorea, che ne 
accolse il cadavere nella chiesa di sant' Agostino de' frati do- 
menicani. Le virtù sociali e politiche di questo principe, val- 
sero a far cancellare dalla memoria degli uomini il sacrilego 
misfatto, per cui egli s'era aperta la via alla sovranità, né la- 
sciarono agli storici tempo a considerare, che, siccome sul par- 
ricidio aveva egli fondato il suo ingrandimento, così da ferro 
parricida ne fu anch'egli spogliato. Parranno forse a taluno 
queste considerazioni inopportune ed esagerate; ma pur la serie 
degli avvenimenti ci fa conoscere, che la casa, ossia la sovra- 
nità dei Carraresi sorse e si mantenne progressivamente nel 
sangue, e finì nel sangue. 



CAPO VII. 

Dissenzioni domestiche tra i due Carraresi 
divenuti signori di Padova. 

Ho detto poco dianzi, che Jacopino e Francesco da Car- 
rara tennero per sei anni pacificamente la signoria di Padova; 
perchè di poi ne fu turbata la domestica pace ed insorsero le 
dissenzioni, che in seguito narrerò. Intanto, nel 1354:, il re 
Carlo IV,— che sino dal 1316 era stato eletto imperatore, contro 
Lodovico il Bavaro, ed era perciò rimasto pacifico possessore 
dell' impero,— giunse a Padova il giorno 3 di novembre (1), in 
compagnia del patriarca di Aquileja, Nicolò di Lucemburgo, 
fratello dell' imperatore. Era diretto per Milano ad essere in- 
coronato con la corona ferrea, donde poscia passare a Roma a 

(1) Cortus. Hist. nel tom. XII, Pier. Hai. Script. 



ANNO 1350 — 1555 263 

riceverne 1' imperiale. Jacopino e Francesco da Carrara lo ac- 
colsero splendidamente e lo trattarono con regale munificenza. 
Venne ad incontrarlo anche Aldrovandino marchese di Este; e 
quando fu partito da Padova, andò ad ossequiarlo a Legnago 
lo Scaligero, signore di Verona (1) e Vicenza. 

Nella sua partenza da Padova lo accompagnarono i due 
principi Carraresi, con molto seguito di nobiltà padovana; ma 
pria di partire, onorò Jacopo del grado di cavaliere, e poscia, 
l' ultimo dì dell'anno, giunto sul confine di Cremona, conferì 
la stessa onorificenza anche al nipote Francesco. 

Venne a Padova, nel susseguente gennajo 1355, anche la 
imperatrice Anna moglie di Carlo, figliuolo del duca di Polo- 
nia (2). L'accoglienza, che le fu fatta, è descritta minutamente 
dai Cortusi, con le parole, che qui in italiano soggiungo : « L'ar- 
« rivo di lei fu prevenuto dal suo zio. Dopo di lui entrò il ma- 
« resciallo dell' imperatore, con cinquecento elmi il dì 31 gen- 
« najo, e nel giorno seguente l'arcivescovo di Boemia con altri 
«dugento. Subitamente nel terzo, il prefato arcivescovo e i 
« nobili da Carrara e tutta la milizia ed il clero, colle reliquie 
« dei santi (3), e con ogni maniera di musicali stromenti, esul- 
tando per allegrezza, andarono ad incontrar la regina, la 
«quale entrò per la porta di tutti i Santi. Essa, regalmente 
«vestita, sedeva in una carretta con quattro nobili donne, e 
« la seguivano i nobili giovani della città, con manti d' oro fo- 
« derati di vaj. Venivano dietro in carretta le altre donne della 
« sua comitiva. Piacque a tutti siffatta ordinanza. L' impera- 
«trice smontò al principale palazzo dei Carraresi, ove fu tosto 
« gran corte di cavalieri e di gentildonne. Ed ogni cosa si fece 
« a spese di quei signori. » 

Fu il da Carrara Francesco assai valente nel mestiere 
delle armi. Perciò nel 1354 lo vediamo capitano generale del- 
l'esercito confederato contro l'arcivescovo Visconti, signore di 

(1) Ch'era allora Can Grande II, succeduto nel 1351 al defunto suo 
padre Mastino. 

{% Ved. il Gennari, Informazione ecc., pag. LXXXVI. 

(3) Era ciò consentaneo all' uso di que' secoli, che amavano di fram- 
mischiare alcun che di religioso nelle pompe solenni e profane. 



264: LIBRO IX, CAPO VII 

Milano. Abbiamo dalla Cronaca di Bologna (1), ch'egli, il dì 
22 agosto del detto anno, arrivato con una parte delle sue 
genti sul contado di Bologna, — ch'era allora in tumulto per 
le vessazioni di Giovanni da Oleggio, governatore per il Vi- 
sconte, — si unì con la grande compagnia del conte Landò 
tedesco e che, saccheggiando e bruciando le ville di quei dintorni, 
arrivò sino presso alla città di Bologna. Dicono i Cortusi (2), 
che Francesco avrebbe anche potuto impadronirsene; ma che 
il conte Landò, il quale, secondo 1' uso di quegl' iniqui masna- 
dieri, mentre militava per l' una parte, sapeva servire anche 
all'altra nemica, ne impedì l'acquisto; e poscia si rifiutò di 
combattere le due bastie del passo di sant' Ambrogio. Perciò 
divenne gravemente sospetta la fedeltà di Landò; e Francesco 
da Carrara temendone qualche tradimento, giudicò meglio il 
ritirarsi a Padova e lasciare il bastone del comando, in vece 
sua, a Feltrino da Gonzaga. 

Un altro motivo lo spinse a ritornarsene a Padova. Sem- 
brava, per verità, che tra lui ed Jacopino suo zio regnasse una 
invidiabile concordia (3). Ma venuto in cognizione per mezzo 
de' suoi familiari, che Jacopino, invidioso dell'onore che si fa- 
ceva il nipote Francesco in quella spedizione contro il Visconte, 
aveva disegnato di toglierlo di vita, cavalcò a Padova, prima 
ancora di ritirarsi dal comando generale . dell'esercito, ed a' 18 
di luglio, nell'ora di cena fece mettere le mani addosso allo 
zio e lo fece chiudere nella fortezza di Pendise. Di là poscia 
lo trasferì di una in altra rocca, finché in quella di Monselice 
terminò la vita, l'anno 1372. Catturato ch'egli ebbe Jacopino, 
ne rimandò a Mantova la moglie, Margherita di Gonzaga, con 
un figliuoletto di un anno. Francesco rimasto solo, tenne egli 
solo la signoria di Padova (4). 

(1) Ch' è nel tom. XVIII, Rer. Ital, Script. 

(2) Hist. nel tom. XII, Rer. Ital. Script. 

(3) Matt. Villani, htor. lib. V. 

(4) Inesattamente il Moroni (Dizion. diErudiz. ecc. pag. 118 del tom. 50) 
disse, che Francesco da Carrara nel 1372 imprigionò lo zio per regnare solo. 
Egli confuse l'anno della morte di Jacopino, con quello dell'imprigiona- 
mento, avvenuto diciotto anni avanti. 



ANNO \ olili — 1372 265 

Abbiamo dai Cortusi, che il confidente di Jacopino, per 
tramare insidie alla vita di Francesco, fosse Zambone Dotti, 
il quale, convinto di fellonia, fu messo in una gabbia di ferro 
e poscia ucciso dai suoi stessi parenti. La qual cosa afferma 
anche il Gatari (1); ed aggiunge, avere avuto origine cotesta 
trama da contrasti domestici, insorti per emulazione tra le mogli 
dei due principi, ed esserne giunta la perfidia tant' oltre sino 
ad inspirare il trattato di avvelenare Francesco. Lo che, es- 
sendo stato macchinato in principalità dalla moglie di Jaco- 
pino, lo indusse a rimandar lei pure col figlio a Mantova. Ma 
comunque ciò sia, ci fa sapere il Villani, non essersi potuto levare 
di testa a molti, che unitamente per la malnata cupidigia di 
dominare, Francesco da Carrara ; abborrendo ogni compagnia 
sul trono, inventasse quelle accuse, per isbrigarsi di suo zio e 
dominare solo. Le quali supposizioni del Villani resterebbero, a 
mio parere, abbastanza smentite dalla complicità del summen- 
tovato Zambone Dotti, convinto, per attestazione dei Cortusii 
e del Gatari, del tradimento, e perciò condannato ad essere 
chiuso in una gabbia di ferro; come ho narrato di sopra. 

Rimasto solo il Carrarese Francesco nel dominio di Pa- 
dova, si diede a tutt' uomo ai comodi e all'ingrandimento della 
città. Prese a stipendio per lo studio della sua Università i 
più valent' uomini del suo tempo, dei quali si possono vedere 
i nomi presso gli storici di essa. Non appartiene a me il tes- 
serne qui la serie: solamente ricorderò alcuni padovani che 
fiorirono in giurisprudenza ed in medecina (2). Furono infatti 
grandi maestri di leggi — Bartolomeo Capodivacca, il quale 
insegnò pubblicamente in Padova e in altri luoghi; — Paganini 
Sala « di cui (scrive il Gennari, rinnova la gloria il conte Pa- 
«ganino, cavaliere di squisito gusto nelle amene lettere;» — 
Bongiacomo da San Vito, Antonio Sant'Angelo, e Zilio Casale. 

In medecina primeggiavano allora— Nicolò Santa Sofia padre 
di Marsilio e di Giovanni ed avo di Bartolomeo; — - Giacomo 
Dondi e Giovanni, grande amico del Petrarca e fratello di 

(1) Cron, di Padova, nel tom. XVII, Rer, Ital. Script. 

(2) Di ciascuno di essi darò alcuni brevi cenni nel capo seguente. 



26G LIBRO IX, CAPO VII 

Gabriele, medico anch' egli di chiara fama, — con altri molti 
suoi contemporanei. 

Nò qui devo tacere la grandiosa opera, di cui tutto il me- 
rito devesi ascrivere a Francesco da Carrara, a fine di prov- 
vedere ai bisogni ed ai comodi della città nella somministra- 
zione delle acque occorrenti all' uso di essa. Padova anticamente 
non era bagnata che dal Bacchigliene, fiume, che nasce nel 
vicentino e da taluni fu detto Medoaco minore, a distinzione 
del Brenta, eh' è il vero Medoaco. Questo discende dalle mon- 
tagne del Tirolo, divide per un tratto di poche miglia il ter- 
ritorio vicentino dal padovano, taglia la parte settentrionale di 
questo, ed a cinque miglia dalla città piega ad Oriente e con- 
tinua il suo corso al mare. Per ciò non di rado avveniva, che 
mancasse in Padova l'acqua necessaria a muovere i mulini e 
gii altri edificj, ogni qual volta i Vicentini, come spesso 
avevano fatto in addietro, massime in occasione di guerra, di- 
straessero il corso del Bacchiglione. Al che ponendo mente il 
Comune di Padova, sino dall'anno 1314, sotto il podestà Pon- 
zino de' Ponzoni, aveva scavato ad arte un canale, per cui 
una porzione di acque del Brenta venisse ai bisogni idraulici 
di Padova; e questo canale, perciocché derivato dal Brenta, fu 
nominato Br -entello, (1). Tutta volta anche questo provvedimento 
produceva gravissimi inconvenienti, perchè nelle maggiori piene, 
l'acqua si spandeva ad allagare le adiacenti campagne. Per im- 
pedire questo disordine Francesco signore di Padova, con prov- 
vido consiglio, fece munire quel canale di là del ponte di Li- 
mena, di una solida rosta di travi, incassata nei pilastri, detti 
volgarmente cohnelloni, acciocché dalla Brentella non fluisse a 
Padova se non la quantità occorrente di acqua e nulla di più. 

Tra le altre imprese di questo principe ad abbellimento e 



(1) Di qua fuor di dubbio trasse origine questo medesimo nome, at- 
tribuito anche altrove ai diversi rami di acque, derivate in uno o più luo- 
ghi da qualche fiume. Ciò particolarmente si vede nel territorio trivigiano, 
nel quale tutta la parte supcriore è bagnata da grandi e piccole brentelle, 
derivate dal fiume Piave; particolarmente per mezzo del brenlellone di 
Narvesa, le cui acque scendono ad adacquare settantadue villaggi, i quali 
senza di esse, sarebbero condannati ad una poco men che perpetua siccità. 



ANNO 1372 2G7 

sicurezza della sua città, devo commemorare il castello, ch'egli 
rifabbricò, lo riparazioni delle vecchie mura e la radicale ere- 
zione di nuove dai fondamenti; perdio, sollecito com'era della 
militare solidità dello Stato, non sapeva frenare i moti del- 
l' indole sua guerriera, ovunque trattavasi di progresso nel 
mestiere delle armi. 

Pacificamente, sino all'anno 1357, Francesco da Carrara 
godè i vantaggi di ogni più lieto prosperamento; ma quando 
l'ambizione di guadagnarsi favore presso principi stranieri lo 
invase, dimenticò ogni convenienza di gratitudine verso chi aveva 
protetta la sua casa, e l'aveva portata allo splendore ed al lu- 
stro a cui era giunta. La propensione di lui a favorire gl'in- 
teressi di Lodovico re d' Ungheria, che guerreggiava contro i 
Veneziani, segnò l'epoca delle dissenzioni di lui con la repub- 
blica di Venezia, e preparò la via irreparabilmente alla rovina 
di lui e della sua famiglia. 



CAPO Vili. 

Cenni sui più distinti maestri di legge e di medicina, 
che fiorirono sotto Francesco I da Carrara. 

Eccomi a dare, come ho promesso nel capo antecedente, 
qualche notizia dei più distinti Padovani, che Francesco prese 
a suo stipendio per lo studio della sua Università, e dei quali 
ho portato per brevità il solo nome, riservandomi a farne qual- 
che parola di più in questo capo. Li ricorderò con l'ordine, che 
gli ho accennati colà. 

Maestri adunque in legge furono i seguenti: 
1. Bartolomeo Capodivacca. — Due veramente furono in 
questo secolo i Bartolomei Capodivacca, entrambi eelebratis- 
simi per la loro scienza legale. — Della prima origine della 
loro famiglia, detta nelle varie diramazioni de' Capinegri e 
de' Paradisi (1), scherza il satirico Giovanni Bono, perciocché 

(1) Orsatì, Stor. di Pad. e Portenari, Felicità di Padova. 



26S LIBRO IX, CAPO Vili 

derivata da un macellajo. In seguito, per altro, aveva essa 
cambiato condizione, cosicché la si vede stretta di parentela 
con le primarie famiglie padovane; con gli Scrovegni, coi Car- 
raresi ed altre (1). Cotesti Capodivacca diventarono cittadini di 
Padova, essendovisi trasferiti da Milano. La loro famiglia era 
cospicua sino dai tempi, in cui la città, scosso il giogo degli 
Eccelini, si reggeva a Comune. Il Bartolomeo Capodivacca, 
di cui parlo qui, preso a stipendio dal Carrarese in sulla metà 
del secolo XIV, fu insigne giureconsulto e di estesa celebrità, 
non solo in Padova, ma in tutte le scuole d' Italia; la quala 
celebrità pare, se la sia procacciata con le sue opere, perchè 
non si sa, ch'egli siasi mai recato a professare ed insegnare 
giurisprudenza fuori di Padova (2). De' suoi scritti nulla ci è 
rimasto, tranne una sola Consulta (3), la quale ce ne mani- 
festa l'erudizione e la scienza. In essa egli esamina la conve- 
nienza di una legge stabilita negli Statuti municipali di Pa- 
dova, — se, cioè, la madre debba succedere, e come, ad una 
figlia, la quale non avendo fratelli maschi, se non di altro 
letto, morisse nubile pria che i più stretti parenti di essa, 
paterni e materni gli avessero determinata la dote ; siccome 
appunto volevano gli Statuti municipali sopraccennati, i quali 
escludevano bensì le femmine dall'eredità dei loro padri, per 
conservare il lustro e il patrimonio delle famiglie, ma conce- 
devano loro questo beneficio di dotazione a discreto arbitrio dei 
loro congiunti. — Bartolomeo fu aggregato al Collegio patrio 
dei giuristi; prerogativa allora assai decorosa, perchè non erano 
che dodici; ed egli sostenendovi il carico di Priore, ebbe tanta 
influenza da poterlo accrescere sino al numero di venti (4). 

2. Paganino Sala. — Di cospicua derivazione dalla Ger- 
mania, venne a Padova circa il 1150 con la comitiva dell'im- 
peratore, la famiglia Sala, detta allora da Castelbaldo. Paga- 
nino fu uomo di profonda dottrina, facondo oratore ed avve- 
duto nel politico maneggio dei più difficili affari. Fiorì dopo 

(1) Theob. Cortei. De fam. Patav. ms. 

(2) Colle, Star, dello Stud. di Pad. 

(3) Consril, Bald. voi. Ili, cons. 419. 

(4) Stai. vet. juriscons. Colleg. Patav. 



ANNO 1372 — 1389 269 

la metà del secolo XIV, professore di giurisprudenza nell'Uni- 
versità patavina: nell'anno 1365 fu fatto priore del collegio 
dei giuristi. Francesco il vecchio da Carrara lo scelse suo primo 
consigliere, e quando il principe sedeva a tribunale, il podestà 
di Padova gli stava a dritta e Paganino Sala a sinistra (1). 
Tanta n'era l'estimazione, in cui avevalo il da Carrara, che 
a lui affidava le più difficili legazioni; quale fu appunto, nel 
1379, quella per trattare di pace con Carlo, generale delle 
truppe ungheresi, e poscia l'anno seguente per lo stesso og- 
getto nella fortezza di Cittadella. E sebbene entrambe que- 
ste legazioni riuscissero inefficaci, per colpa altrui; pure il 
Sala si acquistò grande fama per la destrezza, con cui ne 
trattò l'affare e per l'eloquenza con cui parlò. Tre anni dopo, 
fu incaricato dal principe del maneggio col duca Leopoldo 
d'Austria per ricuparare Trevigi, e vi riesci nell'anno seguente; 
e due anni dopo, nel 1384, ricuperò al da Carrara a prezzo 
d'oro le città di Feltre e di Belluno. Fu consiglio di lui, che 
Francesco il vecchio rinunciasse nelle mani del popolo la so- 
vranità di Padova, acciocché ne investisse poscia il figliuolo 
Francesco II Novello, siccome avvenne ; nella quale circostanza 
pronunziò eloquenti ssimo discorso, che gli guadagnò gli applausi 
universali. — Ma non guari dopo, le artificiose mene del Vi- 
sconti ne guastarono la felice riuscita di già ottenuta. E fu 
cosa maravigliosa, dicono i cronisti, che il Sala, il quale era 
stato tanto attaccato ai Carraresi, abbia saputo eli poi, con inu- 
sitato esempio, meritarsi uguale benevolenza anche presso il ge- 
losissimo Visconti, da cui nel 1389 ottenne l' investitura di due- 
mila misure di campo nella villa di Caclelbosco, di duecento 
nel villaggio di Piazzola, e di mille in Muzza, in Presina, in 
santa Colomba; mentre ne possedeva già molti altri in Sala 
ed altrove, e molti eziandio ne avesse comperato dai Carraresi. 
Morì l'anno seguente a' 18 di giugno; ma non so poi qual fede 
si possa prestare al Portenari (2), il quale, unico tra tutti gli 
storici, lo disse morto decapitato. Fatto è, ch'egli ebbe sepol- 
tura nella chiesa di sant' Antonio, dietro il coro, nell' arca 

(1) Cron. mss. del Ferrighi. 

(2) Felle, di Pad. lib. VII, cap. V. 



270 LIBRO IX, CAPO Vili 

gentilizia. Nessuna delle sue opere legali ci giunse, eccetto che, 
tra i consulti del Baldo, ve n' ha qualcuno firmato da lui. 

Delle sue azioni parlarono il Grattari presso il Muratori, 
Ber. Bai. Script, toni. 17, lo Scardeone de antiq. noi. Patav., 
il Portenari, Felle, di Pad., il Bonifaccio Stor. di Trevigi, 
il Facciolati, Fasti gymn. patav., il Dorighello, Famigl.padov., 
ed il Colle, Stor. dello stud. di Pad. — Non devo tacere che 
il Paganino Sala, nel 1390 a' 29 marzo, dalla Signoria di Ve- 
nezia fu fatto cittadino de ìntus con li suoi posteri (1), e lo 
attesta il relativo diploma ducale. 

3. Bongiacomo da san Vito. — La sua famiglia è ori- 
ginaria da Trento, venuta a Padova nell'anno 1300 circa (2), ac- 
quistò il cognome di san Vito, perchè possedè molti beni nel 
villaggio di questo nome, nel distretto padovano. Si distinse 
particolarmente nell'esercizio del foro, sostenuto, dice il Colle (3), 
CO' 1 rettitudine e con giustizia e diretto singolarmente a ri- 
durre i litigi a pacifico componimento; lo che ce lo mostre- 
rebbe nell'ufficio di giudice. Non v' ha, per dire il vero, scrittore 
padovano, per quanto io sappia, il quale esplicitamente ce lo 
commemori professore dell'Università; ma cotesta sua qualità 
gli viene fuor di dubbio assicurata e dalla statua erettagli sul 
sepolcro, la quale rappresenta un dottore seduto in cattedra, 
in atto di disputare, e dai molti trattati legali, eh' esistevano 
lo scorso secolo nella sua libreria presso Simon Pietro da san 
Vito, giurisperito anch' egli. — Zio di Bongiacomo fu Ziliolo da 
san Vito, celebre nelle scienze legali (non però quanto il ni- 
pote), di cui sommi elogi conserva V epigrafe sepolcrale, nella 
chiesa di sant'Antonio (4). Attesta il Colle (5), di averlo tro- 
vato nominato in due carte pubbliche, del 1375 e 'del 1385: 

(1) La cittadinanza veneziana de intus concedeva le prerogative della 
capacità ad alcuni ministeri interni, e all'esercizio di alcune arti, anche 
principali e delle fazioni (Ved. il Ferro, Dizion. del diritto comune e veneto, 
pag. 29G del toni. I. all'art. Cittadinanza; ediz. di Ven. 1845, tip. Santini). 

(2) Giovanni Bono, scrittore contemporaneo, nella sua opera inedita 
Colle, Stor. dello Stud. di Pad. pag. 171 del tom. Il; sulle Famìglie Padovane. 

(3) Lnog. cit. 

(4) Saloni. Inscript. urb. pat. pag. 404. 

(5) Luog, cit. 



ANNO 138S — 1599 271 

in quest'ultima, è detto figlio di Caterina Capodilista, lo che 
anche dimostrerebbe la nobiltà della sua famiglia, imparentata 
coi Capodilista. 

4. Antonio Sant'Angelo. — Acquistò grande celebrità in 
Padova ed in tutta P Italia per la sua profonda dottrina in 
ambe le leggi (1), per cui dal Sainbiacio gli fu attribuito il 
titolo di dottore solenne. Visse professore di leggi per ben tren- 
tasei anni, e con la sua vita toccò il 1411 (2). Egli nel 
1394 fu priore del collegio de' giuristi; ed in quella occasione 
emanò due importantissime Costituzioni, P una, che esclude ri- 
gorosamente dal collegio chiunque non abbia cittadinanza ori- 
ginaria di Padova; l'altra che proibisce al collegio unito in 
corpo il consultare sopra qualsiasi argomento qualora non sia 
stata anticipata la mercede di venti ducati, oltre ad un altro 
ducato pel sigillo. Dall'archivio del Comune di Padova rilevasi, 
ch'egli nel 1397 sostenne P incarico di Commissario e delegato 
di Francesco II Novello, signore di Padova, a decidere con Lo- 
dovico de' Lambertacci una controversia in argomento dotale (3), 
e che nel 1399 fu eletto, per parte de' giuristi, giudice arbitro 
a decidere le antiche controversie di precedenza e dei diritti 
tra i due collegi dei giuristi e dei medici e che il suo giudizio 
fu sanzionato da sentenza sovrana dal Carrarese Francesco No- 
vello, della quale il Facciolati (4) pubblicò P autentico docu- 
mento. Peccato, che di questo insigne giurisperito non ci sia 
pervenuta alcun' opera tranne una sola Eipetizione in Leg. si 
Insulam, de verb. obbligai., cui taluno però (5) mette in dub- 
bio, non avendola mai veduta. 

5. Zilio Casale. — Cotesto Zilio od Egidio, appartenente 
alla nobiltà padovana sino dall'anno 1106, pervenne alle pri- 
marie magistrature ed ai primi onori della sua patria. Fatto 

(1) Scardeone, De antiq. nob. Pat. lib. II, ci. Vili. 

(2) Panciroli, De clar. leg. Interpr. lib. II, cap. LXXIV. 

(3) 1397, Inclict. V. die Lunae., XVII mens. Septemb. Pad. in Comuni 
Palatio. Io. Ludovicus de Lambertonijs et Antonia? de S. Angelo J. U. Doct. 
Commi sarii et Delegati magni etpoten. Doni. Francisci de Carrara..., in causa 
et quaestione Dotis. 

(i) De Gymn. Patav. Syntag. XII. 
(5) Mantova, Epitom. vir. illustr. § 7, 



272 LIBRO IX, CAPO Vili 

professore dello studio legale nell'Università, perla stima che 
egli s'era acquistata presso Francesco I da Carrara signore di 
Padova, congiunse alle fatiche della cattedra le occupazioni del 
Foro (1), nelle quali si esercitò con fama, non solo di elo- 
quenza, ma anche d'integrità, per cui meritò in seguito di 
essere promosso all' ufficio di Censore. L'ebbe il principe Car- 
rarese in tanta stima, che quando, nel 1357, andò a Venezia 
a sottoscrivere gli articoli della pace conchiusa tra quella re- 
pubblica e Lodovico re di Ungheria, volle averlo con sé (2), 
testimonio e quasi direi partecipe degli onori, che gli tributò 
la Serenissima Signoria. Sembra anzi doversi ascrivere ad opera 
di lui, il quale tanto bene avea saputo maneggiare le condi- 
zioni di quella pace, che il re Lodovico, in prova della sua 
gratitudine (com'egli stesso si esprime), segnasse in Buda, a Idi 
5 maggio 1358, un amplissimo diploma, con cui dichiarava di 
prendere sotto la sua reale protezione il Signore da Carrara e 
tutto lo stato di lui, e di reputare proprio nemico chiunque 
in qualsiasi modo lo molestasse. Morì Zilio Casale, a' 19 no- 
vembre 1361 ; checché altri erroneamente ne dicano, e fu se- 
polto nella cattedrale di Padova, con onorifica iscrizione por- 
tata dal Tomasini (3). 

Tra i più distinti professori di medicina, dal signore da 
Carrara Francesco I, stipendiati a servizio della sua Univer- 
sità, ho nominati questi, di cui similmente brevi cenni soggiungo: 

1. Nicolò Santa Sofia. — La cospicua famiglia padovana 
dei Santa Sofia, aggregata nello scorso secolo alla nobiltà della 
repubblica di Venezia, ebbe tra gì' illustri suoi uomini cotesto 
Nicolò, padre di molti altri valorosi coltivatori delle scienze 
mediche (4). Fu maestro di lui, in filosofia- e medicina, il ri- 
nomatissimo Pietro d'Abano, morto il quale, seppe sostenere 
con altri pochi l'onore e la fama di questa Università. Gli tri- 
butano perciò encomj lo Soardeone, il BAccoboni, il Portenari, 
il Papadopoli, il Tiraboschi, il Facciolati. Montò in cattedra a 

(i) Scardcone, De anliq. nob. Pai. lib. II, class. Vili. 

(2) Cortus. ìlisl. lib. XI, cap. X. 

(3) Urb. Pai. Inscript. pag. 4. 

(4) Ved. il Savonarola Michele, De magnif. ornarti, civit. Pad. 



ANNO Ì3BB 273 

dare lozioni, circa l'anno 1311, e ne continuò l'esercizio intorno 
a quarant'anni. La sua iscrizione sepolcrale, eh' è in Duomo, ce 
lo indica morto in sul cadere di maggio dell'anno 1350. Gli si 
attribuiscono quattro opere mediche, le quali finora non sono 
mai comparse alla luce, ed anzi il Colle attesta, non essergli 
mai riuscito di vederle in qualsiasi delle biblioteche di codici 
manoscritti. Queste sue opere sarebbero : un commentario sopra 
V Avicenna; tre libri sulla dieta; due libri sulla cura delle 
febbri pestilenziali ed acute; ed un trattato sul morso della 
vipera e sui senapismi. 

2. Giacomo Doridi. — La famiglia di lui, fu di origine 
cremonese, di là scacciata dall'odio e dal furore dei partiti. 
Venne a stabilirsi in Padova nel 1251, ove nacque Giacomo, 
figlio d' Isacco Dondi, l'anno 1298. Egli di svegliato ingegna 
si applicò agli studii di medicina con sì ardente impegno, che, 
ventenne appena, aveva ottenuto sì alta rinomanza in quella 
scienza, che il municipio di Chioggia lo invitò onorevol- 
mente all' ufficio di medico, nel 1318. Yi condusse con sé la 
famiglia, e tanta stima e benevolenza vi ottenne, che il Co- 
mune stesso, in benemerenza dei servigi prestati per oltre a 
sedici anni, gì' impetrò spontaneamente dal doge Francesco Dan- 
dolo l'onore della veneziana cittadinanza, e n' ebbe il ducale 
diploma il dì 20 febbrajo 1333 more veneto, ossia 1334. — Re- 
duce in Padova, è a dirsi; che gli venisse assegnata cattedra di 
medicina (1) nella pubblica Università. Egli si distinse preci- 
puamente per gli suoi studii medici e chimici sulle acque ter- 
mali di Abano; perciocché, dopo il risorgimento degli studii 
promosso dal principe da Carrara, egli fu il primo che formò 
T idea di estrarre da quelle il sale, di cui sono pregne, e di cui 
suggerì l'uso domestico e medicinale, che si avrebbe potuto 
farne. Anzi fu il primo a trovare ed insegnare il modo di estrarre 
il sale dalle acque delle fontane (2). Ma quanto questa scoperta 
rese celebre il Dondi presso i dotti, altrettanto gli concitò lo 

(1) Disssert. accetti, del vesc. Dondi dall'Orologio. Ved. il Colle, luog* 
cit. , pag. 175 del tom. III. 

(2) Ved. il Portai, Histoire de l'Anotomie, tom. I, ed il cav. Brembilla* 
Slona delle scoperte medico -fìsiche, tom. I. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 18 



274 LIBRO IX, CAPO Vili 

sdegno degl' invividiosi, che lo accusarono presso il sovrano, 
quasi fraudatore dei pubblici diritti nell'abusiva manipolazione 
del sale. Francesco I da Carrara se ne mostrò sdegnato; ma 
Giacomo, per non perdere la benevolenza del principe, abbandonò 
l'impresa, e si diede a scrivere un assai più difficile ed im- 
portante opera di medicina, in cui sotto il titolo &.&£ Aggre- 
gative, compendiò tutte le dottrine mediche, teoriche e pratiche 
ed un corso quasi completo di essa (1). Quest'opera applaudi- 
tissima, che lo rese celebre in Italia e in Germania (2) gli gua- 
dagnò la stima e la benevolenza del Signore di Padova e gli 
meritò un sovrano rescritto del 20 agosto 1355, col quale gli 
venne concesso il diritto esclusivo di estrarre quel sale e di 
commerciarlo liberamente senza imposizione di gabella (3). E per 
giustificarsi vie meglio dalle calunnie degl' invidiosi pubblicò 
un'operetta intitolata: Consideratio Jacobi de Dondis de causa 
salsedinis aquaram, et de modo conficìendi salem ex eis (4). 
È opinione, che l'aggiuntovi sopranome dall'Orologio, gli sia 
derivato dall'essere stato il primo ad inventare gli orologi a 
ruota. V ha chi ne dubita ragionevolmente (5), e pensa piuttosto, 

(1) Fu detta quest'opera V Aggregative del Dondi, probabilmente per 
distinguerla da un'altra simile di Guglielmo da Brescia, la quale porta il 
medesimo titolo. 

(2) Veci, il Savonarola Michele , De magni/, ornam. civit. Paduae. 

(3) N' esiste il rescritto nell'arch. gentilizio dei Dondi dall' Orologio. 

(4) La si trova inserita nell'opera De Balneis, presso il Giunta, 1554. 

(5) Nò soltanto è da dubitarne, ma con tutta franchezza è anzi da 
negarlo ; perciocché ad epoca assai più rimota risale /' invenzione degli oro- 
logi a ruota. Ne trovo infatti la descrizione presso Filone, che visse nel 
primo secolo, e le cui opere, tradotte nel srcolo quinto dal greco in ar- 
meno, videro la pubblica luce nel 1822, coi tipi de' monaci armeni Mechi- 
tariti di san Lazzaro di Venezia. Ivi infatti V orologio a ruota è descritto 
così : « Ecco il valente artefice, con sagace sapienza formando dalla mate- 
« ria del rame un'ingegnosa macchina, dava alla città uno stromento per 
« ripartire il tempo, offerendo così a coloro, che avessero voluto averne 
« una piena cognizione, la quantità del tempo distinta per mezzo di mi- 
« sure, che Io dividevano. L' artificioso giro del circolo per mezzo di re- 
« golari distanze segnava le dodici ore del giorno. » [Phìlonis Opera arm. 
— lat. Venetiis 4822, pag. 21). Ciò smentisce incontrastabilmente e l'opi- 
nione di chi reputò il Dondi inventore degli orologi a ruota, e molto più 



ANNO 1335 275 

che ciò avvenisse, percliò, sotto la direzione di lui (1), Ubertino 
da Carrara abbia fatto erigere nella torre del suo palazzo, 
Tanno 1344, l'orologio (2); ma il primo ad assumere quell'aggiunto 
fu il di lui figlio Giovanni. — Le opere di lui furono: prima di 
ogni altra quella Sul flusso e riflusso del mire, lavorata, a 
quanto pare, negli anni del suo soggiorno in Chioggia ove a 
tutto suo bell'agio potè contemplarne il grandioso fenomeno: 
fu stampata in Venezia nel 1572; — Considerano de causis 
salsedinis aquarum et de modo conficiendi salem: inserita nella 
Raccolta degli scrittori sui bagni, stampata in Yenezia dal 
Giunta nel 1554; — Promptuarium medicinae (3), stampata e 
ristampata più volte in Yenezia; — un Compendio del lessico - 
grammaticale di Uguccione vescovo di Ferrara, di cui, per 
attestazione dello Scardeone, possedeva Giacomo una copia 
manoscritta sino dall'anno 1372. — Tuttociò, che qui esposi; 
T ho compendiato dalla erudita dissertazione del suo lontano 
pronipote Francesco Scipione Dondi dall'Orologio, vescovo di 



l'asserzione di chi disse, non avere scoperto gli Armeni, sino al quinto se- 
colo, vermi mezzo di ripartire il tempo (Menin, Costume di tutti i tempi, 
pag. 489). 

Svaniscono anzi rimpetto a queste notizie dateci da Filone, tutte le 
conghietture, che formarono il professore Gerolamo Ferrari ed altri, circa 
gli orologi a ruote, ignoti, com'egli dice, alla rimota antichità-, « troppo 
« oscuri essendo i cenni che incontransi non solo in Vitruvio, ma in Boezio, 
«in Cassiodoro, nell'iscrizione dell'ab. Pacifico e in altri antichi, per as- 
«sicurarsi, che le costruzioni indicate da essi fossero orologi a ruote, o 
«per rilevarne il meccanismo; ad ogni modo furono essi anteriori a quel- 
l'età, nella quale il nostro Dondi potesse naturalmente averli inventati. » 
(Presso il Colle, pag. 178, toni. III). Le recate parole di Filone escludono 
positivamente qualunque supposizione o conghiettura. 

(1) Gortus. Hist. e Verger, de gentis Carrar. 

(2) L'odierno, ch'esiste sulla pubblica torre della piazza dei Signori, 
non è già quel primo del 1344, checché alcuni n'abbiano detto. L'orologio 
odierno, dietro deliberazione del maggior Consiglio della città del 1423 di 
innalzare quella torre, fu cominciato a lavorare nel 1428 da maestro No- 
vello oriuolajo, e terminato nel 1437 da maestro Giovanni calderajo. 

(3) È anche intitolata: Aggregalor magistri Jacobi de Dondis, in quo 
sunt medicamentorum simplicium et compositorum facultates ex variis scri- 
ptoribus aggregatae. 



276 LIBRO IX, CAPO YIII 

Padova, il quale ne raccolse le notizie dalle carte autentiche- 
dell'archivio domestico; la quale dissertazione esiste stampata 
nel toni. II dei Saggi dell 7 Accademia di Padova. 

3. Giovanni Dondi, figlio di Giacomo, nato a Chioggia 
nel 1318. — Gli encomii, che gli tributarono i contemporanei, 
ce lo mostrano valentissimo in tutte le varie scienze che col- 
tivò. Perciò il Petrarca lo disse Principe dei medici; e 
Michele Savonarola lo intitolò uomo assolutamente divino , 
grande oratore, medico pratico, matematico sommo, non che 
maraviglioso operatore ; e Giovanni Menzini ; suo grande amico 
gli scriveva, che nei tempi idolatrici avrebbe ottenuto templi 
ed altari non men d' Apolline, d'Esculapio, di Bacco, di Cerere 
e delle altre più vantate divinità. Eccone le precise parole : « Se 
«Apolline per la cetra; se Esculapio, se Apollo stesso per la 
« medicina ; se Saturno ; se Bacco, e Cerere per l'agricoltura ; se 
«Vulcano per la , meccanica, se Ostri pel il lino; se Minerva 
« per l'olivo furono tutti questi adorati per Dei; e perchè non 
« avresti a ragion meritato, che i posteri ti adorassero come 
« Divinità ? Tu uomo così religioso, tu così eloquente, tu di 
« un ingegno capace a tutto, tu poeta, astronomo, medico ; 
« talmente che di te dir si potrebbe ciò che si disse di Giulio 
« Cesare, che pare che tu sia nato per quelle cose, alle quali 
« ti applichi, perchè in tutte tu riesci eccellentemente. » — La 
filosofia, la medicina, l'astronomia furono le tre facoltà alle 
quali precipuamente si applicò Giovanni Dondi, e delle quali 
in diversi tempi fu professore. Nel 1350, egli lo era di già; 
nel 1352, passò alla cattedra di astronomia ; nel 1356, a quella 
di medicina; tre anni dopo, insegnò astronomia e medicina 
contemporaneamente sino al 1367, nel qual anno intraprese 
l' insegnamento della logica. La sua rinomanza era tant'alto 
salita, e da per tutta l'Italia e fuori, che andavano a gara 
principi ed università per possederlo. Carlo IV re di Boemia 
ed imperatore di poi, lo volle suo medico familiare, con di- 
ploma dato in Praga a' 12 gennaio 1349, in vista della somma 
dottrina e della venerazione e prove di fedeltà che alla sua 
Maestà avete date. In Venezia nel 1367 fu accolto con sommi 
onori da tutti i dotti, accorsi per corteggiarlo e desiderosi di 



ANNO 1555 277 

udirlo parlare sopra medici argomenti. A Firenze, nell'anno 
stesso, fu invitato a professore in quel pubblico studio, ed 
ottenutane licenza del Signore di Padova, vi si recò e vi si 
trattenne due anni. Eitornato in patria, gli fu addossato P in- 
carico di trattare con altri suoi colleglli per la riforma degli 
statuti del collegio ginnastico di medicina. Nel 1373 fu invi- 
tato da Galeazzo Visconti all' università di Pavia, ove nel 1384 
ebbe in dono dalla munificenza del principe Gian Galeazzo, 
succeduto a Galeazzo, una comoda casa ed un feudo vitalizio, 
che gli fruttava, unitamente allo stipendio ordinario, l'annua 
somma di due mila fiorini d'oro. Nel 1389, in febbraio, morì 
a Genova, ov' era andato per visitare quel doge, Antonio 
Adorno, suo amico. Fu il primo ad aggiungere (come di sopra 
ho notato) al cognome Donai l'altro dell' Orologio, per avere 
immaginato ed eseguito un planetario, di cui non tocca a me il 
dare la descrizione (1) ; la diede egli stesso nel suo libro in- 
titolato Planetarium, esistente originale presso la famiglia. Fu 
Giovanni stretto in amicizia col Petrarca, il quale in una sua 
lettera a Francesco da Siena, lo dice uomo di sì alto e di sì 
penetrante ingegno, che sarebbe salito sino alle stelle, se 
trattenuto non l'avesse la medicina. Egli mi è tanto amico, 
quanto quasi lo sono a me stesso. — Il Petrarca, nel suo te - 
stamento, attribuendogli l'aggiunto dell'Orologio, gli diede 
1' ultima prova della sua amicizia, protestando di doverlo porre 
il primo tra i suoi amici più cari, e lasciandogli un legato 
di cinquanta ducati, acciocché si comperasse un anello da te- 
nere sempre nel dito, in memoria del suo amico. 

4. Gabriele Donali. — Era fratello di Giovanni. Fu me- 
dico valentissimo e profondo filosofo. Benché non sia tra i pro- 
fessori presi da Francesco I da Carrara ad insegnare nell'Uni- 
versità ; pure ne dico alcune parole, perchè di sopra P ho no- 
minato con gli altri Dondi ; padre e fratello, assunti a quel 
magistero. Egli esercitò la medicina in Venezia, ov'era detto 
Ijopocrate redivivo. Neil' esercizio di questa, ammassò ricchezze 



(1) Ved. il Colle, Stor. dello Stud. di Padova, pagina 186 e seg. 
del tom. III. 



278 

sì grandi, che nessun medico ne aveva sino allora raccolto 
altrettante. Dal Savonarola (1) è lodato come medico pratico e 
n' è celebrato singolarmente il sapere nell'astronomia, per cui, 
accortosi dei difetti e dell'inesattezza delle famose tavole del 
re Alfonso, ne fece altre nuove, migliori di assai; e di que- 
ste perciò si valevano anche allora gli astronomi. Morì in Ve- 
nezia nell'anno 1358. 

Di molti altri professori illustri, che fecero onore in que- 
sto secolo XIY alla patria, non mi fermo a parlare, perchè 
lo scopo mio non era, che di dare notizie di quei valentissimi, 
che fiorivano ai giorni di Francesco I da Carrara, e che da lui 
furono preferiti al pubblico insegnamento nella sua Università. 

(1) Presso il Muratori. Rer. Hai Script., tom. XXIV, col. 1166. 



LIBRO X, 



Danni della casa dei da Carrara per le sue dissensioni 
eon la repubblica di Tcucxia dall'anno 135? al 1378. 



CAPO I. 

Francesco da Carrara assiste Lodovico re d'Ungheria 
contro i Veneziani. 

Sino dall' anno 1356, Francesco da Carrara, signore di 
Padova, aveva mostrato particolare propensione verso Lodo- 
vico re d' Ungheria, il quale con ostinata guerra molestava i 
Veneziani nei loro possedimenti del territorio trivigiano. L'un- 
gherese principe voleva costringere con le armi la repubblica 
di Venezia a farsegli tributaria, sotto pretesto, che godrebbe 
tranquilla il possesso della Dalmazia. Ma poiché dall'una parte 
e dall'altra veniva rifiutata qualunque proposizione di accomo- 
damento, Lodovico strinse alleanza col patriarca di Aquileja e 
col duca d'Austria, e fece secreti patteggiamenti con France- 
sco da Carrara, acciocché gli fosse amico e favorevole nelle 
mosse, che stava per fare in queste parti, nel mentre che con 
altre sue truppe ne assediava le città e le terre della Dal- 
mazia. 

Entrato con sedicimila uomini nel Friuli, spinse le sue 
genti nella marca trivigiana. Prese Sacile con tutta facilità, 
e dopo un mese di assedio, si fece padrone di Conegliano. 
Volse allora i suoi tentativi, ma inutilmente; sopra TrevigL 
Per giunta di sventura erano rimaste preda delle fiamme le 
macchine, che le sue genti vi avevano apprestate; ed i feroci 



2S0 

suoi militi, costretti vergognosamente a ritirarsi, s' erano dati 
a scorrere la campagna padovana, recandovi danni considere- 
voli. Francesco da Carrara; tuttoché apparentemente amico 
della repubblica ed obbligato con essa, con patti positivi, a 
starsene in questa guerra inoperoso e neutrale; somministrava 
agli Ungheresi, per occulto trattato di alleanza, vettovaglie ai 
soldati e foraggi ai cavalli. Ma quando quelle schiere disordi- 
nate e selvagge si riversarono sul suo territorio, vietò che loro 
se ne somministrassero in avvenire, sicché per la mancanza 
di viveri incominciò la fame a travagliare l'esercito. Di qua 
sorsero vivi alterchi e si venne anche dall' una e dall' altra 
parte alle mani, ed in fine il Carrarese fu costretto a mante- 
nere i patti del suo trattato secreto. 

Non isfuggì dall'occhio del governo veneziano la slealtà 
di Francesco signore di Padova: ne diede anzi avviso al Se- 
nato il provveditore di armata Marco Giustinian. Fu proposto 
sino d' allora di punirlo ; ma si deliberò di aspettare l' occa- 
sione di farlo senza pericolo e con migliore sicurezza. 

Intanto il re Lodovico aveva levato l' assedio da Trivigi ed 
aveva raccolto alquanti dj' suoi soldati in Conegliano, menando 
seco in Ungheria tutto il resto dell' esercito. Quando France- 
sco da Carrara ciò vide, ritirò anch' egli le guardie che aveva 
collocate ai passi del Brenta e con solenni feste celebrò la li- 
berazione de' suoi popoli da tanti pericoli, che li avevano mi- 
nacciati. Ma i Veneziani, che aspettavano il momento di ven- 
dicarsi dell' infedeltà di lui, richiamarono da Padova il pode- 
stà Marino Morosini ; esiliarono dalle terre della repubblica 
tutti i Padovani, che vi si trovavano ; e vietarono, che fosse 
somministrato il sale ai sudditi del Carrarese; consueta puni- 
zione per frenare l' inopportuna arroganza dei loro molesti vi- 
cini. Ed inoltre mandarono sul territorio padovano Marco Giu- 
stinian, con alquante truppe a molestare quei luoghi con 
violenze e con guasti, siccome paese nemico. 

Nell'assedio di Zara, l'anno seguente, che fu il 1357, 
Francesco da Carrara cooperò anch' egli agi' interessi del re 
Lodovico, mandandogli un considerevole corpo di truppe ad 
ingrossarne 1' esercito. 



ANNO 1357 281 

CAPO IL 

Politica sagace dei Veneziani verso il Carrarese. 

L' infedeltà mostrata dal signore di Padova verso la re- 
pubblica di Venezia, non poteva non tenerlo nell' inquietudine 
circa lo sdegno, che conosceva di avere provocato sopra di sé, 
e che teneva tanto più grave e imminente dacché gli Unghe- 
resi avevano abbandonato il suolo trivigiano; sicché non re- 
stavagii più speranza di assistenza e di difesa, in caso di una 
militare intrapresa della repubblica contro di lui. Sommamente 
perciò ne temeva ; né reputavasi abbastanza protetto dall'essere 
stato nominatamente compreso nel trattato della pace dei Ve- 
neziani col re di Ungheria. Manifestò a questo i suoi timori, 
e nell' anno seguente ottenne anche un diploma, per cui Lodo- 
vico prendeva sotto la sua protezione e lui ed i suoi stati, e 
promettevagli assistenza e difesa contro chiunque avesse osato 
dì molestarlo; e nominatamente contro la repubblica di Ve- 
nezia (1). 

Ma fu ben altra la politica dei Veneziani, benché esacer- 
bati per la sua infedeltà. Narrano infatti i Cortusi (2), che in 
quello stesso mese di maggio, tostochò la repubblica venne in 
cognizione della protezione impartita dal re di Ungheria al 
Carrarese, mandò a Padova due procuratori di san Marco, in 
qualità di ambasciatori ad offerirgli la sua amicizia. Se ne 
compiacque assai Francesco e fece loro infinite dimostrazioni 
di ossequio e di onore; si trattenne con loro a secreti colloqui; 
e finalmente il dì 4 giugno, si pose in viaggio con essi alla 
volta di Venezia, accompagnato da numeroso seguito di nobili 
e cavalieri padovani. E quando s' ebbe notizia, eh' egli stava 
per arrivarvi, gli fu mandato ad accoglierlo sino a Strà 



(1) Il documento n' è portato dal Verri, sotto il num. 1572, ed ha 
la data del 5 maggio 1358. Lo portarono anche i Cortusi [lib. II, cap. 12), 
e il Pappafava nella dissert. Carrarese, p. 158 ; ma con parecchie varianti. 

(2) IlisL lib. XI, cap. 2. 



2S2 LIBRO X, CAPO U 

numeroso stuolo di nobile gioventù veneziana; e di mano in mano, 
eh' egli si avvicinava a Venezia, moltiplicavasi anche il cor- 
teggio delle barchette, che venivano ad incontrarlo e delle 
quali vedovasi maravigliosamente tappezzata l'ampia laguna 
da Fusina alla città. Alla piazza di san Marco, ove approdò, 
lo aspettavano per accoglierlo onorevolmente alquanti de' più 
distinti gentiluomini, i quali lo accompagnarono al palazzo 
ducale. Ivi fu incontrato, alla sommità delle scale, dal doge 
Giovanni Dolfin, che lo distinse con tutti gli onori della du- 
cale dignità ; e poscia, dopo breve colloquio, passò ad alloggio 
in un suo palazzo, contiguo alla chiesa di san Polo. 

Nel giorno seguente, incominciarono le conferenze per gli 
scambievoli affari di Stato. Fa stabilito di ratificare i patti e 
le convenzioni, ch'erano state determinate nei precedenti trat- 
tati. A queste conferenze le due repubbliche avevano deputato 
particolari sindaci: uno per parte di Padova e due per Venezia. 
Per Padova ne sosteneva l' incarico Zilio da Casale, dottore 
delle leggi; e per Venezia i due procuratori di san Marco, 
Pietro Trevisan ed Andrea Contarmi. Ne fu eretto pubblico 
e solenne istromento, in cui tra le altre cose fu convenuto, 
che i Veneziani dovessero somministrare al Comune di Padova 
quanto mai sale avesse chiesto, e fosse poi libero di valersene 
a suo talento. Il documento originale di questa convenzione 
esiste nel libro V de 1 Patti, della Cancelleria secreta della 
repubblica. 

Finché Francesco da Carrara stette a Venezia, mostrossi 
magnifico nella lautezza e sontuosità dei conviti, coi quali 
trattò splendidamente i primarii della nobiltà veneziana, dai 
quali fu in contraccambio colmato, a pubblico nome, di sì 
grandi onori, che gli storici entrarono in sospetto della lealtà 
di questi (1). 

(1) Ved. il Verci, lib. XIV, nella pag. 259 del tom. XIII. 



ANNO 1388 283 

capo ni. 

Testo originale del trattato. 

Soggiungo qui, perciocché, per quanto io sappia, non fu 
mai dato in luce, l'i strumento originale del trattato con chiuso 
tra la repubblica di Yenezia ed il signore di Padova : ed è il 
seguente (1): 

« Composicio de novo facta inter ducale dominium Venec. 
« et dominium ac comune Padue super facto salis de Clugia. 

« In Christi nomine Amen. Anno Nativitatis eiusdem mil- 
« lesimo trecentesimo quinquagesimo octavo. Indictione unde- 
« cima, die septimo mensis Junij. Cum inter illustrem et 
« excelsum dom. dom. lohannem Delphino Dei gracia ducem 
« Yeneciarum et predecessores suos necnon comune et univer- 
« sitatem diete civitatis Yeneciarum ex una parte, et ma- 
« gnificum et potentem dom. Franciscum de Cararia civitatis 
« Padue et districtus prò sacro Romano Imperio Yicarium 
« generalem, ac comune et universitatem diete civitatis Padue 
« ex altera ab aiiquo tempore citra nonnulle differentie orte 
« forent, occasione salis de Clugia, qui conducebatur Paduam 
« et in districtum Paduanum prò usu diete civitatis et distri- 
le ctus. Tandem veniente dicto dom. Francisco personaliter 
« Yenecias et infrascripta a ducali dominio recognoscere volente 
« in gratiam et servicium speciale et prefato d.no duce et 
« comune Yeneciarum velut memoribus sincere diletionis et 
« intime cantati s que fuit inter predecessores suos et comune 
« Yeneciarum et ipsum dom. Franciscum ac patrem et alios 
« precessores suos et que citra deo propitio inter eos prò- 
« pensius in futurum annuentibus benigne requisicionibus suis 
« ad infrascriptas questiones invocata christi gratia concorditer 
« pervenerunt, videlicet quod dictus d.us dux seu nobiles et 
« sapientes viri d.ni Petrus Trevisan et Andreas Contareno 

(1) Cariceli. Secreta, lib. V, Vada, cart. 163 e seg. 



28-1 LIBRO X, CAPO III 

« procurator s.cti Marci honorabiles cives Venetiarum Sindici 
« et procuratores dicti d.ni Ducis et tocius comunis Yenecia- 
« rum ad infrascripta specialiter deputati, sicut constat instru- 
« mento publico confecto manu Eaphayni de Caresinis Imperiali 
« auctoritate notarij et ducatus Yeneciarum scribe in millesimo 
« trecentesimo quinquagesimo octavo. Indictione undecima die 
« sexto mensis Junij a me notario viso et lecto nomine et 
« vice dicti d.ni ducis et comunis Yeneciarum promiserunt et 
« contenti fuerunt predictus d.us Franciscus et successores 
« sui et comune Padue possint emere et emi facere de sale- 
« clugie quantum erit sibi necessari um prò usu civitatis Padue 
« et districtus sicut comuni ter ement alij mercatores solvendo 
« dacia consueta solvi antequam predicte differente emerxis- 
« sent hinc inde et ipsum salem conducere et conduci facere in 
« Paduam et districtum Padue, ac vendere et vendi facere ad 
« sue libitum voluntatis, et simili ter salem quem ipse d.us 
« Franciscus et comune Padue presencialiter habent in campis 
« suis in padua vel districtu possint vendere et vendi facere 
« ad beneplacitum suum et quod si per ipsum d.num Franci- 
« scum et successores suos ac comune Padue prohiberetur quod 
« alius sai qui emptus vel emendus prò eo successoribus suis 
« ac comuni Padue in Clugia non posse conduci in Paduam 
« et districtum prò usu diete civitatis Padue et districtus non 
« intelligatur in aliquo contrafieri aliquibus pactis hinc inde 
« existentibus. Et clictus d.us Franciscus seu sapientes et cir- 
« cumspecti viri d.ni Jacobus de sairta Cruce legum doctor 
« procurator predicti magnifici et potentis d.ni Francisci de 
« Carrara, et Angelus de Casali legum docto^ de padua sindi- 
« cus et procurator comunis Padue, sicut constat publicis in- 
« strumentis scriptis manu Petri notarii quondam d.ni Pauli 
« de Yadozuchi in millesimo trecentesimo quinquagesimo octavo. 
« Indictione undecima, die Yeneris primo et die Martis quinto 
« mensis Junij a me notario visis et lectis et sindicario nomine 
« tocius dicti comunis et universitatis Padue ad infrascripta 
« specialiter constituti, nomine et vice dicti d.ni Francisci et 
« successorum suorum ac comunis Padue ; soleniter promiserunt, 
« quod nullo unquam tempore per ipsum d.num Franciscum et 



ANNO 13 r J8 285 

« successore^ suos et comune Padue accipietur vel rccipietur 
« aut permittetur seu assencietur quod recipiatur per se vel 
« alios directe vel indirocte sai prò usu diete civitatis Padue 
« et districtus tocius aliunde vel de aliqua parte mundi quam 
« de Gingia. Et insuper quod quicunque d.us dux et comune 
« Veneciarum facient aliquam prohibitionem de sale suo, quod 
« non possit conduci ad aliquas terras et loca cum quibus 
« haberent guerram vel dissensiones. tunc d.nus Franciscus et 
« sui successores et comune Padue teneantur et debeant simi- 
« liter facere prohibitiones et bannum, et ordinare cum effectu 
« quod de Padua vel districtu vel per Paduam vel districtum 
« non portetur vel conducatur modo aliquo seu forma sub 
« aliquo velamine vel colore directe vel indirecte sai ad partes 
« predictas prohibitas. Per predicta autem vel aliquod predi- 
« ctorum non intelligatur derogatimi pactis que partes habe- 
« rent invicem in aliis omnibus contentis in eis nisi in quan- 
« tum continent modificationes presentis contractus. Que omnia 
« et singula diete partes et predicti sindici nominibus quibus 
« supra promittunt solenibus stipulationibus hinc inde inter- 
« venientibus sint perpetuo firma et rata et attendere ac ser- 
« vare et servari facere bona fide sine fraude, et non contra- 
« venire per se vel per alios directe vel indirecte aliquo modo 
« vel forma de jure vel de facto, sub pena decem mille duca- 
« torum soleni stipulatone promissa in singulis capitulis huius 
« contractus. tociens conmittenda et exigenda per partem ob- 
« servantem ; a non observante quociens fuerit contrafactum. Pa- 
« ctis niliilominus manentibus omnibus et singulis supradictis. 
« Pro quibus fuerint observandis obligantur sibi invicem sinda- 
« carum et procuratorum nominibus quibus supra, bona omnia 
« omnium quorum sunt procuratoros et sindici presentia et fu- 
« tura. Et in maiorem evidenciam promissorum juraverunt in 
« animabus predictorum quorum sunt syndici et procuratores 
« ita attendere et servare et attendi et servari facere prout 
« superius est notatum. Ad sancta Dei Evangelia corporaliter 
« tactis scripturis. Eenunciantes per pactum expressum omni- 
« bus exemptionibus, defensionibus, allegacionibus ; consuetudi- 
« nibus, statutis et aliis quibuscumque per que contra predicta 



2S6 LIBRO X, CAPO III 

« possent aliqualiter se tueri. Actum Venecijs in Ecclesia sancti 
« Nicolay de palatio. Presentibus Reverendo in x.po patre d.no 
« Fratre Johanni Dei gratia E.po Bugdien ordinis fratrum Mi- 
« norum, sapiente et circumspecto viro D.no Beneintendi de 
« . . . . , honorabili Canzellario ducatus Veneti, necnon nobilibus vi- 
« ris dominis Jacobo Nani quondam d.ni Johannis de contracta 
« sancti Leonardi de Venetiis, Landò Lombardo quondam d.ni 
« Rolandi de contrada s.ci Yeremie de Venetiis, Georgio Baffo 
« quondam ser Marci de contrata sancte Marie Maddalena de 
«Venetiis, Mapheo de Musto quondam d.ni Marci de contrata N 
« sancti Pauli, ser Nicolao Voya quondam ser Thomasini de 
« contracta sancte Marie Formose de Venetiis, discretis viris 
« ser Carentano quondam d.ni Marci do Carentanis de Padua 
« de contrata s.ci Petri, et magistro Albertino quondam do- 
« mini Jacobi de Padua de contrata porte Thadorum. » 

L. S. Ego Stephanus Giera Imperiali auctoritate Judex 
ordinarius et Notarius , ac ducatus Veneciar. 
scriba, predictis omnibus et singulis presens fui 
et rogatus a dictis partibus una cum Petro quon- 
dam d.ni Pauli de Vadozuchi Imperiali auctori- 
tate notarius qui similiter debuit conficere et con- 
fecit simile Instrumentum de promissis, scripsi 
et in hanc publicam formam redegi. Signumque 
meum apposui consuetum in testimonium pre- 
missorum. 



(1) Sindicatus comunis Padue factus in personam d.ni 
Zigli de Casali legum doctoris prò facto salis 
de Clugia. 

« In Xpi nomine. Anno eiusdem Nativitatis millesimo tre- 
« centesimo quinquagesimo octavo. Indictione undecima, die 
« Veneris primo mensis Junij. Padue in Comuni Palatio super 

(1) A cari 163 « tergo. 



ANNO 1358 287 

« sala magna ubi fiunt Consilia magna Civitatis Paduc. Pre- 
« sentibus sei* Potrò Notano quondam d.ni Boni do Sancto 
« Georgio de Padua de contrata Puthei mendosi. Ser Hen- 
« rico Notario quondam domini Franzoni de Burgo Eieho de 
« Padua de contrata sancti Thomei, Johanne quondam Ba- 
« ste de contrata Prativallis. Oliverio quondam Bettini de con- 
« trata Burginovi favalissorum. Marcio Eubeo quondam Nicolai 
« de contrata omnium sanctorum. Paulo quondam Laurencii de 
« contrata Euthene et Andrea quondam Zilii de dieta contrata 
« omnium sanctorum preconibus comunis Padue omnibus te- 
« stibus ad infrascripta rogatis specialiter et vocatis et aliis. 
« Sapiens et discretus vir d.ns Ambroxius de Campeis de 
« prima legum doctor, Judex et Yicarius nobilis et potentis 
« niilitis d.ni Iohannis de Manfredis de Eegio, Civitatis Padue 
« honorabilis potestatis, in hac parte prò evidenti et manifesta 
« causa, propter ipsius d.ni potestatis infirmitatem Vicesgerens 
« et locumtenens prò ipso d.no potestate. In pieno et generali 
« Consilio Comunis et hominum Civitatis Padue, voce preconia, 
« ad sonum campane more et loco solito congregato. In quo 
« quidem Consilio interfuit numerus sufficiens consiliariorum 
« diete Civitatis Padue una cura, dominis Ancianis comunancie 
« et Gastaldionibus fratalearum diete Civitatis Padue et populi 
« paduani ac ipsis consiliarijs in dicto Consilio existentibus et 
« ipsi domini Anciani et Consiliari)' predicti una cum ipso d.no 
« Ambroxio et eius auctoritate prò se et successoribus suis, 
« ac nomine et vice Comunis Padue omni modo, iure, forma et 
« causa quibus melius potuerunt, fecerunt, constituerunt et or- 
« dinaverunt suum et dicti comunis Padue certuni nuncium, 
« actorem, procuratorem, sindicum et negociorum gestorem et 
« quicquid amplius dici potest, sapientem virum d.num Ziglum 
« de Casali legum doctorem, civem paduanum de contrata pa- 
« rentie presentem et mandatum sponte suscipientem in omni- 
« bus causis et litibus dictorum d.ni Ambroxii, Ancianorum, 
« Gastaldionum et Consiliariorum dicti Comunis Padue, pre- 
« sentibus et futuris. Et specialiter ad tractandum, convenien- 
« dum transigendum, et paciscendum ac tractatus, conventiones, 
« transactiones et pacta faciendum, complendum et firmandum 



288 LIBRO X, CAPO III 

« cuna excelso ac Magnifico d.no d.no Iolianne Delphyno, dei 
« gratia duce Veneciarum Illustre etc. uec non cum comuni 
« diete Civitatis Venetiarum, scilicet cum procuratoribus et 
« sindicis dictorum d.ni Ducis et comunis Veneciarum et quo- 
« libet eorum super quibuscumque differeneijs que fuerunt, sunt, 
« vel esse viderentur inter prefatos d.nos Ambroxium, Ancia- 
« nos et Gastaldiones comunis Padue et ipsum comune Padue 
« ex una parte et prefatum d.num ducem et comune Venecia- 
« rum et altera, occasione salis Clugie emendi per predictos 
« et comune Padue, seu per nuncios ipsorum et comunis Pa- 
« due, et ad Civitatem et districtum Padue conducendi prò usu 
« diete Civitatis Padue et Districtus sub quibuscumque modis 
« et formis qui et que eidem sindico et procuratori videbuntur. 
«Et ad faciendum d.no d.no Duci et Comuni Veneciarum, seu 
« sindicis procurateribus et nuneijs suis et cuilibet eorum 
« omnem promissionem et cautellam que necessaria fuerit et 
« que dictis syndicis et procuratoribus d.ni ducis et Comunis 
« Veneciarum vel alter eorum videbit, causa et occasione salis 
« Clugie suprascripti. Et ad iurandum in animabus dictorum 
« dominorum Ambrosij, Ancianorum, Gastaldionum et singula- 
« rum personarum dicti comunis Padue. Et ad obligandum 
« omnia bona ipsorum dominorum Ancianorum Gastaldionum 
« et Comunis Padue prò perpetua observacione eorum que dicto 
« nomine duxerit promittenda. Et e contra ad recipiendum no- 
« mine et vice dominorum dominorum. Ambroxij, Ancianorum 
« et Gastaldionum comunis Padue a prefato d.no duce et co- 
« munì Veneciarum, seu a sindicis et procuratoribus suis et 
« quolibet eorum, omnem promissionem, juramentum, obbliga- 
« tionem et cautellam necessariam, causa et occasione predicti 
« salis Clugie et perpetua observatione eorum que suprascripti 
« d.ni Dux et comune Veneciarum seu procuratores et sindici 
« eorum promittunt. Cartas quascumque necessarias rogandum, 
« faciendum et recipiendum, cum stipulationibus, renunciacioni- 
« bus, promissionibus, penarum adiectionibus, cauteli: s et clau- 
« sulis opportunis. Et generaliter ad omnia alia et singula fa- 
« ciendum, procurandum et complendum, que in predictis et 
« singulis et in dependentibus et connexis ac prorsus extraneis 



INNO 1358 289 

« necessaria fuerint et opportuna et que tlicto sindico et procu- 
« ratore die tornili d.norum Ambroxij, Ancianorum, Uastakfio- 
« num coinunis Padue videbuntur, et que ipsimet et comune 
« Padue facere possent si adessent, dantos et concedentes su- 
« prascripto sindico et procuratori suo in predictis et in de- 
« pendentibus et connexis et prorsus extraneis, plenum, libe- 
« rum et generale mandatum, administracionein et potestatem. 
« Et promittentes michi Notano iufrascripto tainquam publice 
« persone stipulanti et recipienti nomine et vice cuiuscumque 
« interest vel interesse posset, firma, rata et grata perpetuo 
« habere, tenere, attendere, observare et adimplere quecumque 
« dictus suus sindicus et procurator in predictis et omnia pre- 
« dieta, facienda et promit tenda duxerit, et non contrafacere 
« vel venire, sub obligacione omnium bonorum dicti comuni 
« Padue. » 

L. S. Ego Petrus quondam domini Panli de Vadozuchi Im- 
periali Auctoritate notarius civis et habitator Pa- 
due in quarte rio domi et centenario in contrata 
Conchariole hijs omnibus interfui, et rogatus hec 
scrissi. 

Sindacatus d.ni Francisci de Carraria domini Padue 
etc. in personam d.ni Jacobi de sancta Cruce 
legum doctorem et Vicarium dicti domini (1). 

« In Xpi nomine. Anno eiusdem nativitatis, millesimo tre- 
« centesimo quinquagesimo octavo. Indie tione undecima, die 
« Martis quinto Junij, Venet. super platea s.ci Marci. Presen- 
« tibus nobili milite d.no Petro Baduario de Venecia de contrata 
« s.ci Stephani (2), nobili et sapiente viro d.no Jacomello filio 
« incliti et excelsi d.ni d.ni Johannis Delphyno Dei gratia Ve- 
« neciarum ducis. nobili milite d.no Zanino condam nobilis 
« militis d.ni Philippi de Praga de Padua de contrata sancti 

(1) Nella cari. 164. 

(2) Santo Stefano prete, volgarmente detto San Stiri. 

Cappelletti. Storia di Padova I. 19 



290 LIBRO X, CAPO 111 

« Andree, nobili milite d.no Marco Cornano de Venecijs de 
« contrata sancti Felicis, nobilibus et sapientibus viris domi- 
« nis Bernardo Justiniano de' Venecijs honorabile procuratore 
« s.ci Marci de contrata s.ci Marci, et Mapheo filio d.ni Ni- 
« colai Contareno de Venecijs de Padua de contrata sancti Pan- 
« taleonis, omnibus testibus vocatis ad hec specialiter roga- 
« tis, et aliis. — Magnificus et potens d.nus d.nus Franciscus 
«de Carraria prò sacro Romano Imperio Civitatis Padue et 
« districtus Vicarius generalis, omni modo jure et forma quibus 
« melius potuit, fecit, constituit et ordinavit suum certuni nun- 
« cium, doctorem, procuratorem, et negociorum gestorem et que- 
« cumque melius dici petest Sapiente ni Virimi d.num Jacobum 
« a sancta Cruce legum doctorem civem et habitatorem Padue 
« in contrata Domi, presenterà et mandatimi sponte suscipien- 
«tem in omnibus causis et litibus prefati domini presentibus 
« et futuris, et specialiter ad tractandum, conveniendum, transi- 
« gendum et paciscendum, ac tractatus, conventiones, transa- 
« ctiones et pacta faciendum, complendum et firmandum cum 
« Excelso et Magnifico d.no d.no Jolianne Delphyno Dei gracia 
« duce Veneciarum inclito, nec non cum dicto Comuni Civitatis 
« Veneciarum, seu cum procuratoribus et sindicis prefati d.ni 
«Ducis et Comunis Veneciarum et quolibet eorum super qui- 
« buscumque differencijs, que fuerunt, sunt, vel esse viderentur 
«inter prefatum dominum Ducem et Comune Veneciarum ex 
« una parte, et ipsum d.num Franciscum et Comune Padue ex 
«altera, occasione salis Clugie emendi per dictos dominum 
« Franciscum et Comune Padue seu per nuncios ipsorum d.ni 
«Francisci et Comunis, et ad civitatem et districtum Padue 
«conducendi prò usu diete civitatis Padue et districtus, sub 
« quibuscumque modis et formis qui et que eidem procuratori 
«videbuntur. Et ad faciendum dicto domino Duci et Comuni 
« Veneciarum, seu sindicis, procuratoribus et nuneijs suis et cui- 
« libet eorum omnem promissionem et cautellam que necessaria 
« fuerit, et que dicto procurateri prefati domini Francisci vide- 
« bitur causa et occasione salis Clugie suprascripti. Et ad ju- 
« randum in animam ipsius domini Francisci, et ad obligandum 
«omnia bona sua prò perpetua observatione eorum que dicto 



ANNO 1358 291 

«nomine duxerit promittenda. Et econverso ad rccipiendum. 
«nomine et vice prefati d.ni Prancisci a dicto d.no Duce et 
« Comuni Veneciarum, seu a sindicis et procuratoribus suis et 
«cuiuslibet eorum omnes promissionem, juramentum, obliga- 
«tionem et cautellam necessariam causa et occasione predicti 
« salis Clugie et perpetua observatione eorum que suprascriptus 
« d.nus Dux et Comune Veneciarum, seu procuratores et sindici 
«eorum et cuiuslibet eorum promiserint. Cartas quascumque 
« necessarias rogandum faciendum et recipiendum cu in stipula- 
« tionibus, renunciationibus, promissionibus, penarum adiectio- 
« ni bus, cautellis et clausulis opportunis. Et generaliter ad 
« omnia alia et singula faciendum, procurandum et complendum 
« que in predictis et singulis et in dependentibus et connexis ac 
« prorsus extraneis necessaria fuerint et opportuna et que dicto 
« procuratori dicti domini Francisci videbuntur et que ipsemet 
«dominus Franciscus facere posset si adesset. Dans et conce- 
«dens suprascripto suo procuratori in predictis et circa pre- 
« dieta et in dependentibus et connexis et prorsus extraneis 
« plenum, liberum, et generale mandatimi, administrationem 
« et potestatem. Et promittens michi notario infrascripto, tam- 
« quam publice persone stipulanti et recipienti nomine et vice 
« cuiuscumque interest vel interesse posset firma rata et grata 
«perpetuo tempore tenere, attendere, observare et adimplere 
«quecumque dictus suus procurator in predictis et circa pre- 
« dieta, faciencla et promittenda duxerit, et non contrafacere 
«vel venire sub obligatione omnium suorum bonorum. 

L. S. Ego Petrus condam d.ni Pauli de Vadozuchi Impe- 
riali auctoritate et prefati domini Notarium, ci- 
vis et habilalor Padue in Quarterio Domi et Cen- 
tenario, in contrata Condiamole, hijs omnibus 
inlerfui et rogatus sciHpsi. 



292 LIBRO X, CAPO III 



Sindicatas d.nt Ducis et comunis Veneciarum prò 
concordio scripto cum domino et comuni Padue 
super facto Salis Gingie (1). 

« In Christi nomine Amen. Anno nativitatis eiusdem mille- 
simo trecentesimo quinquagesimo octavo. Indictione undecima, 
die sexto mensis Junij. Excelsus et magnificus dominus doini- 
nus Johannes Delphyno, Dei gratia Dux Yenetiarum etc. una 
cum suis consiliis min. Kogator. et XL. ad infrarcripta et alia 
exercendi specialiter deputati s, et ad sonimi campane et voce 
preconia, more solito congregatis et ipsa Consilia una cum 
d.no d.no Duce per se et suceessoribus suis, ac nomine et vice 
comunis Yenetiarum, omni modo, jure, forma et quibus melius 
potuerunt, fecerunt constituerunt et ordinaverunt suos et elicti 
comunis Yenetiarum certos nuntios, actores, procuratores, syn- 
dicos et negociorum gestores et quecumque amplius dici potest, 
nobiles et sapientes viros dominos Petrutn Trevisan et An- 
dream Contarenum procuratores sancti Marci honorabiles cives 
Yenetiarum, absentes tamquam presentes et utrumque eorum 
in solidum. Ita quod non sit melior condicio occupantis et quod 
unus eorum incepit alter possit prosequi et finire. In omnibus 
causi s et litibus dictorum domini Ducis et Comunis Yenetia- 
rum pres3ntibus et fnturis et specialiter ad tractandum, con- 
veniendum, transiendum et paciscendum ac tractatus, conven- 
tiones transactiones et pacta faciendum, complendum et fìr- 
mandum cum magnifico et potenti d.no Francisco de Carraria, 
prò imperiali maiestate Eomanorum civitatis Padue et distri- 
ctus Yicario generali, nec non cum comuni diete civitatis Padue 
seu cum procuratoribus et sindicis dictorum d.ni Yicarij et co- 
munis, et quolibet eorum super quibuscumque differentijs que 
fuerunt, sunt vel esse videntur inter prefatum d.num Ducem 
et Comune Yenetiarum ex una parte et suprascriptos d.num 
Yicarium et comune Padue ex altera, occasione salis Clugie 
emendi per dictos d.num Yicarium et comune Padue seu per 

(!) Nella stessa carta 164, a tergo. 



ANNO 1388 293 

nuntios ipsorum d.ni Vicari] et Comunis, et ad Ciyitatem et 
districtum Paclue conducendi prò usu diete Civitatis Padue et 
districtus. Sub quibuscumque modis et forrnis qui et que eisdem 
Sindicis et procuratoribus voi alteri eorum videbuntur. Et ad 
faciendum dictis domino Vicario et comuni Padue, seu syndicis 
procuratoribus et nuntijs suis et cujuslibet eorum omnem pro- 
missi onera et cautellam que necessaria fuerit et que dictis syn- 
dicis et procuratoribus d.ni Ducis et comunis Venetiarum vel 
alteri eorum videbitur. Causa et occasione salis Gingie supra- 
scripti. Et ad jurandum in animabus eorum d.ni Ducis et syn- 
gularium personarum comunis Venetiarum, et obligandum omnia 
bona ipsorum d.ni Ducis et comunis Venetiarum prò perpetua 
observatione eorum que dicto nomine duxerint promittenda. Et 
econverso ad recipiendum nomine et vice d.ni Ducis et Comunis 
Venetiarum a suprascriptis d.no Vicario et comuni Padue seu 
a syndicis et procuratoribus suis et cujuslibet eorum omnem 
promissionein, juramentum, obligationem et cautelam neces- 
sariam causa et occasione predicti salis Clugie et prò per- 
petua observatione eorum que supracripti d.nus Vicarius et co- 
mune Padue seu procuratores et syndici eorum et cujuslibet 
eorum promiserint. Cartas quascumque necessarias rogandi, 
faciendi, et recipiendi, cum stipulationibus, renunciationibus et 
promissionibus, penarum adiectionibus, cautelis et clausulis op- 
portunis. Et generaliter ad omnia alia et singula faciendum, 
procurandum, et complendum, que in predictis et singulis et 
in dependentibus et connexis ac prorsus extraneis necessaria 
fuerint et opportuna, et que dictis syndicis et procuratoribus 
domini ducis et comunis Venetiarum vel alteri eorum vide- 
buntur et que ipsimet dominus dux Consilia et comune Vene- 
tiarum facere possent si adessent Dantes et concedentes su- 
prascriptis syndicis et procuratoribus suis et cuilibet eorum in 
predictis et circa predicta, et in dependentibus et connexis et 
prorsus extraneis plenum libitum et generale mandatum, ad- 
ministrationem et potestatem. Et promittentes michi notario 
infrascripto tamquem publice persone stipulanti et recipienti 
nomine et vice cuiuscumque interest vel interesse posset firma, 
rata et grata perpetuo habere, tenere, attendere, observare et 



294: LIBRO X, CAPO IV 

inviolabiliter adimplere quecunique dicti sui syndici et procu- 
ratores et quilibet eorum in predictis et circa predicta et in 
dependentibus et connexis ac prorsus extraneis facienda et 
promittenda duxerint, et non contrafacere vel contravenire, sub 
obligatione omnium bonorum comunis Venetiarum. Actum Ve- 
netijs in ducali palatio presentibus sapiente viro d.no Benin- 
tendi de Ravignanis Cancellano. Venetiarum ac providis viris 
ser Amadeo de Bonguadagnis et ser Stephano Ciera, notariis 
ducatus Venetiarum testibus ibi vocatis specialiter et rogatis 
et alijs. In premissorum autem fidem et evidentiam pleniorem 
suprascriptus d.ns dux presentem syndacatum fieri mandavit 
et bulla ipsius plumbea pendente muniri. » 

L. S. Ego Raphaymis de Caresinis, publicus Imperiali au- 
ctoritate notarius, ac ducatus Venetiarum, scriba, 
predictis interfui et ea de mandato prefati incliti 
d.ni d.ni Bucis Rogatus scripsi. 



CAPO IV. 

Violazione del trattato, per parte di Francesco 
signore di Padova. 

Fu di brevissima durata quell'accomodamento, perchè, seb- 
bene fosse leale la condotta della repubblica di Venezia verso 
Francesco da Carrara, non lo era del pari l'intenzione di lui 
nell' obbligarsi ai patti di quel trattato. E la repubblica, la 
quale agiva lealmente, ne presagiva l'infelice esito, ben consa- 
pevole dell'indole volubile ed arrogante di lui. Egli non avrebbe 
dovuto dimenticarsi giammai, di essere debitore del ristabili- 
mento suo e della sua Casa alla generosità di quella. Ma la- 
gratitudine alligna di rado negli animi dominati dall'ambizione. 
Francesco era uno di que' principi, i quali altra felicità non 
conoscono, che noli' ingrandirsi, nò soffrono superiori a sé nella 
possanza i loro vicini. Perciò, invece di conservarsi amico dei 
Veneziani e formarseli appoggio alla propria esistenza, li 



ANNO 4358 295 

guardava con occhio di gelosia, o cercava ogni modo per 
prevenire qualunque anche immaginaria molestia; cho da loro 
avesse potuto mai derivargli. Egli, fissando gli occhi nel- 
l'avvenire, ed insospettito della veneziana possanza, eresse due 
fortezze a difesa del suo territorio: una sul canale del Bac- 
chigliene, che conduce a Chioggia; ed una sul canale del Brenta, 
che va a Venezia. Nominò Castelcarro la prima, e Portonuovo 
la seconda; ed aperse in ambedue mercato, con vicendevoli 
franchigie, ogni sabbato ai venditori e compratori sì terrazani 
che veneti. Il cronista veneziano Marco Barbaro le indicò coi 
nomi, che tuttora quei luoghi conservano; cioè Castellaro e 
Oriago. 

Ma la repubblica di Venezia, fosse per le vecchie discordie 
col Carrarese, ovvero fosse perchè da quelle fortificazioni te- 
messe veramente un qualche danno per sé, contrappose in 
sant' Diario di Fnsina un castello, verso i confini del terri- 
torio padovano. Francesco da Carrara accampò diritto di pa- 
dronanza sul suolo, sul quale piantavano i Veneziani quel pro- 
pugnacolo: ma le sue rimostranze non ebbero alcun effetto. 
Temendo perciò di dover forse soffrire molestie nella sua stessa 
città, si affrettò ad intraprendere dispendiosi lavori di valida 
difesa. Ricinse Padova di solide fortificazioni, piantò una rocca 
a porta Saracinesca presso la torre di Eccelino; e ne rizzò 
un'altra esagona a porta Santa Croce; ricostrusse alcuni tratti 
delle muraglie della città, ed altri ne racconciò. Eresse due 
torri a Piove di Sacco, e le munì di fosse e di argini. Questi 
dispendiosi lavori suscitarono gravi lagnanze nei sudditi, che 
ne portavano il peso, divenuto loro pressoché insopportabile. 
E quei lavori non furono condotti a compimento sì presto: 
andarono in lungo più di quattro anni. 

Mentre di queste cose occupavasi, mandò Francesco am- 
basciatori a Venezia, protestando contro l'erezione del castello 
di Sant' Ilario di Fusina e chiedendone a quel governo ragione. 
Per tutta risposta, il Senato fece intimare a questi inviati, 
che partissero immediatamente da Venezia e dal territorio ve- 
neziano, sotto pena di morte. La fierezza di questa intima- 
zione e l'energia di chi avrebbe saputo effettuarne la minaccia, 



296 LIBRO X, CAPO V 

posero Francesco da Carrara nella deliberazione di non dover- 
sela prendere a giuoco; e malgrado la sua innata albagia si 
piegò ad implorare pace, e la ottenne, alle condizioni per al- 
tro espresse nel relativo trattato, che qui soggiungo, copiato 
dall'originale, esistente nei libri della Cancelleria ducale (1). 



CAPO V. 

Testo originale del trattato. 

« Composìtio cum d.no Francisco de Carraria d.no Padue et 
super differentijs S.cti Illarij et Clugie. 

In Xpi nomine Amen. Anno eiusdem nativitatis millesimo 
trecentesimo sexagesimo tercio. Indictione prima, die sexto 
mensis Julij. Ibique sapiens et circumspectus vir d.nus Benin- 
tendi de Eavignanis, honorabilis cancellarius Yenetiarum sin- 
dicus et procurator excelsi et illustris d.ni d.ni Laurentii Celsi, 
dei gratia incliti ducis Venetiarum etc. et Comunis et hominum 
Civitatis Yenetiarum, ad infrascripta omnia et singula exer- 
cenda et complenda specialiter constitutus ut constat publico 
instrumento sui sindicatus scripto manu mei Raphayni de Ca- 
resinis notarius infrascripti, dictis anno, Indictione, mense et 
die. Sindicario et proprio nomine scripto, ex una parte. Et no- 
biles viri d.ni Johannes de Praga miles, Fruzerinus de Capi- 
te vace. et Alexander de Yenturino Juris peritus, procuratore s 
et sindici magnifici et potentis d.ni d.ni Francisci de Carraria 
prò imperiali maiestate Romanorum civitatis Padue et distri- 
ctus Yicarius generalis, agentis prò se et prò comuni Padue, 
Pro quo quidem comuni Padue promiserunt dicto nomine, de 
rato et rati habitione ad infrascripta omnia et singula exer- 
cenda et complenda specialiter constituti, ut constat predicto 
instrurnento # scripto manu infrascripti Bartholomei Yancerij, 
suprascriptis anno et Indictione et die vero Dominico, secundo 
mensis Julij, a me notario infrascripto viso et lecto, Sindicario 

(1) Paola Uh. Y, cart. 1G9. 



ANNO 13U8 — 13C3 297 

et procuratorio nomine suprasòripto, ox parte altera, sponte 
et ex certa soientia, et non per errorem. Supra quibusdam 
alterationibus et differentiis ortis hinc inde ad infrascriptam 
composi tionem, transactionem et pactuin, Christi gratia invo- 
cata, concorditer devenerunt. Videlicet, quod predictus d.ns et 
comune Padue debent revocare oinnes processus factos contra 
quosdain fìdeles et subditos d.ni d.ni Ducis, qui iverunt ad ca- 
piendum quemdain hominem super insula sanctorum Illarij et 
Benedicti. Et ipsos facere cancellari, infra octo dies proximos. 
Et infra dictum terminimi, ducale dominium revocet et faciat 
cancellari processum factum per dictum dominium contra di- 
ctum hominem captum. Et quod insula sanctorum Illarij et 
Benedicti usque ad taiatam seu foveam, et loca ab inde citra 
libere remaneant ad jurisdictionem comunis Venetiarum. Et a 
taiata seu fovea libere remaneant ad jurisdictionem comunis 
Paclue. Ita tamen quod in dieta insula sanctorum Illarij et 
Benedicti per comune Venetiarum nunquam possit fieri aliqua 
fortilicia ullo modo. Et ab ipsa taiata ulterius usque ad locum 
ubi d.nus Ubertinus de Carraria traxit custodes prò comune 
Padue, nunquam possit fieri aliqua fortalicia ullo modo. Et ta- 
iata seu fovea sit comunis utriusque partis. De facto novitatum 
que fuerunt facte hinc inde in partibus Clugie cesset omnis 
questio et res stent ut sunt usque ad centum annos sine pre- 
iudicio iuris partium. Ita quod quotiescumque indebite factum 
esset vel fieret per aliquam partium nunquam possit in favo- 
rem vel damnum juris partium allegari. Et predicta omnia 
et singula suprascripti syndici, et procura tores utriusque 
partis nominibus suprascriptis promiserunt sibi vicissim una 
pars alteri et altera alteri per solennem stipulationem hinc 
inde intervenientes attendere, observare et effìcaciter adimplere 
et non contrafacere vel venire aliqua ratione vel causa, de iure 
vel de facto, modo aliquo vel ingenio, sub pena clucatorum 
triginta millium auri. Refectionis danariorum, expensarum et 
interesse litis etc. totiens comittenda et exigenda, quotiens fuerit 
contrafactum, solveuda a parte non observante et applicanda 
parti observanti vel observare volenti. Qua quidem pena soluta 
vel non soluta, presens contractus et omnia et singula in eo 



29S LIBRO X, CAPO Y 

contenta firma perdurent et debeant a partibus inviolabiliter 
observari. Pro quibus omnibus et singulis suprascriptis et in- 
frascriptis inviolabiliter attendendis et firmiter observandis, 
suprascriptus dominus Benintendi cancellarius et syndicus su- 
prascriptus, sindicario et proprio nomine dicti domini Dueis et 
comunis Venetiarum obligavit omnia bona comunis et nomi- 
nimi Venetiarum mobilia et immobilia presentia et futura eis- 
dem syndicis et procuratoribus domini Padue stipulantibus et 
recipientibus nominibus suprascriptis. Et dicti domini Johannes 
de Praga miles, Frizerinus de Capite vace, et Alexander de~ 
Venturino juris peritus, sindici procuratores ac sindicario et 
procuratorio nomine dicti domini Padue obligarunt omnia bona 
dicti comunis et hominum civitatis Padue mobilia et immobilia 
presentia et futura, eidem syndico et procuratori prefati d.ni 
Ducis et Comunis Venetiarum stipulanti et recipienti nomine 
suprascripto. Ita et taliter quod ipse magnifìcus dominus Padue 
et eius bona prò predictis omnibus et singulis attendendis et 
observandis, ita sit obligatus et obligata super que alij cives 
civitatis Padue et eorum bona se una pars prò altera et altera 
prò altera, dictis nominibus constituit precario possidere. Ce- 
terum suprascripti Sindici et procuratores prefati domini Padue, 
nomine suprascripto promiserunt sub pena et obligatione pre- 
dieta eidem Sindico et procuratori d.ni ducis et comunis Ve- 
netiarum stipulanti et recipienti nomine suprascripto, quod 
usque octo dies proxime venturos Comune Padue cum solenni- 
tatibus opportunis, ratificabit, approbabit et confirmabit per 
publicum instrumentum omnia et singula in presenti contra- 
ctu contenta. Pro observatione autem omnium et singulorum in 
presenti contractu contentorum, suprascriptus dominus Benin- 
tendi cancellarius et sindicus ac sindacario et procuratorio 
nomine suprascripto in animabus prefati illustris domini Ducis 
et singularium personarum Comunis Venetiarum. Et similiter 
suprascripti domini Johannes de Praga miles, Fragerinus de 
Capite vace, et Alexander de Venturino sindici et procuratores 
ac sindicario et procuratorio nomine suprascripto in animabus 
predirti domini et singularium personarum Comunis Padue ad 
Sancta Dei evangelia, tactis sacrosanctis scripturis corporaliter 



ANNO 1303 299 

juraverunt. Eenuntiavcriint insuper (lieti Sindici et procuratore» 
et quilibet eoruni nominibus suprascriptis, conditioni sine causa 
vel ex iniusta causa, exceptioni doli, mali et in factum, privilegio 
fori, beneficio restitutionis in integrum et oinni legum ac juris 
comunis vel municipalis auxilio, quo possent contra predicta 
yel aliquod eorum quomodolibet se tueri. Actum Yenetiis in 
contrata et ecclesia Sancti Benedicti presentibus nobilibus viris 
cloininis Petro Baduario de contrata sancti Moisis, Johanne Fu- 
scari de contrata Sancti Simeonis apostoli, Andrea Baduario 
de contrata sancti Stephani confessoris et Nieoleto filio elicti 
domini Johannis Fuscari, ac providis viris ser Amadeo de Bon- 
guadagnis, ser Desiderato Lucij, ser Petro condam ser Jacopini, 
notarijs ducatus Tenetiarum. Nec non providis viris ser Pa- 
squalis condam Gìulli de Padua, nunc de contrata sancti Pauli 
de Venetiis, ser Leo condam d.ni Antonij de Lio de Padua, 
Bartholomeo Solano condam domini Johannis a Vino de Padua, 
ac Gilberto condam Marsilij de Padua, testibus ibi vocatis 
specialiter et rogatis et alijs. De predictis autem Bartholomeus 
Vancerius publicus Imperiali auctoritate notarius et ego Ea- 
phaynus de Caresino ducatus Veneti scriba ac publicus Impe- 
riali auctoritate notarius, Rogati fecimus facere publicum In- 
strumentum eiusdem consonantie et tenoris. 

L. S. Ego Raphaynus de Caresinis publicus Imperiali au- 
ctoritate notarius ac ducatus Venetiarum scriba 
predictis interfui et rogatus scripsi. 



Segue immediatamente il Syndicatns factus in persona 
d.ni Cancellarij prò compositione predicta; ma per amore di 
brevità mi astengo dal trascriverlo qui, perchè non è che una 
ripetizione {mutatis mutandis) delle medesime formule dei 
Sindacati precedenti, che si hanno nelle pagine addietro. 

Nel medesimo libro V dei Patti, alla carta 171, esiste la 
ratificazione del contratto testò recato, ed è intitolata Ratifi- 
cano Comunis Padue supra concordia di fer enfiar uni sancto- 
rum Illarìj et Benedicti; ed ha la data del 1363, Indictione 



300 LIBRO X, CAPO VI 

prima, die Jovis tertiodecimo mensis Julii. Venetiis. Anche 
di questo ommetto il tenore, perchè nella sostanza non è punto 
dissimile dal già recato istrumento o contratto di Composizione 
cimi domino Francisco de Carraria, domino Padue, super dif- 
ferenti] s sancii Illarij et Benedicti Clugie (1). 

Così ebbe fine anche questa controversia; e Padova potè 
godere qualche anno di calma, finché nel 1370, nuovi progetti 
di guerra proposti dal Carrarese prepararono ai padovani e ai 
veneti ancor più gravi disturbi. 



CAPO VI. 
Il signore di Padova tenta di ampliare i suoi confini. 

Sembrava, a dir vero, che dopo una tanta solennità di 
trattato, la pace avesse dovuto mantenersi per lunghi anni 
inviolabile. Ma non fu così ; perchè lo spirito ambizioso ed ir- 
requieto di Francesco studiavasi di produrre in campo sempre 
nuovi pretesti, per cui turbare la scambievole tranquillità tra 
la Signoria di Padova e la repubblica di Venezia. Egli sten- 
deva di mano in mano i confini del suo dominio e verso le 
veneziane lacune e sul territorio trivigiano; e palliava poi 
queste usurpazioni di terreno col far nascere frequenti que- 
stioni, circa i veri limiti dei due Stati; e con ciò ad opera vasi 
per togliere ai Veneziani e trarre a sé il commercio del sale; 
antica origine di dissapori tra le due confinanti repubbliche. 
Lusingavasi, che, accendendosi il fuoco della guerra, sarebbero 
forse derivati a lui avvenimenti vantaggiosi. 

Il senato di Venezia, dispiacente per le prime sue mosse, 
gli deputò un patrizio, che gli ponesse dinanzi agli occhi l'in- 
giustizia del suo operare e lo esortasse ad astenersi, con vio- 
lazioni così solenni, dal turbare la tranquillità e la concordia 
dei due Stati. Il Carrarese rispose, essere appunto suo desi- 
derio vivere in pace coi Veneziani ed essere pronto a dar loro 

(1) Ved. indietro nella pag. 296 e seg. 



ANNO 13G5 301 

qualunque soddisfazione tostochò fosso stato dimostrato, aver 
lui oltrepassato il confine de' suoi diritti. Si \om\Q allora nella 
unanime deliberazione di eleggere dall 1 una parte e dall'altra 
cinque commissarii, a cui affidare l'esame della controversia e 
l'autorità di deciderla. Per parte di Francesco da Cari-ara fu- 
rono eletti commissarii il cavaliere Alvise Forzato, Frigerino 
Capodivacca, Arsendino da Forlì, Jacopino Graffarello e Gio- 
vanni Dondi dall'Orologio. Commissarii per la repubblica di 
Venezia furono deputati Jacopo Moro, Lorenzo Dandolo, Taddeo 
Giustiniani, Jacopo Friuli e Pantaleone Barbo. E mentre questi 
occupavansi a conciliare le discrepanti opinioni, il papa, pro- 
penso sempre ad immischiarsi nei fatti altrui, mandò a Ve- 
nezia Eabel vescovo di Como, plenipotenziario per indurre a 
riconciliazione le due repubbliche. L'opera di lui fu sprecata, 
perchè le parti contendenti sapevano trattare da per sé la causa. 
Infatti, gli eletti di ambe le Comunità, obbligatisi prima con 
giuramento a disimpegnare lealmente l'ufficio loro, si accin- 
sero con tutto l'animo all'esame della controversia. 

GÌ' incaricati del signore di Padova, appoggiati alle prove 
di carte antiche, mostravano giusti li confini segnati dal Car- 
rarese e dalla loro Comunità. Per lo contrario i Veneziani ap- 
poggiarono le loro opposizioni sulla semplice autorità di qual- 
che vecchio testimonio. A rendere più difficile e più ostinato 
lo scioglimento della questione, sorse nuovo litigio per cagione 
particolare e privata, tra il cavaliere Forzate ed uno dei com- 
missarii veneziani : e fu questo sì caldo ed impetuoso, che, se 
gii altri colleghi non si fossero intromessi a separare i due 
litiganti, il veneziano sarebbe caduto sotto il ferro del Forzate. 
Eppure cotesta rissa privata valse a rinvigorire la disparità 
delle opinioni sul conto pubblico. Non vi fu insomma alcun 
modo di accomodamento; perchè ambedue le parti se ne stet- 
tero irremovibili. 

Sciolto così Francesco dai trattati con la repubblica di 
Venezia, si procacciò protezione presso il duca d'Austria ed il 
re di Ungheria. Per la mediazione di loro ottenne una tregua 
di trenta giorni. Ma i Veneziani, spirata la tregua, fecero chiu- 
dere le palafitte, che dal territorio padovano comunicavano con 



302 

le loro lagune; e proibirono qualunque commercio di vettova- 
glie e di munizioni da guerra coi luoghi e coi sudditi del Co- 
mune di Padova. Tuttavolta il Carrarese non si curò di far 
chiudere i passi del suo territorio. 

In questo stato di ostilità scambievole tra le due repub- 
bliche, Cansignorio dalla Scala, signore di Verona, si dichiarò 
propenso a tutelare le ragioni di Francesco signore di Padova. 
La qual cosa, perciocché in onta ai patti poco dianzi firmati 
tra lo Scaligero e la repubblica, provocò lo sdegnò di questa 
e la determinò a decretare, che fossero rispinti dal suo terri- 
torio i mercatanti veronesi, ch'erano andati colà, come il solito, 
per comperare il sale. Ma Francesco, per meglio assicurarsi 
della protezione e della benevolenza dello Scaligero, promise 
eli somministrare a tutti i paesi del Veronese quanto mai sale 
avessero potuto desiderare, senza più alcun bisogno di chie- 
derne ai Veneziani. 



CAPO VII. 

Trama ordita da Francesco Signore di Padova 
contro alcuni nobili veneziani. 

Conosceva per altro il Carrarese, che l'assistenza del Si- 
gnore di Verona sarebbe stata insufficiente appoggio alle pro- 
prie forze rimpetto alla possanza della repubblica di Venezia ; 
e perciò si diede a lavorare occulti maneggi a danno di que- 
sta. Col mezzo infatti di stipendiati emissarii volle tentare ciò, 
che non poteva azzardare con le armi. Egli sapeva, bollire 
allora in Venezia disparità di pareri circa la politica ammi- 
nistrazione degli affari; e per trarne quinci partito, cercò di 
guadagnare a so alcuni di quelli, che tenevano i primi posti 
nei Consigli e nelle adunanze, per penetrare col mezzo loro 
le deliberazioni, che vi si prendevano. Azzardo veramente 
enorme, per la severità delle leggi veneziane contro i rivela- 
tori delle secrete trattazioni degli affari di Stato ! Sul che 



ANNO 15C5 — 1370 303 

scrive eruditamente il Cittadella (1): « Certo fra Benedetto (2) 
« degli Eremitani di Venezia, fu l'anello, che collegò al pa- 
« dovano Signore parecchi de' più inacerbiti patrizi!, fra cui si 
« veggono noverati Leonardo Morosini, Marin Barbarigo capi 
« dei quaranta, Luigi Molino avvogadore e Pietro Bernardo 
« consigliere del Doge : i quali tutti come furono scoverti eb- 
« bero severo castigo di prigionia ad altre strettezze (3). Men- 
« tre per tal modo Francesco era ragguagliato dei partiti, 
« che si pigliavano dalla repubbica contro di lui, mandò cela- 
« tamente a Venezia alquanti suoi fidati sotto la scorta di 
« Nicolò Tignoso e di Gratario di Mestre. Costoro si racluna- 
« vano presso una donna di Tripoli merciaiuola detta dal volgo 
« la gobba, il cui figliuolo indicava a quei mandatarii i gen- 
« tiluomini che dovevano torre di mira ; ma svelata la trama 
« dal Consiglio dei dieci, ne fu ricerca la vecchia, che mani- 
« festò quanto l' era a contezza. Gli emissari! del da Carrara 
« posti alla tortura finirono ben presto la vita trascinati per 
« le strade e poscia squartati : il figliuolo dell' albergatrice ed 
« alcuni veneziani, da lui accalapiati nell' insidia, morirono 
« sulla forca ; la madre ebbe dieci anni di carcere e si per- 
« donò la vita a Tignoso, che da capo dei complici se ne fece 
« lo svelatore (4). » 

Più circostanziatamente narrò tutta l'orditura di questa 
trama il diligentissimo cronista Caroldo, di cui si conserva 
la Cronaca manoscritta, nella biblioteca Marciana di Vene- 
zia (5). Le parole di lui, benché molte, vogliono essere qui 
trascritte, per maggiore schiarimento di questo interessante 
punto di Storia. Die' egli dunque : « Per suspicione, eh' ebbe 



(1) Stor. della dominaz. Carrarese in Padova, cap. XXII, ann. 1372 
nella pag. 310 e seg. del voi. I. 

(2) Taluno erroneamente lo disse fra Bartolomeo dell'ordine de' Ge- 
rolimini. Egli era frate agostiniano del convento di santo Stefano di Venezia. 

(3) Cons. dei X. Misti Vi, pag. 103-113. 

(4) Di tutti i processi e castighi contro costoro si trovano più e più 
memorie nei registri del Cons. de' X, Misti VI; nelle sopracitate carte da 
103 a 113. 

(5) Cod. mss. num. CXXVIII, della clas. VII, ital., cart. 350 a tergo. 



304: LIBRO 

« Cattaruzza meretrice nel Castelletto, di' era il loco in Eialto 
« deputato a peccatrice, et insieme Margarita per alcune pa- 
« role, che gii disse la Gobba, la quale teneva merzaria die- 
« tro s. Marco, come erano venuti alcuni occultamente ad al- 
« loggiar in casa sua, fecero intendere a mess. Lorenzo Zane 
« che alcuni assassini erano venuti da Padoa a Venetia, delli 
« quali era capo uno Grataria di Treviso per ammazzar certi 
« gentiluomini venetiani e tra gli altri mess. Lorenzo Dan- 
« dolo, mess. Pantalon Barba et mess. Lorenzo Zane. Per 
« liaver la verità di tal cosa fu subito proclamato et in con- 
« formità del proclama, scritto alli Rettori da Grado a Ca- 
« varzere et del Trevisan et Cenedese, che qualunque accusasse 
« ovver desse nelle forze della Signoria Bartolomeo detto Gra- 
« taria, gii sarebbe dato libre mille et morto libre 500. Et 
« alli tre gentiluomini fu concessa licenza di portar arme, 
« cioè a ciascuno di loro con quattro servitori appresso di se. 
« Il giorno di poi, che fu alli 2 luglio 1372, fu preso Gra- 
« taria et condennato, per aver confessato, che a petitione del 
« signor di Carrara doveva amazzar questi tre nobili. Fu cou- 
« dutto sopra un piato (1) sin a santa Croce et de lì strassi- 
« nato a coda di cavallo a Rialto, dove gii fu tagliata la de- 
« stra mano et ligatagii al collo fu strassinato a coda di ca- 
« vallo sin a san Marco, e nel mezzo delle due colonne fu 
« squartato et posti li quarti sopra una forca ivi più propin- 
« qua nei mezzo delle due colonne ; dove stettero il seguente 
« giorno, et poi furono portati altrove. Gridava la colpa il precone 
«dell'iniquo huomo che'l doveva ainazzare molti gentilhuo- 
« mini venetiani a instantia del signor di Padoa. Coli' istesso 
« modo fu squartato Checco Negro da Terrarsa villa del Padoano 
«habitante di Roygo (2); il quale doveva ritrovarse conBartho- 
« lomeo Grataria et era venuto a Venetia a fine di amazzare li 
« gentilhuomini venetiani. Bartolomeo fìgiiuol della Gobba, il 
« qual haveva accetta in casa sua i malfattori et doveva esser 
« con loro per commetter tal malefìcio, fu appicato quando si 
«fece giustitia delli dui. Nicolò Tignoso, ferrarese, il qual era 

(1) Ossia una peata, secondo il nome usato oggidì. 

(2) Rovigo. 



ANNO 1572 305 

«venuto a Vcnetia col Grataria et altri compagni, ma altre 
« fiate era stato a Veneti a per amazzar mess. Lorenzo Zane , 
« a requisition del signor di Padoa, et haveva allora scoperto 
«il trattato al Zane, fu condannato a star diese anni in una 
«pregion da basso et poi bandito da tutte le terre et luoghi 
« del dominio veneto. Di poi fu preso Bartholomeo da Mantoa 
«per tal maleficio et condutto a Santa Croce, strascinato et 
« squartato tra le due colonne. » 

Castigati nel modo suddetto i cospiratori, si occupò la 
repubblica intorno alla soddisfazione da doversi pigliare sul- 
l'autore medesimo della trama, sul signore di Padova. L'argo- 
mento, per la sua somma delicatezza, esigeva, che il Consiglio 
dei dieci procedesse con la più scrupolosa circospezione. Perciò 
furono aggiunti trenta nobili all'ordinario numero, che ne com- 
poneva la tremenda magistratura. Questi deliberarono di far 
proclamare, in tutti li consueti luoghi da Grado a Cavarzere, 
nell'Istria, e nel territorio trivigiano e nel cenedese, la seguente 
notificazione (1) : « Come per rimover dalla mente di ciascuno 
«che volesse imaginar, non che presumere et haver audacia 
«di tentar la morte di alcun cittadin veneto a requisition del 
«signor Francesco da Carrara, delti suoi fattori ovver nuntij, 
«et pur se'l si ritrovasse alcuno di tanta perfìdia, che ten- 
« tasse simili cose se tenisse modo d' haver quello nelle mani, 
« acciò se ne facesse gagliarda giustitia, come se conveniva al- 
« 1' honor del dominio veneto. Se frissero stati più compagni, 
« manifestando, overo accusando V un F altro di modo che 
«li malfattori pervenissero nelle forze della Signoria, et s'ha- 
« vesse la verità, quello manifestasse, sia assolto da ogni pena 
« et habbia dall'erario pubblico libre mille per ciascuno de quelli 
« malfattori che fusse dato nelle forze et oltre la taglia gli sia 
«concesso licentia di portar arme et tenuto secreto, et s'alcuno 
« delli principali non manifestasse il fatto, et alcun altra spe- 
« cial persona lo sapesse et venisse a denuntiare, itachè si sa- 
« pesse la verità et li malfattori pervenissero nelle forze, uno 



(1) Ne reco il sunto, con le parole della Cronaca del Caroldo, luog.. 
cit. cart. 351. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 20 



306 LIBRO X, CAPO VII 

« over più che frissero, habbino dalla Signoria libre mille per 
« ciascun de quelli malfattori che frissero condotti nelle forze, 
« et gli sia concessa licenza di portar arme et tenuto secreto.» 

Per la pubblicazione di questo proclama avvenne, che, in 
quello stesso mese di luglio 1372, Nicolò Tignoso, accuso Fi- 
lippo da Ferrara, uno degli emissari per trucidare il gentiluomo 
Zane ; sicché costui fu preso ed impiccato. Al signore di notte 
Marco Barbaro, che aveva prestato straordinari servigi, fu con- 
cessa licenza di portar armi. La meretrice Cataruzza, che aveva 
dato i primi indizii della trama, ebbe il premio di lire cento; 
la sua compagna Margherita, che ne aveva dato avviso allo 
Zane, n'ebbe cinquanta. 

Lo scoprimento di questa trama diede occasione, come in 
simili circostanze suol accadere, ad esagerazioni ed a sospetti 
di nuove trame, ed a più rigorose investigazioni. Perciò il go- 
verno veneziano concesse a tutti li gentiluomini licenza di an- 
dare armati anche nelle pubbliche radunanze ; fece porre guar- 
die a tutti i canali, che dal territorio padovano andavano alle 
lagune ; organizzò pattuglie notturne in tutte le strade di Ve- 
nezia, acciocché non si avverasse una dicerìa generalmente 
diffusa ; essere, cioè, intenzione di Francesco da Carrara di far 
avvelenare le acque dei pubblici pozzi. Sulla quale dicerìa, 
priva d'altronde eli fondamento, così prosegue il Cittadella, 
dopo di averla narrata : « Sebbene io creda, che la difficoltà 
« dell' attentato dovesse ri moverne Francesco fin dal pensiero 
« e che più presto quella voce fosse o una delle consuete esa- 
« gerazioni del popolo quando si leva a narratore di qualche 
* gran fatto, o meglio un artifizio dei governanti, acciò la dif- 
« fusa opinione d' una colpa sì largamente dannosa aizzasse 
« gli odii del popolo contro il signore padovano. Certo non 
« bisognavano fìnte accuse contro Francesco per attirargli il 
« veneziano rancore ; che ogni atto di ambizione può forse 
« comportarsi ad un principe, quando l' altezza dell' animo suo 
« pareggia quella dei desiderii e dei mezzi; ma l'assassinio è 
« viltà, dunque sprezzabile e in tutti. > 



INNO 1372 307 



CAPO Vili. 



Francesco da Carrara invoca l 'assistenza 
del re d'Ungheria. 

La propensione dello Scaligero a sostenere con le armi 
l' inimicizia del signore di Padova contro i Veneziani non po- 
teva bastare a dar coraggio a questo di porsi in guerra con- 
tro quella repubblica. Per quanto fosse efficace la buona vo- 
lontà del della Scala; non valevano però le sue forze, anche 
unite a quelle del Carrarese, ad equilibrare la potenza del vene- 
ziano governo. Conobb'egli dunque la necessità di procacciarsi 
l'appoggio di varii e potenti alleati. E pria che ad altri volse 
i suoi pensieri a Lodovico re d' Ungheria. Gli mandò due am- 
basciatori, Francesco di Lione e Bonifacio Lovo. L'effetto della 
loro missione si fu, che il re Lodovico spedì al Carrarese un 
aiuto di ottocento cavalli, ed in pari tempo due ambasciatori 
alla repubblica di Venezia, per investigare le intenzioni di que- 
sta verso il signore di Padova. Rispose loro il senato, che il 
governo aveva deliberato fermamente di non deporre le armi 
finché Francesco da Carrara non fosse espulso dal suo domi- 
nio ; — che teneva con intima persuasione, che sua maestà di 
Ungheria non avrebbe assunto verun impegno su ciò a favore 
del Carrarese, — che dal senato anzi sarebbegli perciò spe- 
dita apposita ambasceria. Ed infatti n' ebbero Y incarico Jacopo 
Contarmi e Pantaleone Barbo ; ma non poterono distogliere il 
re Lodovico dal volere proteggere il signore di Padova. I Ve- 
neziani perciò non poterono esimersi dal sostenere la guerra 
minacciata dal Carrarese ai loro possedimenti. 

Francesco promulgò un'amnistia generale a tutti i Pado- 
vani banditi, promettendo loro non solo il perdono, ma anche 
la restituzione di ogni diritto civile, a patto di obbligarsi per 
tre mesi a servire la patria. Si die sollecito pensiero di ap- 
provi gionare la città e i luoghi principali dello stato, e di rin- 
forzarne da per tutto la guarnigione. Stabilì capo supremo 



30S LIBRO X, CAPO Vili 

delle sue truppe il parmegiano Simeone de' Lupi, marchese di 
Soragna. Domandò soccorsi al cardinale di Bologna; prese al 
suo soldo una compagnia di militi inglesi; interessò i comuni 
di Firenze, di Genova e di Pisa, acciocché concedessero il fa- 
vore di franchigia a tutte le merci dirette per Padova. 

Anche i Veneziani, assicurati, che il re di Ungheria pre- 
sterebbe assistenza al Carrarese, affrettaronsi ad organizzare 
le loro forze militari, per contrapporre al nemico valida resi- 
stenza. Assoldarono genti italiane e tedesche. Diedero il co- 
mando delle armi a Eaineri de' Volschi, nobile sanese, peri- 
tissimo nell'arte della guerra. Gli diedero vice-capitano Do- 
menico Micheli. Fecero provveditori ed amministratori di ar- 
mata Andrea Zeno, Taddeo Giustiniani, e Giovanni Priuli. L'e- 
sercito loro non oltrepassava il numero di settemila fanti e 
cinquecento cavalli. 

Vennero alle mani più volte qua e là i due rivali; ma 
le loro scaramucce riescirono di vario esito. Tuttavia pote- 
rono i Veneziani distruggere tutti i lavori fatti dai Padovani 
d' appresso alle lagune ; e poscia andarono a piantare il campo 
a pie' di Monte, nel bassanese, donde si sparpagliavano vitto- 
riosi, appicando da per tutto incendii, e recando guasti, e co- 
struendo fortificazioni, e recando stragi sulle genti del nemico. 
Per cotesti vantaggi dei Veneti, il Carrarese perdette terreno 
a Valsugana ed a Feltre: ma potè ricattarsene poco dopo, 
mandando genti nel bassanese e nel trivigiano. Queste, giunte 
colà all' improvviso, fecero irruzione sino alle porte di Trevigi 
e vi ottennero mille dugencinquanta prigionieri ed una infinità 
di bestiame : il quale bottino fu trasferito trionfalmente a 
Padova. 

Fin qui Francesco da Carrara combattè per più mesi nel 
padovano e nel trivigiano con le sole sue genti, perchè il re 
di Ungheria non per anco gli mandava i promessi soccorsi; 
né si movevano punto ad aiutarlo gli altri alleati. Ed eragli 
pur grave e dannoso il dover durare da sé solo alle offese dei 
nemici in mezzo ad azzuffamenti di reciproco sterminio d'ambe 
le parti. Anche il papa Gregorio XI interpose i suoi buoni 
ufficii, come aveva già fatto un'altra volta, per indurre la 



ANNO 1372 309 

repubblica di Venezia a ristabilire la buona corrispondenza col 
signore di Padova ; ma nulla gii fu possibile di ottenere. La 
guerra anzi divampò più ardente allorché giunse a Venezia 
Kainiero de' Volschi ad assumere il supremo comando dell'eser- 
cito veneziano. Qui perciò ne fa d'uopo seguire circostanzial- 
mente le mosse delle due repubbliche belligeranti. 



CAPO IX. 

Fatti della guerra tra il signore di Padova 
e la repubblica di Venezia. 

Andò adunque al campo dei Veneziani, eh' era nel bassa- 
nese , Rainiero de' Volschi , menando seco da Siena buon nu- 
mero di combattenti. Di questi ingrossò non poco l'esercito, di 
cui assumeva il comando: ma non reputò profìcua all' impresa 
quella posizione , e perciò si risolse di levare il campo , e di 
penetrare con dodicimila cavalli sul suolo vicentino. In quella 
sua marcia saccheggiò i paesi, per cui passava; e valicando i 
colli Euganei venne per di là nel padovano. Superò tutti gli 
ostacoli, opposti ad inciampo del suo cammino ; e da per tutto 
predando ed incendiando, giunse ad Abano. Di là si diresse alle 
Brentelle, lusingandosi di poterne guadagnare il ponte, e quindi 
aprirsi la via al serraglio di Padova. 

Due volte Rainiero de' Volschi tentò questo colpo e due 
volte gli andò fallito, perchè Simeone de' Lupi, generale del- 
l'esercito padovano, se n'era accorto a tempo ed erasi prepa- 
rato a validissima resistenza. — Narrano gli storici, che, in 
questo combattimento delle Brentelle, i Veneziani per la prima 
volta adoperarono le bombarde; già in uso anche avanti in altri 
luoghi d'Italia (1). 

La colpa dell'infelice riuscita di questo movimento fu ri- 
versata sui tre provveditori di armata, Andrea Zeno, Taddeo 



(1) Ved. il Cittadella, Stor. della dominaz. Carrar. in Pad,, pag, 317 
del voi, I. 



310 LIBRO X, CAPO IX 

Giustiniani e Giovanni Friuli. Nò sospettò lo stesso generala 
Eainieri de' Volschi; vi fu anzi chi li suppose corrotti da regali 
e dall' oro (1). Ma il sospetto rimase rivelato dalle diligenti 
investigazioni, che ne furono fatte, per le quali seppe la repub- 
blica colla sua avvedutezza scoprire il male nella sua vera ra- 
dice. Il comandante generale rinunziò al suo incarico, ed i 
provveditori furono puniti coir essere esclusi temporariamente 
da tutti i Consigli. Ne fu affidato il processo a Nicolò Faliero, 
avvogadore del Comune. Sottentrò nel comando generale del- 
l'armata Taddeo Giustiniani. 

Da queste discordie trasse profitto il signore di Padova , 
affrettandosi infrattanto a rinforzare tutta la linea eia Monse- 
lice al Bassanello; e v 7 impiegò un corpo di forse ventimila 
uomini. Nò potendo stare indifferente circa la troppa vicinanza 
dell'armata veneta alla città, fortificò anche questa, cingendola 
tutto all'intorno di spalti e di bastioni, perciocché non era al- 
lora intieramente protetta di mura da tutti i lati. Gli arriva- 
rono opportunamente anche i desiderati soccorsi del re di Un- 
gheria, dai quali rinvigorito, mandò sul territorio trivigiano 
Arquano Buzzacarino con mille dugento cavalli ungheresi e con 
altre milizie nazionali, acciocché con rapine ed incendii mole- 
stasse quei luoghi, particolarmente Asolo. 

Il generale dei Veneziani ebbe notizia ben presto dell'im- 
minente arrivo di un corpo di circa cinquemila ungheresi, i 
quali si avvicinavano al territorio friulano dalla parte del fiume 
Livenza. Marciò pertanto a quella volta con un corpo di due 
o tre mila uomini per impedirgliene il passo. Ma gli unghe- 
resi; per evitarne lo scontro, cangiarono la loro marcia, vali- 
carono in altro punto il Livenza e continuarono il loro cam- 
mino sino al Piave. Della quale diversione accortosi il veneto 
comandante, condusse per altra via le sue genti frettolosa- 
mente a Narvesa per contrastare colà ai nemici il passaggio 
del Piave; perchè di là i nemici sarebbonsi ben tosto impa- 
droniti del territorio trivigiano. Ma furono inutili tutti gli 
sforzi del comandante Giustiniani. Il suo piccolo esercito vi 

(1) Cittadella, ivi. 



ANNO 1372 311 

rimase intieramente sconfìtto. Lo stesso Giustiniani, con Gerardo 
da Camino ed altri ragguardevoli capitani, e chi potò fuggire, 
andò a salvarsi in Treviso. Le bandiere di san Marco, tolte 
ai Veneziani, furono portate a Padova e quivi « con religione 
« orgogliosa e precoce troppo per non temerne il rammarico 
« di sorti mutate (1) » appese trionfalmente nel tempio di 
santo Antonio. 

Questi avvenimenti infiammarono vieppiù di bellicoso ar- 
dore ambe le parti. Nuovi preparativi quindi e armamenti ed 
opere di difesa per continuare accanitamente la guerra. Fran- 
cesco da Carrara fece fortificare i luoghi più considerevoli del 
suo territorio, e presidiò di molta guarnigione le fortezze, che 
erano sui fiumi dalla parte di Venezia; e più di tutte la torre 
di Curan, a cui presagiva che principalmente avrebbero i Ve- 
neziani diretto le prime lore mosse. 

Vi si avvicinarono infatti con dieci galere armate di ba- 
lestrieri ed accompagnate eia molto numero di altri legni in- 
feriori ; ma le difese locali di quella torre ne rendevano assai 
difficili i movimenti. Imperciocché la presidiavano tre palafitte 
sottacqua, sormontate da una quarta fuor d'acqua, che per 
mezzo di un ponte a quella si univa. Il comandante di questa 
piccola flotta spinse, quanto più potò, due galere portanti un 
battifredo, del quale la cima superava la sommità della torre 
stessa, sicché i soldati potevano di là facilmente saettarla. In 
sull' albeggiare del giorno ne incominciò l'assalto, quando meno 
la guarnigione se l'immaginava. Questa vi si difese tuttavia valo- 
rosamente. Intanto il veneto comandante vi avvicinò altre due 
galere con mangani ed altri attrezzi di guerra, ed a furia di 
bombarde distrusse le palafitte. Allora la piccola squadra potè 
inoltrarsi con altre barche leggere ; cinse tutto all' intorno 
la torre nelle sue stesse fosse e la investì con disperato ar- 
dimento. Ne fu irresistibile l'urto, sicché le milizie del si- 
gnore di Padova si trovarono costrette alla resa ; e vi usci- 
rono, salve le vite. 



(1) Cittadella, luog. cit. 



312 LIBRO X, CAPO X 



CAPO X. 



Trattali secreti di Francesco da Carrara 
a danno dei Veneziani. 

La repubblica eli Venezia, pur non di meno desiderava, 
che fosse ristabilita la buona armonia col Carrarese, e per que- 
sto fine intraprese secreti maneggi con Leopoldo, duca d'Au- 
stria, ed anche promette vagli un largo compenso in denaro, 
acciocché chiudesse il passo alle truppe ungheresi dirette a 
soccorso del signor di Padova; ed anzi calasse in Italia egli 
stesso con forze militari a sostegno delle imprese di lei. Ma 
di questi occulti maneggi ebbe sentore ben presto il Carrarese, 
il quale affrettassi perciò a spedire in Germania apposito amba- 
sciatore per contrapporre mali ufficii a danno dei Veneziani, e 
stimolare vigorosamente l'ambizione di Leopoldo coll'offerirgli 
le città di Feltro e di Belluno, tutta la Valsugana ed altri 
luoghi ancora, a patto ch'egli impedisse il commercio tra la 
Germania ed il Veneto, e rinforzasse il suo esercito con un 
grosso corpo di truppe per poter continuare quella guerra. Ac- 
consentì il duca d'Austria a queste lusinghevoli esibizioni, ed 
al Carrarese concesse quelle milizie stesse, ch'erano già state 
destinate e che s'erano anche poste in cammino, a difesa di 
Venezia. 

Le condizioni di questo trattato, spedite in Austria in sui 
primi mesi del 1372, per mezzo del suindicato ambasciatore, 
firmate di pugno di Francesco da Carrara e munite del suo si- 
gillo, portavano questi sensi: « Cederà il signore di Padova ai 
« duchi d'Austria le due città di Belluno e di Feltre, la contea 
« di Zumelle, il castello d' Ivano, tutte le terre date da Carlo 
« imperatore al re d' Ungheria e da questo donate al da Car- 
« rara, le castella fabbricate da Francesco in Valsugana, e tutti 

(1-) Ce ne conservò il Verri (Stor. della Marc. Trivig.) il documento 
sotto il num. 10GG. — Vcd. anche il Cittadella luog. cit. p. 323 del voi. I. 



ANNO 1373 313 

«i luoghi, elio questo avea ricevuto da Sicco di Caldonazzo 
«e da altri; rinunziando ad ogni diritto che vi potesse eser- 
citare, e promettendo di concedere alle milizie austriache il 
« passaggio pe' suoi stati ogni qual volta ne bisogneranno ; 
«purché ciò avvenga senza suo scapito. Gli austriaci riceve- 
« ranno questi luoghi con giuramento di non venderli mai, nò 
« di darli a pegno a verun italiano ; di mantenere mille lancie 
« d' uomini d'arme a servizio del Carrarese, finché sia in guerra 
« con Venezia ; d' impedire alla repubblica il passaggio delle 
« mercanzie per le strade a loro soggette, e di lasciarlo aperto 
« alle milizie alleate del signore di Padova. Varrebbero queste 
«condizioni (ed alcune altre di minor conto, che si leggono 
« nel documento di questa lega) anche se la pace coi Veneziani 
« venisse prontamente firmata, e nuovamente dentro a tre anni 
« si tornasse in guerra. » 

Eiescito vano, anzi rovesciato a proprio scapito, il ma- 
neggio dei Veneziani col duca Leopoldo, pensarono questi a rin- 
forzare il loro esercito. Unirono insieme un corpo di oltre a 
cinquemila fanti, reclutati dal territorio trivigiano e dalle Pro- 
vincie turche e morlacche. Con essi batterono gli Ungheresi, i 
quali rimasero sì vivamente avviliti, che, lasciato il campo, si 
diedero a fuga precipitosa. Quindi rimasero in potere dei ca- 
pitani della repubblica (Leonardo Dandolo e Pietro Fontana) 
armi, bagagli e bandiere sì del signore di Padova, che del re 
di Ungheria. Tra i moltissimi prigionieri di guerra e padovani 
e ungheresi, fu anche il vaivoda di Transilvania, nipote del re 
Lodovico, generale supremo delle truppe di questo principe. 

Di qua ebbe l' ultimo crollo la sorte delle armi dei Car- 
rarese; perciocché gli Ungheresi protestarono da lì innanzi di 
non volere più guerra, se non veniva posto in libertà il loro 
comandante (1). Si aggiunse a danno di Francesco Podio dei 
sudditi padovani contro lui; perché ripetevano dalla sua am- 
bizione e -temerità tutti i mali della guerra, che li angustiava 
da oltre un anno. Ed egli non poteva più sperare assistenza 
dai principi collegati, perchè Leopoldo d'Austria non aveva 

(1) Muratori, Annal. d'I tal an. 1373. 



314 LIBRO X, CAPO XI 

altro forze da disporre; e Lodovico re d'Ungheria, che desi- 
derava la liberazione di Stefano suo nipote, né d'altronde vo- 
leva indebolire di più le sue truppe, suggeriva proposizioni di 
pace. Anche il papa Gregorio XI n'era impegnatissimo a com- 
binarla. Non parlo di Francesco da Carrara, il quale vedevasi 
ridotto a così tristo partito da doversi sottomettere alle con- 
dizioni di pace, per quanto fossero dure ed umilianti, che il 
vincitore gli avesse imposte 



CAPO XI. 

Maneggi per la pace, rispinti dai Padovani. 

La repubblica di Venezia trasse destramente partito dalle 
circostanze attuali, per non acconsentire alla pace col da Car- 
rara, se non a prezzo di condizioni durissime. I preliminari ce 
ne furono conservati dagli storici contemporanei (1), e propo- 
nevano : — 1° che Francesco da Carrara confessasse il suo fallo 
e ne chiedesse perdono, accusandone la propria arroganza al 
papa, ai cardinali, all' imperatore, al re d' Ungheria ; — 2° pa- 
gasse alla repubblica di Venezia trecentomila ducati, a venti- 
mila per anno; — 3° abolisse in Padova e nel suo territorio 
qualunque gabella o sovvenzione a carico dei Veneziani, tranne 
quelle che furono stabilite quando Marsilio aveva il governo; 
— 4° offrisse ogni anno, il giorno dell'Ascensione un pallio di 
oro del prezzo di trecento ducati in onore di san Marco, a per- 
petua memoria della sua sommessione; — 5° fosse lecito ai 
Veneziani vendere sale in Padova e nel distretto al prezzo di 
Venezia ed esente da qualunque gabella; — 6° potesse ogni 
padovano senza opposizione del principe, trasferire merci a 
Venezia, e riportarne, immuni da pedaggi, dazii e gabelle; — 
7° si spianassero per sempre le fortificazioni di Mirano, di 
Oriago, di Stigliano, di Castelcarro e di Borgoforte; — 

(I) Galari, Istor. di Padova, nel toni. XVII Rer. Hai, Script, — Ca- 
rcsino Chron., nel Ioni. XII, — Andrea Redusio, Chron. nel toni. XIX. 



ANNO 1575 315 

8° pasassero in potere (lolla repubblica la torre di Solagna e 
il castello di Bassano, con ogni sua appartenenza; ma le mu- 
nizioni e il rimanente degli stipendii ai soldati, che vi fossero 
dentro, rimarrebbero a carico della stessa repubblica ; — 9° si 
tracciassero i confini degli stati veneziano e padovano da quat- 
tro nobili della repubblica. 

Questi patti ponevano il Carrarese e tutto il Comune di 
Padova sotto durissima dipendenza dai voleri dei Veneziani, e 
li umiliavano vergognosamente sotto il giogo, che loro impo- 
nevano i vincitori. Francesco, per allontanare da sé l' ignomi- 
nia di questa gravissima umiliazione, benché sempre avesse 
operato di arbitrio suo e senza interpellare le intenzioni pub- 
bliche, tuttavia in questa occasione volle convocare il Consi- 
glio comunale ed i primarii del popolo padovano; e fece leg- 
gere loro le umiliantissime condizioni, di cui sarebbe stata 
vergognoso prezzo la pace sì vivamente da tutti desiderata. La 
lettura di queste provocò a sdegno la padovana assemblea, la 
quale di unanime accordo le rifiutò, preferendo ad esse qua- 
lunque più duro e difficile sacrificio. Si prepararono quindi le 
padovane milizie a mettersi nuovamente in campo ed a soste- 
nere, or qua or là, nel territorio di Padova e nel trivigiano, 
parziali combattimenti: i quali riuscirono di vario esito, ma 
per lo più a danno del Carrarese, impotente ormai a resistere 
più a lungo contro le forze e i mezzi, che aveva la repubblica 
di Venezia. 



CAPO XII. 

Tradimento ordito da Marsilio da Carrara a danno 
di suo fratello Francesco. 

Crescevano intanto vieppiù sempre i lamenti dei cittadini 
contro il principe, che per la sua feroce albagia gli aveva ri- 
dotti a così umiliante condizione, ed aveva su di loro attirato 
gì' innumerevoli danni, che li opprimevano. Approfittò dell' uni- 
versale malcontento Marsilio da Carrara, fratello del signore 



316 LIBRO X, CAPO XII 

di Padova, ed assistito (dicesi) da mandatarii veneziani, si fece 
autore di secreta cospirazione contro Francesco, col progetto 
di togliere a questo ed appropriare a sé la sovranità di 
Padova. 

A sostegno di questa cooperazione dei Veneziani alla con- 
giura contro il da Carrara fu introdotta una lettera, attribuita 
niente meno che al doge Andrea Contarmi; lettera, che in 
buona critica non può essere ammessa per autentica, per li 
motivi da svilupparsi di poi, e che stimolava Marsilio da Car- 
rara al tradimento. Il tenore di essa fu dato in luce dal Cit- 
tadella (1), sull'autorità di xmd, preziosissima Cronaca appar- 
tenente altra volta alla casa Papafava di s. Francesco, scritta 
in foglio di pergamena, travaglio del "secolo decimoquarto, 
ed è questo : 

« Nuj Andrea Contarini per la gratia di Dio Duse di Ve- 
« nezia etc. Volemo chel sia noto che Conzosia cosa che mes- 
« ser Marsilio da Carrara fìolo inquadrio de inesser Jacomo 
« ne haveva proferto de tuor el dominio de Pava in sì, et es- 
«ser perpetualmente nostro intimo amigo et del nostro Co- 
«mun. Noi fìndamò promettevo de aver in nostra protection 
« Lui el so stado. Veramente se elio corresse la cita de Pava 
«per haver la Signoria et no ponesse obtignir la soa inten- 
« tion. Nuj ie promettemo finamo de darie ogni anno ducati 
«xy m. doro in dinari del nostro Comun declarando che se 
«per algun tempo el predicto messer Marsilio obtignisse el 
« dominio dela cita de Pava, over recevesse o possedesse i soi 
« rendidi de Pava Nuj Duse et nostro Comun no siamo tegnudi 
« al pagamento de i xy m. ducati per anno. Et si promettemo 
« di observar tutte le predicte et singule cose del predicto mes- 
« ser Marsilio servara a Nuj tutte et singole cose che se con- 
tiene in una soa scriptura sigillada del so sigillo. Et qual 
«messer Marsilio sia tegnudo de aver adimplido le predicte 
« cose insina per tutto el mese de Agosto prossimo. Altramente 
«passando el dicto termene no sia adimpite Nuj Duse, over 
« el nostro Comun no siamo in modo alguno tignudi ad alguna 

(1) Slor. della dommaz. Curvar, in Padova, pag. 472 del voi. I. 



ANNO 4375 317 

«do lo predicte cose, Et in maore fo et evidentia de lo sovra- 
« scripte coso Nuj havomo comanda che questo nostre lotere 
« sia scripte et corrobora do la nostra pendente Bolla de pioni- 
« bo. Dada in lo nostro Ducale palazzo a di Yintun de Luio, de 
« Undecima Indiction. Eafain corresse. » 

Questa lettera non può essere in veruna guisa ammessa 
per autentica, perchè in quel secolo, anzi neppure nel seguente, 
non si scrivevano gli atti pubblici in dialetto veneziano ; molto 
meno poi le lettere ducali, le quali, se non altro nell'intito- 
lazione, furono anche dipoi scritte in latino. A negarne l'auten- 
ticità concorrono lo stile, l'ortografia, i vocaboli di essa, i quali 
non sono punto di veneziano dialetto. — Nuj, a cagion d' e- 
sempio, Duse, de tuor, consosia cosa che, Fava (invece che 
Padova) , adimplido, termene, maore fé (per maggior fede). 
Ed oltre a ciò fa d' uopo notare, che il nome del sottoscritto 
Rafain corresse doveva leggersi Rafaele, od anche Rafaino, 
Caresin, ch'era il cancelliere ducale di allora; — quello stesso, 
che continuò la cronaca di Andrea Dandolo; — e dicendovisi, 
presso il Cittadella, Rafain corresse, parrebbe, che cotesto Ra- 
fain fosse stato il correttore della lettera ducale. Conchiudasi 
finalmente, che di quella lettera non esiste traccia nei libri 
della Cancelleria ducale; ove, se fosse autentica, se ne dovrebbe 
trovare il testo. Ma da questa digressione si ritorni al filo 
della storia. 

Che alquanti veneziani abbiano cooperato alla congiura di 
Marsilio da Carrara contro il fratello signore di Padova, lo 
dice anche il Muratori (1); ma non dice che il doge vi pren- 
desse parte con esortazioni e promesse. La progressione della 
congiura e lo scoprimento di essa ci sono esposti minutamente 
dal Cittadella (2), il quale dopo avere narrato gì' intrighi di 
Marsilio, che seppe trarre al suo partito due scudieri di Fran- 
cesco (3), così ne continua il racconto : « Statuito il giorno, 
« Marsilio ne avvertì con lettera i veneziani, e la consegnò 



(1) Amai d'Ital. , an. 1373. 

(2) Nel cap. XXXIV, pag. 331 del voi. I. 

(3) Pag. 330 dello stesso voi. 



31S LIBRO X, CAPO XII 

« a Zaccaria da Modena, ano degli scudieri, che per togliere 
« ogni sospetto doveva inviarla acchiusa in altro foglio a Cane 
« Scaligero, il quale ignaro dell'attentato aveva comandamento 
« di spedirla a Venezia. Elesse Zaccaria all' uopo un suo fidato 
« famiglio ; ma le strette raccomandazioni di lui e il trepidare 
« della sua voce insospettirono il messo per guisa, che men- 
« tre cavalcava alla volta di Verona, temendo farsi ministro 
« a qualche scellerata enormezza, deliberò di togliersi da quel 
« dubbio, ed aperta cautamente la lettera, com' ebbe svelata 
« la fellonia, diede subito volta, e recò di nascosto a Fran- 
« cesco il testimonio del suo pericolo. Stordiva il principe in 
« sulle prime, ma poscia fatto cuore e preso partito promise 
« al servo larghissimo guiderdone, acciò lo aiutasse in tanto 
« frangente, ei ottenute da lui le poche contezze che aveva, 
« volle si arrestasse tosto Zaccaria, che costretto dalla tortura 
« manifestò tutta la trama. Avvisato Marsilio della palesata 
« insidia si unì immantinente cogli altri complici, e giunti 
« tutti e quattro agli accampamenti vi ordinarono senza in- 
« dugio la gente che loro obbediva e che sommava a quattro- 
« cento cavalli, ne la rimossero e andarono a Venezia, ove 
« narrati i segreti di Francesco, le sue forze, il suo stato, addi- 
« tarono i mezzi per vieppiù travagliarlo. Il padovano signore 
« n' ebbe grave molestia per l' agio che ne veniva ai nemici 
« di meno onorata, ma di più facile vittoria, e sapendo muo- 
« versi gli uomini non da pubblico utile, bensì da privato 
« vantaggio e spesso pure dal capriccio, temeva le voci diffuse, 
« che annunziavano altri cittadini e gli stessi congiunti di lui 
« vogliosi di novità. A frenare la contagione del male esem- 
« pio si volle che Zaccaria da Modena fosse tratto a coda di 
« asino al palco, dove perdette la testa e si proclamò, che ove 
« Marsilio da Carrara venisse alle mani del Comune di Pa- 
« dova fosse tronco del capo e gli altri complici dopo il con- 
« sueto strascinamento a coda d' asino , morissero dilaniati 
« dalle tanaglie infocate ; i beni loro andassero nel fisco. Non 
« se ne turbava Marsilio, che anzi accordatosi colla repub- 
« blica, pattuì le condizioni da mandare ad effetto dopo l'ope- 
« rata vittoria e l' innalzamento di lui al governo di Padova. » 



ANNO 1573 319 

Di queste condizioni per verità non si trova memoria nei 
registri della Cancelleria ducale di Venezia. Pare, che la sola 
derivazione di esso debbasi ripetere dalla recata lettera del 
doge Andrea Contarmi, che, per le ragioni addotte di sopra, 
non puossi ammettere per autentica. 

Ma Francesco, angustiato intanto dalla sua militare im- 
potenza di resistere di vantaggio alle forze della repubblica di 
Venezia, minacciato di estremo eccidio dal proprio fratello, re- 
sosi odioso ai suoi sudditi per l' insopportabile dispendio, a cui 
li costringeva la continuazione di questa guerra, temendo viep- 
più sempre ogni giorno disastri e inimicizie novelle, cominciò 
ad entrare seriamente nella considerazione dei pericoli gravis- 
simi, che da ogni lato gli si moltiplicavano intorno, e pie- 
gassi a sentimenti meno feroci, ed in fine a desiderare egli 
stesso la pace ed a cercarne valido e giudizioso mediatore. Al 
che reputò opportunissimo il francescano fra Tommaso da Fri- 
gnano patriarca di Grado, ed a lui perciò volse le sue pre- 
ghiere. 

CAPO XIII. 

Maneggi e conclusione della "pace tra il Signore di Padova 
e la repubblica di Venezia. 

Francesco adunque, per interessare a suo favore il pa- 
triarca di Grado, che allora dimorava in Venezia, gli mandò 
ambasciatori suoi Argentino da Forlì e Paganino da Sala. 
Questi ritornarono a Padova, menando seco anche lui appor- 
tatore delle condizioni di pace, discusse e concertate col go- 
verno della repubblica ; le quali di pochissimo differivano dalle 
precedenti, che dal pieno consiglio del Comune di Padova 
erano state l'anno avanti rigettate. Ma di meglio non potè 
ottenere dall'orgoglio dei vincitori la pacifica mediazione del 
patriarca gradense. Erano esse comprese in quindici articoli, i 
quali furono senza riserva accettati: tanta n'era l'urgenza, in 
cui le cose di Padova si trovavano. Bensì pria di sottoscri- 
verli, volle Francesco farli noti al popolo e « dare ai cittadini 



320 LIBRO X, CAPO XII 

« le apparenze della perduta loro influenza nell' amministra- 
« zione della cosa pubblica, affine di mitigare i mal contenti 
« e di meglio gratificarsi i fedeli (1). » 

Il trattato, che le contiene, fu sottoscritto il giorno 21 set- 
tembre 1373, ed è portato originale Yerci, pienamente con- 
forme a quello, eh' esiste nei libri della Cancelleria secreta 
della repubblica veneta (2). I quindici articoli di esso, breve- 
mente compendiati, sono i seguenti : — I, Francesco da Car- 
rara, o il figliuolo di lui, giurasse ai piedi del doge e della 
signoria Y ingiustizia della sua guerra e ne chiedesse perdono. 
— II, le milizie forestiere finissero il soldo ed uscissero dal 
territorio padovano. — III, si spianassero le bastite costrutte 
in guerra a difesa del Carrarese e ad offesa dei Veneziani. — 
IV, fosse cura di lui l' indurre Lodovico re di Ungheria alla 
pace colla repubblica. — V, pagasse quarantamila ducati d'oro 
sull'istante a compenso dei danni recati, e ne contasse per 
quindici anni altri quattordicimila all'anno, con una offerta 
per ciascuno dei detti anni, da noverarsi siili' altare di san 
Marco, il giorno dell'Ascensione : sicché in tutto avesse a pa- 
gare una somma di dugencinquantamila ducati. — VI, la torre 
di Curan con un circuito di sette miglia appartenesse a Ve- 
nezia. — VII, i castelli di Oriago e di Castelcarro, con tutte 
le torri sopra il Brenta, si demolissero. — Vili, non possa 



(1) Cittadella, Star, della Dominas. Carrarese in Pad., nel cap. XXXIV, 
pag. 335 del voi. I. 

(2) Poeta, lib. VI. Noterò qui, che il Laugier, Stor. di Ven. , ne co- 
nobbe tredici soli ; che il Darù, Stor. ecc. , li compendiò in otto ; ed en- 
trambi con molta varietà; e che anche il Tentori, Stor. ven., fu male in- 
formato nel darli in luce. — Ed aggiungerò, quanto alla somma da pa- 
garsi alla repubblica [art. V.) che secondo il Caresino (Chron. Ven. nel 
tom. 12, Rer. Hai.) doveva consistere in centomila fiorini d' oro per le 
spese della guerra ; secondo i Gatari {Istor^L di Padova, nel tom. 17 Rer. Hai.) 
trecento cinquantamila ducati, ossia fiorini d' oro ; e secondo il Sanudo 
(Cron. Ven. nel toni. 22 Rer, Hai.) in dugento quarantamila, con pagarne di 
presente i quarantamila; come appunto dichiara l'articolo V del trattato. 
A tutte queste varianti devesi certo preferire il testo originale della sti- 
pulazione, secondo che ce l'hanno conservato i registri diplomatici degli 
archivj. 



ANNO 1375 321 

edificare il da Carrara veruna fortezza a setto miglia dalle 
acque, che vanno alle palafitto di Venezia e di Chioggia. — 
IX, cinque gentiluomini veneziani, eletti dalla Signoria, pones- 
sero con giuramento i confini tra i due Stati, senza che v'in- 
tervenisse Francesco. — X, si liberassero i prigionieri, ed al- 
l'arrivo del Yaivoda in Ungheria ritornassero Taddeo Giustiniani 
e gli altri nobili di Treviso, caduti in potere degli Ungheresi 
nel combattimento al Piave. — XI, fosse lecito al da Carrara 
il vendere nel suo Stato a qualunque prezzo il sale, purché lo 
comperasse in Chioggia a quel tanto, che l'avrebbe pagato dagli 
altri, e i Veneziani aprissero il passo ai consueti commerci. — 
XII, ove Feltre e Belluno ritornassero all'obbedienza di Fran- 
cesco; clovess' egli cedere a Venezia la chiusa di Quero, il passo 
della Camatta, e la torre di san Boldo. — XIII, potesse cia- 
scun veneziano condurre nel dominio Carrarese e trarvi qua- 
lunque merce franca da gabelle. — XIV, Marsilio conservasse 
la proprietà di tutti i beni che possedeva prima- dell'attentato 
e ne godesse il frutto a Venezia, od altrove, immune da ogni 
gravezza. — XV, a sicurtà [di queste convenzioni mandasse 
Francesco [ in ostaggio quattro tra i più ragguardevoli genti- 
luomini padovani da ritenersi in Venezia sino al ritorno del 
Giustiniani e degli altri prigionieri. » 

In adempimento di questo trattato Francesco mandò a Ve- 
nezia, accompagnato da moltissimi gentiluomini padovani, il 
suo figliuolo Novello, acciocché desse alla repubblica la sod- 
disfazione stabilita dall'articolo primo del trattato di pace. E 
perchè quest'atto si compisse più onorevolmente, deputò ad in- 
terprete de' suoi sentimenti il chiarissimo letterato e poeta 
Francesco Petrarca. Era stato stabilito per la solenne udienza 
dinanzi al senato il giorno 2 ottobre : ma presentatosi a quel- 
1' augusto consesso, lo stupore gli tolse di mente 1' orazione 
preparata (1), perciocché, come dice egli medesimo; gli parve 
di vedere un consesso non di uomini, sì bene di Dei (2). Nel dì 
seguente, rinvigorito dell' animo, pronunciò eloquente discorso 

(1) Andr. de Redusio, Chron, Tarvis. nel toni. XIX. Rer. Ita/. Script. 

(2) Ved. il Cittadella, luog. cit. pag. 337. 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 21 



322 LIBRO X, CAPO XIII 

che gli meritò gli applausi dell' adunanza, di cui s' era così 
gravemente sbigottito. 

Novello da Carrara, genuflesso dinanzi al doge e alla Si- 
gnoria, giurò pel padre e per sé l'osservanza delle condizioni 
firmate e la conservazione della pace. Compiuto questo atto 
umiliante, egli ritornò a Padova. Le truppe ungheresi furono 
licenziate: Francesco mandò a Venezia i quattro ostaggi; — 
Arecocan Buzacarin, suo cognato, Jacopo Scrovegno, Francesco 
de' Dotti, Jacomino Gaffarello; i quali vi rimasero sino al ri- 
torno di Taddeo Giustiniani e de' suoi colleghi dall'Ungheria: 
ed in frattanto anche il vaivoda di Transilvania fu lasciato 
uscire libero da Venezia. 



CAPO XIV. 

Insidiosa infedeltà di Francesco da Carrara 
verso la repubblica di Venezia. 

La dura necessità potè indurre il signore di Padova a 
tanta umiliazione; ma l'interno di lui covava le più nere in- 
sidie contro i Veneziani ; nò le sventure avevano potuto fargli 
mutare l'indole sua altera e simulatrice. Pieno di confusione 
e di rabbia, impiegava tutta la finezza del suo spirito per 
immaginar mezzi ed occasioni di soddisfare il suo dispetto 
e ricattarsi delle sue perdite. Affettava esteriormente una sin- 
cera volontà di vivere in pace coi Veneziani, nel mentre che 
cercava di suscitare da per tutto nemici contro di loro. Egli 
contemporaneamente sollecitava ad ostilità Lodovico re d'Un- 
gheria, Marquardo de Randek patriarca d'Aquileja, Leopoldo 
duca d'Austria e persino la repubblica di Genova. Ma non trovò 
aderente al suo disegno, che il solo duca d'Austria; il quale 
per altro non si determinò che nel 1376 a calare con un'ar- 
mata sul territorio trivigiano. 

Qualche mese avanti, ne aveva dato avviso ai Veneziani il 
conte Collalto; ma non sapevano essi persuadersi di una sì enorme 
violazione dei trattati, nò per parte di Francesco di Carrara, 
nò del duca Leopoldo. Perciò non si curarono punto di prepararsi 



ANNO 1573 — 1377 323 

a difesa ; e perciò gli austriaci poterono a loro talento deva- 
stare il territorio trivigiano, facendovi scorrerie sino alle mura 
della città. Poi piegarono verso Feltre e si fortificarono con 
buone trincee nel castello di Quero. 

Mosse allora dietro ad essi Marino Soranzo, con un distac- 
camento di novecento uomini della guarnigione di Treviso; ne 
attaccò la retroguardia e la pose in fuga. Giunse a Quero e vi 
trovò il duca assai bene fortificato : si accinse perciò ad assa- 
lirlo ; e poiché aveva seco un cannone sparse nella guarnigione 
austriaca lo spavento, a furia di colpi di quello stromento di 
guerra, non per anco a lei noto. E tanto ne fu lo spavento, 
che fu costretta a cedere. Il Soranzo presidiò quei luoghi di- 
rupati e difficili per impedire al nemico di molestare un' altra 
volta le terre del trivi giano. 

Con energiche espressioni fu richiamato il signore di Pa- 
dova a mantenere i patti con tanta solennità giurati alla re- 
pubblica, e particolarmente a vietare alle milizie del duca d'Au- 
stria l' ingresso e il passaggio sul suo territorio. Ma Francesco 
da Carrara, con abbominevole eccesso di finzione, mandò a sus- 
sidio dei Veneziani un corpo di settecento uomini armati, i 
quali invece erano incaricati di esplorare le mosse e le inten- 
zioni dei comandanti dell'esercito veneziano, e di tenerne in- 
formati i nemici; ed aiutarli nella buona riuscita di tutti i 
loro piani di guerra. Tale fu il contegno del signore di Pa- 
dova sino all'inverno dell'anno 1377. 

Intanto egli secretamente si adoperava ad altri intrighi 
contro la repubblica di Venezia, a fine d' immedesimare nei 
suoi sentimenti queglino stessi, che in sulle prime se n'erano 
mostrati alieni. Si formò quindi una lega, inspirata dai varii 
interessi, che dovevano muovere contro essa gli odii di cia- 
scuno de' suoi rivali : — dei Genovesi in conseguenza di quella 
rivalità di commercio, che già da un secolo aveva fatto ros- 
seggiare del loro sangue i mari; del re di Ungheria, che da 
lungo tempo si adoperava per assodare il suo dominio sulla 
Dalmazia ; del patriarca di Aquileja, per l'antichissima avver- 
sione alla veneziana grandezza; dello Scaligero di Verona e 
del Carrarese di Padova, per la troppa vicinanza di possedimenti 



324: LIBRO X, CAPO XIV 

nel contiguo territorio della Marca trivi giana ; dei popoli della 
costa dell'Adriatico, e precipuamente degli Anconitani e della 
regina di Napoli per gli ostacoli, che la repubblica frapponeva 
alla libertà del loro commercio. 

Ed a proposito del re d'Ungheria, abbiamo nella Storia 
dì Padova del Gattaro (1), due lettere di quel principe, scritte 
a Francesco da Carrara ; in una delle quali, relativa a questa 
lega, dichiara di essersi collegato per la distruzione, vituperio, 
vergogna, e versamento di tutto il sangue e morte del Comune 
de' Veneziani e di tutti i loro benevoli (2). 

Il concerto preso generalmente tra gli alleati stabiliva, 
che gli uni attaccherebbero con le loro navi i Veneziani dalla 
parte del mare, e gli altri ne invaderebbero con le loro milizie 
i possedimenti della terra ferma. 

Si accese intanto la guerra tra Genovesi e Veneziani per lo 
possesso dell'isola di Tenedo, e per la protezione, che quelli 
assunsero di Andronico Paleologo, figliuolo dell' imperatore Ca- 
lojanni, dopo averne deposto il padre, amicissimo dei Vene- 
ziani. La sorte delle armi riuscì favorevole a questi; i quali 
posero in fuga il generale genovese Luigi del Fiesco dopo 
avergli predato cinque galere. La rabbia dei collegati scoppiò 
allora nella più insidiosa maniera. Il Carrarese indusse Lodovico 
re d' Ungheria a muoversi il primo, coll'addurre vani pretesti 
a difesa sua ed a nome altresì del patriarca di Aquileja. Mandò 
pertanto a Venezia un ambasciatore a lagnarsi, — che nella 
guerra sostenuta col signore di Padova, non era stato osser- 
vato il patto, che il papa fosse giudice delle differenze, che aves- 
sero potuto insorgere ; che il re d' Ungheria aveva speso molto 
denaro in quella guerra per assistere il signore di Padova; che 
il re aveva sofferto molti danni in conseguenza del divieto in- 
timato dai Veneziani, che il sale da Pago, appartenente ad 
esso re d'Ungheria, passasse per gli stati della repubblica.. 



(1) Rèr. Hai. Script., tom. XVII. 

(2) « Collegati sumus ad destructionem, vituperium, verccundiam et 
omnis sanguinis effusionem ci mortem communis veneto-rum, omnium- 
que eorum bencvolentium. » 



ANNO 1378 325 

Perciò domandava risarcimento delle spese di quella guerra; 
compenso dei danni sofferti da quelli di Cattaro e di Sebenico 
sudditi ungheresi ; e soddisfazione delle arroganti risposte 
date agli ambasciatori del re. 

E nel mentre, che Lodovico faceva queste lagnanze coi 
Veneziani, concertava col signore di Padova sul modo di re- 
golare la guerra nel territorio della repubblica, verso la quale 
Francesco da Carrara continuava a fingere ed a mostrarsele 
amico. Ma la finzione sua non potè ad essa restare occulta. 
Perciò il senato licenziò i messi, ch'egli poco prima gli avea 
inviati, e troncò ogni comunicazione con Padova. 

Non potè il Carrarese più ritirarvisi. Affrettossi quindi ad 
eleggere comandante delle ^ue truppe Giovanni degli Obizzi, e 
lo mandò alle frontiere veneziane, verso il castello di Oriago, 
il quale in otto giorni fu munito di bastita, di mura, di fosse 
e presidiato di molti soldati. 

Similmente i Veneziani fortificarono tutti i loro castelli, 
che fronteggiavano lo stato padovano, ed in ìspecialità muni- 
rono eli molte truppe Solagna, presso a Bassano, e v'innalzarono 
una forte chiusa, per impedire al nemico ogni comunicazione 
colla Germania. Ma Francesco da Carrara, unendo insieme 
quante più genti potè, corse ad impedirne il lavoro, e, messi 
in fuga i soldati e i lavoratori, rimase padrone del luogo e lo 
cangiò a sua difesa. Tra i molti prigionieri caduti in mano 
del Carrarese, fu anche Nicolò Dolfino provveditore e capitano. 

In Padova intanto gì' inviati dei principi alleati avevano 
tenuto seria conferenza, dopo la quale andarono a Venezia, il 
dì 14 giugno 1378, ed intimarono alla repubblica formalmente 
la guerra. La repubblica non esitò ad accettarla ; e tanto più 
di buon grado, perchè il Visconti signore di Milano le aveva 
procacciata anche l'amicizia di Nicolò d'Este, del duca di Savoja, 
e di alcuni altri signorotti d' Italia. Né per allora aveva punto 
a temere del duca d'Austria, perchè n'era stata prorogata la 
tregua a qualche altro mese (1). 



(1) Tuttociò viene fatto palese dai doeum. 1699 e 1770 portati dal 
Terci, nella Stor. della Marca trivig. 



32G LIBRO X, CAPO XIV 

A rinforzare l'esercito del signore di Padova vennero cin- 
quemila soldati, che il re d' Ungheria gli mandò; condotti 
dal vaivoda di Transilvania. Questi passarono il Piave il dì 
24 giugno, e tre giorni dopo, formando con le truppe del Car- 
rarese un esercito di sedicimila uomini, andarono ad accam- 
parsi dinanzi a Castelfranco. Ma trovando quel castello assai 
bene fortificato e conoscendone quindi la difficoltà dell' impresa, 
se ne allontanarono, piegando verso Carpeneo, per tentare di 
là un assalto al castello di Mestre, verso l'estremità delle lagune 
di Venezia. Dovunque passavano, saccheggiavano i luoghi, in- 
cendiavano le case, ne ammazzavano gli abitanti. Per arrestare 
il loro corso uscì da Treviso, con trecento soli balestrieri, il 
podestà Nicolò da Gaglianico, lucchese, il quale, rompendo di- 
speratamente le file nemiche ed attraversandone gli accampa- 
menti, entrò in Mestre ; ove il podestà Francesco Dolfin mole- 
stava in ogni guisa e sì validamente l'esercito unghero-carrarese, 
che a furia di sassi ne costrinse a raccolta il comandante 
Giovanni degli Obizzi (1). Del che arrabbiato il signore di 
Padova, gli tolse il comando e lo conferì a Federigo da Mon- 
teloro. Ma più delle molestie militari, l'insalubrità dell'aria, 
che travagliò di malattie l'esercito, lo costrinse a levarne l'as- 
sedio e venire a ritirarsi in Padova. 

Circa lo stesso tempo, Nicolò da Gaglianico s' imbarcò con 
quattrocento fanti e venne alia torre del Corame ad assalire 
le truppe padovane: ma nella zuffa rimase prigioniero. 

Avvenivano similmente altri fatti d'arnie qua e là, con 
vario successo or dell'una or dell'altra parte. Tra i quali ri- 
corderò precipuamente, come il giorno 10 luglio, il bolognese 
Baldo da' Gallici, capitano dei Veneziani, uscito da Conegliano 
con cento lancie, si scagliò sopra il villaggio di san Polo, ove 
tenevasi ricco mercato, e fattovi abbondante bottino, ritornò 
al suo posto. Ma pochi giorni dopo, Gherardo da Camin, il 
quale, avendo disertato dal servizio della repubblica, militava 
nell'esercito ungherese, volle ricattarsene. Tese perciò a Baldo 

(1) Tuttociò ò narrato dal Caroldo, Chron. ined. della bibliot. Marciana, 
cod. CXXVIIl della clas. Vili ital. pag. 460 a tergo. 



ANNO 1378 327 

un' imboscata nei dintorni di Conegliano, e sorpresolo, mentre 
vi usciva per fare nuove scorrerie, lo ammazzò. 

Intanto sul veronese, per indebolire le forze del signore 
di Padova, il Visconti signore di Milano, confederato dei Ve- 
neziani, andò a molestare gli Scaligeri nei loro possedimenti. 
Corsero tosto, in difesa di quelli, quattromila ungheresi con- 
dotti dal loro vaivoda, ed entrati per rappresaglia nel terri- 
torio bresciano, s' inoltrarono a stringerne d' assedio la città 
capitale. Per lo che il Visconti, pensando ai casi suoi, domandò 
una tregua di quarantacinque giorni; e la ottenne a' 30 di 
settembre. 

Non così nel territorio trivigiano il signore di Padova, il 
quale aveva in sua assistenza genti del patriarca di Aquileja, 
del conte di Ceneda e di altri signorotti di quei dintorni, e 
con queste vi continuava la guerra contro i Veneziani. Nò la 
repubblica fu tarda a mandarvi un considerevole corpo di truppe 
a piedi e a cavallo, capitanate da Carlo Zeno; ed a questo 
aveva dato ordine di tenersi sulla difesa, limitandosi ad impe- 
dire, che il nemico avesse vantaggi. Carlo Zeno aveva una 
maniera tutto sua di combattere, la quale stava in piena armonia 
con gli ordini, che dal senato gli erano stati imposti. Sicuro 
adunque della buona riuscita, incominciò le sue mosse, benché 
vi avesse trovato un'armata di molto superiore nel Inumerò alla 
sua. Pose perciò ogni cura nello scegliere le più favorevoli po- 
sizioni, per non trovarsi costretto ad accettare battaglia. So- 
vente gli assaliva di giorno e di notte; molti ne faceva pri- 
gionieri; moltissimi ne uccideva; e talvolta, fatto maggior im- 
peto, li metteva in rotta. Ma non valendo i confederati a 
sostenere un siffatto genere di guerra, in cui era molto esperto 
il loro nemico, non poterono durarvi più di una ventina di 
giorni, si sciolsero ed abbandonarono quei luoghi; sicché la 
terraferma veneziana ne rimase intieramente tranquilla. 

Francesco signore di Padova non potò per allora tentare 
nuove imprese contro i Veneziani, perchè i Genovesi, alleati 
di lui, provocavano questi a feroce lotta marittima, alla quale 
il Carrarese doveva riuscire necessariamente estraneo. Egli 
nello stato d' indebolimento, in cui trovavasi, potò appena 



328 LIBRO X, CAPO XIV 

mantenere le rose, come stavano, intorno a Trevigi e sul suo 
territorio; nel mentre che i Genovesi lottavano contro i Ve- 
neziani nella così detta guerra eli Chioggia. 



CAPO XY. 

Dei valenti professori di medicina della famiglia Santa Sofia. 

È conveniente interrompere alquanto il rimbombo delle 
zuffe militari, facendo la dovuta commemorazione onorevole 
de' valentissimi professori, che nobilitarono colla loro scienza 
questa patria Università, rinomatissimi nelle mediche discipline, 
e figli tutti di una stessa famiglia. È questa la famiglia dei 
Santa Sofia, detta anche da Santa Sofia, di cui fu stipite Ni- 
colò, nobile padovano, scolaro di Pietro d'Abano, emulo del 
suo maestro e partecipe, dopo lui, della gloria di avere soste- 
nuto col suo sapere la fama e l'onore di queste scuole. In esse, 
coprì la cattedra di medicina per ben quarant'anni dal 1311 
al 1350. Egli, novello Ippocrate, custodì ed amplificò, dice il 
Colle (1), il salutare deposito della medica scienza copiosamente 
così, che « non trovossi alcuno tra quei molti che vi nacquero 
« e crebbero per tutto il secolo XIV, il quale grande ed illu- 
« stre per medica dottrina non ne abbia accresciuti e diffusi i 
« tesori nella domestica terra e nelle straniere, con amplissimo 
« frutto non solo di plausi ed onori, ma di amicizie ancora e 
« di premii sovrani. » 

Sette valentissimi professori, derivati dal primitivo ceppo, 
resero chiara la famiglia di lui : Giovanni e Marsilio ne furono 
figliuoli; Guglielmo e Daniele nacquero da Marsilio; Galeazzo, 
Francesco e Bartolomeo ebbero a padre Giovanni. Di ciascuno 
darò brevi notizie. 

Giovanni, primogenito di Nicolò, acquistò grande onore 
alla scienza, alla patria, alla famiglia ed a so stesso con la 
lunga scuola e con le applaudite esposizioni d' Ippocrate, di 

(1) S(or. dello Stud. di Pad., pag. 170 del voi. III. 



ANNO 1378 329 

Galeno e dì Avicenna (I). Nel settembre del 1367 fu eletto 
preside del Collegio de' professori di filosofia e di medicina. 
Della sua maturità di consiglio fanno prova le ripetute desti- 
nazioni sue, nel 1369 e nel 1375, a correggere opportunemente 
ed adattare alle nuove costumanze gli statuti del Collegio gin- 
nasiale : nel che ebbe compagni i due esimii professori Gio- 
vanni Dondi e Nicolò da Rido. — Dall' insegnamento pubblico 
nelle scuole di Padova passò l'anno 1388, a tener cattedra in 
Bologna: ma non vi rimase che un anno all' incirca ; sendochè, 
ripatriato nel 1389, finì di vivere nel giugno di quell'anno. 

Fratello minore ne fu Marsilio, il quale per 1' elevatezza 
del suo sapere suol essere encomiato il primo da quanti scris- 
sero della famiglia dei Santa Sofìa. Perciò il diligente ed eru- 
dito storico dello Studio di Padova (2) così ne parla : « Nella 
« numerosa schiera di dottissimi medici, che con singolarissima 
« combinazione fiorirono contemporaneamente nella sua quasi 
« divinamente privilegiata famiglia, ottenne Marsilio i primi 
« vanti non solamente nella sua patria, ma ancora nelle Uni- 
« versila più cospicue d' Italia, che lo invitarono e a sommo 
« onor si recarono di possederlo. » Egli prima dell'anno 1367, 
era già aggregato al collegio de' medici e professore nelle 
scuole di Padova, ed onorevolmente, nel 1372, fu regalato dal 
dominante principe Carrarese. Dagli atti del Collegio de' medici 
è fatto palese, ch'egli sino all'aprile del 1389 rimase in patria, 
ed allora soltanto vi si allontanò, per evitare i tumulti poli- 
tici, in occasione della guerra del signore di Padova contro 
Gian Galeazzo Visconti e fors'anco per desiderio di cangiare 
sovrano, al di cui partito s'era mostrato troppo fervidamente 
favorevole. Tuttavolta la stima e la venerazione, di cui era 
onorato in patria, non permisero, che sebbene spontaneamente 
emigrato, ne fosse tolto il nome dal ruolo dei collegiali. Ma ri- 
cuperato da Francesco II, nel 1390, il dominio di Padova, fu 
colpito Marsilio, in un co' suoi figli, da sentenza di bando e 
di confiscazione de' beni, la quale fu rivocata due anni dopo, 



(1) Ne fece grandi elogi il Savonarola. De magmf. ornam. civit. Pad. 

(2) Francesco Maria Colle, nel voi. Ili, pag. 192. 



330 LIBRO X, CAPO XV 

in occasione della pace conchiusa col Visconti. Imperciocché 
tanta era la stima e la benevolenza, di cui l' onorava il prin- 
cipe milanese, che volle stipulato esplicitamente un articolo 
tra le condizioni di pace, per cui obbligavasi Francesco II a 
rimettere alla sua grazia Marsilio e i figliuoli di lui. In con- 
seguenza di ciò fu riammesso altresì al Collegio dei medici, 
da cui lo aveva espulso, nel 1390, la decretatane proscrizione (1). 
Ad onta di tuttociò, Marsilio non ebbe più la sincera corri- 
spondenza del principe, cosicché amareggiato nel suo soggiorno, 
ed allettato fors'anco dalla generosità dello stipendio (2), che 
gli offriva il duca suo benefattore, passò dalla patavina all'u- 
niversità di Pavia. Egli eli là, nell'anno 1399, trasportatone a 
Piacenza lo studio, vi fu trasferito col pingue stipendio, su- 
periore a quello d' ogni altro professore, di oltre a 170 lire 
per ogni mese(3). Tuttavolta, dagli atti del Collegio raccogliesi, 
che Marsilio, benché professore in Pavia, continuava a tenere 
il suo posto anche tra i professori di Padova. Dell'eminente 
estimazione, eh' egli godeva, ben anco trent' anni addietro, in 
tutta l' Italia, abbiamo solennissima prova nell' invito fattogli, 
nel 1369, dal Comune di Udine, acciocché andasse colà alla 
cura del loro signore, Federigo Savorgnano, gravemente in- 
fermo; e ne rimase memoria nei pubblici archivi di quella 
città per la spesa occorsa in comperare una cintura d'argento 
del peso di trenta oncie, della quale fargliene splendido re- 
galo (4). Ed altra prova ne abbiamo nella fiducia, ch'ebbe in 
lui, Gian Galeazzo Visconti di volerlo al suo letto nell'ultima 
infermità, che nel 1402 lo spense (5). Rapitogli così il suo 



(1) Ad. Coli. Mcd. ann. 1392, 1G Scpt. 

(2) Corio. Stor. di Milano, P. IV. 

(3) Ripalta, Amai. Placcnt. presso il Muratori Rer. Hai, Script, voi. XX. 

(4) Ardi. Utinen. ad dicm 24 Jan. 1369. 

(r>) Era tanta la volgare opinione, che avevasi della scienza di Mar- 
silio, che, nell'occasione di questa infermità del Visconti, s'era divulgata 
la credenza, avergli lui ottenuto, colla squisitezza degli apprestati medica- 
menti, se non la guarigione, il prolungamento almeno di alcuni giorni di 
\ita oltre al termine naturale. Sul che scrive Gattari: « Ivi così infermo visse 
« il Visconti più giorni per gli solenni liquori e cose medicinali fatte per 



ANNO 1578 331 

munifico protettore, Marsilio lasciò il servizio di quella prin- 
cipesca famiglia e passò all'università eli Bologna; giacche in 
patria non poteva più trovarsi bene, per le gelosie e per li 
sospetti del principe Carrarese. E tanta fu la stima, in cui 
l'ebbe l'università di Bologna, che gli venne assegnata la scuola 
del mattino, come la più onorevole, riserbata sino allora co- 
stantemente per li professori bolognesi (1). Poco la occupò per- 
chè nel 1405 finì di vivere (2). Giace sepolto presso la chiesa 
di san Francesco, encomiato da onorevole ed elegante epi- 
grafe, portata dal Salomonio flnscript. Urb. Pat., pag. 29). 
Le sue lezioni di scuola fatte pubbliche con le stampe furono 
celebrate da Michele Savonarola, come « le più degne ed ele-- 
« ganti, che fossero apparse per intendere e rischiarare a do- 
« vere i luoghi più intralciati e difficili degli antichi maestri. » 
Ha inoltre un trattato sulle febbri, stampato in Venezia nel 
1514, ed in Lione nel 1517. Altre opere da lui manoscritte 
esistevano a Parigi nella biblioteca reale, nel Voi. IV, co- 
dice 6860, 6933, 6935, 6941, 6910. 

Emulo della scienza paterna fu Guglielmo, figliuolo di 
Marsilio, insignito della laurea di medicina nella patria uni- 
versità il dì 26 aprile 1389. Ottenne poscia i primi ufficii in 
questo suo collegio: — Preside, nel 1391 ed in seguito sino al 
1400, tra i promotori alla laurea. Ebbe la sorte di non andare 
compreso nella proscrizione, a cui fu condannato suo padre; e 
ciò probabilmente, perchè con saggia moderazione seppe, in 
mezzo ai torbidi di quelle rivoluzioni, tenersi avvedutamente 
applicato ai suoi studii ed agli uffizii scientifici; e perciò, lon- 
tano dai partiti e dal vortice turbinoso dei politici affari, potè 



« lo famosissimo uomo messer Marsilio da santa Sofia, sapientissimo me- 
« dico padovano, reputato in quel tempo il migliore e più sapiente medico 
« del mondo. » 

(1) Savonarola, De magni f. ornarti. Civit. Pad. 

(2) Armai, di Forlì, a cui per testimonianze che abbiamo e che più 
oltre ricorderemo, devesi credere, meglio che al Papadopoli (Hist. Gymn. 
Patav. tom. I), il quale inesattamente lo disse morto nel 1403. Ed è questa 
una delle molte sue inesattezze circa le azioni compendiosamente narrate- 
di Marsilio. 



332 LIBRO X, CAPO XV 

pacificamente e senza veruna molestia continuare con impieghi 
ed onori nel quieto soggiorno della sua patria. Passò poscia 
nlla corte di Sigismondo, re di Boemia e di Ungheria; non 
per anco imperatore. A quella corte stette più anni ed ivi morì, 
probabilmente prima del 1417, in cui Sigismondo ottenne la 
corona imperiale. 

Daniele è l'altro figlio, minore di età, del celebratissimo 
Marsilio. Fu col padre a Pavia, poi a Piacenza e finalmente a 
Bologna ; e tenne cattedra di medicina in tutti e tre questi 
luoghi (1). Morto il padre, ritornò in patria; ma la splendida fa- 
ma, già prima acquistata, gli meritò di essere richiamato colà a 
tenervi la scuola medica ordinaria del mattino, al pari di Marsi- 
lio; privilegio, che non fu mai concesso nò prima nò dopo ad alcun 
estraneo (2). Tra gli onori, che per la sua fama si meritò, non 
è a tacersi quello di essere stato scelto a proprio medico dai 
due pontefici Alessandro V e Giovanni XXIII. Fu calunniato 
dinanzi al concilio di Costanza di avere apprestato il veleno al 
primo di essi (3) ; ma la calunnia rimase pienamente smentita, 
se non altro, dall'essere stato dopo la morte di Alessandro Y, 
al servizio del papa Giovanni XXIII. Sul che nulla dico, la- 
sciando la verità a discutersi dagli eruditi, che se ne sono oc- 
cupati, ma senza nulla decidere. 

Vengo ora a dire dei tre figliuoli di Giovanni, fratello di 
Marsilio. Il primo di essi fu Galeazzo, il quale, nell' ottobre 
del 1386, fu aggregato al patrio collegio dei filosofi e dei me- 
dici. Nel 139i fu invitato a Vienna, ove nel pubblico studio 
gii fu affidata a grande onore per molti anni la cattedra di 
medicina, ed oltre a ciò, caro e riputato alla Corte, fu medico 
di quegli arciduchi, ricompensatone con largo stipendio (4). 
Giunto in età senile, amò meglio lasciare lo splendore di una 
università e di una corte straniera, e ritornarsene in patria. 
Quivi appena giunto si addossò l'incarico della scuola ordinaria 

(lì Ripalt. Anna! Placent, presso il Muratori, Rer. Ital. Script, tom. XX. 

(2) Savonarola, luogo cit. 

(3) Ari. Conc Constant, presso il Labbé, tom. XVI dollediz. ven. 
1731, col. 191. 

(4) Savonarola, luog. cit. 



ANNO 1378 333 

di medicina, fattosi emulo valoroso del celebro Jacopo da Forlì. 
Morì di peste Tanno 14^7 e fu sepolto nella chiesa degli ago- 
stiniani. Tra le opere di lui, il Savonarola esalta-, come famosa 
e degna di eterna vita, l'opera intitolata : Eecepetae in primum 
quarti Avicennae. Il medico Antonio Cermisone ebbe a sco- 
prirne un' altra inedita, col titolo : Lectura Aphorismorum. 

Francesco, fratello di Galeazzo, fu promosso solennemente 
con questo, nel 1389, all'onore del magistero di medicina. Il suo 
nome n è registrato come dottore, ed occupava sino al 1402 
una scuola di medicina, che dicevasi straordinaria. Né di più 
ci narrano di lui le antiche memorie. 

L' ultimo degl' illustri discendenti di Nicolò Santa Sofia 
fu Bartolomeo, terzo figliuolo di Giovanni e fratello dei due 
sunnominati Galeazzo e Francesco. Per più anni, — dal 1388 
al 23 maggio 1437 — insegnò medicina pratica in questa Uni- 
versità. L'epigrafe sepolcrale, che gli fu scolpita, deplora crol- 
lato in lui il miglior sostegno della medica facoltà (1). Ed in 
vero, non più si rinnovò il caso, che di una sola famiglia vi- 
vessero contemporanei a decoro della patria e della scienza 
otto sì celebri professori. Gloria dunque ai da Santa Sofìa ed 
onore alla Università patavina. 



CAPO XVI. 
Illustri pittori padovani di questo secolo. 

Anche eli pittori esimii, che onorarono coi loro studii la 
patria, abbondano in questo medesimo secolo i fasti di Padova. 
E qui premetto brevi cenni di quell'Isidoro, che ci è fatto co- 
noscere da un evangeliario istoriato e miniato, dell'anno 1170, 
appartenente al capitolo della cattedrale. In esso ò scritto con 
caratteri di que'tempi: Anno D.ni nostri Jesu Christi MCLXX. 
Indictione III. XVIII hai. Octobris. Expletum est ab Ysidoro 
hoc opus in Pachici feliciter, etc. Leggo di lui nella cronaca 

(1) Vedi il Salom. Inscript, Urb. Palav. pag. 28. 



334 LIBRO X, CAPO XYl 

mss. del Ferrighi: (1) «Di questo artista, che molto si scostò 
« dalla maniera secca e dura, che si usava nel dipingere a quei 
« tempi, non ne fa alcuna menzione né la Storia Pittorica, né 
« gli Abecedarj. Se il Vasari ne' suoi viaggi avesse esattamente 
«adempito all'obbligo impostosi, avrebbe ben diversamente 
« scritto, quando ci narra, che Cimabue nacque per dar i primi 
« lumi all'arte della pittura, e che fu il primo, che si scostò 
« dalla maniera secca e dura dei pittori Greci, che dipingevano 
« in Italia, a meno che la sua pazialità nell'esaltare sopra ogni 
« altra la sua scuola non gli abbia imposto silenzio sopra quanto 
« osservò in queste provincie. L'elogio dunque, che fa di Cimabue, 
« a più giusto titolo conviene al nostro Isidoro, che dipingeva 
« settantanni prima che fosse nato il suo pittore fiorentino. » 

Fatta questa ben dovuta commemorazione del più antico 
pittore padovano, vengo ora a dire di quelli, che nel presente 
secolo XIV illustrarono coi loro pregiati lavori la patria. 

Guariento, o Guarente, o Guariero, o Guarinetto, figliuolo di 
Arpo padovano, ci è fatto noto la prima volta dalle carte di Pa- 
dova nell'anno 1338. Ben presto si acquistò rinomanza di eccellente 
pittore. Da lui comincia la storia dei pittori veneti; primo a 
scostarsi notevolmente dalle maniere della scuola greca, e ad 
introdurre movimento, attitudine, piega e ben regolato compo- 
nimento; cosicché a buon diritto lo si può dire il primo a se- 
gnare l'aurora del gusto e del buon senso pittorico. Tra i molti 
affreschi di sommo pregio, cui il Guariento fu chiamato a di- 
pingere in palazzi e in altri pubblici luoghi di Venezia, e gli 
elegantissimi in Bassano, tuttora superstiti, ed in Padova nel 
coro degli Eremitani, ormai guasti, — nella cappella del Po- 
destà, — nella casa di Urbano Prefetto entrambi perduti, — e 
nella sala degl'imperatori, nel palazzo, ora detto del Capita- 
niate, dove gli scolari andavano in carnovale a danzare; — te- 
stimonianze chiarissime dell'acro pregio, in cui la pittura era 
salita in Padova, nel tempo ancora tenebroso per tante altre 
città, — tra i molti dipinti, io diceva, di cui il Guariento fu 
incaricato, primo di tutti e più cospicuo e più onorevole fu 

(1) Pag. 17. 



ANNO *378 S35 

la coronazione della Vergine^ in mezzo alla gloria degli angeli 
e dei santi, che rappresentavano il Paradiso, nella grande sala 
del maggior Consiglio in Venezia ; — dipinto, a cui fu invitato 
nell'anno 1365 per sovrana deliberazione di quel Senato, « non 
« avendo saputo trovare in tutta Italia migliore artista » per l'e- 
secuzione di sì grand'opera. Il contemporaneo Michele Savona- 
rola (1) ne descrive l'effetto maraviglioso che produceva. Del 
quale effetto possiamo dire di essere stati in qualche parte testi- 
monii anche noi : perchè non è vero, come disse taluno, che sìa 
andata perduta quest'opera. Essa, tuttoché guasta in qualche 
sua parte, esiste coperta dalla grande tela del Tintoretto con 
la gloria dei Beati. Se ne scopersero gli avanzi bellissimi, 
nell'occasione, di avere rimosse, nel 1846, le scolture che ingom- 
bravano quella facciata e che furono trasferite a formar parte 
del museo della biblioteca. Io stesso li vidi ; e so, dovervisi 
fors' anco leggere tuttora ai piedi del trono i versi dettati 
dal Dante : 

V amor che mosse già V Elerno Padre 
Per figlia aver di sua deità trina, 
Costei, che fu del suo figlimi poi madre 
De V universo qui la fa Reina : 

i quali versi vedonsi, appunto a pie del trono, nell' unica in- 
cisione che n' esiste nella biblioteca marciana. 

Vivente il Guariento fioriva, benché di alcuni anni più 
giovine, il pittore Menabaoi, detto Giusto da Padova, il quale, 
onorato dal principe della cittadinanza padovana in premio 
della sua abilità e de'suoi meriti, fu sempre reputato padovano, 
adontachò nato a Firenze. Dipinse con grazia e diligenza, con 
varietà nelle fisionomie e nelle espressioni, con atteggiamenti 
ingegnosi e naturali piegature di vesti ; pregi non comuni a 
que' tempi. Tra i lavori di lui sono da commemorarsi le pit- 
ture del battisterio del duomo «in seguito ritoccate da Luca 
« Brida che fatalmente (dice il Ferrigni, pag. 131) n' ebbe la 
« commissione da mons. canonico Buzzacarini. » Morì in Padova 
circa Tanno 1397. 

(1) De magnif. ornam. civ. Pad. 



336 LIBRO X, CAPO XVI 

Contemporanei a Giusto furono Giovanni ed Antonio da 
Padova : con esso anzi, pensarono alcuni, che dipingessero nel 
battisterio del duomo. Parve infatti al Brandolese (1) di scor- 
gere in quelle pitture due maniere di stile ; la quale opinione 
viene favorita da un manoscritto anonimo dell'archivio Zen, 
ove, dopo aver detto, giudicarsi esse pitture di Giusto, sog- 
giunge: « nelle pitture di dentro sopra la porta che va nell'in- 
« claustro, si legge : Opus Joannis et Antonii de Paclua. » Ciò 
smentirebbe l'opinione dell'anonimo (2). 

Altro pittore contemporaneo a questi, che fiorì in Padova, 
sua patria, fu Jacopo Davanzo, il quale fu anche detto ora 
veronese ed ora bolognese. Perciò non vanno d'accordo gli scrit- 
tori circa la patria di lui. — Sembra tuttavia, che il Mo- 
schini (3) eruditamente abbia decisa la questione dicendo : « Ci 
« piacerebbe, che Padova potesse dire la vera patria elei Davanzo 
« ora, che il Morelli, contro lo asseverare di molti, provò (nelle 
« sue note all' Anonimo) essere di lui quelle pitture a fresco, 
« che ne ha la cappella di s. Jacopo, detta adesso s. Felice, 
« al Santo : pitture di molto spirito, assai conformi allo stile 
« giottesco. «....Davanzo supera in certo modo Giotto, pittore, 
« come fu scritto, non troppo avezzo a temi marziali ; i quali 
« meriti tuttavia in quei dipinti si riconoscono, anche dopo il 
« ristauro, ecc.... » « Jacopo quivi dipinse eziandio nella chie- 
« setta di s. Giorgio ove ebbe nel lavoro altri compagni, nò 
« sapendosi quali opere ciascuno di costoro vi facesse, si cre- 

« derebbe, » ecc « Alcuni frammenti di dipinti di Jacopo, 

« preservati dell' atterrata chiesetta del Capitanio, si vedono 
« nel luogo dell' 'Accademia di scienze : » ecc. ecc. 

Circa lo stesso tempo, fioriva anche il padovano pittore 
Giovanni Miretto o Miretti. Di lui narra il Moschini (4), avere 
dipinto il palazzo della Eagione, comunemente chiamato il 
Salone ; ed avvalora questa sua asserzione, citando l'astrolabio 

(1) Piti. ecc. di Pad. pag. 120. 

(2) Ved. iil Brandolese, luog. cit, ed il Moschini, Guida di Padova, 
pag. 81. 

(o) Origine della Pittura in Padova, pag. 13. 
(i) Luog. cit. 



ANNO 1578 337 

dei pianeti di Giovanni Angeli, stampato in Vonezia P anno 
1494. Contro la quale asserzione sussiste, che tutti gli altri 
scrittori delle pitture padovane assegnano in principalità quei 
dipinti a Giotto, e che nel ristauro fattone dal valente pittore 
Francesco Zanoni di Cittadella, l'anno 1762, vi si scoperse 
scritto il nome di Giotto. Che vi abbia dipinto il Mi retto in 
principalità o che vi abbia cooperato, mancano documenti e 
prove tanto all'essendo come al negarlo. Bensì merita lode il 
Moschini per aver fatto noto un pittore padovano, ommesso 
dallo Scardeone, dal Rossetti e dal Brandolese, che se ne oc- 
cuparono di proposito. — Dice il Lanzi, che un Gerolamo Mi- 
retto, o Mire ti, detto pittore padovano dal Vasari, fosse fra- 
tello forse o congiunto di "Giovanni, e ci fa sapere, ch'egli la- 
vorò in Padova molte cose sullo stile della Scuola Veneta. Certo 
è, che il nome di Mireti si legge negli Statuti de' pittori Pado- 
vani, e che anche nel 1423 e nel 1441 se ne trovano memorie (1). 
Il padovano Francesco Squarciane, nato nel 1394, figlio 
del notajo Giovanni di Padova, fondò in patria una celebre 
scuola di pittura; e per la sua abilità nell'erudire giovani in 
quest'arte, fu detto il maestro de pittori. Dalle antiche me- 
morie sappiamo, averne egli educato cento trentasette. Bramoso 
di acquistare pellegrine notizie, viaggiò, non solo per tutta 
l'Italia, ma eziandio nella Grecia, ove con sagace diligenza 
disegnò quanto di meglio trovava, sia di pittura che di scul- 
tura, e ne fece anche raccolta comperandone talvolta. Reduce 
in patria, formò uno studio o gabinetto il più ricco, che al- 
lora vi fosse in Padova, non solamente di disegni, ma di statue 
altresì, di torsi, di bassirilievi, di urne cinerarie: le quali cose 
tutte gli servivano eccellentemente, più che con gli esempi suoi, 
ad erudire gli allievi, che a lui si recavano, valendosi non di 
rado dell'opera loro per eseguire non poche delle commissioni, 
che gli venivano raccomandate. Tra gli allievi suoi, distinse con 
particolare predilezione il Mantegna, di cui . pallerò alla sua 
volta. Lo Squarcione si deve a buon dritto reputare quasi lo 
stipite, da cui si diramò, per mezzo del Mantegna, la più grande 

(1) Lanzi, Stor. Piti, tom. Ili, pag. 50. 

Cappelletti. Storia di Padova I. 22 



338 

scuola di Lombardia, come per Marco Zoppo la Bolognese. 
Anche la scuola veneta è debitrice in qualche modo agli studii 
ed all' ingegno di lui. Dei molti lavori, ch'esistevano in Padova 
e nella chiesa della Misericordia (1) ed altrove, è commemo- 
rata una tavola in varj comparti, che fu già dei carmelitani, 
eseguita per commissione della nobile famiglia Lazara a san 
Francesco. Egli soleva sottoscriversi nei suoi dipinti Francesco 
Squarcione. Esistono di lui, nel chiostro di san Francesco grande, 
dipinti in terra verde alcuni fatti del santo, nei quali posero 
mano anche taluni de' più valenti tra i suoi allievi. Morì in 
Padova ottuagenario e fu sepolto, per sua disposizione testa- 
mentaria, nei chiostri di san Francesco (2). 

Le brevi notizie, che ho recato fin qui, di cotesti celebri 
artisti padovani, i quali cooperarono coi loro dipinti all'onore e al 
decoro della loro patria, devono essere a mio parere bastevoli, 
affinchè la memoria di essi e del loro valore non rimanga esclusa 
dalla Storia di Padova- 

(1 ) Un antifonari o con belle miniature, il quale fu regalato da quelle 
monache al papa Pio VII, privando così la patria di un esimio capolavoro ; 
il quale avrà avuto fine chi sa dove e presso chi! 

(2) Dello Squarcione parlano a lungo il Vasari, Vite del pittori, tom. II, 
pag. 475 ; lo Scardeone, de antiq. urb. Patav. pag. 370 ; il Brandolese Pitt. 
ecc. di Pad., pag. 301 ; ed il Lanzi, Stor. Pili. tom. Ili, pag. 25. 



LIBRO XI. 



Continuazione delle dissensioni dei Carraresi fann. 
1378), sino alla caduta di Francesco signore di 
Padova (ann. 1388). 



CAPO I. 

Francesco da Carrara moltiplica le ostilità 
nel territorio trivigiano. 

Quanto più le forze dei Veneziani dovevano dirigere tutte 
le loro operazioni contro i Genovesi sul mare, tanto più di co- 
raggio prendeva ]' indebolito Carrarese ad approfittarne per sé 
in terraferma, ajutato dal patriarca di Aquileja e dal re di 
Ungheria. Né la repubblica aveva lasciato privi di difesa i 
luoghi principali del territorio trivigiano. Francesco tuttavia, 
col mezzo de' suoi capitani Gli o vanni Monteloro ed Armanno 
Buzzacarino, ajutato dai rinforzi de' suoi due alleati, aveva stretto 
di assedio il castello di Romano, nel territorio di Trevigi, 
e se n'era anche impadronito. Di là s'era diretto alla volta 
di Trevigi stessa e vi aveva piantato all'intorno i suoi accam- 
pamenti. Ma la piazza era assai bene fortificata, era difesa da 
buona guarnigione, era copiosamente fornita di munizioni e di 
viveri; sicché avrebbe potuto sostenere senza veruno incomodo 
un lungo assedio. Francesco non ardì intraprenderlo: si con- 
iente di far vivere le sue truppe a spese dei nemici, facendovi 
scorrerie e devastandone le campagne. 



340 LIBRO XI, CAPO I 

Intanto gli Ungheresi, che stavano accampati a Cittadella, 
a Bassano, a Campo san Piero ed a Mirano, discesero verso 
l'estremità del continente, si divisero in due corpi, 1' uno dei 
quali andò ad occupare la Torre delle Bebbe, e l'altro si ap- 
postò al Moranzano. In questa guisa Venezia rimaneva quasi 
interamente bloccata e per terra e per mare: soltanto aveva 
potuto conservare a Mestre un grosso corpo di truppe di os- 
servazione, per cui conoscere i movimenti degli alleati ed im- 
pedire a questi la facilità di maggiori progressi. 



CAPO IL 

Operazioni del signore di Padova a sostegno delle mosse 
dei Genovesi a danno di Venezia. 

Indarno i Genovesi tentarono di penetrare dal mare nelle 
lagune, perchè i porti n'erano ben custoditi; l'estrema speranza 
rimaneva loro dalla parte di Chioggia. Ed ebbe questa buon 
esito per la cooperazione del signore di Padova, il quale fece 
calare dai canali del Brenta parecchie barche, per assalire con 
esse un grande vascello dei Veneziani, posto colà dai mede- 
simi a guardia della sbarra, che impediva ogni comunicazione 
della terraferma con le lagune. Da un lato i Genovesi fecero 
i più validi sforzi per romperla; e dell' altro i Carraresi ne 
staccarono le travi ed appiccarono il fuoco al vascello; sicché, 
superato l'ostacolo, i Genovesi entrarono nelle lagune, e si ac- 
cinsero tosto all'assedio di Chioggia. 

L'esercito Genovese, unito alle truppe del signore di Padova, 
consisteva in 24 mila uomini (1). Francesco da Carrara aveva 
condotto le sue genti egli stesso per la punta di Brondolo ; e 
con queste teneva bloccata Chioggia dalla parte d terra, nel 
mentre che i Genovesi l'assediavano dalla parte del mare. I 
ripetuti assalti, che gli alleati diedero alla città, la tolsero fi- 
nalmente ai Veneziani; ed entrati in essa, vi fecero orrendo ma- 
cello. Eovesciarono e calpestarono lo stendardo di san Marco, 
(1) Morosini, Stor. Yen. lib. XIV. 



ANNO 1378 341 

e v' inalberarono sul palazzo pretorio quello dei Carraresi ; nel 
mezzo della piazza, quello di Genova; e sulla più alta torre, 
quello del re di Ungheria. Il comandante veneziano Pietro 
Emo, con la maggior parte degli uffiziali, fu fatto prigioniero 
di guerra. Gli alleati presero il possesso della città in nome 
del signore di Padova, e ne costrinsero gli abitanti a prestar 
loro giuramento di fedeltà. Pietro Emo fu riscattato coll'esborso 
di mille ducati. Gli altri prigionieri furono consegnati al Car- 
rarese, che li fece condurre a Padova. 

Egli voleva, che la città fosse consegnata alla sua custo- 
dia, ed intanto la flotta genovese e le altre truppe procedes- 
sero alla conquista di Venezia; ma i Genevosi non vi accon- 
sentirono, perchè si fidavano poco della sospetta lealtà di lui. 

La sorte intanto degli alleati cangiò, per la difesa, che in 
quegli estremi frangenti apprestò a Venezia il valoroso capi- 
tano Vettore Pisani, assicurando tutte le aperture dei porti 
di Lido e di Malamocco, e tutto l' interno della laguna ; sicché 
i Genovesi a poco a poco furono ridotti alle peggio; e sì, che 
confessavano la necessità o di una pace a qualunque costo o 
di uno straordinario soccorso, che avesse potuto indebolire ef- 
ficacemente le forze della repubblica di Venezia sempre più 
rinascenti. 

Ed il soccorso pur giunse agli alleati; ma la sagace po- 
litica dei Veneziani seppe trovare il modo di paralizzarne l'effi- 
caccia. Era calato in Italia Carlo della Pace, nipote del re 
Lodovico, alla testa di diecimila ungheresi a cavallo. Appena 
il signore di Padova n'ebbe notizia approfittando deli' amicizia, 
che a questo principe V univa, gli mandò ambasciatori a pre- 
garlo di assistenza, per togliere di mano ai Veneziani la città 
di Treviso. E quando seppe, eh' egli aveva passato il Piave, 
mandò suo figliuolo Novello ad incontrarlo alla testa delle 
truppe padovane, ch'erano a Campo san Piero, con ordine a 
queste di unirsi alle altre, che stavano sotto Treviso coman- 
date da Carlo Durazzo. Ma la repubblica di Venezia, , scanda- 
gliato da prima l'animo di quel principe ed avendolo conosciuto 
propenso a mitezza verso di lei, non tardò ad inviargli per os- 
sequiarlo cinque ambasciatori, — Nicolò Morosini, Giovanni 



342 LIBRO XI, CAPO II 

Gradenigo, Zaccaria Contarmi, Michele Morosini procuratore, 
ed Jacopo Priuli, — acciocché trattassero con lui di pacifico 
accomodamento. Acconsentì Carlo della Pace alle istanze di 
questi: ne furono anche estesi alcuni articoli; ma poich'erano 
troppo gravosi ed umilianti pei Veneziani, il senato ad una- 
nimità li respinse, tenendone prudentemente aperte le tratta- 
tive, per potere in altro momento negoziare la pace. Intanto 
quegli ambasciatori, prima di ritornare in patria, ottennero da 
Carlo, che permettesse, che la città di Treviso fosse approvi- 
gionata. Per questa via riesci facile il mandare poscia in grande 
copia i viveri anche a Venezia. 

Quanto ne rimanesse adirato per ciò il signore di Padova, 
ce ne dà notizia il Caroldo, cronista veneziano, così narrandoci) 
« Il signor Francesco Novello da Carrara vedendo così grande 
« errore, che faceva avanti agli occhi suoi il sig. Carlo da Du- 
« razzo, alli cinque settembre, lassato Archoan Buzzacharin con 
«le fantarie, venne a Padoa et fece relatione al signor suo 
«padre delle cose seguite, che gii diede grande perturbatione 
« d'animo. Il quale per tal causa mandò al re <T Hungaria mes- 
« ser Guglielmo da Curtarolo, et gli fece intender li modi te- 
«nuti per suo nepote molto lontani dalla aspettativa sua et 
« da quello ricercava la confederatone l' haveva con sua maestà. 
« Et fatta comunicatione al suo consiglio delle propositioni della 
« pace fatta per gli ambasciatori venetiani per mezzo del signor 
« Carlo Durazzo, col parer delli suoi gli mandò oratori inesser 
«Paganin da Sala dottor et cavallier, messer Jacomo Tur- 
« chetto dottor et messer Michiel da Robatò, li quali più fiate 
« furono con sua Signoria et soli et insieme con li oratori della 
« liga et anche li ambasciatori venetiani furono da quella uditi 
« et tutti insieme furono con lei nò si potè devenir a conclu- 
« sione di qualità alcuna di pace. » 

Dopo ciò la condizione dei Genovesi diventò sempre più 
grave e perigliosa; perchò sebbene il Carrarese tenesse aperta 
una comunicazione con Chioggia, per cui potessero entrare 

(1) Gron. mss. della bibliot. Marciana, cod. GXXV1II a della class. 
VII ita!. 



ANNO 1580 343 

soccorsi all'armata ivi bloccata; tuttavia non fu difficile ai Ve- 
neziani il chiuder loro anche questa, sicché rimase ai Padovani 
intercettata ogni via, per cui penetrare nelle lagune e per cui 
portare a Chioggia vettovaglie od altro. Perciò il Carrarese, 
trovandosi nell' impossibilità di giovare più oltre ai Genovesi, 
volse le sue premure alla conquista di Trevigi. 



CAPO III. 

Nuove imprese del signore di Padova 
nel territorio trivigiano. 

Era ormai inoltrato di molto Fanno 1380, senza che Fran- 
cesco da Carrara avesse potuto ottenere vantaggi sui Vene- 
ziani, tuttoché impegnati nella guerra coi Genovesi ed impo- 
tenti a muoversi dall' assedio, che li teneva chiusi in Treviso. 
Ma in quest'anno fece ogni sforzo per costringere la città a 
cedere, perchè trovavasi ridotta agli estremi per la indigenza 
di tutto; e seppur qualche volta riceveva sussidii, questi le 
venivano da Venezia con barche su per lo Sile. Il Carrarese, 
appena se ne avvide, aifrettossi ad impedirne la comunicazione 
coli' attraversare di forte palafitta il fiume, presso alla terra di 
Casale, e col farvi costruire sulla riva una bastia da un lato 
e un grosso bastione dall' altro, entrambi in comunicazione per* 
mezzo di un ponte, ed entrambi presidiati da molti militi. 
Tuttavia queste precauzioni furono facilmente rese inutili dai 
Veneziani; i quali invece mandavano a due tiri di bombarda 
dalla bastia le barche coi viveri; ivi le scaricavano e ne con- 
ducevano alquanto più in su le vettovaglie su carri e cavalli, 
e poscia con altre barche scortate da ganzaruoli armati ne con- 
tinuavano il viaggio sino a Treviso. Ed anche ciò il Carrarese 
potè impedire, col dilatare di molto quella bastia e col presi- 
diarla di molta gente a piedi e a cavallo, che ne percorresse 
i dintorni e non permettesse accesso o passaggio a qualsifosse 
convoglio di viveri. 

Assicurato così quel punto, piantò Francesco, in riva al 
Sile, vicino a Treviso, nel luogo detto anche al giorno d ; oggi 



344 LIBRO XI, CAPO III 

la Fiera, la base di una torre rotonda : la circondò di due 
fosse, a cui condusse le acque del fiume; vi piantò un ponte 
sul fiume stesso, per porre in comunicazione i due lati del suo 
campo tra la porta Altinia e quella di san Tommaso. Tutti 
questi lavori egli fece in trentasette giorni. La base della torre 
gli servì per molestare spesso gli assediati colle bombarde; 
massime dal lato della Madonna grande. 

Anclie questi lavori furono resi inutili dall'attività dei Ve- 
neziani. Costrussero eglino un ingegnoso edilìzio, alto e forte, 
per cavar pali e palafitte che fossero sott'acqua, difeso tutto al 
di fuori da cuoio, armato di diciannove bombarde e con ponti 
disnodati. Fera stato inventore un ingegnere Masino da Bo- 
logna. Esso fu mandato a Musestre con ventiquattro ganza- 
ruoli, con tutta la gente d'arme, che i Veneziani avevano po- 
tuto trarre da Chioggia e da san Nicolò del Lido, e con grande 
quantità di balestrieri, A Marino Caravello era stato affidato 
il comando delle barche; Saraceno Dandolo comandava le 
truppe colà radunate per assalire il campo del Carrarese. 

Giunto queir edilizio alle palafitte, che attraversavano il 
Sile, incominciò il suo lavoro. I ganzaruoli e le barche lo pro- 
teggevano sul fiume. Le truppe del Signore di Padova n' erano 
tenute lontane e da queste e dai militi sbarcati sulle rive. In 
tre giorni l' ingegnoso edilizio potè strappare tanti pali, quanti 
bastavano perche le barche vi potessero passare. Ma i soldati 
della bastia, col continuo balestrare, guastarono affatto l'edi- 
lìzio e lo ridussero inetto ai lavoro. 

Intanto Francesco da Carrara aveva rinforzato il suo 
campo di Treviso con tutte le truppe a piedi e a cavallo, che 
aveva potuto farvi andare da Padova e dal territorio padovano. 
Era accorso in suo aiuto anche Gerardo da Camin, con alquanti 
soldati, ed eziandio il patriarca eli Aquileja gli aveva mandato 
dal Friuli un grosso corpo di truppe. Francesco mosse da Tre- 
viso alla testa di questo esercito, il dì 15 settembre 1380, 
avendo lasciato buon presidio a custodia del fortino piantato 
alla Fiera, ed andò in persona ad assalire il campo dei Ve- 
neziani a Casale. Fece attaccare da Gerardo da Camin la bat- 
taglia, con alquanto delle sue genti. Egli rimase indietro con 



ANNO 1380 345 

gli altri e si nascose in un bosco ivi <T appresso ; o quando 
Gerardo vide impegnato nella zuffa tutto il campo dei Vene- 
ziani, cominciò a dare indietro finche li trasse al luogo del- 
l'agguato. Allora venne fuori Francesco e si scagliò loro 
addosso impetuosamente e li mise in fuga : sicché la rotta ne 
riuscì universale. Rifece le palafitte, e più forti di prima; 
aumentò il presidio della bastia di Casale, e ritornò vittorioso 
a continuare l'assedio di Trevigi. 

I Veneziani, vedendo di non poter più approvigionare per 
quella via la città di Treviso, levarono il campo di Musestre, 
ch'era ormai diventato 'inutile, e pensarono ad altro modo di 
approvigionarla, perchè non rimanesse abbandonata in preda 
alla fame. Fu dato ordine, che tutte quelle truppe si radunas- 
sero a Mestre, donde tentare per la via del Terraglia una co- 
piosa spedizione di frumento e di viveri ; la quale, bene scor- 
tata da genti d'arme, potè facilmente penetrare in Treviso. 
Ingannato da questo radunamento di truppe il signore di Pa- 
dova, il quale credè, che volessero i Veneziani assalire con im- 
peto il suo campo di assedio; pensò a prepararsi luogo di si- 
curezza nel castello di Noale, ove ricoverarsi, al caso di un 
qualunque evento sinistro. Condusse perciò a quella volta metà 
delle truppe, che assediavano Trivigi ; ne lasciò il rimanente 
a presidio della torre fabbricata alla Fiera; ed andò, addì 
30 settembre 1380, all'assalto di Noale. Non potè allora far- 
sene padrone : bensì l' ottenne più tardi. 

Intanto la sua divergenza lasciò ai Veneziani la comodità 
d' introdurre in Trevigi, con tutta sicurezza, provigioni da bocca 
e da guerra. Parecchi combattimenti parziali, di varia sorte 
per ambe le parti, avvennero di poi qua e colà nel territorio 
trivigiano e continuarono tutto l'inverno sino a primavera 
inoltrata. Troppo lungo sarebbe il far parole su ciascuno. Bensì 
nel dicembre di questo medesimo anno, Castelfranco si diede 
spontaneamente al Carrarese; per il quale avvenimento si fe- 
cero in Padova grandi feste ed allegrezze. 

La dedizione di quel castello servì di stimolo ad alcuni 
per maneggiarne anche quella di Asolo. Ma il podestà Fran- 
cesco Dolfin se ne accorse ed affrettassi a darne avviso al 



3-46 LIBRO XI, CAPO IV 

senato, rivelandogli anche i nomi di quanti avevano lavorato 
alla cessione di Castelfranco; ed a quali patti; ed invocò 
pronto provvedimento, perciocché sapeva, che il Signore di Pa- 
dova disponevasi a portare ¥ assedio anche ad Asolo. Narra il 
Verci (1), che cotesto podestà veneziano scrisse lettera al Se- 
nato, della quale non ho potuto trovare traccia nelle Comu- 
nicazioni al Senato, dei registri di Cancelleria secreta; ove, 
se fosse autentica, dovrebbe esistere. Perciò ne lascio la fede 
presso chi la pubblicò, tratta, die' egli, dalle Schede del n. u. 
Francesco Dona. 



CAPO IV. 

Trattative di pace riuscite inutili. 

Benché il Signore di Padova, per siffatti vantaggi, aggra- 
vasse vieppiù sempre la condizione di Trevigi, a cui di giorno 
in giorno venivano meno i sussidii; tuttavia trovavasi anche 
egli in durissima situazione per l' impotenza delle suo forze. 
Perciò desiderava un accomodamento, e ne faceva istanza presso 
i principi della lega. Gli ambasciatori di questi, per la se- 
conda volta, si unirono, il dì 12 febbraio 1381, in Cittadella 
a trattarne. V intervennero anche gli ambasciatori dei Vene- 
ziani. Dopo due mesi di trattative, nulla ne fu conchiuso, per 
la gravezza delle pretensioni scambievoli. 

Il re d' Ungheria pretendeva dai -Veneziani, per le spese 
della guerra cinquecento mila ducati d'oro ed altri compensi 
di minore importanza. — I Genovesi volevano, che i Veneziani 
rinunziassero a qualunque ingerenza nell'isola, di Cipro; re- 
stituissero l' isola di Tenedo e tutti li prigionieri, senza veruna 
eccezione nò condizione; compensassero tutti li danni sofferti 
da loro nell'assedio di Chioggia, dei quali Francesco da Car- 
rara facesse il computo. — Il patriarca di Aquileja doman- 
dava, per le spese della guerra e per li danni sostenuti, un 

(1) Stor. della Marca Trivig, tom. XV, docum. num. 1737. 



ANNO 1381 347 

compenso di cencinquanta mila ducati, da pagarsi in tre 
termini. 

Più di tutti chiedeva il signoro di Padova, il quale vo- 
leva : — 1° che fossero tolti, e rimessi nel primitivo luogo 
tutti i segni dei confini, posti dai Veneziani nel 1374; — 
2° che fossero cancellati ed annullati tutti i capitoli, i patti, 
le convenzioni stabiliti nella guerra del 1373: — 3° che fos- 
sero similmente annullati i capitoli relativi ai ribelli pado- 
vani; — 4° ch'egli non fosse obbligato a restituire alcuna 
delle possessioni di Veneziani o di monasteri, ottenute nella 
presente guerra e vendute, né qualunque somma di denaro 
avesse esatto dai suoi debitori veneziani ; — 5° che tutti i beni 
di Veneziani nel territorio padovano dovessero fare col comune 
di Padova le fazioni e pagarle ; — 6° che la Signoria dovesse 
restituire, entro un mese, i denari affidati da Fina moglie di 
lui alla Camera dei prestiti di Venezia, e similmente tutti gli 
altri denari da lei affidati a mercatanti veneziani; — 7° che 
fosse restituita al Signore di Padova la torre del Corame, con 
tutte le sue ragioni, appartenenze e munizioni, com'egli la 
possedeva avanti la guerra del 1374 ; — 8° che gli fosse le- 
cito di trarre a suo beneplacito da Chioggia e da Venezia 
quanto sale avesse voluto, pagandolo a prezzi giusti ed onesti; 
— 9° che fossero restituiti ai cittadini di Padova tutti i de- 
nari, coi relativi interessi, da loro depositati in Venezia agli 
imprestiti, al sale, al frumento, o presso qualunque altro pub- 
blico ufficio ; — 10° che i Veneziani gli cedessero la città di 
Treviso, con ogni sua ragione ed appartenenza, e con tutto 
quel tratto di provincia, ch'era ancora nelle loro mani; il vec- 
chio e nuovo castello di Mestre con le bastie e le fortezze ap- 
partenenti ad ^esso ; il vescovato di Ceneda con tutte le terre 
e luoghi di sua ragione; — e tutte queste cose egli preten- 
deva dai Veneziani, dice il Verci (1) « per lo buono e pacifico 
« stato di tutta la Marca trevigiana, e specialmente degli abi- 
« tanti di quelle parti, acciò non fossero più afflitti da mali- 
« gne pestilenze di guerra. » 

(1) Stor. della Marca triv. , lib. XVIII, pag. 215 del tom. XV. 



34S LIBRO XI, CAPO IV 

A tutte queste dimande del signore di Padova aderivano 
senza opposizione i Veneziani, purché a cauzione di quanto 
chiedevagli la repubblica di Venezia egli mandasse a Ferrara 
suo figlio Francesco Novello in ostaggio presso il marchese 
di Este; promettendogli, che subito dopo gli sarebbe consegnata 
la città di Treviso, con tutte le sue castella e fortezze. E 
pretendevano inoltre, che fossero restituiti, senza verun com- 
penso, tutti li prigionieri veneziani fatti in guerra; non solo 
quelli, eh' erano stati condotti a Padova, ma quelli altresì, 
ch'erano stati mandati in Ungheria ed a Zara, e ch'erano in 
mano dei Genovesi; pensasse poi il Carrarese ad ottenerli 
senza prezzo di riscatto. — Il Carrarese, ottenuta la città e 
il territorio di Treviso, dovesse lasciare libero il passaggio ai 
mercatanti veneziani, obbligati d'altronde al pagamento dei 
dazii consueti; — e licenziare tutte le truppe, ch'egli aveva 
in suo aiuto, tanto ungheresi quanto genovesi. 

Al che risposero gli alleati, non doversi aderire al licen- 
ziamento delle truppe, finché il figlio del signore di Padova 
non fosse ritornato libero da Ferrara. 

I Veneziani domandavano eziandio, che il Carrarese re- 
stituisse loro il castello di Cavarzere tal quale la repubblica 
lo possedeva avanti la guerra ; e che s' intromettesse efficace- 
mente presso il re di Ungheria, acciocché il commercio vene- 
ziano godesse nei porti di sua appartenenza, la stessa libertà, 
che gli era per lo innanzi concessa; e simile buon ufficio fa- 
cesse presso la repubblica di Genova ed il patriarca di Aqui- 
leja; — e che, se non vi potesse riescire, promettesse di non 
collegarsi mai più con alcuno di loro, né mai più aiutarli né 
favorirli; non di nascosto, non in palese. 

A queste esigenze rispose Francesco da Carrara, eh' egli sa- 
rebbesi a tutto suo potere interposto per soddisfarle; ma vo- 
leva dalla repubblica di Venezia, oltre a tutte le altre sue pre- 
tensioni, una somma di ottantaquattro mila ducati d'oro, che 
egli diceva di avere sborsati ali' aquileiese patriarca per in- 
durlo a questa guerra ; ed altri venticinquemila, eh' egli diceva 
di avere somministrati alle ciurme dei Genovesi allorché erano 
entrate in Chioggia. 



ANNO 1381 349 

Nelle molte conferenze tenute in questo congresso, insor- 
gevano di continuo; or dall'una parto or dall'altra, nuove diffi- 
coltà, per cui non fu possibile il venire definitivamente a un 
accordo. Durarono queste tergiversazioni più di due mesi. Alla 
fine il senato di Venezia, addì 20 aprile, richiamò in patria i 
suoi ambasciatori; sicché ne rimase sciolto il congresso. 

CAPO Y. 
/ Veneziani cedono Treviso al duca d'Austria. 

Le trattative di pace non impedivano punto, che il si- 
gnore di Padova continuasse con tutta franchezza le ostilità 
contro i Veneziani, nel mentre che voleva con loro riconci- 
liarsi. Egli sapeva, che la città di Treviso trovavasi nella più 
lagrimevole condizione, e che le truppe mormoravano malcon- 
tente, perchè loro venivano ritardate le paghe. Perciò nutriva 
ferma fiducia di potersene facilmente impadronirò. Non rispar- 
miava denaro per guadagnarne la guarnigione. Ed intanto 
aveva successivamente corrotto quelle, che difendevano per la 
repubblica Noale, Sacile, Serravalle, Motta e Conegliano; ed 
anche ne aveva preso il possesso. Ultimamente aveva guada- 
gnato, col prestigio della stessa arma, anche porzione delle 
truppe che presidiavano Mestre; cosicché liberamente poteva 
egli scorrere tutto il territorio della Marca trivigiana, e farvi 
da per tutto ogni maniera di guasti. 

Era impossibile ai Veneziani l'impedire sì copiosi pro- 
gressi del Carrarese ; e più di tutto temevano, ch'egli s' im- 
padronisse anche di Treviso, ben prevedendo, che la fame ne 
avrebbe forse assai presto costretti i cittadini a capitolare. Il 
Senato perciò tenne pressanti consulte, circa il partito, a cui 
appigliarsi, piuttosto che lasciar cadere una sì importante città 
nelle mani del signore di Padova, il quale reputavasi primario 
autore di tanti mali, ch'essa aveva sofferto e soffriva. Fu de- 
liberato di cederla a Leopoldo, duca d'Austria, per deprimere 
così 1' orgoglio di Francesco da Carrara, opponendogli un 



350 LIBRO XI, CAPO V 

avversario valevole a trattenerlo entro i limiti della convenienza 
e del dovere. 

Non tardò punto la Signoria, in conseguenza di questa 
deliberazione, a mandare al duca d'Austria l'ambasciatore Pan- 
talone Barbo, il quale non trovò ostacolo in quel principe ; 
lo trovò anzi pronto ad accettarne con somma gioia la ces- 
sione, che venivagli fatta, e che reputò di sommo onore e di 
particolare vantaggio per se e per li suoi dominii. Considerava, 
che, divenuto padrone di una provincia sì bella, confinante co- 
gli stati suoi, avrebbe avuto in seguito la più grande facilità 
a dilatare le sue conquiste anche in altri luoghi d'Italia. 

Leopoldo giurò alleanza ed amicizia alla repubblica di Ve- 
nezia, e da queir istante diventò implacabile nemico del si- 
gnore di Padova. Si affrettò pertanto ad andare con una truppa 
di diecimila uomini a pigliarne il possesso, costringendo nel 
suo passaggio le truppe padovane ad allontanarsi dal territo- 
rio occupato da loro. Il duca fu accolto con grande festa in 
Trevigi dai rappresentanti della repubblica, Giacomo Delfino, 
Pietro Emo, Bernardo Bragadino, Marino Memo, ed Alberto 
Contarmi, i quali gli consegnarono la città il giorno 2 mag- 
gio 1381. 

Tosto che la Signoria di Venezia ebbe notizia dell' ingresso 
di Leopoldo in Treviso, gli mandò ambasciatori di onore, Pan- 
talone Barbo e Giovanni Michele, incaricati di presentargli, 
secondo l' uso di allora, ricchi regali di panni d' oro, di velluti, 
di armi e di altre cose di assai valore. Questi, poco fuori di 
Mestre, furono sorpresi dalle genti del signore di Padova; e, 
sebbene scortati da truppa, vi rimasero prigionieri, e coi loro 
regali e con le genti di scorta furono condotti a Padova. 

Esultò il Carrarese per l' avere tra le sue mani que' due 
ambasciatori veneziani; tuttavia li trattò con distinzione e ri- 
guardi, li tenne prigionieri nel suo palazzo, e volle mostrarsi 
loro generoso e benevolo, donando ad essi la vita e la libertà. 
D'allora in poi cominciarono le ostilità del signore di Padova 
contro il duca d'Austria, il quale fu costretto a mettersi sulla 
difesa. Avvennero qua e là varii scontri di variante fortuna. 
Leopoldo, pria di partire da Treviso, lo che avvenne in quello 



ANNO 1381 351 

stesso mese di maggio, ne presidiò la città facendovi unire 
quante più truppe gli fu possibile da Belluno, da Feltro, da 
Agordo e da Zoldo, sotto il comando di Donato Zachi e di 
Pietro del Tato, entrambi bellunesi. Dopo ciò, Leopoldo partì 
da Treviso il giorno 12 giugno ; e fu allora, che Francesco da 
Carrara formò larghi progetti di prosperità nel suo dominio, 
e mosse le sue genti qua e là a molestare quel territorio, occu- 
pandone varii luoghi. 



CAPO VI. 

Pace tra le potenze belligeranti contro la repubblica di Venezia. 
Condizioni relative al signore di Padova. 

Mentre queste cose avvenivano nel territorio trivigiano, i 
popoli dell'Italia, ormai stanchi del lungo guerreggiare e sul 
mare ed in terra, per cui languiva nell'estrema desolazione il 
commercio, ed a più dura miseria venivano strascinate le già 
impoverite Provincie ; tutti desideravano ansiosamente la pace. 
Nessuno per altro si determinava a promuoverla. Filippo Ba- 
lardo, vescovo di Torcello, oriundo dalla diocesi di Torino (1); 
e perciò probabilmente creduto savojardo dal Chinazzo (2) e 
dal Verci (3) ; si accinse a persuadere il conte Amedeo di Sa- 
voja a farsene mediatore. Né se ne rifiutò, perchè anch' egli 
da lungo tempo la desiderava. Fu sua cura pertanto di esor- 
tarne co' suoi buoni uffici le due repubbliche di Venezia e di 
Genova ; il re di Ungheria, il signore ed il Comune di Padova, 
ed il patriarcato di Aquileja, il quale allora, in sede vacante, 
era amministrato dal capitolo canonicale. Gli ambasciatori di 
tutte queste potenze recaronsi, nell'aprile di questo anno 1381, 
siccome l'anno avanti, in Cittadella; ma poscia, per le nuove 

(1) Flam. Cora. Eccl. Tur celi., tom. I; ved. anche il Tentori, Stor. Yen., 
toni. VII, pag. 386. 

(2) Cron. della guerra di Chiog. , presso il Muratori, Rer. Ital. Script. , 
tom. XV, pag. 787. 

(3) Stor. della Marca irivig., lib. XVIII, pag. 256 del tom. XV. 



352 LIBRO XI, CAPO VI 

istanze del conte Amedeo, il quale insisteva per essere dai 
principi accettato a mediatore di questa pace, l'adunanza di 
Cittadella si sciolse, e tutti gli ambasciatori, che la compone- 
vano, andarono a Torino, per riassumerne colà più efficacemente 
le trattative. Yi giunsero nel maggio successivo. Erano quin- 
dici. Per Francesco da Carrara erano : Arsendino degli Arsendi, 
figliuolo del famoso dott. Rainerio da Forlì; Taddeo degli 
Azzoguidi, cavaliere bolognese; Antonio de' Zecchi, piemontese, 
figliuolo di Emmanuele da Moncalieri; Jacopo Turchetto, il 
quale faceva in questo congresso anche a nome del Comune 
di Padova. Più di due mesi ne durarono le trattative; alla fine 
la pace fu conchiusa il dì 8 agosto 1381. 

Per amore di brevità, mi limito a commemorare di questo 
trattato le sole condizioni, che appartengono al Carrarese ed 
al Comune di Padova ; perchè i patti obbligatorii pel re di Un- 
gheria, per le due repubbliche di Genova e di Venezia, e pel 
patriarcato di Aquileja non interessano punto alla Storia di 
Padova. 

Assai lunghe ed intralciate furono le discussioni dei ca- 
pitoli proposti da Francesco; alla fine rimase stabilito: — 
1° che d'ambe le parti; cioè, il Carrarese e la Signoria di Ve- 
nezia ; si perdonerebbero pienamente i danni e le ingiurie ; — 
2° che i prigionieri di entrambe sarebbero vicendevolmente re- 
stituiti senza prezzo ; — 3° che i Veneziani non recherebbero 
più in avvenire al Carrarese alcuna molestia per cagione dei 
castelli, delle bastie, delle terre e dei luoghi occupati da lui 
nel territorio trivigiano ; — 4° che il signore di Padova re- 
stituirebbe ai Veneziani la terra di Cavarzere e la bastia del 
Moranzano, in quello stato in cui presentemente si trovano, 
salvo il diritto di estrarne le munizioni da guerra; — 5° che 
i Veneziani d' altronde restituirebbero a lui la torre del Co- 
rame, con pienissima libertà di fabbricare a beneplacito nel 
suo territorio castelli, bastie, torri, fortezze, e nominatamente 
quelle di Castelcarro e di (Mago; — 6° che si piglierebbero 
di bel nuovo in esame le controversie dei confini, derogandosi 
in questa parte al trattato della pace conchiusa addì 21 set- 
tembre 1373, e se ne pianterebbero le pietre per determinarli, 






ANNO 1381 353 

nei luoghi conosciuti di equità e di ragione; — 7° che i Ve- 
neziani concederebbero ai Padovani il salo, a tenore dei patti 
stabiliti nell'ultima pace; — 8° che a Fina, moglie di Fran- 
cesco da Carrara, la quale diceva di aver dato alla repubblica 
ventimila ducati, ne sarebbe restituita la somma, che legal- 
mente si fosse potuta dimostrare consegnata da lei al Comune 
di Venezia; ma che il di più lo esigesse ella dai privati, che 
lo avessero ricevuto ; — 9° che quanto al denaro, che Fran- 
cesco diceva di avere pagato a suo fratello Marsilio, costret- 
tovi dai Veneziani, e per cui nel trattato del 1373 era stato 
fatto apposito articolo, il Carrarese non ne potesse pretendere 
dalla repubblica il pagamento, e quindi ne fosse cancellato 
l'articolo; — 10° che similmente fosse cancellato anche l'ar- 
ticolo, per cui Francesco da Carrara s' era obbligato verso la 
Signoria di Venezia, di consegnarle la Casamatta, la Torre di 
San Boldo, e la Chiusa di Quero, nel caso ch'egli in qualunque 
tempo fosse diventato padrone di Feltro e di Belluno. 

Cotesta pace fu conchiusa in Torino il giorno 8 agosto 
1381; ne giunse a Padova la notizia il giorno 12 susseguente 
e fu pubblicata con grande solennità il dì 24 dello stesso me- 
se il). Immediatamente dopo, furono aperte tutte le palafitte 
e tutti i passi da Venezia a Padova; ed il commercio vi fu 
ripristinato senza verun ostacolo. 



CAPO VII. 

Leopoldo duca d'Austria vende a Francesco da Carrara 
la città di Treviso. 

La cessione del trivigiano al duca d'Austria era stata sem- 
pre una spina acutissima al cuore del signore di Padova, il 
quale d'altronde, avendo esteso i suoi confini sino a quelli del 
signore di Verona, era guardato di mal occhio da questo. Egli 

(1) Il solo Verri, nella sua Slor. della Marca trivi g. (pag. 71 del toni. 
V dei Docum., sotto il num. 1759) ne pubblicò per intiero il lunghissimo 
testo originale, perfettamente conforme a quello che si conseva nel lib. VII 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 23 



351 LIBRO XI, CAPO VII 

anche dopo conchiusa la pace, di cui s'ò detto di sopra, con- 
tinuò per altri due anni le ostilità contro il nuovo signore di 
Trevigi; la qual cosa disgustava sempre più li suoi sudditi pa- 
dovani, che sentivano giornalmente aggravarsi i loro pesi per 

10 dispendio insopportabile di questa guerra. 

Oltre ad essersi impadronito delle castella del trivigiano, 
e di avere fabbricato in varii luoghi di quel territorio forti 
bastie; egli, nell'aprile del 13S3, col progetto di volere stan- 
care il duca Leopoldo, spedì le sue genti sino alle porte di 
Treviso, e queste, entrate nel borgo de' santi Quaranta, vi ap- 
piccarono il fuoco. Francesco teneva occupata, in vicinanza di 
quella città, una torre, donde le recava continue molestie ed 
impediva, che vi s'introducessero vettovaglie. 

Venne in persona lo stesso duca Leopoldo, verso la fine 
di maggio, alla testa di ottomila cavalli, e condusse in Tre- 
vigi molte carra di viveri; prese la bastia di Narvesa ed altri 
luoghi del territorio. Ma non gli riuscì di farsi padrone della 
torre cotanto molesta alla città. Più volte s' era trattato di 
pace, ma nulla s'era mai potuto conchiudere. Francesco era 
troppo innamorato di quella città, e ad ogni costo la voleva. 

11 duca era ritornato in Germania, lasciando Trivigi piucchè 
mai in cattivo stato: ma finalmente, considerandone i danni, 
accresciuti dalla distanza sua, che ne rendeva più che difficile la 
sorveglianza, cominciò a gustare le proposizioni di pace, che 
il Carrarese face vagli, offerendoglisi compratore di quella. Ne 
fu conchiuso infatti il contratto, e non solo per essa, ma an- 
che per Ceneda, Feltre e Cividal di Belluno. In sul principio 
adunque del 1384, il signore di Padova le comperò dal duca 
Leopoldo per la somma di settantamila fiorini d'oro, secondo 
che narra il Gataro juniore, o di centomila, secondo il seniore, 
a cui acconsentono gli eruditi di Padova (1). Il quale storico 
padovano aggiunge di più, « che sì grande somma fu ricavata 

dei Patii, nei registri della Cancelleria ducale. Io 1' ho confrontato, e Io 
posso perciò attestare; l'ho anche pubblicato estesamente nel cap. XLV del 
lib. XVII della mia Repubblica dì Venezia, pag. 147 del voi. V. 

(1) Ved. il Colle, Stor. scientifico-letteraria dello studio di Padova, pag. 
19 del voi. I. 






ANNO ìoSi 355 

« sotto nome di. prestito dalle borse de' cittadini padovani ; » 
— « e però (continua il Muratori) laddove quel popolo avrebbe 
«dovuto rallegrarsi non poco, per lo accrescimento della po- 
« tenza, altro non s' udì che mormorazioni, altro non si vide 
« che malinconia, rari ben essendo quei popoli; che non paghino 
«caro le conquiste fatte dai loro signori »(1). 

Nel giorno 4 di febbraio, Francesco da Carrara prese ma- 
gnificamente il possesso di Treviso; e procurò quinci inaanzi 
di guadagnarsi l'amore di quel popolo, che tanto aveva patito. 
Somministrò loro grande quantità di grani da seminare; gli 
esentò da molte gravezze; prestò danari ai mercatanti perchè 
ne facessero rifiorire il commercio; ammise a posti lucrosi i 
cittadini, che se ne mostravano degni. 

La Signoria di Venezia, la quale aveva mille argomenti 
di avversione al da Carrara, non tardò a favorire occultamente, 
e fomentare anzi, le discordie ch'erano insorte tra lui e lo Sca- 
ligero signore di Verona e di Vicenza, a fine di deprimere il 
comune rivale. Lo Scaligero e il Carrarese avevano potente 
nemico Galeazzo Visconti signore di Milano; ed anche a questo 
si collegò alla sua volta la repubblica di Venezia, e da lui si 
allontanò, secondochè meglio le parve il sostenere uno per de- 
primere gli altri, e poscia abbandonare anche quello, perchè 
non s' ingrandisse di troppo. 

Alla fine le mosse del Carrarese nel Friuli, le quali ave- 
vano preceduto quei maneggi secreti, indussero la repubblica a 
progettare apertamente una lega di confederazione contro di lui. 



CAPO Vili. 
Guerra dei Veneziani nel Friuli contro il Signore di Padova. 

Ed ecco il motivo di questa guerra. Il papa Urbano VI 
aveva conferito il patriarcato l d ; Aquileja in commenda a 
Filippo d'Alanzone (d'Alengon) della casa reale di Francia, 

(1) Gatari, Stor. di Padova, presso il Muratori Annal, d' Ital. an. 1384. 



356 LIBRO XI, CAPO Vili 

cardinale vescovo della Sabina e sua creatura (1). Se n'ebbero 
a male gli Udinesi, «perchè chiesa cotanto insigne, scrive il 
« Muratori (2), e fornita di sì nobile principato, fosse ridotta 
«alla condizione di tante badie, allora date in commenda, cioè, 
« in preda ai cacciatori di beni ecclesiastici, senza dar loro un 
« vero patriarca. » Perciò non lo vollero accettare per signore 
e principe, e pochi furono quei luoghi, che gli si sottomettes- 
sero. Egli per cagione di queste discordie preferì di prendere 
il possesso della sua dignità in Sacile, ove nel!' agosto 1381 
radunò il capitolo metropolitano, per esporgli la volontà del 
pontefice. Ma indarno, perchè a poco a poco si unirono agli Udinesi 
tutte le altre città e castella e terre del Friuli. Indarno per in- 
durli all'obbedienza s' interpose il re di Ungheria, che mandò 
loro a bella posta un ambasciatore; indarno se ne adoperò 
Branchi no vescovo di Bergamo, pontificio legato. Si YQnm al- 
l' intimazione delle censure contro i disobbedienti, i quali si 
erano moltiplicati per guisa, che non rimaneva al commenda- 
tario, se non la sola terra di Cividai di Friuli. Ne fu pronun- 
ziata sentenza nell'anno 1383: in essa furono nominati tutti i 
castelli, ed individualmente i principali prelati e nobili della 
provincia. Yi s' interpose alla fine, per le istanze del cardinale 
commendatario, il Carrarese signore di Padova, perciocché con- 
finante per la tenuta di Trevigi, di Ceneda, di Belluno e di 
Feltre. Francesco da Carrara, in cui era gagliarda la febbre 
del dominare, vi saltò dentro a pie' pari; e giunse anche ad 
ottenere, benché per breve tempo, lo scopo desiderato: im- 
perciocché quando i Friulani si accorsero, che il da Carrara a- 
gognava alla sovranità della loro patria, si rivoltarono di bel 
nuovo contro lui e contro il patriarca commendatario. 

I Veneziani, ai quali stava sul cuore ogni movimento del 
Carrarese odiato, accortisi che il cardinale gli aveva ceduto Sa- 
cile, Portogruaro, Monte falcone, la Chiusa e parecchie altre 
castella e ch'egli cominciava in Udine a farla ormai da pa- 
drone, offerirono secretamele agli Udinesi assistenza di denaro 

(1) Caresin. Chron., nel Ioni. XII Rer. Ital. Script., ed il Gatari, Stor. 
Padov., nel toni. XVII. 

(% Annui. d'Hai, ali. 1388. 



ANNO 1388 357 

e di gente. Non tardò la ritta ad essere tutta in arme; del che 
spaventato il cardinale uscì a precipizio da Udine e xonm a 
cercarsi asilo in Padova. 

La Signoria di Venezia, quando vide in lotta i Friulani 
contro il Carrarese, si die' premura di regolare le mosse loro 
per conservarne intatta la libertà nazionale, ed intanto decretò, 
che fosse mandato a secretissima missione un ambasciatore, per 
tentare l'animo delle principali comunità del Friuli e cono- 
scerne le intenzioni; se, cioè, fossero disposte a stringersi in 
alleanza contro il cardinale ed il signore di Padova (1), nella 
sicurezza di ottenere conseguentemente l'assistenza della re- 
pubblica. L' inviato fece capo con Federico Savorgnano, primario 
della lega proposta: e lo trovò condiscendente a patto, che se 
l'alleanza avesse avuto luogo, la repubblica gli concedesse di 
aggregarlo alla nobiltà veneziana, di contribuirgli cento ducati 
il mese per tutto il tempo della guerra imminente, di donar- 
gliene 2000, nel caso che l'esito della guerra fosse riescito 
infelice. E tutto gli fu concesso, per decreto del Senato (2). 
La lega fu conchiusa per un quinquennio (3), scambievolmente 
giurata in difesa della patria del Friuli contro qualunque si- 
gnore, comunità o persona, tranne che contro il papa, l' impe- 
ratore, il re d'Ungheria, i duchi d'Austria e il conte eli Go- 
rizia, Nei registri del Senato, sotto il dì 20 gennaio 1384: 
onore veneto, ossia 1385 ad uso comune, sono registrati i con- 
federati con questa semplicissima indicazione: 

« 1384. die 20 Januarii. 
« Isti sunt scripti et parati ad unionem. 
« Dominus Federicus de Savorgnano. 
« Comunitas Ut ini. 

(1) Decr. del Senato del 23 novembre 13S3; eli' è di questo tenore : 
« Mittatur unus nimtius secretissimus ad communitatem Utini ad hortandum 
« eos ad obedientiam Cardinalis si ipsi volunt conservare castra in liberiate 
« Ecclesie Àquilegi<msi-:. Sin autem hortamur eos esse unitos ad frari- 
« chigias sua?, qui nuntius exponat verba predicta cum domino Federico 
« Savorgnano et aliquibus nominatis etc. » 

(2) Del 10 giugno 1384. 

(3) Lib. Misti del Senato, a cart. 39: Cancell. secreta, della repubblica. 



358 LIBRO XI, CAPO Vili 

« Sacillum. 
« Maranum. 
« Venzonum. 

« Nobiles Spilimbergi. 

« De Coloredo. 

« De Stransoldo. 

«De Prampergo. 

« De Maniaco. 

« De Madrisso. 

« Et Dominus de Duino de Castello. » 

Venuto in cognizione di questa lega Antonio della Scala 
serona, feceignore di V istanze per esservi accettato anch' egli, 
sì per l'avversione sua alla potenza del Carrarese e sì per de- 
siderio d' ingrandirsi. Mandò a Venezia per trattarne il podestà 
di Verona, Angelo Emo. Ma per allora la repubblica non lo 
volle. Vi fu ammesso bensì il giorno 6 aprile 1385, a patto, 
che, se il signore di Padova movesse guerra ai Veneziani, lo 
Scaligero contribuisse alla repubblica di Venezia cinque mila 
ducati il mese; e se movesse guerra al signore di Verona, i 
Veneziani ne pagassero altrettanti allo Scaligero; e se movesse 
guerra ad entrambi, nò questi nò quello fossero obbligati ad 
alcuna contribuzione tra loro. E la lega durasse a tutto l'anno 
1389. Questi patti vengono dagli atti pubblici circostanziata- 
mente attestati. Anch'egli lo Scaligero domandò, come il Sa- 
vorgnan, di essere aggregato alla nobiltà veneziana; e ne ot- 
tenne il diploma a' 18 giugno dell'anno stesso. 



CAPO IX. 

Vantaggi del signore di Padova nella guerra degli alleali 

contro di lui. 

Non tardarono i confederati a provocare il Carrarese a 
battaglia. Il primo ad entrare in lotta fu lo Scaligero signore 
di Verona, il quale con tanta ira ed ardore si spinse contro 



ANNO 1388 359 

Francesco, elio lo sfidò a personale conflitto. Del che sdegnato 
il vecchio Carrarese, gli rispose, non essere di suo decoro il 
misurarsi con un bastardo: e lo diceva, perchè Antonio era fi- 
gliuolo naturale di Cane della Scala. 

Francesco intanto faceva molti progressi nel Friuli ed 
erasi reso padrone di quasi tutto il territorio, eh' è tra il Ta- 
gli amento e la Livenza. I provveditori veneziani stavano ac- 
campati d'intorno ad Udine; e vedendo tutti questi vantaggi 
del signore di Padova, si determinarono a muovere l'esercito 
contro di lui e combatterlo. Fu colto all' impensata ne' suoi 
medesimi accampamenti ; sicché fu messo in rotta, con la per- 
dita di seicento uomini tra morti e feriti, oltre a dugento al- 
tri, che rimasero prigionieri dei Veneziani. A grande stento riesci 
a Francesco di ritirarsi sul trivigiano, ove condusse con so 
anche il cardinale. Ma poscia temendo, che questo gli fosse ra- 
pito, e potess'essere indotto a stipulare di sua autorità un trat- 
tato di pace dannosa alle ragioni di Padova, lo mandò nel ca- 
stello di Este, ed ivi lo fe p e chiudere sotto buona custodia. 
Spinse Francesco anche secreti maneggi a Venezia, per gua- 
dagnarsi con l'oro protezione e cooperazione. Giunse infatti a 
sedurre l'avogadore Pietro Giustiniani; dal quale gli venivano 
rivelate le più occulte deliberazioni del Senato. Per riescirvi 
si valse il Carrarese dell'opera del suo agente, che aveva re- 
sidenza in Venezia, e che tuttavia vi esercitava il suo uffizio, 
perchè, non essendo quella guerra direttameute tra il Carrarese 
e la repubblica, non n'erano state punto interrotte le scambie- 
voli comunicazioni tra i due governi. Ma le precauzioni non 
furono sì efficaci da tenere nascoste a lungo le secrete intel- 
ligenze dell'avogaclore Giustiniani con l'agente del signore di 
Padova. Accade infatti, che Vittore Morosini, altro avogadore, 
notasse, avere i domestici di quell'agente del Carrarese portato 
alcun che al Giustiniani. In quello stesso giorno, radunatisi gli 
avogadori, secondo il consueto, nel consiglio dei dieci, disse ad 
alta voce il Morosini al suo collega Giustiniani: Sta mattina 
fu portato alla vostra casa un bel regalo. Egli lo negò; ma 
V indizio fu bastevole perchè venisse immantinente arrestato e 
sottoposto a severo esame. Confessò tutto. Perciò egli e l'agente 



360 LIBRO XI, CAPO IX 

del Carrarese furono condannati a morte. La stessa pena subì 
anche Stefano Manolesso, uno della Quarantia, convinto di 
si in le perfidia. 

Intorno allo stesso tempo, il signore di Padova ampliò il 
suo dominio per la cessione fattagli dal duca Leopoldo d'Au- 
stria, il quale per la somma di settantamila ducati gli cede le 
città, coi rispettivi territorii, di Belluno e di Feltre ; ad ecce- 
zione della Yalsugana, la quale, già da qualche tempo staccata 
dal feltrino, il duca d'Austria aveva riservata per sé. France- 
sco, entratone al possesso, stabilì governatore di esse Yalerano 
da Scittonio; ne pose in buon ordine l'amministrazione; ri- 
chiamò in patria i banditi non imputati di essere rei di stato 
o di assassinio o di tradimento; proibì la vendita di stoffe 
estere e la circolazione di qualsiasi moneta non carrarese, 
tranne la veneziana, ma ragguagliata al valore della carra- 
rese; chiuse i passi del fiume Piave, per impedire il trasporto 
di legnami a Venezia. 

Antonio dalla Scala, vedendo sì rapido ingrandimento del 
signore di Padova n'ebbe sì alto rammarico, e spinse tanfo 1- 
tre la sua gelosia, che si mise a molestare ferocemente il ter- 
ritorio padovano. Abbiamo infatti dal Gatari (1), che dopo varie 
ostilità, riuscì nel dì 23 giugno 1386, a Cortesia da Sarego, 
generale dell'armata veronese e cognato dello stesso Scaligero, 
di superare i passi ed entrar vittorioso nel padovano. Ne sac- 
cheggio molte ville; vi fece buon numero di prigionieri; pro- 
seguì le sue ostilità sino alle porte di Padova. Non valsero gli 
sforzi, con cui si opponevano alle irruzioni di lui le milizie pa- 
dovane, capitanate da Giovanni d'Azzo degli Ubaldini e da Ja- 
copo figliuolo naturale di Francesco da Carrara. Padova si vide 
allora in grande pericolo: le sue campane suonarono a stormo: 
il popolo fu presto in arme: non si pensò che alla difesa, 
per * allontanare la minacciata servitù. Diciasettemila Pado- 
vani corsero a rintuzzare il nemico; lo respinsero; lo posero 
in fuga precipitosa, e con gloriosa giornata si liberarono dal 
pericolo. L'intiera città ne cantò tra le feste e il giubilo la 

(1) Istor. di Pndov. nel tom. XVII. Rer. Ital, script. 



ANNO 1386 361 

vittoria. Lo Scaligero potò appena avere il tempo di ritor- 
nare, con una sola porzione del suo esercito, a rimpiattarsi in 
Verona. 

Ad accrescere l'allegrezza di questa vittoria concorse una 
circostanza, che ci appalesa V indole di quei tempi, certo non 
migliori dei nostri, e che non devo lasciare in silenzio. Tra i 
prigionieri del campo nemico e che furono condotti in Padova, 
erano cent' undici meretrici, le quali con trionfale pompa en- 
trarono in città. Procedevano tutte con un mazzolino di fiori 
in mano ed una ghirlanda in capo. Furono condotte al palazzo 
del principe, ove trovarono appositamente preparata loro gio- 
conda e lauta refezione. 

Dopo questa vittoria, Francesco da Carrara spedì amba- 
sciatori a Verona, per esortare lo Scaligero ad una buona pace, 
offerendogliene anche oneste condizioni; ma non riportarono che 
orgogliose risposte. Anzi Antonio dalla Scala prese genti al 
suo soldo quante più potè e condusse al suo servizio il conte 
Lucio Landò con cinquecento lancie e quattrocento fanti; ed 
anche riscattò con denari i nobili prigioni. Il Carrarese intanto 
spinse le sue truppe sul veronese, che vi recarono immensi danni 
e presero la bastia di Revolone. Trasse al suo soldo anch'egli 
il celebre capitano di guerra Giovanni Aucud, e rinforzò mag- 
giormente l'esercito. Lo Scaligero per lo contrario rimesso in 
forze, portò la guerra sul trivigiano e vi fece molti progressi, 
e vi portò molti danni. E così continuarono con grande vigore 
le ostilità, finché l'inverno sopraggiunse a consigliare tutti a 
prendere riposo. 

CAPO X. 

Insidiosa doppiezza di Galeazzo Visconti verso il signore 
di Padova e verso lo Scaligero di Verona. 

Tostochè Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, ebbe 
notizia dei vantaggi ottenuti in sulle prime da Antonio della 
Scala nel territorio padovano, procurò di scandagliare secreta- 
mente le intenzioni e di questo e di Francesco da Carrara, 



362 LIBRO XI, CAPO X 

per trarne poscia profitto a proprio vantaggio da chi dei due 
fosse riuscito vincitore. Ma quando seppe della sconfitta dello 
Scaligero, mandò un ambasciatore a congratularsene col Car- 
rarese per la vittoria ottenuta; si offerse a prestargli qualun- 
que ajuto, di cui avesse potuto avere bisogno; lo invitò a far- 
segli alleato, promettendogli di sostenere per parte sua due 
terzi delle spese di quella guerra, a condizione, che nella vit- 
toria sullo Scaligero; la città di Verona dovess' essere aggre- 
gata alla signoria di Milano, e la città di Vicenza entrasse a 
formar parte della signoria di Padova. 

E nel medesimo tempo lo sleale principe mandò amba- 
sciatori anche ad Antonio dalla Scala, per condolersene del- 
l'avvenuto ed esibirgli qualunque assistenza contro Francesco 
da Carrara. Ma lo Scaligero, o perchè non fldavasi punto del 
Visconti, o perchè operava lealmente ed in buona fede, lo rin- 
graziò delle esibizioni, che gli faceva, dichiarandogli di non 
potersi allontanare dalla volontà della repubblica, la quale in 
quella guerra gli era stata ed eragli il suo principale sostegno. 
Anche il signore di Padova mandò ambasciatori allo Scaligero 
per esortarlo ad accettare la pace, che a buone condizioni of- 
ferì vagli, promettendogli persino di pagargli tutti i danni da 
lui sofferti per cagione di questa guerra. Ma rianimato dalla 
assistenza di sessantamila ducati d'oro mandatigli testé da Ve- 
nezia, ne rigettò qualunque proposizione (1). 

Antonio dalla Scala, fatto forte da questa sovvenzione 
della repubblica veneta, prese nuove truppe al suo soldo e si 
preparò a sostenere l' impeto del signore di Padova ; il quale 
maneggiava in frattanto le cose in secreto accordo col Visconti, 
per operare lo sterminio dello Scaligero ed' occuparne gii stati. 
Il Visconti infatti teneva in Verona' occulte intelligenze con 
alcuni nobili della città ; e nel mentre lo Scaligero propendeva 
a sentimenti di pace, potè, col favore e con la cooperazione di 
questi, introdurre lo sue truppe in Verona. Per la quale sor- 
presa spaventato Antonio, si ritirò nel castello; ma poiché nep- 
pure in esso reputavasi sicuro, ne uscì secretamele e s' imbarcò 

(1) Vcd. il Verci, lib. XIX, nella pag. 127 del tom. XVI. 



ANNO 1586 — 1588 363 

sull'Adige, con la moglie e coi figli ed «andò a corcarsi asilo in 
Venezia. In questa guisa il Visconti rimase padrone di Verona. 
Né perciò mantenne le sue promesse col Carrarese; per- 
chè invece di dargli Vicenza, a tenore dei patti, mandò le sue 
genti ad occuparla per so. E quando venne Francesco per pi- 
gliarne possesso, la trovò presidiata di già da truppe milanesi 
e governata da magistrati istituiti dal Visconti; il quale allora 
gii si dichiarò apertamente nemico. Questo fatto segnò l'epoca, 
in cui cominciò la totale distruzione della signoria Carrarese, 
che nel giro appena di pochi anni si maturò. 



CAPO XI. 

Lega del signore di Milano con la repubblica di Venezia 
contro il signore di Padova. 

Deluso nelle sue speranze ed ingannato dalla infedeltà del 
Visconti, si accorse Francesco da Carrara, non esservi altro 
mezzo per salvare sé stesso e i suoi domimi, se non conchiu- 
dere pace coi Veneziani. Per ciò interpose la mediazione di Ni- 
colò marchese d' Este e signore di Ferrara, sapendolo in assai 
buoni rapporti con la Signoria di Venezia. Ma Gian Galeazzo 
Visconti, non contento di essersi fatto padrone" di Verona e di 
Vicenza, agognava inoltre all' acquisto eziandio di Padova. Per 
riuscirvi, pose mano a secreti maneggi; e pria di tutto si 
adoperò per disturbare le proposizioni di pace, che in Ferrara si 
andavano lavorando tra il Carrarese e la repubblica. Gli riuscì 
di fatto di rovesciarle, mandando suo ambasciatore a Venezia 
il veronese Giacomo dal Verme, il quale in suo nome promet- 
tesse alla Signoria, che, ottenuta la città di Padova, sareb- 
bero dati ai Veneziani il castello del Corame ed il borgo di 
sant'Ilario di Fusina; sarebbero demoliti Castelcaro e Castel- 
borgo, senza che possano più rifabbricarsi; né fortezze possano 
venire mai più edificate verso Venezia ; — che alla repubblica 
cederebbe la città di Treviso e tutto il territorio trivigiano, 
la città di Ceneda e il territorio cenedese ; — che il Visconti 



364: LIBRO XI, CAPO XI 

non potesse acquistare Feltre e Belluno se non che dopo essersi 
impadronito di Padova e del padovano; — che la repubblica 
gli contribuisse ne' due anni, che avrebbe durato la lega, cen- 
tomila ducati all'anno (1). 

Queste proposizioni sarebbero state accolte favorevolmente 
dai Veneziani, se la pubblica fama della mala fede di Grian 
Galeazzo non ne fosse stata di gravissimo ostacolo. Egli, fatto 
di ciò consapevole, propose a pegno non dubbio della sua fe- 
deltà, che il valoroso generale veneziano Carlo Zen venisse a 
servire nel suo esercito ed avesse in mano il governo di Milano. 

Anche questa proposizione trovò forte ostacolo nella seve- 
rità delle leggi veneziane, le quali sino da rimota età vieta- 
vano a qualunque cittadino l'accettare qual si fosse ufficio od 
incarico sotto un principe straniero. Tuttavia il bene, che ne 
sarebbe derivato allo stato per la saggia e sperimentata de- 
strezza di Carlo Zen, suggerì al Senato per questa volta di 
moderare quella severità e condiscendere alle istanze del Vi- 
sconti. Si sapeva, che questo principe aveva tutti i vizi, che 
sogliono associarsi all' ambizione ; ina si sapeva altresì, eh' egli 
non era punto amico del Carrarese; e ciò bastava a facilitare 
l'alleanza con lui. Fu quindi accettata la lega; e lo stesso 
Carlo Zen, che godeva la confidenza di entrambe le parti, fu 
incaricato di modellarne il trattato, il quale fu conchiuso 
addì 29 marzo 1388. I patti n'erano quelli stessi, che dal 
cronista Barbaro ci furono testò manifestati, circa il dominio dei 
luoghi da conquistarsi ; ed a questi ne fu aggiunto un altro, 
che ciascuna delle due parti contraenti dovesse porre in armi 
uguale quantità di truppe ; ognuno, cioè, doveva mettere in 
piedi un' armata di mille cinquecento uomini d' infanteria, di 
mille arcieri a piedi, di trecento arcieri a cavallo e di cento 
uomini d'arme, con tutto il relativo corredo di vettovaglie, di 
artiglierie e di munizioni. 

Tuttociò concertavasi a danno del Carrarese, senza che 
questi ne avesse il minimo sentore; e nemmeno voleva per- 
suadersene quando gliene fu dato avviso da Milano. La sua 

(1) Cron. di Marco Barbaro. 



ANNO 1388 3G5 

politica gli raffigurava questo concerto tra il Visconti e i Ve- 
neziani, siccome un eccesso d' imprudenza per parte di questi, 
che non misuravano il proprio pericolo nell'avere vicino un 
nemico sì potente; nò d' altronde potevasi persuadere di es- 
sere stato sì vergognosamente burlato. Non si astenne dallo 
sparlare di lui, e dal proclamarlo spergiuro e traditore ; e ciò 
persino scrivendone lettere a tutti i principi, e provocandone 
così lo sdegno a disonore di lui. Ma ne rimase convinto ap- 
pieno allorché Giovanni Galeazzo gli diresse uno scritto, di 
cui gli storici contemporanei ci conservarono all' incirca il te- 
nore così : «Voi v'ingannate, magnifico signore, se credete 
« che ci sieno ignoti i vostri raggiri presso le varie corti e 
«le vostre ingiuriose maldicenze contro l'operato nostro. Ab- 
« biamo saputo, che dicevate di noi cose orribili, né mai 
« avremmo potuto credervi capace non che di scriverle, nem- 
« meno di pensarle, se non ne avessimo avuto in mano le 
« prove incontrastabili. Non da altri, fuorché da un nemico 
« furioso, potevano derivare simili eccessi. Quanto a noi, non 
«sappiamo in qual guisa vi potessimo avere offeso. L'unica 
« nostra colpa fu di avervi assistito nella guerra contro An- 
« tonio della Scala, e di avere impedito la rovina dei vostri 
« stati. Sappiamo quanto in quella occasione passò tra voi e 
« noi. È inutile il trattenerci di vantaggio su questo punto. 
« Noi preferiamo di volere con voi una guerra aperta, piutto- 
« stochè una finta pace. Vi dichiariamo perciò, che, passato il 
« dì 30 giugno dell'anno presente, vi sarà guerra tra voi e 
« noi. La Signoria di Venezia stretta in alleanza con noi, 
« concorrerà in questa guerra a tutto suo potere , e spe- 
« riamo, che Iddio, il quale abbonisce l' infedeltà e l' ingrati- 
« tudine, ne volgerà contro voi gli avvenimenti. » 

Intese ■ allora Francesco tutta la gravezza del suo pericolo; 
tanto più che alla lega si associarono contro eli lui e Alberto 
marchese di Ferrara, a cui fu promessa la restituzione di Este 
e delle altre terre, che anticamente appartenevano alla casa 
estense; e Francesco Gonzaga signore di Mantova; e la comu- 
nità di Udine. Egli, attorniato da tanti nemici, non era in caso 
di entrare in campagna aperta contro forze di gran lunga, 



Q 



66 LIBRO XI, CAPO XII 



superiori alle sue. Distribuì perciò le sue truppe nelle piazze e 
nei castelli, determinato a difenderli di mano in mano ed a 
contrastarne il possesso. Ma poiché a tutti questi danni aggiun- 
gevasi per di più l' indignazione dei Padovani, che mal soffe- 
rivano le tante nuove gravezze loro imposte per cagione di 
questa guerra, prese di necessità la risoluzione di rinunziare 
Padova al suo figliuolo Francesco Novello, detto anche Fran- 
cesco II, ed andò a chiudersi in Treviso, che di tutte le sue 
piazze era la più forte. La rinunzia di Padova avvenne il 
giorno 29 giugno 1388, e nell'indomani il vecchio Francesco 
si pose in viaggio alla volta di Treviso. 



CAPO XII. 
I Carraresi rimangono spogliati di Padova e di Treviso. 

Non tardò più a lungo Gian Galeazzo Visconti, detto an- 
che Conte di Virtù, a muovere il poderoso suo esercito con- 
tro il nuovo signore di Padova. N'era capitano supremo Gia- 
como del Verme. Una grande parte del territorio padovano fu 
ben presto inondata da truppe milanesi, nel mentre che i Ve- 
neziani, inoltrandosi con legni armati frammezzo alle tortuosità 
del Brenta, ne occupavano il resto. 

Ed infatti Giacomo del Venne cominciò le sue mosse con- 
tro il castello di Li mena e se ne fece padrone. Passò poscia 
a Noale e ne ordinò l'assedio per impedire così qualunque co- 
municazione tra Padova e Treviso. Ed intanto i Veneziani, che 
avevano raccolto in Mestre le loro truppe da terra, le spar- 
pagliarono a beneplacito per tutto il territorio della Marca 
trivigiana ; e la loro flotta di piccole barche capitanata da Ja- 
copo Dolfin, spinsero contemporaneamente nella parte meridio- 
nale del padovano, e con tutta facilità s' impadronirono di An- 
guilla™ e di Borgoforte. Per questa guisa, tutte le strade, che 
conducono a Padova, rimasero in breve tempo occupate. 

Il comandante dal Verme ; dopo avere sforzato Noale, 
progettò di condurre le sue genti contro Pieve di Sacco. E 



ANNO 1388 367 

sebbene il suo cammino fosse ad ogni passo, per così dire, attra- 
versato da fiumi e da canali, gliene facilitò la marcia il Dolfin, 
costruendovi ad ogni occorrenza ponti sulle barche, sicché assai 
presto giunse ad assalire quel castello. Debole resistenza gli 
opposero le truppe, che lo presidiavano. Se ne impadronì per- 
ciò facilmente; e di là si distese ad occupare tutti i piccoli 
castelli e i borghi circonvicini. 

Ottenuti questi vantaggi, entro il breve corso di un mese 
all' incirca, le truppe milanesi marciarono sopra Padova e la 
strinsero di durissimo assedio. I Padovani, che non potevano 
amare i loro signori, perciocché si vedevano per la loro ca- 
gione ridotti a sì deplorabile condizione, incominciarono a tu- 
multuare indispettiti, ed a minacciare di morte il giovane prin- 
cipe, Francesco Novello da Carrara, il quale con essi trovavasi 
chiuso nell'assediata città. Egli cercò ogni modo per sedare 
T inquietudine popolare ; ma tutto fu inutile. Determinossi 
allora di mandare ambasciatori al campo nemico, per trattare 
di aggiustamento ; e fu convenuto in frattanto con Jacopo del 
Verme e coi provveditori veneziani, che gli sarebbe concesso 
di andare in persona ad intendersela col Visconti; ma che in- 
tanto il castello di Padova sarebbe consegnato, a titolo eli de- 
posito, in mano di esso del Verme, da restituirsi, qualora non 
avesse luogo 1' accordo. Altri patti di minore importanza sono 
commemorati nella storia dei datari ; ma questo n' è il più 
essenziale, perchè da questo ebbe principio la sovranità di Gian 
Galeazzo Visconti in Padova. La consegna del castello si fece 
il giorno 23 novembre ; ed in quel giorno stesso Francesco 
Novello si mosse da Padova, con Taddea d'Este sua moglie, 
e co' suoi due figliuoli Jacopo e Nicolò, accompagnato da tutti 
i suoi congiunti ed amici. Andò da prima a cercarsi asilo di 
sicurezza nel castello di Monselice. Ma di qua pure fu costretto 
a fuggire, perchè lo trovò ribellato; siccome gli si era simil- 
mente ribellato il castello di Este. Non gli rimase allora altro 
appiglio, fuorché di passare a Verona, donde poi trasferirsi a 
Milano, ove lusingavasi di poter ottenere buoni patti dalla ma- 
gnanimità del Visconti suo nemico. Neil' abbandonare Padova, 
portò seco il meglio delle sue robe in oro, argento, gioie e 



3GS LIBRO XI, CAPO XII 

denari, ascendenti, dice il Muratori (1), al valore di trecentomila 
fiorini d'oro, senza i panni; ricchezza per verità di poca im- 
portanza; per un sovrano. 

La partenza del giovine Carrarese da Padova ne ridusse 
a durissima condizione il vecchio Francesco suo padre, il quale 
stava in Trivigi. Ma i Trivi giani, che al pari dei Padovani 
odiavano il dominio dei Carraresi, gli si erano sollevati contro, 
enei furore del tumulto popolare gridavano: Viva san Marco! 
Francesco spaventato per questa sollevazione e per queste grida, 
erasi ritirato nel castello con tutte le genti, che aveva al suo 
soldo, facendo mostra di volersi porre sulla difesa. Intanto il 
popolo aperse le porte della città alle truppe milanesi, le quali 
vi entrarono, con ordine di pigliarne il possesso in nome del 
Visconti, per restituirla poscia (dicevano) alla repubblica di 
Venezia: ma in realtà per rinnovare il giuoco di Vicenza (2). 
I Milanesi, indispettiti per quel grido popolare, a cui avreb- 
bero voluto sostituire quello di Giovanni Galeazzo Visconti, 
vennero alle minaccie da prima, e poscia alle violenze. Ma il 
popolo non cede; corse anzi alle armi; barricò le contrade, 
ed alla fine le truppe del Visconti dovettero cedere a quell'im- 
peto deliberatamente gagliardo. Fu radunato il Consiglio civico 
e fu deliberato di dare la città alla Signoria di Venezia, senza 
alcuna condizione o riserva. Ed in conseguenza di quella deli- 
berazione, ne furono tosto presentate le chiavi a Guglielmo 
Querini, il quale ne prese possesso col titolo di vice-podestà e 
capitani o. E sull'esempio dei Trivigiani, fece altrettanto, subito 
dopo, il comune di Conegliano. — Cividal di Belluno e Feltre, 
ribellatesi ai Carraresi, si diedero invece al Visconti. 

Intanto Francesco Novello da Carrara, lasciata in Verona 
la famiglia, si avviò accompagnato da suo fratello e da una 
scorta di cinquanta cavalieri, alla volta di Milano, per presen- 
tarsi a Gian Galeazzo. Vi fu accolto con belle apparenze di 
ospitalità, e fu indotto con insidiose persuasive ad invitare Fran- 
cesco suo padre a trasferirsi a Pavia, ove Galeazzo lo avrebbe 
onorato del grado di suo consigliere e lo avrebbe ammesso alla 

(1) Anrial. d'hai, an, 1388. 

(2) Ved. nel cap, XI, pag. 362. 



ANNO 1388 369 

confidenza di suo amico. Tutto ciò desiderava il Visconti, per 
togliere ad esso il castello di Treviso, ove tuttora si manteneva, 
e per averlo nelle sue mani, allacciato da onorevole schiavitù. 
Quest'ufficio di persuadere Francesco da Carrara a secondare 
le intenzioni di Gian Galeazzo venne affidato a Spineta Mala- 
spina ed a Polo da Lione, i quali un tempo erano stati amici 
e confidenti del Carrarese; ma presentemente, col cangiarsi della 
fortuna, avevano assunto invece l'ufficio di servi devotissimi del 
Visconti. Questi aveva loro ordinalo di promettergli genero- 
sissimo provvedimento e di esortarlo a consegnare ad Jacopo 
del Verme il castello di Trivigi, sotto pretesto, che non avesse 
a cadere in mano dei Veneziani. Francesco Novello per lo con- 
trario raccomandava a Polo da Lione, che si adoperasse a 
dissuadere il padre dall' abbandonare Trivigi, perchè avrebbe 
dato con ciò 1' ultimo tracollo a tutta la sua famiglia. Ma Polo 
da Lione, fedele al suo nuovo sovrano, si adoperò invece a per- 
suaderlo di cedere quel castello , ponendogli sott' occhio, con 
esagerazioni studiate, l' imminente pericolo che sovrastavagli ; 
la potenza validissima de' suoi nemici, l'odio inveterato dei Ve- 
neziani contro la casa dei da Carrara, la difficoltà per non dire 
l' impossibilità di ottenere ajuti esterni, le dichiarate inten- 
zioni liberali del popolo sovrano, la pronta consolazione e fe- 
licità di lui stesso, del figliuolo Francesco Novello, e di tutta 
quanta la sua famiglia. 

L'ampollosità di queste esagerazioni dei due emissarj del 
principe di Milano ridussero il vecchio Francesco da Carrara 
ad acconsentirvi, a condizione per altro, che gli fossero accor- 
dati i seguenti capitoli: 

1. Che gli fosse concesso un salvocondotto di andare e stare 
con le sue robe ove meglio gli fosse piaciuto. 

2. Che in capo a sei mesi gli fossero pagati ventotto 
mila ducati d'oro in compenso delle munizioni da guerra esi- 
stenti in Treviso e nelle fortezze di quel territorio. 

3. Che Giovanni d'Azzo lo accompagnasse a Pavia con 
quella scorta di soldati, che più gli parrà conveniente. 

4. Che il comandante Jacomo dal Verme non facesse novità 
nel territorio trevigiano; se prima non siano decorsi trenta. 

Cappelletti. Storia di Padova I. 21 



370 LIBRO XI, CAPO VII 

giorni dalla fattagliene consegna, e venti giorni dacché abbia 
avuto udienza dal signore di Milano. 

Queste domande di Francesco furono pienamente e facil- 
mente accordate. Né poteva accadere altri mente, perchè chi le 
prometteva era fermamente determinato di non mantenerne la 
promessa. Francesco, dopo di averne consegnato il castello agli 
uffiziali del Visconti, partì da Trevigi addì 14 dicembre 1383, 
ed andò a Verona, ove fu accolto ed onorevolmente ospitato 
dai rettori della città. Avrebbe voluto proseguire subito il suo 
viaggio alla volta di Milano; ma ne fu impedito dagli ordini 
del Visconti, che lo volle trattenuto colà sino alle feste del 
Natale, fìngendo di volere in frattanto provvedere alla miglior 
sorte di luì. Trattavasi di dovergli fissare il domicilio, ove abi- 
tare con la sua famiglia. Ma poiché la signoria di Venezia 
aveva fatto intendere a Giovanni Galeazzo, che, nell' assegnargli 
il luogo della dimora, dovess'essere esclusa Genova e qualunque 
altra città marittima, fuorché Venezia, ove piuttosto avrebbe 
desiderato di averlo in suo potere; perciò il Visconti gli sta- 
bilì Cremona, ove gli sarebbe stata assegnata una pensione di 
dugento scudi il mese. A Cremona pertanto egli andò il primo 
giorno dell'anno 1389. 

Pria di partire dal castello di Trevigi, ordinò a tutti i 
rettori e capitani, che tenevano in nome di lui le fortezze, le 
borgate, i castelli e tutti i luoghi in somma del trivigiano, 
di consegnarli prontamente alla repubblica di Venezia ed ai 
suoi rappresentanti; e l'ordine fu eseguito senza verun indugio. 
Prova ne sia, che nell'archivio della cancelleria secreta della 
repubblica esistono, sotto il dì 14 dicembre 1388, i giuramenti 
di fedeltà ad essa, del Comune di Trevigi (ossia della città (1) 
che rimase in mano degli ufficiali del Visconti sino al 16 feb- 
braio dell'anno seguente), di Conegliano, di Ceneda, di Serravalle, 

(1) Devo notare, che il Muratori (Annoi. (Vllaì., an. 1389) sulla fede 
del Catari, del Caresino, del Rcdusio e di altri, disse rimasta, sino al 16 
febbrajo del detto anno, in mano degli ufficiali del Visconte la città di 
Trevigi. Doveva dire il castello, perche la città non volle essere di lui 
nemmeno al primo ingresso delle sue truppe r avendo sino d'allora procla- 
mata la repubblica di san Marco; come s'è veduto di sopra. 



INNO 1589 371 

di Valdimareno, di Cordi guano, di Portobuffoleto, di Motta, 
di Asolo, di Castelfranco e di Noale. 

Padova, come di sopra ho narrato, erasi data al signore 
di Milano, il quale, contro i patti della lega, se la tenne e vi 
cominciò tosto ad esercitarvi la sua sovranità, senza essersi 
prima accordato col principe Francesco Novello da Carrara, 
che n'era il vero e legittimo padrone, e che a furia di gravi 
lagnanze in pubblico ed in privato contro la mala fede di Gio- 
vanni Galeazzo ne ottenne in compenso la signoria di Corte- 
sone, castello nell'Astigiano, e una pensione mensile di cin- 
quecento fiorini d' oro. 



LIBRO XII. 



Dalla «laminazione di Gian Galeazzo Visconti in Pa- 
dova (an. 138$) sino alla dedizione della città alla 
repubblica di Venezia (an. 1405). 



CAPO I. 

Breve dominazione del Visconti in Padova. 

Divenuto Gian Galeazzo signore di Padova, nel modo e- 
sposto di sopra, ne regolò l'amministrazione alla foggia di 
qualunque altra delle sue provincie. I Padovani s'erano lusin- 
gati, che con la cambianza di padrone avrebbero migliorato la 
loro condizione politica ed economica. Ma s' ingannarono . 
Priva Padova della sua corte principesca ; suddita di un sovrano 
torbido, sleale, ambizioso ; esposta alle non vendicabili crudeltà 
ed estorsioni di ministri avidi ed inumani, senza poter far 
giungere i suoi giusti reclami al principe, che rigettavali; sentì 
ridestarsi poderosamente, con l'odio alla nuova reggenza, il 
desiderio del suo antico governo. Anche la Signoria di Venezia 
trovavasi mal contenta di questo nuovo vicino, il quale con la 
sua doppiezza e colla slealtà delle sue ambigue maniere si de- 
meritò il favore e la confidenza di quella repubblica. Anche i 
Bolognesi, ingelositi della crescente potenza di lui, stavano in 
timore per le antiche pretensioni della sua casa sopra la loro 
città. Ned erano soltanto sospetti; ma se n'ebbero a scoprire 
deliberati maneggi a danno di quel comune. Vi si scoperse 



374 LIBRO XII, CAPO li 

infatti, il dì 21 novembre 1389, un trattato di alcuni bolognesi, 
che miravano a dare al Visconti la loro città. Ai congiurati 
costò la testa, e molti altri, presi in sospetto, furono posti a 
confine (1). I Fiorentini mal vedevano, che Gian Galeazzo si 
offerisse a pacificatore delle discordie, che li tenevano agitati 
contro i Sanesi a cagione di Montepulciano (2); e proponesse, 
d'accordo con Pietro Gambacorta signore di Pisa, di stabilire 
una lega per quiete di ognuno; ma in realtà per meglio ad- 
dormentare i potentati d'Italia. 

Tutti questi elementi fomentavano le particolari tendenze 
di ognuno contro il Visconti, e favorivano i desiderii di Pa- 
dova, incapace di per sé sola ad operare la propria rigenera- 
zione. Ma il tempo e le circostanze ne maturarono gli avveni- 
menti con tanta rapidità, che il signore di Milano, in capo a 
diciannove mesi, perde la mal ottenuta sovranità su Padova, 
cui Francesco Novello Carrarese, aiutato precipuamente dai Fio- 
rentini e dai Veneziani, di bel nuovo ricuperò. 



CAPO IL 

Francesco Novello da Carrara toglie al Visconti 
il dominio di Padova. 

Ed eccone come. Dimoravano Francesco da Carrara, il 
vecchio, in Cremona, e Francesco suo figliuolo in Milano (3); 
continuamente, dice il Muratori (4), « menati a spasso con belle 
« parole dai ministri di Gian -Galeazzo conte di Virtù, ma senza 
« mai poter muoversi di colà, e molto men di vedere la faccia 
« del conte, che risiedeva in Pavia. » La rabbia del giovine da 
Carrara era immensa contro il Visconti, il quale in onta dei 
patti gli avea usurpato il dominio di Padova. Perciò di secreta 
intelligenza col padre andava macchinando come liberarsi dalle 

(i) Matth. de Griffonibus, Chron., nel lom. XVIII Rcr. Ital. Script., e 
Cronaca di Bologna, nel tom. slesso. 

(2) Ammirali, Islor. Fior. lib. XVI. 

(3) Catari, Istor. di Padova, nel tom. XVII Rer. Ital Script. 

(4) Annui. d'Ital. an. 1389. 



INNO 1389 ó<>) 

mani di lui. Novello fece noto a Francesco, per mezzo di Ar- 
tuso Conte, nobile padovano, speditogli appositamente da que- 
sto, avere in animo di ottenere licenza di recarsi a visitare 
Galeazzo in Pavia o per ammazzarlo da per so solo, mentre 
se ne fosse stato favellando con lui, o per farlo assalire da 
alcuno de' suoi familiari. E così, tolto di mezzo il tiranno, a- 
vrebbe potuto sperare auch'egli per la salvezza propria. Ma 
Artuso, sedotto da perverso consigliere, a cui aveva impruden- 
temente confidato il secreto, andò con esso a svelare la trama 
a Galeazzo, il quale ne accolse la notizia a beffe e derisioni, 
non potendosene persuadere; ed eglino poterono appena trovar 
modo di ritornarsene salvi alle loro patrie. 

Ma sebbene Gian Galeazzo non credesse alle parole dei 
delatori, tuttavia sospettò, che un qualche fondo di verità vi 
fosse; perciò si diede a scandagliarne per ogni via e in ogni 
modo l'arcano. Concesse a Francesco Novello, come ho narrato 
di sopra (1), il libero possesso del castello di Cortusone nel- 
l'Astigiano «abitato, dice il Muratori (2), da gente micidiaria»; 
e là fecelo circondare da sagaci osservatori, che ne guardassero 
tutti i passi e ne studiassero le interne disposizioni dell' ani- 
mo. Mostrò Francesco Novello di essere contento di quella 
concessione fattagliene dal Visconti; e solamente domandò li- 
cenza di poter abitare, quattro mesi dell'anno, in Asti, città 
ceduta da Galeazzo al genero suo duca di Turena. Addusse a 
pretesto di questa domanda la necessità di radicale ristauro 
della casa dirupata e cadente, che gli doveva servire di abita- 
zione. Ottenutane la grazia, prese possesso del castello, e poscia 
andò in Asti con la moglie sua Taddea Estense. Quivi intanto 
potè a suo bell'agio coltivare nel secreto dell'animo i suoi pro- 
getti, ed ebbe tanta destrezza da poter indagare, anche in tanta 
segregazione e lontananza, i sentimenti della repubblica di Ve- 
nezia, per conoscere, se, movendosi lui per ricuperare gli an- 
tichi suoi stati, essa ne avrebbe secondate le mosse, od almeno 
lo avrebbe favorito con la neutralità. Era ben naturale, che i 
Veneziani dovessero preferire la vicinanza del Carrarese, 

' (1) Pag. 371. 

(2) Annal. d'Ital., an. 1389. 



376 LIBRO XII, CAPO II 

circoscritto alla signoria di Padova, piuttostochè la signoria di 
un principe padrone di tutte le Provincie italiane da Padova 
sino a Milano; perciò a Francesco Novello fu risposto in guisa 
da dargli coraggio, e da regolarne gli avvenimenti a seconda 
delle tendenze e delle intenzioni del loro governo. 

Se crediamo all' Ammirati (1), davano al Carrarese secreto 
impulso i Fiorentini; e se crediamo agli storici padovani, lo 
sdegno suo incredibile contro il Visconti e la speranza di ri- 
cuperare la perduta signoria di Padova ne furono gli efficacis- 
simi insti gatori. Fatto è, ch'egli si determinò alla fuga. Finse 
di voler andare a Vienna del Delfinato per adempiere un suo 
voto a santo Antonio ; e senza chiederne licenza, partì da Asti 
in abito di pellegrino, nel marzo del 1389 menando seco la 
moglie incinta da sei mesi. Andò errando per le riviere della 
Liguria, tuttoché ingombra da' suoi nemici, e pernottando tra 
le rupi delle Alpi, inseguito dagli emissarii di Galeazzo e re- 
spinto da quanti ne temevano o l' inimicizia o lo sdegno. Non 
sì tosto egli fu uscito dai confini della dominazione di lui, fece 
anche uscire da Asti tutti i suoi figliuoli, con ordine di pas- 
sare a Firenze, ove anch' egli aveva stabilito di andare. 

Egli intanto si recò in Avignone, ove trattò con l'anti- 
papa Clemente; poi s'imbarcò a Marsiglia, donde passò verso 
Genova, tentando di andare a Pisa. Ma nò i Genovesi né i 
Pisani lo vollero tra le loro mura. Finalmente potè arrivare 
a Firenze, ove alquanto si riposò dei patimenti e dei pericoli 
sofferti nel viaggio. La descrizione minuta di questi si avrà in 
seguito nella narrazione, che ne fece il G atari juniore nella 
sua cronaca padovana. 

L' inaspettata fuga di Francesco Novello dispiacque som- 
mamente al Visconti, il quale, nel luglio successivo, per allon- 
tanare il pericolo, che anche Francesco il vecchio facesse al- 
trettanto, fece trasferire questo sotto buona custodia nel ca- 
stello di Como, con severa proibizione di trattare co' suoi, ed 
avendogli sequestrato tutti i denari, le gioje, gli argenti, per 
la somma di trecentomila fiorini d'oro. Lo scaltro vecchio aveva 
fìnto ed anche fatto rappresentare a Gian Galeazzo il suo 

(1) htor. Fiorcnt. lib. xv. 



ANNO 4389 377 

singolare dispiacere per la fuga del figlio, ed anche s'era esi- 
bito di farlo ritornare. Anzi gli aveva persino scritto calde let- 
tere, per esortamelo. Ma internamente giubilava per quella co- 
raggiosa risoluzione di Francesco Novello, ed a chi gli portava 
le sue lettere di esortazione al ritorno, aveva caldamente rac- 
comandato, che vieppiù lo confortasse a ricuperare il suo, senza 
badare ai pericoli del padre, e che si guardasse bene dalle in- 
sidie dell' usurpatore, nò prestasse fede ad alcuna delle magni- 
fiche esibizioni, che gli e ne facesse. 

Francesco Novello si trattenne in Firenze non poco, ed in- 
tanto fece secretamente i suoi accordi con quella repubblica, 
la quale non tardò a dimostrarsegli amica. Poi, passato in 
Germania, andò a visitare Stefano duca di Baviera, per impe- 
gnarlo, secondo le istruzioni avute dai Fiorentini e dai Bolo- 
gnesi, nella guerra e nella vendetta contro Galeazzo, usurpa- 
tore degli stati di Barnabò Visconti, genero di esso duca, e 
detronizzato da lui. Trovò disposto quel principe a calare in 
Italia, con un corpo di dodici mila uomini, dei quali assume- 
vano le spese i Fiorentini e i Bolognesi. Novello, fatto sempre 
più coraggioso, attraversò la Carintia, la Dalmazia, il Friuli, 
in traccia da per tutto di nemici del Visconti, per associarseli 
al suo partito, e quindi tentare il suo ritorno in Padova. Era 
egli assai ben informato; che Gian Galeazzo aveva portato la 
guerra contro i Bolognesi, per farli pentire della protezione 
manifestata per lui, e che il popolo padovano, poco dianzi dis- 
gustato del governo Carrarese, lungi dall'avere trovato nella 
reggenza del Visconti quel dolce, eh' erasi figurato, ne provava 
invece l'amaro, e sarebbe ritornato volentieri all' ubbidienza 
primiera. E qual' è in fatti quel popolo, che, perduto il pro- 
prio principe e ridotto nella sua capitale alla condizione di 
città di provincia, non ne senta eccessivo danno ; e non giunga 
a desiderare un principe, ancorché non fosse il migliore del 
mondo, piuttostochè gemere sotto il despoti smo di mereenarii 
governatori? Sotto il governo milanese, molti dei nobili pa- 
dovani erano stati o carcerati, o confinati a Milano, o s'erano 
posti in salvo con emigrazione spontanea. 

Confortato da queste notizie Francesco Novello, alla testa 



37S 

di trecento lancie, attraversò la Marca Trevigiana, senza che 
i Veneziani gli movessero ostacolo; e balzò all'improvviso sul 
territorio padovano, secondandone le mosse ed ingrossando le 
suo genti in ispecialità i banditi da Padova. Appena giunto 
sul padovano, corsero in suo ajuto a migliaja i villani armati, 
di modo che il giorno 19 di giugno si presentò alle mura del 
primo recinto di Padova, e diede un generale assalto (1). La 
maggior parto di quei cittadini, all' udir Carro, Carro ; al ve- 
dere le bandiere dell'antica casa da Carrara; al sapere che 
alla testa di quegli armati era in persona Francesco Novello ; 
non solo abbandonò la difesa delle mura, ma ne facilitò a lui, 
figlio dell'antico loro Signore, l' ingresso. Vi entrò vittorioso e 
trattò cortesemente quanti si mostrarono allegri per la sua ve- 
nuta; nò incontrò poscia difficoltà od ostacoli per impadronirsi 
anche dell' interiore .città. Imperciocché nel cuor della notte, 
alla testa di quaranta prodi, entrò audacemente in Padova per 
l'alveo del Brenta, il quale, per deficienza di acqua, era poco 
meno che asciutto. Il colpo gli riuscì felicissimo. Il popolo 
applaudendo a quell'avventurosa temerità, gli si dichiarò tosto 
amico. Sbigottiti per tanta audacia, Luchino Lusca, Berretto 
Visconte ed il marchese Spineta Malaspina, che facevano pel 
signore di Milano, non valendo a resistere con la loro guarni- 
gione all' impeto dei vittoriosi Padovani, cercarono salvezza 
nel castello, risoluti di voler continuare la guerra contro la 
città. Le truppe milanesi furono subito strette di assedio; ed 
intanto il giovine Carrarese, coll'assistenza di seimila soldati 
bavaresi e di duemila fiorentini ottenne la signoria di tutto 
il territorio padovano. Egli non tardò a spedire ambasciatori 
a Venezia, a Ferrara, a Bologna, a Firenze, che recassero la 
notizia della ricuperata città. Ne fu festeggiata la felice riu- 
scita, perciocché tutto quelle repubbliche, per li propri indivi- 
duali interessi, esultavano della depressione del Visconti. 

Il Visconti por lo contrario rimase non poco sconcer- 
tato ne' suoi progetti; cosicché il dì 24 giugno richiamò dal 
bolognese l' armata sua e spedì Ugolotto Biancardo alla testa 
di cinquecento lancie al soccorso del castello di Padova, che 

(1) Chron Esten, nel tom. XV. Iìer. Hai. Script. 



ANNO 1390 376 

vigorosamente si difendeva. Ma poscia, fatto consapevole, che 
anche Yerona, per desiderio degli antichi signori della Scala 
gli si era rivoltata, Ugolotto entrò furibondo di notte nel ca- 
stello contro gf incauti Veronesi, uccidendo, saccheggiando, 
spargendovi da per tutto desolazione, senza risparmiare luoghi 
sacri, né l'onor delle donne: furono queste in grande moltitudine 
ritenute. Il resto del popolo, che non si potò salvare con la fuga, fu 
o scacciato o ferocemente imprigionato; e l'infelice Yerona, con 
orrore di ognuno, restò per qualche tempo desolata e deserta. 

Ciò fatto, Ugolotto Biancardo, con le sue genti e con al- 
quante schiere di villici vicentini, passò alla volta di Padova, 
con voglia di sorprenderla e ritoglierla al Carrarese. Penetrò 
nel castello ed anche si provò a dare battaglia a quelli della 
città. Ma i trinceramenti n'erano stati così bene ordinati da 
Francesco Novello, e tale fu la difesa de 7 suoi, che il Bian- 
cardo ritornò a Vicenza, senz'altro avere ottenuto, che di la- 
sciarvi ben fornito di gente il castello. Il Visconti si disponeva 
intanto a mandare numeroso esercito contro Padova : ma i Bo- 
lognesi e i Fiorentini interruppero i suoi disegni, inviando le 
loro armi addosso al distretto di Padova. Ed a ciò si aggiunse, 
che Stefano duca di Baviera, sollecitato dal Carrarese per li 
soccorsi promessi, mandò innanzi seicento cavalli, che giunsero 
a Padova il dì 27 giugno; ed egli stesso vi giunse poscia in 
persona con altre milizie, tre giorni dopo. Questi rinforzi ani- 
marono i Padovani a più gagliarda resistenza, sicché il dì 
27 agosto 1390 Francesco Novello, espulsone il presidio mila- 
nese, rimase padrone anche del castello. Il conte da Carrara, 
fratello bastardo di esso Francesco Novello, sconfisse anche 
Ugolotto Biancardo, che s'era mosso qualche dì prima, per 
dare assistenza agli assediati del castello (1). 

Nò dopo tanti vantaggi se ne stette in ozio il Carrarese. 
Nel settembre, il giorno 19, mosse il suo esercito contro Al- 
berto d'Este marchese di Ferrara; occupò Badia e Lendinara 
e passò ad assediare Rovigo. Le quali apparenze d'inimicizia 
erano fatte d'intelligenza col marchese, per avere un ragio- 
nevole motivo di ritirarsi dalla lega contratta coi Visconti. E 

(1) Gattari, Ist. di Padova, nel tom. XVII, Rer. Ital. Script. 



3S0 LIBRO XII, CAPO III 

n' era d' accordo anche la signoria di Venezia, la quale mandò 
suoi ambasciatori a Padova. 

Si può ben credere, che il signore di Milano, sino dal 
primo annunzio dell'azzardosa temerità di Francesco Novello, 
sia montato sulle furie ed abbia subito pensato al modo di 
pigliarne vendetta. Mandò ambasciatori a Venezia per esplo- 
rare come la pensasse quella repubblica, e per progettare una 
nuova lega contro il giovine Carrarese. Ma i Veneziani accol- 
sero con freddezza l' invito di lui, e gli risposero, che le cir- 
costanze non permettevano al Senato di prendere alcun impe- 
gno col signore di Milano. Si accorse allora il Visconti, che 
la repubblica di Venezia era favorevole a Francesco Novello, 
e che ogni tentativo contro questo gli sarebbe riuscito inutile. 

Il vecchio Carrarese, padre di Novello, era stato trasfe- 
rito, per ordine di Gian Galeazzo, da Cremona a Como e po- 
scia di qua a Monza, ov' era custodito nelle carceri. Narrano 
gli storici, che Galeazzo appena informato dei primi vantaggi 
di Francesco Novello sul padovano, ne facesse dare notizia al 
padre, e lo facesse interrogare sull'esito di quelle mosse; e 
che questi gli rispondesse, che se saprà mantenersi fedele e 
costante nell'amicizia dei Veneziani, conserverà Padova a di- 
spetto di chiunque. Non di molto sopravvisse a questi avveni- 
menti il vecchio Carrarese. Circa il medesimo tempo morì 
nelle prigioni di Monza, addì 6 ottobre 1393. Non mi fermo 
ora a parlare di lui; perchè altrove lo dovrò fare. 



CAPO III. 

Durezza dei 'patimenti sofferti da Francesco Novello, nella 
sua fuga da Asti ed in tutto quel viaggio con la moglie. 

Ho promesso nelle pagine addietro di dare notizia dei 
patimenti e dei pericoli, ch'ebbe a soffrire nella sua fuga il 
giovine Carrarese, ed eccomi a darne la descrizione sulla fede 
del Gatari juniore, storico padovano contemporaneo. Egli per 
verità impiegò troppe pagine, che, nella strettezza del mio 



ANNO 1393 381 

racconto, di troppo n'eccederebbero la misura. Mi limiterò per- 
tanto alle più gravi ed essenziali circostanze; non sembrandomi 
bastevole ad appagare la giusta curiosità dei lettori, il bre- 
vissimo cenno, che ne fece il Muratori (1), spicciandosene col 
dire : « I pericoli da lui passati nel viaggio, e i patimenti 
« sofferti furono ben molti. Bella è la dipintura, che ne fa il 
« Gattari juniore nella sua Cronaca. » Ed alcune righe dopo, 
soggiunge : « Un pezzo curioso e gustoso di istoria (torno a 
« dirlo) è quello de' Gatari padovani, nella descrizion minuta 
« delle avventure del suddetto Francesco Novello. » 

Dal Gattari adunque (2) abbiamo, che, uscito da Asti per 
« la porta che va a Yillanuova, tanto cavalcò in due giornate, 
« che arrivò a Juliana sul Monferrato, ove trovò un corriere 
« del conte di Virtù, e gli dette una lettera da dare al detto 
« conte, che gli denotava come egli andava con la sua Donna 
« et altri della sua famiglia a sant' Antonio di Vienna per 
« satisfare un suo voto, e dipoi voleva andare in Avignone dal 
« Sommo Pontefice per impetrare qualche benefizio per suoi 
« figliuoli e fratelli bastardi, acciocché si potessero sostentare, 
« non vedendo egli di poterli mantenere altrimente ; e che il 
« resto della sua famiglia aveva lasciata in Asti quale racco- 
« mandava a sua Signora. » Quindi prosegue il Gatari nar- 
rando il viaggio di Novello e della sua comitiva sino a luogo 
di sicurezza, ove licenziò la scorta di dieci cavalli e quaranta 
uomini, che gli aveva data il governatore di Asti (3). « E ca- 
« valcò al* suo viaggio, tanto che passò Moncaliero, Eivola e 
« Fernera posta quasi a mezzo il monte di Susa, e Grenorio, 
« ove gli fu fatto un poco d' impedimento per una lettera di 
« passo che aveva avuta il signor Francesco dal re di Fran- 
« eia. Fu lasciato nondimeno passare subito dal duca d' Or- 
« liens, e così cavalcò tanto che giunse a santo Antonio di 
« Vienna » Poi con la moglie navigò sul Eodano per ar- 
rivare in Avignone, facendo intanto, che i suoi cavalli e le sue 



(1) Annal. d'Ite/, ari. 1389. 

'(2) Istor. di Padova, nel toni. XVII. Rer. Italie. Script., pag. 726. 

(3) Pag. 728, 



3S2 LIBRO XII, CAPO III 

robe, raccomandate a Tommaso dal Fuoco, vi andassero per 
terra. Disposte le sue cose in Avignone col papa Clemente, 
passò a Marsiglia « ove da Messer Raimondo (1), il quale era 
« stato vescovo di Padova, fu molto honorato e d' assai doni 
« presentato ; et il simile dalle donne del paese fu fatto alla 
« signora Madonna Taddea. » Partì dopo alcuni dì da Marsiglia 
per continuare il suo viaggio. « E quel giorno stesso arrivò 
« a Marsiglia Tommaso dal Fuoco co i cavalli, il quale fu 
« preso e ritenuto, creduto messer Conte da Carrara e fu messo 
« in prigione col resto della famiglia. Ma il capitano di Mar- 
« silia, certificato che non era quello, tenutolo più d'un mese 
« in prigione, il licenziò con tutti gli altri, tolti loro prima 
« armi e cavalli. » 

« Navigando il signor Francesco e madonna con la loro 
« famiglia, partiti da Marsiglia, fu la nave da grandissimo 
« vento e fortuna assalita e corse gran pericolo ; e madonna 
« Taddea molto si turbò, di modo che pregò il Signore che si 
« smontasse a terra, dicendo, ch'ella voleva più tosto cammi- 
« nare a piedi, che in nave soggiacere a tanti pericoli, e che 
« le pareva il mare essere inimicato contra di loro a tale 
« viaggio. Piacque al signor Francesco di satisfare alla Donna, 
« e smontò in terra, lasciando una gran parte della famiglia 
« in nave con messer Giacomo e le robe, dando ordine al Pa- 
« drone, dove doveva arrivare con la nave. E così si messero 
« in cammino a piedi, a passo lento, tanto che giunsero a Gri- 
« maldo, ove fu ritenuto il Signore. Ma mostrate le lettere 
« del Re dette di sopra, fu subito liberato, e per quella notte 
«alloggiarono in quel luogo. La mattina seguente il Signore 
« tolse un somaro a nolo, e fattavi montare a cavallo ma- 
« donna Taddea, egli con la famiglia andò a piedi e cammi- 
« narono fino a Frerezzo, ove trovarono la nave; e rinfrescati 
« tutti col padrone e fornita la nave di ciò che faceva biso- 
« gno, di nuovo s' imbarcarono tutti. Ma la fortuna invidiosa 
« del loro riposo, fece venire tanta pioggia, posti che furono 

(1) Questo vescovo era stato eletto al governo della Chiesa padovana, 
nel 1374; ma poscia, nel 1389, datosi al partilo dell'antipapa Clemente VII, 
erasi rifugiato alla Corte di lui in Avignone. 



ANNO 1393 383 

« in cammino, con tanto vento, che la nave combattuta di 
« sotto dall' onde, e di sopra dalla pioggia e venti terribili, i 
« marinari cominciarono a dubitare. Ma il sommo et onnipo- 
« tente Iddio, che non voleva che quelle creature poricolas- 
« sero, fece che il vento cessò alquanto, di modo che passa- 
« rono il porto di Nizza et arrivarono a Monaco. E di lì par- 
tendo giunsero a Torbio; et in quel luogo era Nicolò Spi- 
« noia che stando un poco spazio di tempo conobbe il Signore 
« et andò subito a lui, e molto se gii offerse, confortandolo 
« che non dovesse stare ivi, perchè il Castellano era molto 
« servitore et amicissimo al Conte di Virtù. Il Signore uscì 
« di nave, e quella notte alloggiarono in una chiesa rotta, e 
« nella mezza notte il tempo si racconciò ; e Nicolò Spinola 
« montò a cavallo verso Genova, facendo sapere al doge d'aver 
« ritrovato il signor Francesco Novello nel porto di Torbio. » 
Ivi, concertando col doge per salvarlo, furono incaricati due 
messi a presentarsi al Carrarese, con particolari contrassegni 
d' intelligenza, per tranquillarlo. 

« Passò quella notte il signor Francesco Novello con la 
« sua Donna e sua famiglia con pochissimo riposo, e fatta 
« l'alba chiara fece cercare Nicolò Spinola per partire insieme 
« con lui, siccome avevano ciato ordine la sera innanti; e tro- 
« vato quello essere partito nella mezza notte, cominciò gran- 
« demente a dubitare, che non procurasse qualche trattato con- 
« tra di lui. E fece chiamare il suo Nochiero dicendogli di vo- 
« ler partire, il quale rispose : Signore, farò ciò, che piace 
« a voi, ma il vento presente minaccia gran fortuna; e du- 
« bito che Madonna patirà grandemente, e massime essendo 
« gravida, come voi dite ; ma vi consiglio, che andiate per 
« terra, che io verrò costeggiando alla riva sino che si faccia 
« bonaccia. » E così fecero. Giunti a Yentimiglia, si reflzia- 
rono alquanto ; poi proseguirono tosto il viaggio. Ma, nell'atto 
di rientrare in nave, fu conosciuto dalle genti, che il podestà 
di Yentimiglia avevagli mandate dietro, sospettandone qualche 
colpevole intrigo ; e fu invece trattato onorevolmente e lasciato 
entrare liberamente nella sua nave, e continuare il cammino. 

Giunti nelle terre dei marchesi del Carretto, si refiziarono 



3S4: LIBRO XII, CAPO III 

in grande timore, quand' ecco li sopraggiunsero i due messi, 
che coi loro contrassegni si fecero riconoscere, e questi furono 
guida per avviare la comitiva al territorio del doge di Genova. 
Avrebbero dovuto prendere la via di Pisa; ma non vi furono 
accolti; perchè anzi cercavasi di loro, per conto di Gian Ga- 
leazzo Visconti. 

Per queste notizie, Francesco Novello di Carrara stette 
alquanto sospeso e sopra di sé : « ma poi (continua il Ga- 
« tari (1) rassicuratosi nell'animo) disse verso la Donna: Per 
« questa, né per altra avversità ci turbiamo, perchè Iddio ci 
« ristorerà. Allora madonna Taddea, la quale era gravida, 
« allora per tristezza della nuova udita cadde in terra ; ma 
« subito Ugolino da Carrara la raccolse nelle braccia e dis- 
« sele : Madonna, state di buon animo e non vogliate voi 
« stessa abbandonarvi, ma confortatevi : che certo Iddio tutti 
« ci aiuterà, che facendo voi così ci sconfortate tutti. Et ella 
« alquanto ristorata fece un poco di buon' animo e forza, e 
« camminò dietro il marito, che andava inanzi. Il quale con 
« Nocio Fiorentino entrò in Pisa et andò ad un'hosteria, e 
« comprò carne cotta, vino e pane abbastanza, togliendo anco 
« un ronzino a vettura, il quale mandò a Madonna per Nocio, 
« con ordine che andassero verso Cassi na, che lui vi andana 
« dietro. E così partì Nocio con la vittoria e ronzino, et andò 
« a trovare Madonna e Pacino Donati e l' altra compagnia, i 
« quali tutti si ricrearono e poi messero Madonna a cavallo 
« et andarono verso Cassina. Il signor Francesco travestito , 
« come dicemmo inanti, con tre famigli andò per la città per 
« sentire ciò che andava facendo messer Galeazzo Porro ; e 
« non potendo sentire alcuna cosa partì, et uscì di Pisa, e 
« caminando a buoni passi giunse la sua brigata presso Cas- 
« sina. Et era quasi notte, quando tutti insieme arrivarono 
« alla terra ; e non potendo entrare dentro, loro bisognò allog- 
« giare all'hosteria, la quale fu di tanta scommodità, che non 
« poterono aver altro luogo ad albergare, che la stalla. E 
« cenato eh' ebbe ognuno, il signor Francesco insieme con 

(1) Luog. cit pag. 738. 



ANNO 1501 — 1393 385 

<c Madonna sua moglie e Ugolino andarono per riposarsi sopra la 
« paglia ; il resto della famiglia con Pacino Donati e Nocio 
« restarono alla custodia e guardia sua di fuori. » 

Giunse colà, poco dopo, un famiglio di Pietro Gambacorta, 
signore a Pisa, conducendo al Carrarese dieci cavalli e lettera, 
e varii doni, il quale, fattosi conoscere, manifestò a Francesco 
Novello la dispiacenza del suo signore di non potergli offrire 
migliore servizio. E comandò inoltre all'oste di provvedere a 
quanto potesse occorrere a quei viaggiatori. Furono per ciò 
ben trattati ed ospitati ; e f indomani partirono verso Firenze. 
Vi furono freddamente accolti ; anzi Francesco sostenne dispia- 
cente diverbio con un cittadino fiorentino, il quale conchiuse 
coli' esortarlo ad allontanarsi da quella città, per non incor- 
rere gravi guai. Francesco mandò subito in Asti un suo fidato 
servo a ricuperare i figli e le robe sue, dei quali e delle quali 
il Gatari ci dà la nota, eh' è la seguente (1) : 

« I nomi di tutti i Carraresi furono questi : Francesco III, 
« Giacomo, Nicolò, e madonna Giliola, figliuoli legittimi del 
« signor Francesco (Novello) Carrara. — Gionata, Andrea, Ste- 
« fano e Serino, figliuoli bastardi del detto signor Francesco. 
« — Messer Conte, messer Pietro, messer Giacomo, e messer 
« Ugolino, fratelli naturali del detto signor Francesco. — Bo~ 
« nifacio, Polo e Antonio, figliuoli di messer Giacomo da Car- 
« rara. — Alberico, fPietro, Leone e Conte Papafava, figliuoli 
« del quondam Marsilietto Papafava signor antedetto della 
« città di Padova. — I quali si ritrovarono in Fiorenza col 
«signor Francesco Novello, che fu al fine d'aprile 1389, e 
« tutti i suoi danari, che furono circa ducati 80 mila d' oro, 
« e gioje per la somma di ducati 60 mila e così stette il Si- 
« gnore in Fiorenza al detto tempo. » 

Fatto consapevole di tuttociò il vecchio Francesco da Car- 
rara, per ordine del Visconti, scrisse lettera al figlio per esor- 
tarlo a ritornare nelle mani di Gian-Galeazzo, il quale gli 
faceva assai belle promesse. Ma Rigo Galletto incaricato di 
consegnargliela, aveva ordine dal padre di persuaderlo a non 

(1) Ivi, pag. 741. 
Cappelletti. Storia di Padova. I. 25 



386 libro xii, CAro iv 

darvi retta, acciocché non gli avvenisse di peggio. Francesco 
Novello rincorato ubbidì ; si trattenne in Firenze e fece prati- 
che con quel comune per avere assistenza contro il Visconti; 
e fu concertato di formarsela d' intelligenza coi Bolognesi. Da 
Bologna ritornò a Firenze, donde poscia a Cortona e di qua 
a Perugia, e quinci al Porto Cesenatico (1), ove montò in 
barca per andare in Ancona, ed allargato in mare, cominciò 
una gran fortuna con venti, pioggia e tempesta tanto grande, 
che potè a grande ventura salvarsi a Chioggia; donde, favo- 
rito con affettata neutralità dei Veneziani, rientrò al possesso 
di Padova; come ho narrato di sopra (2). 



CAPO IV. 

Nuove ostilità del Carrarese contro Gian-Galeazzo Visconti. 

Francesco Novello da Carrara, collegato coi Bolognesi, ot- 
tenne assistenza da questi, coli' indurli a mandare a Padova 
il prode loro capitano inglese Giovanni Aucud, con grosso 
corpo di genti d'armi. Ma poiché ad essi premeva sopratutto 
di tenere lontana dal loro paese la guerra e circoscriverla in 
Lombardia ; per ciò a forza di danari e di tante promesse ave- 
vano mosso in Francia , Giovanni conte d' Armagnacco a venire 
in Italia con la sua gran compagnia d'armati, per battere da 
più parte gli stati del conte di Virtù (3). La prima impresa 
de' collegati fu di passare nello stesso gennaio 1391 sul ter- 
ritorio di Vicenza (4) e molto più su quel di Verona, dove si 
lasciò la briglia ai saccheggi. Questo esercito entrò in febbraio 
sul Mantovano per obbligare Francesco Gonzaga, signore di 
quella città, a rinunziare alla lega col Visconti (5). Vi rinun- 
ziò di fatto, mostrando voglia per ora di starsene neutrale. 

(1) Ivi, pag. 756. 

(2) Pag. 37 i, nel cap. IT di questo libro. 

(3) Muratori, Armai d'Ital., an. 1391. 

(ì) Gatari, Ist. di Pad., nel toni. 17, Rcr. Val. Script. 
(;>) A unni. Mediolan e Chron. Placent nel tom. 16. Rcr . Val. Script. , 
e nel Chron. Foroliv., tom. 22, Ror. Val. 






ANNO 1391 — 1593 387 

Narra il Muratori (1), che lo stesso Gonzaga, facesse 
processare; come adultera, Agnese figliuola del già Bernabò Vi- 
sconte e la privasse di vita, « dando con ciò motivo di molte 
« ciarle ai curiosi politici. Fu infin creduto, che il Gonzaga 
« per artificiosa trama del conte di Virtù, togliesse dal mondo 
« la moglie. » Era intanto il concerto, che il conte di Arma- 
gnacco calasse in Italia con le sue truppe nel maggio, ed assa- 
lisse dalla parte di Alessandria gli stati di Gian-Galeazzo; e 
che contemporaneamente Giovanni Aucud si dovesse muovere 
dal Padovano con l' armata dei collegati e s' inoltrasse nei Mi- 
lanese, per la speranza di unirsi coir Armagnacco e portare po- 
scia la guerra sino alle porte di Milano. Per questo fine Gio- 
vanni Aucud, con le forze dei Padovani e degli altri confe- 
derati, entrò a' 10 di maggio nel Bresciano; ne saccheggiò il 
territorio, e fece altrettanto nel Bergamasco. Anche da Bolo- 
gna penetrò un buon corpo di armati sul Reggiano e sul Par- 
megiano, per tenere vieppiù distratte le armi nemiche (2). 

Ma la tardanza di due buoni mesi all'arrivo delle genti 
del conte di Armagnacco pose in qualche angustia T Aucud per 
mancanza di viveri. Egli tuttavia, benché stretto tra le due 
guarnigioni ben disposte di Ugolotto Biancardo e di Jacopo 
dal Verme, capitani del Visconti; levò il campo nel mese di 
luglio. E sebbene inseguito da loro, li mise in rotta; e poscia, 
con ordine meraviglioso, per mezzo al paese nemico, si ridusse 
di nuovo sui confini del Padovano, carico di onore e di 
bottino (3). 

Dopo questo fatto glorioso, P inglese Giovanni Aucud andò 
ad accamparsi sul Cremonese, nel mentre, che un imprudenza, 
o piuttosto la millanteria del conte di Armagnacco aveva pro- 
vocato lo sdegno delle truppe lombarde, che difendevano la 
città di Alessandria ; e ne aveva fatto sterminare P esercito. 
Per la quale sconfitta il Visconte, fatto più audace, spedì 
contro P Aucud tutta la sua armata. Ma questi diresse la sua 
ritirata con tale prudenza e tali stratagemmi, che meritò di 

. [11 Annal. cit. 

(2) Chron. Esten, nel tom. lo, Rer. Ital. Script. 

(3) G atari, Istor. di Pad. nel tom. 17, Rer, Hai. Script. 



3SS LIBRO XII, CAPO V 

essere paragonato ai più valorosi capitani romani; perciocché 
ad onta dei nemici incomparabilmente superiori di numero, e 
non ostante gì' impedimenti dei fiumi, che bagnano quelle Pro- 
vincie, diede ai nemici di molte percosse e si ritirò sano e salvo 
con le sue milizie a Castelbaldo, sui confini del Padovano. 

Nel mese dopo, egli fu richiamato da Padova in Toscana, 
per unirsi colle sue soldatesche alle truppe dei Fiorentini, con- 
tro i Sanesi, capitanati da Jacopo del Verme, i quali inoltra- 
tisi nel cuore del territorio fiorentino, minacciavano guasti e 
danni a quella repubblica, ma l'accortissimo capitano ne rese 
vani gli sforzi. Seguirono bensì nel settembre varii scontri tra 
loro, ma di variante riuscita, con la morte e prigionia di molti, 
senza che verun ragguardevole fatto d'arme accadesse. 

Per questa assenza di Giovanni Aucud da Padova, il Vi- 
sconte si lusingò di trovare indebolito il Carrarese Francesco 
Novello; e perciò nello stesso mese di settembre, inviò, con un 
altro esercito, Ugolotto Biancardo per infestare il territorio 
padovano. Piantò esso Ugolotto due bastie intorno a Castelbaldo. 
Ma il conte da Carrara, sopravvenuto col popolo di Padova, lo 
fece suo malgrado ritirare, dandogli anche una buona lezione, 
per cui non ebbe più il coraggio di tentare nuove imprese. Le 
due bastie furono immediatamente distrutte. 



CAPO V. 

Tregua conchiusa tra il Visconti e il Carrarese, 
collegato coi Fiorentini. 

Dispiaceva assai al papa Bonifacio IX questa guerra ar- 
rabbiata, che si faceva (tra Gian Galeazzo Visconti e Francesco 
Novello da Carrara, collegata con la repubblica di Firenze e 
con altri potentati d' Italia. Perciò s' interpose a trattare di 
pace; ed a tal fine aveva mandato a Firenze ed a Pavia Eic- 
ciardo Caracciolo, gran maestro dell'ordine di Eodi, per indurre 
le parti alla pace. Alla ime, dopo grandi dibattimenti, il dì 



ANNO 1392 389 

primo gennaio 1392, fu conchiusa una tregua per trentanni (1); 
della quale fu pubblicato il trattato il giorno 2 febbraio se- 
guente. Ne portarono l'intiero tenore il Corio (2) nella sua 
Storia, ed il Bonincontro ne' suoi Annali (3). L'articolo prin- 
cipale, che risguardava il Carrarese, era questo, che Gian Ga- 
leazzo rinunziava alle sue pretensioni sopra Padova, a patto, 
che Francesco Novello pagasse cinquecento mila fiorini d'oro 
al Visconti, dieci mila all'anno. — Scrive Andrea Gattaro, es- 
sere stati promessi soltanto sette mila fiorini per anni trenta (4); 
ma io reputo più esatti il Corio e il Bonincontri, i quali ne 
hanno portato di uguale accordo gli articoli. — Il Carrarese 
sperava bensì, che promesse sì lunghe, col tempo, non avreb- 
bero avuto effetto. 

Di Francesco il vecchio suo padre, ch'era nelle carceri di 
Monza, nulla si parlò nel trattato, lusingandosi Francesco No- 
vello di poterne poi ottenere la liberazione dalla magnanimità 
di Gian Galeazzo; — seppure egli si curò molto di riaverlo vivo. 

Narra l'Ammirati (5), che in queir accordo si disputò di 
molto chi ne sarebbe stato garante; e che Guido Tornasi, am- 
basciatore di Firenze, la finì dicendo, che la spada sarà mal- 
levadrice per tutti. Ma poiché i potenti d' Italia poco si fidi- 
vano nel Visconti, il quale univa alle sue forze grandi la slealtà 
nel mantenere le promesse, vollero assicurarsi in avvenire contro 
i di lui tentativi. Formarono una lega secreta, la quale fu con- 
chiusa in Bologna il dì 11 aprile, e crebbe in seguito, finché 
agli otto di settembre fu gridata in Mantova; e si scoperse, che 
la componevano Fiorentini, Pisani, Bolognesi, il marchese di 
Ferrara, Francesco Gonzaga signore di Mantova, Francesco No- 
vello signore di Padova, ed Astone od Eustorgio de Manfredi 
signore d' Imola. Quanta ne fosse la rabbia di Gian-Galeazzo 
Visconti, non è difficile immaginarlo. Fatto è, che in questi 

(1) Chron. Esten,, nel toni. XV Rer. ltal. Sript. 

(2)' Star, di Milano. 

(3/ Nel tom. XXL Rer. Ital. Script. 

(4) Tst. di Padova, nel tom. XV, Pier. ltal. Script. 

(5) Islor. di Firenze, lib. X. 



390 LIBRO XII, C1PO VI 

tempi egli ci accinse a fabbricare il fortissimo castello, che 
tuttora esiste in Milano : quali poi fossero le sue intenzioni in 
questa impresa, non occorre il dirlo. 



CAPO VI. 
Morte eli Francesco I da Carrara. 

Il vecchi o Francesco da Carrara, prigioniero del Visconti 
nel castello di Monza, cessò di vivere il dì 6 ottobre 1393. 
Quando si avvicinarono gli ultimi giorni della sua vita, Gian- 
Galeazzo lo fece trattare con molta umanità. Egli anzi, uomo 
di massime grandi, lo fece imbalsamare, e con magnifiche ese- 
quie gli celebrò il funerale. 

Ottenne di poi Francesco Novello il cadavero del padre, 
cortesemente concessogli dal Visconti, e se lo fece condurre a 
Padova. Con solennissima pompa funebre fu deposto nel duomo 
o piuttosto nella cappella del battisterio, presso la moglie sua 
Fina Buzzacarina, morta nell'ottobre del 1378, in un magnifico 
mausoleo, che di poi fu distrutto dai Veneziani quando diven- 
tarono padroni di Padova, acciocché rimanesse sepolta in un 
perpetuo oblio qualunque memoria della schiatta dei Carraresi. 
L'orazione funebre, pronunziata in occasione de' suoi funerali, 
dal celebratissimo oratore Pietro Paolo Vergerio, non che la 
descrizione dei funerali medesimi, fu data in luce dal Muratori, 
nel tom. XVI della collezione Ber. Rai. Script, pag. 183 e seg. 

Francesco il vecchio, detto anche il magnifico, aveva domi- 
nato in vario tempo su Padova, Chioggia, Trivigi, Castelfranco, 
Noale, Asolo, Conegiiano, Serravalle, Oderzo, Motta, Porto-Buffo- 
letto (volgarmente btiffolè), Ceneda, Feltre, Cividale di Belluno, 
Portogruaro, e su moltissime terre e castella della Patria del 
Friuli. Ebbe da sua moglie Fina Buzzaccarina Francesco Novello, 
che gli fu successore nella signoria di Padova, e tre figliuole — 
Carrarese, Caterina e Ziliola. Ebbe anche molti bastardi e 
bastarde. Eesse il suo dominio con valore e giustizia; fu grande 
capitano e grande politico, prudente e magnanimo. 



ANNO 1305 391 

Fu amatore e protettore degli studj e degli studiosi. In 
ispéoialità lo fu di Francesco Petrarca : al quale proposito, tra 
i molti tratti di benevolenza verso di lui, narrano i cronisti pa- 
tì ovaui, che « una volta tra le altre, ch'ei tornava da Pavia a 
«Padova, Francesco gli andò incontro sino alla porta della 
« città, e non avendo per una impetuosa pioggia potuto aspet- 
« tare Anch' ei giungesse, diede ordine a' suoi, che gli e la te- 
« nessero aperta; quindi, poiché ne riseppe l'arrivo, mandò prima 
«alcuni domestici a recargli laute vivande, e sopravvenendo 
«egli poscia con pochi amici, volle sedergli a fianco, mentre 
«cenava, e passò in dolci ragionamenti con lui gran parte di 
« quella notte. — Nel soggiorno che il Petrarca per lungo tempo 
«fece in Arquà, Francesco onoravalo spesso di sue visite fa- 
«migliali e di sue lettere, e ne abbiamo ancora qualche ve- 
«stigio tra le Senili del Petrarca. Questi a lui dedicò il suo 
«libro del Reggimento della Repubblica; e l'introduzione ad 
«esso altro non è, che un magnifico elogio delle virtù d'ogni 
«maniera, di cui Francesco era adorno. Le vite degli uomini 
« illustri del Petrarca furono incominciate per comando di que- 
« sto principe, che die' poi commissione a Lombardo -da Serico 
« di continuarne il lavoro. Finalmente in luglio del 1374 il Pe- 
«trarca essendo morto, egli accompagnato dalla più ragguar- 
«devole nobiltà volle colla sua presenza onorarne l'esequie. 
« Esortò parimenti Domenico Aretino a proseguire con coraggio 
«l'opera, a cui aveva dato principio, intitolata Fonte delle cose 
«memorabili. Molti altri uomini dotti furono da lui Con sin- 
« golari contrassegni di onore e di stima distinti. Infatti accordò 
« sempre protezione alle lettere e a' loro coltivatori. Le colti- 
«vava egli stesso e fu amatore della poesia e de' poeti. Scrisse 
« in quindici capitoli in terza rima le vicende della sua vita (1).» 

(1) Cron. di Padova, del Ferriglii G. B., pag. 126. 



392 



CAPO VII 

Francesco III ed Jacopo, figli del signore di Padova 
sono fatti prigionieri. 

Le ostilità intanto continuavano accanitamente tra il Vi- 
sconti signore di Milano e i Bolognesi assistiti dai Fiorentini, 
i quali avevano ad essi mandato il loro capitano Bernardone 
con alcune centinaia di fanti e di cavalli, e da Francesco No- 
vello da Carrara, che loro inviò egli pure cinquecento fanti, 
«bella gente e ben armata, dice il Muratori (1), ed anche tre- 
« cento cavalieri condotti da Francesco III ed Jacopo suoi fì- 
« gliuoli. » Ma l'esercito del Visconti era composto di ottomila 
cavalli e cinquemila fanti, ed in osso militavano, come valenti 
capitani, Francesco Gonzaga signore di Mantova, Carlo, Pan- 
dolfo e Malatesta dei Malatesti, Antonio del Verme, il conte 
Alberico da Barbiano, Jacopo e Taddeo del Verme, Ottobuon 
Terzo, Facino Cane ed altri. Ne fu eletto generale in capo il 
vecchio conte Alberico, che poteva essere maestro di ognuno 
nell'arte delia guerra. 

Il Gonzaga e i Malatesti fìngevano di far eglino queja 
guerra a nome proprio e non già del duca di Milano. L'esercito 
di Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, venne ad appostarsi 
a Casalecchio, affinchè non fosse tolta alla città l'acqua del ca- 
nale del Reno. Ciò trasse colà anche l'esercito nemico, ove nel 
dì 26 giugno seguì tra loro un terribile fatto d'armi. In esso 
rimasero sconfitti i Bolognesi. Bernardo ne generale de' Fioren- 
tini e Francesco terzo da Carrara caddero prigionieri di Facino 
Cane; Jacopo da Carrara, altro legittimo figliuolo del signore 
di Padova, oltre a Sforza Attondolo, Tartaglia e moltissimi altri 
fu fatto grigioniero del Gonzaga signore di Mantova. 

Francesco III da Carrara, condotto prigione da Facino 
Cane, allorché fu in Parma, aiutato da un suo conoscente, ebbe 

[\) Annai d'Hai ami. 1402. 



ANNO 1395 — U02 393 

la sorte di fuggire, calandosi giù per le mura. Jacopo suo fra- 
tello fu condotto a Mantova; e benché suo padre offerisse di 
riscatto cinquantamila fiorini d'oro, tuttavia il Gonzaga dimen- 
tico dei servigi prestatigli dalla Casa di Carrara nella guerra 
precedente, stava saldo in volerne centomila. Ma più tardi riesci 
a Francesco Novello di poterselo liberare, con ingegnoso arti- 
fizio, di cui alla sua volta dirò. 



CAPO Vili. 

Muore Gian Galeazzo Visconti. Inquietudini della vedova 
Caterina, per la guerra minacciatale dal Signore di 
Padova. 

Neil' agosto dell' anno stesso, Gian Galeazzo Visconti, per 
porsi in sicuro dalla peste, che infieriva nella Lombardia, andò 
a ritirarsi a Marignano, sul Lambro. Ma siccome nelle umane 
cose nulla è eli stabile : quivi pure, colto dal contagio, pagò 
il debito della natura il giorno 3 settembre in età di cinquan- 
tacinque anni, lasciando due figliuoli in età minore. Taluno so- 
spettò, che i Fiorentini siano stati autori della sua morte con 
veleno. 

Egli, oltre di avere accresciuto la signoria di Milano col- 
T aggregarvi anche la contea di Pavia, aveva dilatato le sue 
conquiste negli stati di Pisa, di Siena, di Perugia, di Bologna, 
di Reggio, di Parma, di Verona e di Vicenza. Aveva sposato 
in prime nozze Isabella di Francia, da cui aveva avuto una 
figlia. Questa l'aveva data in isposa a Luigi d'Orleans figliuolo 
del re Carlo V, col patto, che i figli del loro matrimonio gli 
sarebbero successori nella sovranità di Milano, se alla sua 
morte non avesse egli lasciato figliuoli maschi. In seconde 
nozze aveva sposato Caterina Visconti sua cugina, da cui ebbe 
due maschi Giammaria e Filippo Maria, dichiarato duca di Mi- 
lano il primo, e conte di Pavia il secondo. 

Giovanni Galeazzo, fu principe di grande merito e di 



n 



9-1 LIBRO XII, CAPO Vili 



somma astuzia, amatore della vita ritirata; magnanimo, cle- 
mente, glorioso agli occhi del mondo per le sue grandi con- 
quiste. Altre sue belle qualità si trovano riferite negli Annali 
di Forlì (1). S'egli fosse vissuto di più, avrebbe esteso di 
molto i confini del suo dominio, giacché la sua potenza era 
cresciuta cotanto; e la febbre dei conquistatori, così dannosa 
ai proprii ed agli altrui sudditi, gli stava troppo fitta nel cuore. 

Dal testamento e dai codicilli suoi, de' quali il Corio (2), 
ci dà il compendio, raccogliesi, aver egli lasciato a Giammaria 
suo primogenito, col titolo di duca di Milano, - Cremona, Como, 
Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Siena, Pe- 
rugia e Bologna; - a Filippo Maria suo secondogenito, col ti- 
tolo di conte di Pavia, lasciò Novara, Vercelli, Tortona, Ales- 
sandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano colla ri- 
viera di Trento (3); - a Gabriello suo bastardo, ma legitti- 
mato, lasciò Pisa e Crema (4). 

A cagione della minorità dei figli assunse il governo dei 
loro stati, dopo la morte di, Galeazzo, la vedova Caterina. 
Ma della debolezza di lei approffittarono i signori della sua 
corte, i quali ne diminuirono i possedimenti col farsene pa- 
droni eglino stessi. Cabrino Franclulo s' impossessò di Cremona, 
Pandolfo Malatesta usurpò Brescia, Pier Maria Eossi occupò 
Parma; Giovanni Vignale s'impadronì di Lodi; Pisa e Siena 
si resero indipendenti. Costoro inoltre, ansiosi di avere anche 
il resto degli stati de' Visconti, univano truppe e si dispone- 
vano a continuarne l' invasione. E per di più li favorivano se- 
creti maneggi di traditori, i quali formavano parte del consi- 
glio della reggente, ed a sì turpe fine spingevano la loro per- 
fìdia sino a cercare di toglierne di vita i figliuoli. 

In mezzo a questi sconvolgimenti Caterina era minacciata 
altresì nella sua capitale, ed i Fiorentini collegati con Fran- 
cesco Novello signore di Padova stavano per portare direttamente 

(1) Nel tom. XXII, Rer. Ital. Script. 

(2) Islor. di Milano, 

(3) Delayto, Anna!, nel tom. XVIII, Rer. J tal. Script. 

(4) Il Biglia Andrea, Histor., non parla di Crema, e dice lasciatagli 
Pisa colla Lunigiana e Sarzana. 



ANNO 1402 395 

le loro armi sotto i bastioni di Milano; perciocché la slealtà 
dei rappresentanti la reggenza di quel governo, il quale avevagli 
mandato ambasciatori a Padova, per distoglierlo dall' impresa 
ed avevagli promesso, che i due fratelli Visconti lo sciogliereb- 
bero da ogni debito, ed inoltre gli cederebbero Feltre e Cividal 
di Belluno, e poscia gli aveva mancato a quelle promesse, lo 
indusse ad armarsi per far guerra ad essi. 

Intanto Caterina, che s'era accorta del tradimento, che le 
si covava in casa, tentò di guadagnarsi il sopravvento coll'ab- 
bandonarsi alla crudeltà. Non aveva in suo favore che uno 
scarso numero di servitori affezionati e fedeli, pronti a mo- 
strarle a tutte prove la sincerità del loro zelo. Ella infatti 
fece trucidare nel suo palazzo tre gentiluomini del suo consi- 
glio. Alcuni giorni dopo, furono trovati, un bel mattino, sulla 
pubblica piazza, cinque cadaveri vestiti di nero e senza testa ; 
prova evidente di una giudicatura occulta, di un supplizio 
notturno, spoglio di ogni legale formalità, in conseguenza fuor 
di dubbio o di scoperti tradimenti, od anche di sospetti sol- 
tanto. Ne crebbe nel pubblico l' orrore, perchè quei tronchi 
umani, di cui nessuno potò conoscerne le persone, fecero de- 
plorare la condizione umiliante del . durissimo giogo così bar- 
baramente imposto all'innocua moltitudine. 

Una sommossa scoppiò quindi in Milano, per cui Caterina 
si trovò costretta ad assicurarsi in Monza, sotto la difesa di 
alcuni soldati mercenarii. Le fu tolto un figliuolo, il quale 
nelle mani dei congiurati fu stromento ed ostaggio dei loro 
progetti ; mentr' ella non aveva in proprio favore se non An- 
tonio Visconti, bastardo di Barnabò Antonio, Porro e Galeazzo 
Aliprandi. Allora fu, che la rappresentanza del governo eli Mi- 
lano, vedendo addensarsi grave procella sulla città, inviò a 
Padova gli ambasciatori, di cui ho detto testò, per arrestare 
le mosse ostili di Francesco Novello da Carrara collegato coi 
Fiorentini. 



396 LIBRO XII, CAPO IX 

CAPO IX. 
Il Carrarese signore di Padova ricupera il figliuolo Jacopo. 

Francesco Novello aveva seco il bastardo Guglielmo della 
Scala, di cui progettò valersi per facilitare la via alle con- 
quiste, che meditava. Ma grande angustia lo stringeva per la 
schiavitù di suo figlio Jacopo presso Francesco Gonzaga si- 
gnore di Mantova; né avevano saputo vincere con le più larghe 
promesse di denaro l' avidità di cotesto principe. Appena morto 
Gian Galeazzo e prima di accingersi con lo Scaligero ad im- 
prese guerriere sopra Vicenza e Verona, egli ritentò la libe- 
razione del figlio, offerendone il prezzo di cinquantamila du- 
cati d'oro; ma il Gonzaga ne pretendeva il doppio. Questa 
ingiusta ripulsa indusse il Carrarese a studiare il modo di riu- 
scirne per altra via. 

Sapeva, che Jacopo giocava spesso alla palla, con altri 
compagni, in corte del principe, presso un muro, che corrirpon- 
deva alla spiaggia del lago, ed ivi una piccola porta metteva 
in comunicazione quel cortile coli' aperta campagna. Di là tal- 
volta uscivano que' giovinotti, se per avventura la palla fosse 
balzata oltre il muro, e vi usciva a raccogliersela taluno dei 
giuocatori, fosse anche stato lo stesso Jacopo da Carrara. Fran- 
cesco Novello n' era stato posto in avvertenza dal figlio ; ed 
ordì sagacemente la sua trama per liberarlo. Chiamò Bonvi- 
cino e Pietro da Saleto, fratelli esperti nel mestiere della pe- 
sca, ed ingiunse loro, che col suo servitore Jacopo da Padova 
andassero a Mantova por pescare nel lago, con l'avvertenza 
di avvicinarsi a quando a quando alla porticina, per essere 
pronti all'occasione. Anche la madre del servo Jacopo andò 
con essi, la quale, essendo conosciuta da Eigolino, famiglio 
del principe prigioniero, avrebbe potuto facilmente mettersi in 
comunicazione talvolta a^voce, talvolta con furtivi viglietti, e 
favorirne le mosse, ponenlosi in accordo coi pescatori. 

Francesco Novello, per facilitarne l' impresa, aveva man- 
dato nei dintorni di Mantova dodici dei più fidati cittadini di 



ANNO 1-402- — HOi 397 

Padova, ben bene armati, e muniti ciascuno di cavalli dei più 
corridori, acciocché stessero in guardia sul lago ed attendessero 
l'opportunità di rapirò il figlio e portarlo seco a Castelbaldo. 
Tutto era in ordine. Jacopo a bella posta era uscito più volte 
dalla porticina a raccogliere la palla; aveva veduto i pescatori 
ed erasi fatto 'vedere da loro; aveva fissato con essi l'accordo; 
quand'ecco, al primo slancio della palla fuori del muro, si af- 
frettò ad uscire dal portello a raccoglierla ; ed, uscito che fu, 
corse alla riva del lago e saltò veloce nella barchetta, che lo 
aspettava. Accortisi i Mantovani dell' imprevista fuga, lo mi- 
nacciarono della vita ad alte grida, se non avesse voluto dar. 
volta. Ma i bravi pescatori, sordi a quelle inutili grida, a voga* 
arrancata lo condussero all' altra riva. Colà erano pronti i ca- 
valli : Jacopo montò in sella ed a tu Ito corso fuggendo, arrivò 
in poche ore a Castelbaldo. Così anch' egli (come cinque mesi 
addietro il suo fratello Francese) III (1) dalle mani di Facino 
Cane), fuggì salvo tra le braccia del padre, addì 23 novembre. 
Allora Francesco Novello stimò giunto il momento di 
occuparsi del suo progetto di ritogliere ai Visconti il dominio 
di Vicenza e di Verona. Guglielmo della Scala incessantemente 
lo stimolava, ad istigazione altresì di Pandolfo Malatesta, che 
teneva secreta corrispondenza in entrambe, e specialmente in 
Verona. Venne a patti Guglielmo con Francesco Novello, senza 
V aiuto del quale nulla avrebbe potuto fare ; e i patti, com- 
presi e giurati in pubblico istromento del 27 marzo 1404, 
erano questi : — che Verona sarebbe di Guglielmo, Vicenza e 
Legnago del Carrarese ; che Brunoro ed Antonio figliuoli dello 
Scaligero stessero continuamente alla guerra con Francesco 
Novello ; che, vinta Verona, dovesse Guglielmo portare il campo 
a Vicenza per indurre ad ogni modo i Vicentini a darsi al si- 
gnore di Padova; il quale prometteva in contraccambio allo 
Scaligero di acquistargli con le sue armi, ed a tutte sue spese,, 
Verona e le castella del Veronese. 

, (1) Vedi sopra, nella pag. 392. 



39S LIBRO XII, C1PO X 

CAPO X. 

Uffici della vedova Caterina 'per ottenere la protezione dei 
Veneziani; ed uffizi del signore di Padova per otte- 
nerli invece favorevoli a sé. 

La vedova di Gian Galeazzo Visconti spaventata dal peri- 
colo, che le sovrastava per l'accordo dello Scaligero col Carra- 
rese, cercò rifugio nella protezione della repubblica di Venezia. 
Ne mandò quindi ambasciatori al senato il vescovo di Feltre, 
Jacopo dal Verme, a cui Francesco Novello aveva confiscato la 
eredità in Verona, ed Enrico degli Scrovegui, emigrato padovano, 
del quale similmente erano stati sequestrati i beni. Questi ave- 
vano facoltà di promettere al Senato le città di Verona e di 
Vicenza con le loro castella, qualora volesse accoglierla in al- 
leanza e proteggerla dai suoi nemici, particolarmente del si- 
gnore di Padova. Il Senato rispose, che farebbesi bensì mediatore 
per la pace, ma che non voleva accettare le città esibitegli, stanco 
ormai della recente guerra sostenuta coi Genovesi. 

Allo Scaligero e al Carrarese non erano rimaste occulte 
co teste pratiche : tuttavolta, per averne maggiore certezza, man- 
darono ambasciatori a Venezia Stefano da Carrara vescovo di 
Padova ed Ogniben della Scala, per investigarne le intenzioni; 
ed ebbero assicurazione, che il senato continuerebbe nell'ami- 
cizia con Francesco Novello, perchè lo considerava suo leale 
ed obbediente figliuolo, e sarebbesi bensì adoperato per conci- 
liarlo con la duchessa di Milano. 

Non piacque punto a Francesco II questa risposta, per- 
ciocché troppo generica; nò stimò conveniente d'altronde di 
dover desistere da suoi progetti sopra Verona e Vicenza. E 
sebbene i Veneziani cercassero di distoglierlo dall' impresa, egli, 
fatto accordo con Nicolò marchese di Ferrara suo genero, mosse 
le sue genti sopra Brescia, di cui per pochi giorni godè la pa- 
dronanza; ma, sopraggiunti ben tosto con le loro truppe, Ja- 
copo del Verme, Ottobuon Terzo e Galeazzo da Mantova, le 
armi padovane e ferraresi ebbero a grande ventura di potersi 
ritirare illesi alle loro case. 






ANNO UOi 399 

CAPO XI. 

Guerra di Francesco da Carrara alle città di Verona 
e di Vicenza. 

Ostinato nel suo progetto il signore di Padova, malgrado 
la disapprovazione del Senato di Venezia, di portare la guerra 
su Verona e su Vicenza, a danno della sovranità dei Visconti, 
mise in ordine le sue genti, ed avvertì Nicolò d' Este, mar- 
chese di Ferrara, che si trovasse con le sue a Montagnana, 
ove anch' egli sarebbesi recato alla testa de' suoi. E qui co- 
mincia la serie dei fatti, che posero in movimento l'Italia in 
quest'anno 1404 e che, come scrive il Muratori (1), esigereb- 
bero un lungo filo di storia. Ma sull'esempio di lui, mi limi- 
terò anch' io a darne compendioso ragguaglio (2). — Nel gen- 
naio del 1404, i Vicentini, condotti da Taddeo del Verme, spin- 
sero le loro armi nel padovano, sino a Tencaruolo. Ma, uscito 
il Carrarese col suo popolo, li mise in rotta e ne fece prigio- 
nieri mille dugento. — Dopo la metà di febbraio, fu spedito 
contro lui Facino Cane ; ma Francesco Novello affrontatolo, lo 
tenne a bada coi serragli e con buone guardie, finché gli riu- 
scì di potersi abboccare con lui, e seppe tanto dirgli, che col 
regalo di un mulo carico di fiaschi di vino (reputati general- 
mente pieni di fiorini d'oro) ottenne che Facino retrocedesse, 
il dì 20 marzo, col pretesto di andare in soccorso delle altre 
città dello stato milanese, ch'erano in preda del più fiero 
sconvolgimento. 

I Veneziani intanto mandarono ambasciatori al Carrarese, 
per distoglierlo dal portare la guerra nei domimi de' Visconti; 
al che gì' inducevano non solo gi' impulsi della duchessa di 
Milano, ma anche il proprio interesse, perchè non poteva cer- 
tamente piacere alla signoria di Venezia l' ingrandimento della 
casa di Carrara, sì nemica in addietro e sì nociva al suo 



(1) Annal. d'Hai, an. 1404. 

(2) Gatari, Istor. di Padova nel tom. XVII, Rer, ItaL Script., e Delayto 
Annal, nel tom, XVIII. 



400 LIBRO XII, CAPO XI 

dominio. Ma Francesco Novello, senza punto dar retta all'amba- 
sciata speditagli dalla repubblica, continuò le sue mosse al- 
l' impresa di Verona, per venire poscia a quella di Vicenza. 
Egli aveva seco Guglielmo bastardo della casa della Scala, e 
con esso i figliuoli di questo, Brunoro ed Antonio, i quali te- 
nevano secrete corrispondenze coi Veronesi tuttora amanti della 
casa Scaligera. Dell'accordo, che avevano fatto tra loro il Car- 
rarese e Guglielmo della Scala, per la divisione delle conqui- 
ste da farsi, ho parlato di sopra (1). 

Ora, unitesi le milizie di Francesco II e di Nicolò d'Este 
marchese di Ferrara, il dì 30 marzo andarono da prima a ten- 
tare l'acquisto del castello di Cotogna, il quale, dopo alquanti 
giorni di gagliarda resistenza, capitolò. Poscia, la notte del 7 
venendo l' otto di aprile, il Carrarese con le sue genti, colle- 
gate a quelle del marchese di Ferrara, si presentò alle mura 
di Verona; e parte per le scale, parte per due larghe aper- 
ture, le introdusse in città, gridando : Scala, Scala : viva 
messer Guglielmo dalla Scala. All' impreveduta sorpresa Ugo- 
lotto Biancardo e Bartolomeo da Gonzaga, capitani del duca 
di Milano, si ritirarono con la loro guarnigione nella cittadella, 
la quale fu stretta immantinente d'assedio. 

Guglielmo, benché, se crediamo al Gatari, da molto tempo 
indisposto di salute, fu proclamato signore di Verona. E poi- 
ché la cittadella non era bastantemente fornita di viveri, Ugo- 
lotto capitolò la resa, se per tutto il giorno 27 di aprile non 
gli fossero venuti soccorsi. Intanto, nel dì 21 dello stesso mese, 
Guglielmo dalla Scala morì; e per le sollecitazioni di Fran- 
cesco Novello, furono proclamati signori di Verona i due 
figliuoli di lui, Brunoro ed Antonio. 

Vi fu chi disse morto Guglielmo per veleno apprestatogli 
del Carrarese. Calunnia insussistente e di per sé stessa smen- 
tita ! Di questo avvelenamento non parlarono punto il Corio, 
il Gatari Andrea, il Verci, scrittori diligentissimi e che non 
tacquero circostanza veruna, che avesse relazione alla storia 
degli Scaligeri e dei Carraresi. Al quale proposito così scriveva 

(I) Nella pag. 397. 



INNO noi 401 

eruditamente il Cittadella (1) : « Occorrenza non avvertita, o 
« non voluta avvertire da quegli storici che affermarono lo 
« Scaligero Guglielmo avere bevuta la morte nel veleno mini- 
« stratogli dal Novello, il quale oltrachè, secondo tutta la sua 
« vita dimostra, non aveva l'animo incrostato di tanta malva - 
« gita, né anche poteva sperare alcun frutto dallo spegnimento 
« di Guglielmo, di cui rimanevano e rimasero due figliuoli ; la 
« sua volontà non poteva correre a un delitto, nò la sua ac- 
« cortezza a un delitto inutile. Ma il Novello ha la più sicura 
« difesa nel fatto stesso di lui, che, morto Guglielmo, accelerò 
« il trasferimento della signoria in Brunoro ed in Antonio. 
« Bensì quelli erano tempi di spessi e facili avvelenamenti ; 
« ogni apparenza di morte inopinata portava ai sospetto, e vi 
« avevano cronisti di sì grossa pasta, che, senza porre a com- 
« puto le circostanze, andavano difilato dal sospetto alla cer- 
« tezza, somministrando così argomento ad alcuni storici troppo 
« parziali di abusare di quella goffa sconsideratezza e d' intin- 
« gervi le infellonite lor penne. Giunse a tale presso alcuni 
« scrittori lo spirito di fazione che non dubitarono affermare, 
« il Novello avere morti anche i figliuoli di Guglielmo, i quali 
« al contrario vivevano quando cadde per sempre la famiglia 
« da Carrara, e vivevano, non già per godersi il guiderdone dei 
« maneggi tenuti con Venezia allorché il Novello dominò a 
« Verona, ma per aver parte alla calamità dell' esilio dei su- 
« perstiti Carraresi e ramingare bersaglio all' esplorazioni e 
« alle taglie della repubblica veneziana. » 

Ma da questa non inutile digressione si ritorni al filo in- 
terrotto della storia. Compiuta Y impresa di Verona, France- 
sco Novello si accinse ad ottenere Vicenza, mandandovi ad as- 
sediarla Francesco III, suo primogenito, alla testa del popolo 
padovano. Vi seguiron tosto alcuni combattimenti con isvan- 
taggio dei Vicentini. Ma in sul più bello arrivò impensato 
accidente, che disturbò tutta l'impresa. I Vicentini, che non 
volevano il Carrarese, s'erano rivolti alla duchessa di Milano 
ed al Gonzaga signore di Mantova, per esserne liberati. Gli 

(1) Stor. della Dominaz. Carrar. , cap. LXXIII, pag. 342 del voi. II. 
Cappelletti. Storia di Padova I. 26 



402 LIBRO XII, CAPO XII 

ambasciatori milanesi continuavano a dimorare in Venezia, ed 
insistevano perchè la repubblica accettasse Verona, Vicenza, 
Feltre e Belluno. Jacopo del Verme, che ne maneggiava Taf- 
lare, sì per ottenere dai Veneziani larga somma di danaro, e 
sì perchè Vicenza non andasse in mano di Francesco Novello, 
propose una cessione di quella città alla repubblica. Ma i Ve- 
neziani con assai più di scaltrezza, non volendo palesemente 
operare contro il da Carrara, cercarono modo d'indurre quei 
cittadini a far cessare i mali dell'assedio, ponendosi sotto l'om- 
bra del dominio veneziano. 

Piacque il suggerimento anche al governatore milanese re- 
sidente in Vicenza, il quale trovò propensi a secondarlo alcuni 
cittadini. Perciò furono mandati a Venezia due ambasciatori a 
trattarne l'affare : ma il senato niente volle determinare finché 
non avesse prima fissato con tutta precisione il suo accordo con 
la duchessa Caterina circa il dominio altresì di Verona, e di 
quanto possedevano i Visconti di qua dell'Adige. 



CAPO XII. 
1 Veneziani diventano padroni di Vicenza 

Le disposizioni di guerra sopra Vicenza furono deliberate 
in senato a maggioranza di voti; non perchè il doge Michele 
Steno «fattosi interprete alla propensione del governo, allon- 
« tanasse dal consiglio de Pregadi (1) quanti teneva favorevoli 
« al Novello, come narrò il Cittadella (2); né perchè con questo 
artifizio ottenesse, che « di un voto solo fosse presa la guerra ». 
Era legge antica della repubblica, doversi allontanare dalle 
magistrature, chiunque direttamente od indirettamente avesse 
avuto rapporti, o di parentela o d' interessi di qualsiasi genere, 
con le persone o con l'argomento, di cui in quella radunanza 
trattavasi. E quando per questa legge occorreva di dover al- 
lontanare alcuni senatori dall'aula, l'atto relativo portava, quasi 

(1) Ossia dal senato. 

(2) Star, della dominaz. Carrar. pag. 3ì9, del voi. II. 



ANNO MU 403 

propria qualificazione, la nota expulsis, ossia esclusi quelli che 
per legge non vi potevano stare presenti. — Ed era questo un 
consiglio sapientissimo, per cui, nella deliberazione dei pubblici 
affari, si voleva far tacere ogni sentimento di privata circospe- 
zione. Per ciò nel caso nostro non è maraviglia, che siano stati 
esclusi dal dare voto quanti avessero avuto interessi commer- 
ciali o di altro genere in Padova o nel territorio padovano, i 
quali, com'è ben naturale, non avrebbero mai potuto nello scru- 
tinio spogliarsi dello spirito di privata tendenza, né perder di 
occhio i loro affari particolari, nel mentre che non dovevano 
attendere se non ai soli interessi della repubblica e della patria. 
Ed ecco perchè la guerra contro il Carrarese fu ^senza oppo- 
sizione deliberata. 

Assediavano Vicenza le truppe di Francesco Novello, sotto 
il comando del suo figliuolo Francesco III; ed interessava molto 
alla repubblica d' impadronirsene senza grande spargimento di 
sangue. Perciò il senato spedì dugencinquanta balestrieri, con- 
dotti da Jacopo Suriano (1) gentiluomo veneziano, con racco- 
mandazioni a tutti li suoi rettori ed uffiziali, dovunque fos- 
sero passati, acciocché per la via di Bissano dovessero con 
tutta secretezza arrivare a Vicenza, ed essere addosso al campo 
carrarese, quando meno se l'aspettava. Il colpo riesci felice- 
mente, sicché le genti veneziane entrarono in città, senza che 
Francesco se ne accorgesse. Entrate che vi furono, fu subito 
abbassata la bandiera dei Visconti, che sventolava sulla torre 
principale della città, e vi fu invece sostituita quella di san 
Marco, in mezzo agli applausi della popolazione ed al suono 
festoso delle campane. L'esercito carrarese reputò in sulle pri- 
me quello strepito un segnale di allarme: ma quando vide la 
bandiera, di cui non potè per la troppa lontananza distinguere 
lo stemma, e credendola, per la somiglianza del campo, ban- 
diera carrarese, n'esultò assai, supponendo rivoltata la città in 
suo favore. Ma ben tosto all'allegrezza successe la maraviglia, 
allorché un'altra bandiera, inalberata sulla torre di Pusterla, 
gli e ne mostrò chiaramente il leone di san Marco. 

(1) Non saprei su quale appoggio il Muratori (Anna!. d'Ita!, ari. 1404) 
li dicesse condotti da Giacomo da Tiene. 



404 LIBRO XII, CAPO XII 

Intanto il capitano della repubblica mandò un trombetta 
al campo di Francesco III ad annunziargli, che Vicenza erasi 
data ai Veneziani, e ch'egli perciò se ne partisse di là. Fran- 
cesco rimandò l'araldo con dirgli, che non osasse più di venire 
senza salvocondotto. Ciò non di meno vi ritornò una seconda 
ed una terza volta, e fu respinto; anzi 1' ultima volta, nel suo 
ritorno, fu trucidato: — chi disse per ordine di Francesco, e 
chi ne incolpò il capitano carrarese. Sul quale assassinio il cro- 
nista Barbaro veneziano aggiunge alcune particolarità, che io 
voglio qui ricordate con le sue stesse parole (1). Narra egli 
dunque, sulla fede anche di altri cronisti, che — « il Carrarese 
«si lasciò così vincere dall'ira, che rispose: «Venetiani dove- 
ariano attendere a pescare e lasciare le cittadi a quelli che 
« loro e suoi maggiori sono soliti a governarle, e poi li addi- 
« mandò, come era venuto nel suo campo con fidanza; li ri- 
« spose, che sempre li Trombetta havevano fidanza; li disse poi, 
« che non credeva lui essere nuncio d'alcuno agente della Signo- 
« ria, non havendo insegna di san Marco, ma quella di Vicenza, 
« et ancora che non ritornasse più senza fidanza. Il trombetta 
« ritornò la sera con bandiera di san Marco senz'altra fidanza, 
« e lui gli fece tagliare il naso e le orecchie e disse : Vattene, 
« che ora sei un bel san Marco, il quale perciò morì. » 

Per questo fatto dell'uccisione del trombetta, prescindendo 
pure dalle circostanze accessorie, si esarcebarono grandemente 
i Veneziani, e presero di qua occasione di ostentare vieppiù lo 
sdegno contro i Carraresi, e di proteggere con più di vigore 
la difesa di Vicenza contro gli inutili sforzi di questi. France- 
sco III si ostinò intanto nel continuare l'assedio. Ma nel men- 
tre si disponeva a dare l'assalto alla città e se ne teneva quasi 
certo della vittoria, un inviato veneziano gli venne dinnanzi pre- 
sentandogli una lettera della Signoria, suggellata a piombo, la 
quale gì' intimava di levare l'assedio e di andarsene via, con 
tutte le sue genti, sotto pena dell' inimicizia della repubblica. 
Il Carrarese ne restò altamente maravigliato; ma conoscendo 



(1) Presso il Tentori, Stor. veti., lib. li, cap. IV, § I, nella pag. 9 
del tom. VII. 



ANNO UOi 405 

inutile il resistervi, represse V ira ed ubbidì. Ritornò quindi a 
Padova con le sue genti e con quelle altresì del suo confede- 
rato Nicolò marchese di Ferrara, il quale, obbediente alle in- 
timazioni della Signoria, ricondusse di là del Po le sue truppe, 
il giorno 5 maggio 1404. 

Scoprì intanto Francesco Novello, che i due fratelli Sca- 
ligeri avevano spedito ambasciatori a Venezia per fare maneggi 
contro di lui, in proprio favore (1). Scrisse pertanto ad Jacopo suo 
figliuolo rimasto in Verona, che gli e li mandasse prigionieri 
a Padova, lo che fu tosto eseguito. Abbiamo dal Muratori (2), 
che Francesco Novello, verso la fine di maggio, passò con ma- 
gnifico accompagnamento a Verona, dove per amore o per forza 
si fece eleggere signore della città. Né volendo Francesco Gon- 
zaga restituirgli Ostiglia e Peschiera, dicono che il Carrarese 
tramò contro la vita di lui : e che, scopertane la trama, il Gon- 
zaga si determinasse a collegarsi coi Veneziani, contro di esso. 



CAPO XIII. 

Francesco li da Carrara intima guerra alla repubblica 

di Venezia. 

Tuttoché irato Francesco Novello per la perdita di Vicenza, 
ebbe nuovi motivi di umiliazione per le notizie, che giunsero 
poco dopo al Senato, intorno alla sua infedeltà verso la re- 
pubblica. Giunse una lettera mandata dai Genovesi, nella quale 
Francesco, in seguito al combattimento tra la flotta genovese 
e la veneziana nelle acque della Morea, si offeriva ai Genovesi 
alleato contro i Veneziani. Della rivelazione di questa sua let- 
tera venne in cognizione il da Carrara, il qu^le scorgendosi 
caduto nello sdegno della Signoria, né reputandosi in grado di 
sottrarsene dagT imminenti effetti, mandò ambasciatori a Ve- 
nezia per placarne possibilmente gli animi. Il Senato gli chiese 



(1) Muratori, Annoi, d'itàl. an. 1404. 

(2) Ltiog. cit> 



406 LIBRO XII, CAPO XIII 

30,000 ducati, in compenso dei danni da lui cagionati a Lonigo, 
ed inoltre il dominio del castello di Cotogna; sul che gli am- 
basciatori padovani non vennero ad alcun accordo, forse perchè 
non avevano facoltà nò istruzioni. Perciò furono licenziati dal 
senato, e, partiti appena, furono chiuse loro dietro alle spalle 
le palafitte. 

Da queir istante la Signoria pensò a prepararsi alle osti- 
lità. Francesco Novello piantò intanto una basti ta ad Anguil- 
laia, sopra un terreno, che i Veneziani reputavano di loro pro- 
prietà. Questi perciò, senz' alcuna militare formalità, tagliarono 
su Anguillaia le rive dell'Adige, allagarono molti villaggi e 
s' impadronirono della bastita. Il Carrarese, chiamandosene gra- 
vemente offeso, volle trovare in questo fatto un pretesto a rom- 
perla con quella repubblica. Chiamò quindi il popolo a parla- 
mento, non tanto per farselo condiscendente ai suoi progetti di 
guerra, quanto per prepararsi un mezzo di avere denaro ed uo- 
mini per sostenersi. Dai datari, cronisti della famiglia dei Oar- 
raiesi, ci fuiono conseivate ciicostanziate particolarità della 
tenuta adunanza e le conclusioni che ne seguirono. 

Radunati adunque i cittadini nella sala del Consiglio, parlò 
Francesco Novello e disse: « Quanto sia il vostro amore per me 
« e per la mia casa, me lo attestano le molte prove che n'ebbi 
« e nella prospera e nell'avversa fortuna; e se mai alcun danno 
« vi travagliasse per mia cagione, io certamente me ne torrei 
« tutto il peso a fine di liberarvene. Ma siccome nelle deter- 
ge minazioni di stato suolsi con facilità attribuirne l'esito al prin- 
« cipe e siccome io nel maneggio dei pubblici affari ho sempre 
« dinanzi, più che il soddisfacimento delle mie intenzioni, il 
«vostro bene; così, ora che per la condizione di questo domi- 
« nio mi è d' uopo un pronto consiglio e una volontà delibe- 
« rata, perciò mi dirigo a voi, manifestandovi la mia opinione 
« ed interpellando la vostra, per isgravarmi dell' obbligo, che 
« m' incombe, siccome a moderatore delle sorti comuni. Vi sono 
«palesi le sollecitudini mie, per aver pace con la repubblica 
«di Venezia; e per aver un pegno di pace sicura mi mostrai 
« sempre disposto, non che ai desiderii di lei, a qualunque sa- 
« grifizio. Ma tutto indarno: ricusa il Senato ogni condizione 



anno \m 407 

« di pace so non gli si consegni Cologna e non gli si esborsino 
«trentamila ducati: la quale scaltra ostinazione a volere Co- 
«logna non tende che ad avere in mano la chiave di Verona 
«e di Padova pria di legarsi a qualsiasi patto: oppure, non 
«ottenendola, ad avere un pretesto che giustifichi l'avidità di 
«una guerra ambiziosa e venale. La gravezza della proposta 
« materia esige maturo esame: voi ponderatela e decidete: io 
« alla deliberazione vostra mi adatterò. » 

I pareri ne furono discordi : chi voleva pace e chi guerra. 
Galeazzo de' datari, uno degli storici della casa da Carrara, 
uomo dotto ed esperto nella politica, vi si trovava presente. 
Postosi ad arringare in quell'assemblea, commemorava le guerre 
tra Venezia ed il vecchio Francesco, i danni e gli odii, che ne 
susseguirono, ed in fine, ponendo sott' occhio i pericoli, che so- 
vrastarebbero alla città se si determinasse alla guerra, esor- 
tava i radunati alla pace. Le sue parole indussero il popolo ad 
acconsentirvi e determinarsi a preferire la pace. Ma un ricco 
e potente cittadino, Amorato Pelliciaro, ardente di zelo patrio, 
trasse fuori una borsa di monete d'oro, e mostrandola all'as- 
semblea, disse: «Vergogna e sdegno muovono in me i sentimenti 
«abbietti, che, in tanta frequenza di cittadini, serpeggiano, e 
« mi addolora il vedere la fermezza dell'animo sopraffatta mi- 
« seramente dalla turpe cupidigia del danaro e dal vile spirito 
« del risparmio. Sia qual si voglia il pensamento altrui, io per 
« me, o Francesco, consacro questi mille ducati d'oro all'onore 
«e al sostegno dello Stato vostro. Vi ricordo, che il castello 
« chiestovi dai Veneziani è frutto delle armi nostre, frutto del 
« sangue da noi versato, e che cederlo senza sguainare una 
« spada sarebbe un'onta indelebile al nome nostro. Sovvengavi 
« la nostra bastita di Anguillara, usurpata dai Veneziani ; sov- 
vengavi l'allagamento da loro disserratoci addosso; sovven- 
«gavi il trattato di pace violato senza disfida di guerra; e con 
« gli stimoli che da tante offese ci si danno e colla franca fi- 
«ducia che ci è ispirata dalla giustizia della causa nostra, e 
« colla coscienza del valore delle nostre armi, esitate, se potete, 
«dal preferire la guerra; dubitate dellavostravittoria.il mio 
« avere, la mia vita, le vite stesse de' miei figliuoli, è l'offerta 



408 LIBRO XII, CAPO XIII 

« che io faccio alla patria, che la patria stessa mi chiede, e che 
«'ogni cittadino generoso e leale, è in obbligo di offerirle. » 

Questo discorso, pronunziato con focoso entusiasmo, guadagnò 
l'animo di tutti; sicché la guerra contro i Veneziani fu decretata. 
Quindi se ne fece l' intimazione, secondo l'usanza di allora. Fu 
mandato a Venezia un araldo a portarne la disfida; di cui lo storico 
Andrea (Maro ci conservò il tenore, espresso con queste parole : 

« Illustri et eccelsi Signori. Il mio pensiero fu sempre di 
«voler essere vostro buon figliuolo et amico; et a questo ho 
« fatto ciò, che ho potuto, e voi sapete per un capitolo, che 
« nella presente vi mando, che abbiamo insieme, che voi siete 
« obbligati a difendermi contro ogni potenza del mondo, che 
« mi volesse offendere, come vostro obbedientissimo figliuolo. 
«Però io mi maraviglio grandemente, che dalle cose fatte di 
«vostro consenso e volere ne abbiate sdegno, e toltemele di 
« mano odiandomi, come vostro aperto e pubblico nemico, non 
« essendovi alcuna cagione dal mio lato. E pendendo il trattato 
«della pace, voi mi avete tolta la bastia di Anguillara senza 
«alcuna disfida. Né mai' mi sarei mosso pendendo il trattato 
« di detta pace. Hora intendendo, che gli ambasciatori fiorentini 
« sono partiti e voi non aspettate altro, che mettere in ordine 
«le cose vostre e prepararvi alla guerra contra di me; et io 
« vedendo e conoscendo voi non volere essere miei amici (il che 
« molto mi rincresce), sforzato dalla necessità, manco io posso 
« essere vostro. Però da martedì innanzi per tutto il dì, quanto 
«alle offese et alle difese.... Ben mi duole e pesa il convenirmi 
«scrivere tale lettera, non per paura, ma per grande amore 
« e carità che vi portavo. E vogliovi ricordare ancora che siate 
«sapienti e discreti signori, che le guerre fanno nascere cose, 
«che gli huomini non pensano. Et io avendo tenuto un mio 
« commesso a Genova per benefizio vostro, mi avete abominato 
«e detto che io ho ricercato contra di voi, cosa che mai non 
« fu del mio pensiero. Ma io spero in Dio e nella mia ragione 
« e vostro torto, che non farete tutto quello che avete voglia. » 
«Franciscus de Carraria Paduae, Veronae et 
« districtus Imperialis Vicarius generalis. 

«Datum Paduae 23 Junii 1404.» 



ANNO 1404 409 

CAPO XIV. 

Guerra tra il signor di Padova e la repubblica di Venezia. 

Fatta l' intimazione della guerra, il Carrarese non tardò 
a metter mano alle ostilità. E pria di tutto diede ordine ad 
Occhio di Cane, suo capitano in Verona, d' imprigionare chiun- 
que fosse colto nell'atto di portare biade o viveri sul territo- 
rio vicentino : poi si accinse a scorrerie sul trevigiano. Dal 
canto suo il governo di Venezia confiscò nei propri stati i beni, 
che vi possedevano moltissimi padovani; si rinforzò di nume- 
rosi alleati e di molta gente d'arme raccolta nel territorio tri- 
vigiano ; ne fece capitano generale Carlo Malatesta. La repub- 
blica così formò un esercito di 30,000 uomini, oltre alla flotta, 
di cui aveva il comando Marco Grimani : e fu imprudenza gra- 
vissima di Francesco Novello, l'accingersi a questa guerra, 
senz' avere considerato la debolezza delle proprie forze al con- 
fronto delle molte dei Veneziani. 

Nei primi scontri, la sorte delle armi fu incerta : i Vene- 
ziani ebbero dei vantaggi nel territorio di Pieve di Sacco ; i 
Padovani n' ebbero sul veronese. Ma finalmente V oro dei Ve- 
neziani prevalse, perchè, guadagnato Manfredi da Barbiano, che 
era il comandante delle truppe del signore di Padova, poterono 
spingere le loro armi sino alle porte di Padova, malgrado gli 
impedimenti, che la natura dei luoghi opponeva ad essi a la- 
sciarli passare dal territorio della Pieve al padovano. Le con- 
tinue paludi e le acque e i canali, che da ogni lato ne trin- 
ciavano il terreno, n'erano ostacoli insuperabili. Ma la sagacità 
militare di Carlo Zeno li seppe vincere, esplorando i guadi, 
gì' isolotti, i lunghi tratti sparsi di giunchi, sicché in una notte 
potè condurvi porzione dell'esercito e riuscire, pria che spun- 
tasse il giorno, nella campagna di Padova. 

Francesco Novello ne fu avvisato quando non v'era più 
tempo. Indarno perciò vi corse a respingere i nemici : perde 
molti de' suoi ; egli stesso vi rimase ferito, ed ebbe a grande 



4:10 LIBRO XII, CAPO XIV 

ventura potersi rifuggire in Padova. Di là mandò le sue genti 
a difendere il ponte di san Nicolò, tre miglia fuori della città, 
perchè i nemici non progredissero sino alle mura di questa. 
Si accamparono i Veneziani a Campo Nogara: fu sostituito al 
Malatesta nel comando generale Paolo Savello. 

Miglior sorte ebbe il Carrarese nel territorio di Verona; 
perdio, andatovi Jacopo Suriano con seimila uomini, appena 
lo seppe Jacopo da Carrara, ch'era in Verona, fece accordo 
con Manfredi da Barbiano di muovere ad aspettare le truppe 
veneziane al Eonco, ove, affrontate all' improvviso, furono messe 
in rotta, con la perdita di mille seicento uomini fatti prigio- 
nieri, tra i quali il Suriano stesso. Agli altri riesci di giungere 
a salvamento in Vicenza. 

Da questa prospera ventura nacque in Francesco Novello 
il progetto di accingersi od a scacciare da Campo Nogara le 
truppe veneziane od a farsele tutte prigioniere. Per potervi 
riescire, fece deviare dall'alveo le acque del Brenta, in guisa, 
che allagassero dietro loro le campagne e le strade, per po- 
terle assalirle di fronte con un corpo di sedicimila uomini, con- 
dotti da Francesco III suo figlio. Questi ne mandò la disfida 
al generale veneziano Paolo Savello per la mattina del 26 di- 
cembre. Il Savello ne accettò l' invito. E qui narrano i Gattari, 
il Verci e lo Zacco, presso il Cittadella (1), « che la sera del 25 
« giunse al campo carrarese un messo del Savello con quattro 
« oche morte da spennare ed alcune zucche di malvagia in 
« dono al conte Manfredi da Barbiano, dicendogli a nome del 
« Savello, le oche essere del Pievato (2), e si guardasse dal 
« gittarne le penne; al quale presente sorrise il Manfredi e lo 
« ebbe di buon grado. Ma seppe tosto Francesco III, in quelle 
« oche e in quelle zucche racchiudersi dodicimila ducati d' oro, 
« che la repubblica inviava al conte di Barbiano, acciò la mat- 
« tina seguente non entrasse con le sue genti in battaglia. Di 
« fatto alla prima alba il giovane da Carrara ordinò l'assalto 
« e non vedendovi il Manfredi coi suoi, andò agli alloggia- 
« menti di lui eccitandolo a porro in assetto tutte le squadre 

(1) Slor. della Dominaz. Carrar. , cap. LXXVI, pag. 379 del voi. II. 

(2) Ossia, della Pieve di Sacco. 



ANNO U05 411 

« ed a condurvi le proprie; ma egli sì rifiutò di obbedire, alle- 
« gando in iscusa non volersi mettere a repentaglio. » 

Lo seppe tantosto Francesco Novello, e mosse frettoloso 
da Padova, per incoraggiare i soldati con una esibizione di ven- 
timila ducati; ma pria di giungervi ebbe notizia, che France- 
sco III aveva levato il campo e ritornava a Padova. Le truppe 
veneziane, liete per la buona riuscita, corsero sino alle porte 
di Padova, respingendone gli oppositori e catturandone i più 
audaci. 

CAPO XY. 

Il Carrarese perete Verona. 

Ma nel tempo stesso, che tenevano le armi venete angu- 
stiato il territorio padovano, un altro loro esercito con Fran- 
cesco signore di Mantova, teneva strettamente assediata Ve- 
rona. Nella primavera del 1405, s'erano già impadronite di 
tutti i dintorni della città. Gli assediati sempre più di giorno 
in giorno gemevano miseramente per mancanza eli viveri, né 
potevano sostenere più a lungo i disagi della guerra. Il po- 
polo, a' 22 di giugno, si levò a rumore e volgendo a proprio 
profitto l'arrivo di quattrocento uomini di cavalleria veneziana, 
che si avvicinavano a Verona, corse armato alla piazza, gui- 
dato da Verità di Verità, da Antonio de' Maffei e da Jacopo 
Fabri, consiglieri del Comune. Quivi mostrando essi l'impos- 
sibilità di più sostenersi, esagerando la potenza delle armi ve- 
nete ed esposta l'enormità dei pericoli, indussero i cittadini a 
trattare con Jacopo del Verme, comandante supremo della spe- 
dizione, ed a cedere la città alla repubblica di Venezia. 

Allora, sbarrate le strade per impedire qualunque opposi- 
zione avesse voluto fare con le sue genti il Carrarese, man- 
darono alcuni cittadini al del Verme, acciocché trattassero le 
condizioni della resa. Questi ne proposero i capitoli, dei quali 
il primo risguardava la sicurezza di Jacopo da Carrara; gli 
altri avevano in mira il bene della città. Tutti furono piena- 
mente approvati, e fu stabilito, che nel dì seguente, ch'era 



412 LIBRO XII, CAPO XV 

il 23 di giugno, le truppe veneziane entrerebbero solennemente 
in Verona. Intanto Jacopo da Carrara, temendo per sé e per 
la moglie, cercò ricovero nella fortezza di Castel vecchio, detto 
anche Castel san Pietro. 

Neil' indomani, il provveditore veneziano Gabriele Emo 
entrò in Verona e ne prese possesso a nome della Signoria. 
Vi fu accolto con entusiasmo tra le acclamazioni dei cittadini. 
Abbassati gli stendardi della casa da Carrara, vi furono so- 
stituiti quelli di san Marco. Un messo apposito fu mandato 
dal provveditore Emo ad Jacopo da Carrara, per farsi con- 
segnare le armi dei castelli veronesi, e prò mette vagli in con- 
traccambio un salvocondotto per lui e per la sua famiglia. 
Egli consegnò quante ne aveva presso di sé, fuorché quelle di 
Porto-Legnago, che stavano presso Francesco II suo padre. 
Gli furono concessi cinque dì a ricuperarle, trascorsi i quali, 
se non le avesse consegnate, non gli sarebbe concesso il sal- 
vocondotto. Bensì l'ottenne senza difficoltà la moglie di lui, 
la quale partì sull' istante per andarsene alla casa paterna a 
Camerino. Jacopo spedì al padre suo Manno Donati per la 
consegna delle arme di Porto-Legnago; ma dentro i cinque 
giorni non ritornò. Del che insospettito Jacopo o di rifiuto per 
parte del padre, o d' infedeltà per parte dell' inviato, si con- 
sigliò col suo confidente Polo eia Lione, ed entrambi risolsero 
di fuggire la seguente notte. Precipitosa di troppo fu la loro 
risoluzione; perché nel dì appresso, il Donati ritornò. Eglino 
intanto, calatisi dal muro con due famigli, presero travestiti 
la via di Porto-Legnago, per passare poscia a Padova. Ma ab- 
battutisi a Cereta in alcuni villani, che li conobbero; ovvero, 
come altri dissero, traditi dalla guida; furono presi e condotti 
a Verona, donde poi l'Emo li trasmise ben assicurati a Ve- 
nezia. Quivi Jacopo da Carrara fu posto in carcere; né val- 
sero preghiere e negoziazioni del padre di lui, per ottenerne 
la liberazione. 

Anche la cittadella di Verona si rese "poco dopo ai Vene- 
ziani : perciò fu rimandato ad ingrandire l'esercito sul pado- 
vano Galeazzo da Mantova con quelle genti d'arme, che non 
occorrevano più sul veronese. Paolo Savello , comandante 



ANNO UO!> 413 

generale^ che aveva di già occupato altri luoghi nel padovano, 
spinse con questo nuovo rinforzo le sue genti sino sotto Pa- 
dova, togliendo al dominio di questa le terre di Este, di Mon- 
tagnana ed altre, sicché la posizione del Carrarese diventava 
di giorno in giorno più misera, 

Francesco II signore di Padova teneva presso di so pri- 
gioniero Obizzo da Polenta, signore di Ravenna, e benché ne 
avesse contratto con la repubblica il riscatto per la somma 
di tremila cinquecento ducati, tuttavia, quando seppe la pri- 
gionia di Jacopo suo figliuolo, spinse le sue pretensioni sino 
a pretenderne ottomila. La quale barbara venalità di lui fu 
punita dalla repubblica, coli' aggravarne la trista condizione 
del figlio, che perciò fu stretto di ceppi, decretandone inoltre 
il vitto giornaliero a solo pane ed acqua, finche Obizzo non 
avesse ottenuto la libertà per la somma pattuita da prima. 
Eppure fu tanta la brutale avarizia dello snaturato Francesco 
Novello, che i Ravennati ebbero a pagare sino l'ultimo soldo 
delle pretese di lui; e poiché non erano in grado di sborsare 
tutta quella somma, ottennero dalla repubblica un prestito di 
oltre a due mila ducati, per completarla. 



CAPO XVI. 

Padova è desolata dalla peste. 

Le armi della repubblica veneziana continuavano intanto 
a guadagnare terreno nel territorio di Padova; e sì, che or- 
mai chiusi tutti i passi d' intorno alla città, le genti del con- 
tado, temendo e per la vita e per le sostanze, rifuggivansi a 
torme a torme dentro le mura, e seco trasferivano suppellet- 
tili e bestiami per sottrarsi dal furore e dalle armi degli as- 
sediane. I Veneziani, il primo giorno di luglio, posero il campo 
al Bassanello e presero ai Padovani una bastita, donde pote- 
rono^ molestare in città il borgo di santa Croce. Vi giunse 
pure Jacopo del Verme, il quale, di concerto con Paolo Savello 
e con Carlo Zeno, ridusse l'assedio alla più stretta sorveglianza. 



414 LIBRO XII, CAPO XVI 

Francesco Novello con grossa schiera di cittadini vi faceva 
guardia la nette, e Francesco III, suo figlio, difendeva la città 
il giorno con maraviglioso valore. 

Narrano il Sabellico, il Bembo, il Calderio ed altri sto- 
rici, che, nei frequenti assalti, che davano alla città i Vene- 
ziani, fu notato che certo Massolerio, pittore veneziano, gettava 
furtivamente in Padova freccie ravvolte in alcuni foglietti, sui 
quali erano scritti, per notizia del Carrarese lo stato e le mosse 
del campo veneziano. Costui catturato ed assoggettato a rigorosa 
investigazione, confessò la sua colpa e la scontò con la vita. Si 
venne anche a scoprire una secreta congiura, ordita e maneg- 
giata da occulte corrispondenze con Francesco Novello, la quale 
macchinava d'incendiare in varii punti Yenezia. Anche su ciò quel 
governo pigliò severe misure, e tolse di mezzo, con atroci sup- 
plizi e con tormentose morti, quanti ne potè trovare colpevoli. 

Ma intanto un'altra cesoiatrice sciagura infieriva ai danni 
di Padova. Imperciocché la sterminata affluenza di famiglie, 
che dal contado, come di sopra ho narrato, erano venute a 
rifugiatisi coi loro bestiami, aveva inondato case e fon- 
dachi e monasteri e persino le chiese ;n portici stessi servi- 
vano di asilo a quei profughi. Né andò guari, che ai bestiami 
venissero meno i foraggi, e che per deficienza di pastura a 
poco a poco perissero. Erano state preparate apposite fosse 
per gettarne i cadaveri ; ma n' era tanta la copia, che le strade 
ammorbarono per le fetenti esalazioni del sudiciume. Anche 
agli uomini vennero meno le vettovaglie, né se ne potevano 
avere che a prezzi carissimi. Dal tutt' insieme dell' insalubrità 
dei cibi e dell' insoffribile puzzo manifestossi la peste. Di que- 
sta era indizio, scrive il Cittadella (1), « un piccolo nocciolo 
« a chi nella gola, a chi sulle coscie o sulle braccia, con feb- 
« bre acutissima, spesso accompagnata da flusso, e due o tre 
« giorni bastavano a finirne gli ammalati. » E proseguendone 
il racconto, trascrive le parole del cronista Andrea Gattaro, e 
dice : «*E ciò dico io e scrivo di veduta, che ogni giorno mo- 
« rivano trecento o quattrocento ed anche cinquecento persone 

(1) Stor. della domin. Carrar,, pag. 397 del voi. II. 



ANNO llWò 415 

« dal primo di luglio sino a mezzo agosto. » Alla quale testi- 
monianza del Gattari aggiunge il Cittadella (1) : « Deplorabile 
« era vedere aggirarsi ogni mattino per la città molte carra 
« raccogliendo i nudi cadaveri, ammassarne per ogni carro a 
« sedici, a venti, in capo al timone levarsi una croce allumata 
« da fioca lanterna, un sacerdote seguire la bara col pensiero 
« di altra lontana che lo aspettava, gittarsi i corpi nelle cave 
« sprofondate intorno intorno alle chiese, stivarli, interrarli 
« senza una lingua, che pregasse loro il saluto ultimo del do- 
« lore. Il padre che aveva steso sul carro funereo il figliuolo, 
« il marito che vi aveva deposta la moglie, non aveva tempo 
« di dare sfogo alle lagrime e bisognava, che movesse ad ar- 
« marsi in difesa della patria e doppia bravasse la minaccia 
« della morte. » 

Continuò il flagello dal luglio al novembre, e vi perirono 
intorno a quarantamila persone ; tra le quali anche Alda Gon- 
zaga, moglie di Francesco III da Carrara ed il cronista Galeazzo 
Gattaro. 

CAPO XVII. 

Disperato assalto del Carrarese al campo veneziano. 

In mezzo a tanta durezza di circostanze, conobbe anch'egli 
Francesco Novello da Carrara, eh' eragli impossibile il soste- 
nersi contro le forze della repubblica di Venezia. Ormai quasi 
tutte le terre e i castelli della signoria di Padova erano ca- 
duti in potere dei Veneziani; cosicché al Carrarese nulla più 
rimaneva. Non gli fu possibile perciò di esimersi dall'entrare 
in trattative coi rappresentanti di quella repubblica, per un 
accordo scambievole. Se ne addossò l' incarico Carlo Zeno, il 
quale appositamente andò a Venezia per conferirne con la Si- 
gnoria. Ma nel mentre, eh' egli si tratteneva per ciò in Venezia, 
Francesco volle tentare un colpo da disperato, che non valse 
punto a migliorare nell'esito la condizione di lui. 

(I) Luog. cit. 



416 LIBKO Xll, CAPO XVII 

Ebbe notizia, che i Veneziani trascuravano, per la poca 
guardia notturna, il campo del Bassanello; ed egli si propose 
di sorprenderlo e sterminarlo. Fermo in questo progetto, la 
notte del 18 agosto, si mise alla testa di quattromilasette- 
cento soldati, ultimo avanzo delle sue forze, ed in sul primo 
albeggiare del giorno uscì fuori della porta di santa Croce 
alla volta degli accampamenti veneziani. Vi arrivò senza che 
i militi addormentati se ne accorgessero punto. Egli allora, 
pria di tutto, pose fuoco alle tende. Per la quale sorpresa i 
Veneti scossi dal sonno si diedero scompigliati a fuggire; ma 
nel fuggire trovavano la morte nei disperati colpi degli assa- 
litori. Fu sollecito il Carrarese d' impadronirsi, in mezzo a 
quello scompiglio, delle bandiere di san Marco. E le prese, 
menando strage orrenda nel campo veneziano. Paolo Savello, 
con un colpo di lancia, lo scosse impetuosamente; ma il Car- 
rarese gli fu addosso arrabbiato, lo ferì nella testa e lo fece 
prigioniero. Né potè conservarselo, perchè Galeazzo da Man- 
tova corse tosto a salvarlo. 

Grande macello fece di veneziani in questa occasione il 
disperato furore di Francesco Novello; e ne avrebbe fatto an- 
che di più, se non fossero sopraggiunte ad opportuno aiuto 
quattrocento lance, ch'erano state mandate poco prima a Mon- 
selice, e che, dai fuggitivi avvertite della rotta avuta nel cam- 
po, vi corsero sollecitamente. Galeazzo da Mantova era con le 
sue genti di là del fiume, e tosto lo valicò frettoloso e si sca- 
gliò sui Padovani, ammazzandone molti e costringendo gli altri 
a ritornare in città. Francesco Novello ebbe a grande ventura 
di potervi rientrare; perchè poco mancò, che non vi rimanesse 
prigioniero. 

Il danno, che soffersero i Veneziani in questo fatto, si cal- 
colò di centomila ducati; e tanta fu la quantità degli uccisi, 
che il Savello domandò una tregua di dieci giorni per poterli 
seppellire. 



anno i ior; 417 

CAPO XVIII. 

Assalto di Padova. 

Una voce sparsa a Venezia faceva credere intanto, che 
Francesco II avesse preso di mira alquanti cittadini, di cui 
eragli sospette la lealtà, e che volesse privarli di vita. Giovò 
questa diceria alle viste politiche della repubblica, per trarne 
profitto a suo vantaggio. Sapeva ella, che alquanti padovani 
dimoranti in Venezia abborrivano il governo dei Carraresi, e 
quindi immaginò d' indurli a ritornare in patria, acciocché a 
tempo opportuno stimolassero contro Francesco Novello quei 
cittadini, che avessero dovuto temerne lo sdegno e la vendetta ; 
con promessa di protezione e di franchigie, tostochè Padova 
fosse stata occupata dai Veneziani, a chiunque avesse procu- 
rato di formarvi partito in favore della Signoria di Venezia. 

In pari tempo, il Senato, giovandosi dei dieci giorni di 
tregua, rinforzò di nuovi soccorsi l'esercito; e mandò a Padova 
Carlo Zeno, con le proposizioni a Francesco Novello per trat- 
tare della resa della città. N'erano le primarie condizioni: la 
liberazione immediata del figlio Jacopo, — cinquantamila du- 
cati d'oro e trenta carri a carico della repubblica, per traspor- 
tare le suppellettili domestiche ove meglio gli fosse piaciuto, 
— approvata qualunque vendita o donazione fatta dal signore 
di Padova ai cittadini, dal principio della guerra sino al giorno 
15 agosto, — conservati ed assicurati tutti li diritti e li pri- 
vilegi del Comune di Padova. 

Non piacquero a Francesco Novello queste proposizioni, e 
ne cercò una scappatoia col dichiarare, che non poteva rispondere 
senz'averne prima consultato il popolo ed averne ottenuto l'as- 
senso. Ma Carlo Zeno gli soggiunse, che se nell' indomani all'ora 
di terza, non avesse consegnato la città, indarno si lusinghe- 
rebbe di venire mai più a qualsiasi accordo con la repubblica. 

Fu portato l'affare all'assemblea civica, ed il popolo, mal- 
grado le opposizioni del da Carrara, deliberò di cedere la città 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 27 



\ 



418 LIBRO XII, CAPO XVIII 

ai Veneziani. Dodici cittadini conseguentemente furono scelti, 
acciocché nel dì seguente andassero con lui stesso al campo 
veneziano a compierne l'atto della dedizione. Ma nell' indomani 
Francesco Novello aveva mutato pensiero; perchè in quella stessa 
notte era giunto a Padova Bartolomeo dall'Armi, recando la 
notizia, che i Fiorentini avevano comperato Pisa da Gabriello 
Maria Visconti per la somma di dugentoseimila fiorini d'oro (1) 
e ohe perciò, sciolti da ogni altro impiccio, erano in grado di 
aiutare Padova, se fosse continuata la guerra contro la Signo- 
ria di Venezia. Per la quale notizia rallegrato Francesco, in- 
dusse il popolo a nuove speranze ed a desistere dalla stabilita 
dedizione ai Veneziani. Ma l'annunziatore di quella notizia non 
sapeva, che i Pisani ben tosto sollevati a tumulto, s' erano 
sciolti dalla servitù di Firenze. Perciò anche Francesco rimase 
ingannato e tradito. Tradito, dico, perchè nella supposizione 
della sperata assistenza, mandò avviso a Cario Zeno, rivocando 
le promesse del giorno avanti. 

Allora i capi dell'esercito veneziano, raccolti a consiglio, 
deliberarono di non doversi frapporre tempo a dare l'assalto 
alla città, ed a volerla a qualunque costo ottenere. Sapevano 
ch'essa penuriava di tutto, e persino dell'acqua da bere. Erano 
certi perciò, che la popolazione non avrebbe potuto opporre né 
lunga né spontanea resistenza. Anche la peste, che cominciava 
a far qualche vittima nel campo veneziano, persuadeva po- 
derosamente a sollecitudine. Tutto dunque fu preparato per 
l'assalto. 

Paolo Savello era morto di peste. Gli fu sostituito a co- 
mandarne l'impresa Galeazzo Grumello da Mantova. — In più 
punti la città fu assalita; ma le truppe di Francesco II op- 
posero per più giorni validissima resistenza. In frattanto i ba- 
lestrieri veneziani si diedero a scagliare in città verrettoni, 
aventi legati certi cartelli, che intimavano agli assediati: — 
Se dentro dieci giorni la città non si sarà resa alla repub- 
blica di Venezia, vi sarebbe da ogni banda gettato fuoco e 



(1) Gino Capponi, Stor., nel Ioni. XV1I1 Rer. Hai, Script., ed il Muratori, 
Annal. d'Hai, ann, 1405. 



INNO U05 419 

sarebbe incendiata. — Trecento o più di questi cartelli furono 
raccolti dai cittadini e vi sparsero lo spavento. Tuttavolta 
Francesco Novello rimaneva fermo nella sua ostinazione. Non 
così Francesco III, suo figlio, il quale ben conosceva di non 
potere più a lungo durare contro il complesso di tanti mali. 
Egli stesso perciò raccolse a consiglio i primarii del popolo 
ed andò con essi a pregare il padre, che si persuadesse final- 
mente a venire ad un accordo coi Veneziani. Ma quanto più in- 
sistevano quelli, tanto più si ostinava egli nel suo proposito, 
per la fallace lusinga di prossimi aiuti dal re di Francia, dal 
re di Ungheria, dalla repubblica di Genova e da altri protet- 
tori, che di lui non si curavano punto. Finalmente il padovano 
cittadino Nicolò Murrato, alla testa di molto popolo armato, 
andò a rinfacciare al principe, con parole -di amarezza e di 
sdegno, le tante sciagure, che per colpa di lui s'erano rove- 
sciate sulla patria; sicché dopo lungo altercare, il da Carrara 
promise loro di dare in capo a dieci giorni una decisiva risposta. 



CAPO XIX. 
2" Veneziani s' impadroniscono di Padova. 

In questo frattempo dei dieci giorni, patteggiati bensì coi 
suoi cittadini, ma non coi capi dell'esercito veneziano; Bel- 
tramino da Vicenza, che militava a servizio della repubblica, 
formò intelligenza con le guardie, che custodivano la porta di 
santa Croce, e con questo mezzo, la notte del 17 novembre 1405, 
potè entrare nella torre, ed uccisi quanti ne trovò nemici, aprì 
la porta della città. Yi entrarono le truppe veneziane, che ne 
posero a ferro e a sacco tutto il borgo. Indarno dagli asse- 
diati si suonarono a stormo le campane: pochissimi dei citta- 
dini corsero alle armi, perchè i più preferivano di porre in 
salvo, le sostanze e la vita. Vi si recò furibondo il da Carrara, 
che non si aspettava quel giuoco ; ma fu costretto ben tosto a 
cercarsi scampo per la porta di Torricelle, perchè gli assalitori, 



4*20 LIBRO XII, CAPO XIX 

presa la via del fiumicello di Vanzo, s'erano mossi per pigliarlo 
alle spalle. 

Il suo popolo stesso lo incalzava con rimproveri amari, 
proclamandolo come primo autore delle comuni miserie; sicché 
privo di ogni appoggio e pressato dai cittadini, che speravano 
di mitigare, con una resa spontanea, il furore dei vincitori, 
mandò al campo veneziano per ottenere un salvocondotto, che 
gli fu tosto concesso. Munito di questo vi andò con Michele 
da Babatta e Paolo Crivello. Egli vi fu accolto, in nome della 
Signoria di Venezia, dai capi dell'esercito Galeazzo da Mantova 
ed i gentiluomini Morosini, Dandolo e Molin. Dinanzi a loro 
si dichiarò disposto a cedere la città, purché gli fossero con- 
cessi patti onorevoli; altamente si sarebbe difeso sino all'ul- 
timo sangue. A queste sue dichiarazioni risposero que' capi 
dell'esercito veneziano, — non aver essi nessuna autorità di 
trattare ; doversene perciò invocare l'ordine dal Senato ; cedesse 
egli in frattanto la città; finché da Venezia se ne ottenessero 
le condizioni. — Ma Francesco II ne rigettò il consiglio: di- 
chiarossi anzi disposto a continuarne la resistenza. Allora Ga- 
leazzo da Mantova lo persuase ad affidare in custodia di lui, 
sotto parola di onore, il castello di Padova, finché se ne fos- 
sero conchiusi i patti con la Signoria di Venezia, obbligandosi 
a restituirglielo tal quale avevalo ricevuto, qualora le tratta- 
tive non avessero ottenuto verun effetto. 

Francesco da Carrara ritornò in città; e chiamato a con- 
siglio il popolo, gli fece intendere, che sarebbonsi ottenute 
dalla repubblica veneziana condizioni più favorevoli alla città, 
qualora il Comune stesso vi si fosse frapposto per sollecitarle ; 
ch'egli da parte sua dichiaravasi disposto a cedere ai Veneziani 
la città ed il castello, purché queglino sanzionassero e conva- 
lidassero tuttociò, che sino allora era stato fatto dai Carraresi; 
lo rimborsassero del prezzo delle sue robe; gli concedessero una 
somma di denaro di pubblico diritto. Ma i primarii rappresen- 
tanti quella civica assemblea popolare gli fecero intendere, che 
ormai la città non doveva pensare che a sé stessa ed al pro- 
prio bene, e che le ragioni di lui non erano a confondersi con 
quelle del Comune; che perciò il Comune avrebbe mandato a 



ANNO U(K> 421 

Venezia ambasciatori suoi propri ; ed egli, se così gli fosse pia- 
ciuto, avesse fatto altrettanto. La quale deliberazione del pub- 
blico Consiglio fu sanzionata con la minaccia di morte a chiun- 
que se ne fosse dichiarato contrario. 



CAPO XX. 
Dedizione spontanea di Padova alla repubblica di Venezia. 

In conseguenza di ciò, il Comune di Padova scelse e mandò 
a Venezia suoi ambasciatori Prosdocimo Conte, Eambaldo Ca- 
podivacca, Francesco Capodilista, Giovanni Solimano, Francesco 
Cavedale, Nicolò Penazzo. Da parte sua il Carrarese, vi mandò 
Michele da Rabata e Paolo Crivello, che non vi furono am- 
messi ; tolta loro persino qualunque speranza di poterlo essere. 
Il quale contegno della Signoria verso il signore di Padova 
dimostrava a mio credere, ch'ella riconosceva la piena e legit- 
tima sovranità nel solo Comune, il quale per la sua nazionale 
indipendenza aveva diritto di disporre di sé e della sua libertà. 
Ne ascoltò pertanto le proposizioni; né oppose contraddizione 
alle domande, che per mezzo de ; suoi ambasciatori le espose. 
Chiedevano questi : — che fossero conservati gli statuti di Pa- 
dova ed ogni altra buona consuetudine sì del Comune stesso, 
come dell'arte della lana; che fosse confermata l'esistenza della 
Università degli studj ; che fosse abolita la gabella mensile di 
un soldo de' piccoli per testa, della quale il Carrarese aveva gra- 
vato i cittadini; che a sicurezza della città si stabilisse ben or- 
dinata milizia; che fosse tolto il dazio del sale e la gravosa 
tassa sui carri, consistente in un ducato per ciascuno, so fer- 
rato, ed in trentadue soldi de' piccoli, se sferrato. — Esposte 
le quali domande, consegnarono al doge il sigillo del Comune, 
e chiusero la loro ambasciata col raccomandare alla Signoria 
Francesco Novello, come cittadino padovano. A tuttociò tenne 
dietro l'atto solenne della dedizione della città e del territorio : 



422 LIBRO XII, CAPO XX 

e ne fu rogato pubblico istromento, di cui non porto il tenore, 
perchè fu pubblicato dal Verci (1). 

La Signoria promise la piena osservanza delle condizioni 
chieste dal Comune e dai cittadini diPadova, sotto la clausola, 
ch'essa riconosceva consegnata dai Padovani la città, e non dal 
Carrarese. Ed a più ampia conferma della spontaneità di que- 
sta dedizione avvenne, che i cittadini, non vedendo più ritor- 
nare Francesco Novello, si levarono a rumore, correndo alla 
piazza e gridando: Viva san Marco, mito j ano quelli da Car- 
rara. Erano intanto ritornati a Padova tre degli ambasciatori 
inviati a Venezia, per ottenere dal pieno Consiglio la facoltà 
della cessione, assicurati dal Senato, che, occorrendo loro un'as- 
sistenza armata, l'avrebbero ben tosto avuta dal campo vene- 
ziano ; -e quindi tosto Galeazzo da Mantova prese il possesso 
della città. Eoscia, anche Francesco Novello reduce da Venezia 
andò al campo veneziano in compagnia di Galeazzo da Man- 
tova, il quale lo consigliò a chiamarvi eziandio il figliuolo 
Francesco III (2). 

Giunto che vi fu, Galeazzo e Francesco Novello si avvia- 
rono con numerosa scorta ad Oriago, ed il figliuolo fu trat- 
tenuto colà sotto buona custodia. Indarno reclamò Francesco 

(1) È tra i docum. il num. 2055; ed egli lo trasse dal lib. X dei 
Commemoriali della Cancelleria secreta dell'Archivio ducale : ivi, a carte 24, 
lo si trova in pieno accordo con la copia del Verci. 

(2) Nel citato libro X de' Commemoriali seguono immediatamente gli 
altri atti relativi e all'accettazione della dedizione per parte della Signoria 
e delle promesse di questa di osservare le condizioni proposte dal Comune 
di Padova; edalla presentazione delle civiche insegne del Comune di Pa- 
dova al doge Michele Steno, e del sigillo d'argento della comunità stessa ; — 
non che ad altre circostanze relative. Mi astengo dal trascriverne verbal- 
mente il tenore, perchè di troppo allungherei queste pagine; tuttoché non 
mai pubblicati, per quanto io sappia, da chicchesia. Ma in una Storia cir- 
coscritta, quasi direi, numericamente alla misura delle pagine, su cui spa- 
ziare, è impossibile l' inserire tanta copia di documenti, ai quali forse alcuni, 
non troppo amici del latino idioma, non farebbero buon viso. Al che mi per- 
suade altresì la necessità di dover più sotto recare il lunghissimo Privilegio 
ducale, che ce ne espone minutamente tutte le condizioni, e che forma il 
fondamento di tutti gli scambievoli obblighi e diritti del Comune di Padova 
e della Signoria di Venezia. 



INNO U05 423 

Novello la restituzione del castello di Padova, a tenore della 
primitiva promessa; reclamo inutile, perchè oramai di nessun 
profitto gli sarebbe riuscita quella restituzione, mentre tutto il 
resto era dei Veneziani. Esacerbato per questa slealtà, che tale 
parve al cronista Andrea (Maro, quasicchè tradito il Carrarese 
dalla repubblica veneziana, e non piuttosto (come fu infatti) 
spodestato dai suoi, esclama « Oh fede veramente canina di 
«Galeazzo da Mantova e traditrici promesse fatte a rovina e 
« sradicazione della nobilissima casa da Carrara ! » 

Alquanti giorni dopo il suo arrivo in Oriago, vi giunse 
anche il figliuolo Francesco III, ch'era stato trattenuto, come 
testé io diceva, al campo veneziano. Allora Galeazzo da Man- 
tova con ogni più insidioso artifìcio, cercò d' indurre il vecchio 
Francesco Novello a recarsi a Venezia, assicurandolo, che presso 
la Signoria avrebbe trovato più favore che non si fosse aspet- 
tato : al che opponevasi il figlio, dissuadendolo dall' andarvi senza 
un salvocondotto. Ma tali e tante furono le promesse di Ga- 
leazzo e le assicurazioni di clemenza e di perdono, ch'egli alla 
fine cede ed andò a Venezia col figliuolo e con Galeazzo stesso 
e col provveditore Molin ed altri uomini d'arme. La Signoria, 
ch'era già stata notiziata della risoluzione, mandò ad incon- 
trarlo, non saprebbesi dire se per onore o per guardia, cinque 
barche armate e due consiglieri per accoglierlo e complimen- 
tarlo. Giunti a Venezia, furono condotti, padre e figlio, al mo- 
nastero di san Giorgio maggiore, e là, sotto vigilanza militare, 
furono custoditi : donde poscia, alcuni giorni dopo, furono tra- 
dotti alle carceri di stato, nel palazzo ducale. 

Ebbe fine con ciò la guerra faticosa e funesta dei Carra- 
resi con la repubblica di Venezia; ebbe fine la dominazione in 
Padova di sovrani regolatori della civile padronanza di questa ; 
ebbe principio il dominio veneziano in Padova, la quale spon- 
taneamente si diede a quella repubblica. Di qua perciò nella 
Storia di Padova è segnata un'era novella, di assai più lunga 
durata, che non di qualsiasi de' suoi precedenti dominatori. 



424 LIBRO XII, CAPO XXI 

CAPO XXL 

Testo originale del privilegio ducale circa la dedizione di 
Padova alla Signoria veneziana, ed all'accettazione di 
questa (1). 

Nos Michael Steno dei gratia dux Tenetiarum etc. Univer- 
sis et singulis tam praesentibus quam futuris praesentem Pri- 
vilegii nostri paginam inspecturis facimus manifestum. Quod 
comparentibus ad nostram nostrique dominii praesentiam Egre- 
giis et Spectabilibus viris dominis Prosdocimo de comitibus, 
Johanne Francisco de Capiteliste juris utriusque doctoribus, 
Rambaldo de capite vace Legum doctore, Guidone Francisco 
de.Zenarijs juris perito, Johanne Sulimano et Francisco Ca- 
veale honorabilibus Oratoribus civitatis et comunis Padue et 
nobis certa eorum capitula pr'esentantibus quo velut fideles et 
devoti nostri dominii supplicabant admitti et per nos concedi 
de gratia speciali non ignari ineffabilis dispositionis divine cle- 
inentie et cognoscentes habitam victoriam et dignitatem quam 
habemus celitus nobis esse collatam, illudque a nobis ab ilio 
bono patrefamilias protinus exigi debitum ut reddamus sibi 
talenta per eum nobis tradita duplicata cuius quidem debiti 
mirabilis conditio existit nostra eius soiutio emolumenta debi- 
toris non minuit sed augens Meni magis solventi crescit in 
comodo quam suscipienti proficiat in augmento. Deliberavimus 
supplicationibus ipsorum nostrorum fìdelium benignum auditum 
impendere et quantum cum justitia et honestate voluimus, 
exauditionis januam aperire ut proinde ad satisfactionem elicti 
debiti demus intuitum et eorumdem fidem et devotionem erga 
nos ferventius excitemus dictis eorum capitulis in forma in- 
frascripta singulariter respondendo. 

(1) Nel lib. VII de Patii, cart. 21 e seg. Per appagare il desiderio de- 
gli eruditi, che ne vogliono leggere testualmente il tenore, non mi rifiuto, 
benché lunghissimo, dal trascriverlo, riservandomi poscia a darne compen- 
diosamente il sunto, interessantissimo a porre in luce questo punto vitale 

di storia padovana. 



INNO 1405 425 

Et primo ad primum capitulum continens ; Quod dominus 
Franciscus de Carraria et filij tainquam servi tores et filij du- 
calis nostri domimi et eorum persone salve sint et possint 
conducere omnia bona sua cuin salvamento quo voluerint. Re- 
sponsum dedimus; Quod ipse dominus Franciscus mittat ad 
nos oratores suos fatientes mentionem de facto predicto quibus 
daremus super inde nostras responsiones. 

Ad secundum continens quod omnis ira, odiutn et rancor, 
qui fuissent inter nostras duca/em dominationem hominesque 
Venetiarum, comune et homines Padue removeantur et quod 
amor et caritas perpetua regnrt inter partes predictas, cum 
Cives Padue se offerant esse iucalis Serenitatis nostre boni 
et legales servitores. Responcjlmus quod de dicto capitulo con- 
tenti eramus. / 

Ad tertium continens quod dicti cives Padue tractentur 
in dacijs collectis et alijs grivitatibus secundum quod tractan- 
tur alij subditi terrarum nostrarum et non peius, fecimus re- 
sponsum; Quod in facto dajiorum et gabellarum nos tractari 
eos faceremus ut tractabairar ante guerras preteritas; Circa 
autem partem coltarum et aliarum gravitatum, intentio nostra 
erit tractare eos ut tractarms alios nostros subditos, quia in- 
tendimus ipsos habere eolie caros ut alios. 

Ad quartum contineis quod predicti cives possint tenere 
et gaudere omnibus posiessionibus et bonis suis, positis in 
Padua et paduano distriti!, et in casu quo dominio nostro pia- 
cerei quod alique perone recederent de Padua quod illis sta- 
tuatur terminus comritens ad possendum retrahere et ordinare 
bona sua sicut eis paeuerit. Respondimus quod de contentis 
in dicto capitulo co/tenti eramus. 

Ad quintum qiòcl sui redditus preteriti et presentes qui 
forent apud alique/i contadinum vel aliquam personam, assi- 
gnentur eis libere/ et simili modo bona sua mobilia que ha- 
buissent intra cas/ra, paduani districtus et quod si dicti reddi- 
tus venditi foren/ quod pretium restituatur eisdem. Respon- 
sionem fecimus /Quod contenti eramus facere eis fieri summa- 
rum jus de reditibus existentibus apud aliquem civem Padue ; 
de alijs autem redditibus qui fuissent vel forent apud aliquos 



426 

contadinos ad montes vel ad planitiem, non poteramus eis fa- 
cere aliquam promissionem propter certas conventiones habitas 
cani predictis, occasione guerre proxime preterite. De bonis 
autem mobilibus que habuiss3iit in castris paduani districtus ; 
Diximus, quod ipsa castra diversis venditionibus modis et com- 
positionibus pervenerunt ad manus nostras, et bona distributa 
erant, propter quod non yidebamus modum, quo restitutio quam 
petebant fieri posset. 

Ad sextum continens, quod venditiones et alienationes facte 
per predictum dominum Franciscum de Carraria cuicumque per- 
sone de bonis suis proprijs et dt bonis comunis Padue clebeant 
observari. Diximus ; quod eramts contenti quod venditiones et 
alienationes facte per ipsum doninum Franciscum ante pre- 
sentem guerram de bonis suis psoprijs vel comunis Padue fo- 
rent valide et firme. De aliis aulem que fuissent facte a prin- 
cipio guerre usque in diem preseitem de bonis suis proprijs 
vel eie bonis comunis Padue, plac>,bat nobis quod forent con- 
tenti remanere ad gratiam nostrali quam faceremus de rebus, 
de quibus haberent rationabiliter contenti. 

Ad septimum continens quod ciilibet Civi qui prestitisset 
pecuniam dicto domino Francisco cktur de bonis suis in so- 
lutuin prò quantitate quam sibi presiti ssent et modo simili 
detur de bonis suis in solutum illis quibus accepta fuissent 
per eum bona aliqua vel pecunie, et loc per nostrum ducalem 
dominium. Responsum fecimus, quod mia nesciebamus quanta 
foret quantitas predicta, non poteramis aliam responsionem 
dare quam istam, videlicet; Quod contesi eramus compiacere 
eis et facere dictas solutiones usque ad quantitatem quatuor- 
millium ducatorum faciendo solutiones ipas per ratam omni- 
bus qui de dictis denarijs juste deberent libere, et hoc de in- 
troitibus civitatis Padue. 

Ad octavum continens quod cuilibet Ciri et habitatori in 
civitate Padue fìat et reddatur jus in quesionibus principali- 
bus et de appellationibus, secundum formali juris statutorum 
et consuetudinum comunis Padue per offitialej qui deputabun- 
tur per nostras ducales dominaciones. Eespoidimus quod de 
hoc contenti eramus. 



ANNO 17 >^ 427 

Ad nomini ; Quocl jurisdictio consueta Potestatis et Recto- 
rum Padue et aliorum castrorum et locorum territorij paduani 
non diminuatur. Fecimus responsionem , quod de hoc compia- 
cere sibi non poteramus quia propter conditiones et terminos 
guerre, facte erant per nos promissiones aliis in contrarium, 
quas cum honore nostro infringere non possemus. Quocl si 
ultra promissiones predictas videbitur per nos fieri posse 
aliquid cum honore nostri comunis, nos eramus parati com- 
piacere sibi. 

Ad decimum continens, quocl quocllibet officium Padue et 
paduani distr ictus exceptis potestarijs et capitanerijs terrarum 
et Bocharum dentur civibus Padue. Et ad undecimum quod 
beneficia diete civitatis seu territorij predicti dentur civibus 
antedictis. Besponsum fecimus quod eramus contenti, quod 
dieta officia exceptis potestarijs et capitanerijs terrarum ca- 
strorum et locorum ac rocharum et omnibus et quibuscumque 
offieijs habentibus merum et mixtum imperiùm, nec non re- 
quirentibus guardiani seu eustodiam, darentur civibus Padue 
antedictis. Secl quia nostra dominatio non se intromittit de be- 
neficiis ecclesiasticis, imo illa relinquere dispositioni summi 
Pontificis et aliorum prelatorum Ecclesie, non poteramus su- 
per hoc providere quod requirebani Secl offerebamus nos in- 
tercessola apud dominum Papam quod ipsos paduanos habeat 
in dictis benefieijs recomissos. 

Ad duodecimum continens quod studium et ars lane et 
quodlibet aliud bonum misterium civitatis Padue predicte ma- 
nuteneantur secundum eorum privilegia statuta et consuetudi- 
nes. Besponsum dedimus quod contenti eramus facere omnia 
que debita et convenienza sunt prò amplificatone studij et 
artium predictarum. 

Ad tertiumdecimum ; Quod capti utriusque partis, qui fo- 
rent apud Vos, cìictum dominum Franciscum et comune Padue, 
libere relaxentur. Diximus quod super ilio responsio non ca- 
debat, quia continebatur sub capitulis porectis per dominum 
dominum Franciscum. 

Ad quartumdecimum continens quod deberemus facere in- 
troitum diete civitatis pacifìcum et quietum et sine lesiono 



428 LIBRO X 1, CAPO XXI 

personarum et preda alicuius habitationis in dieta civitate Pa- 
due. Besponsum dedimus quod ista semper fuit intentio nostra 
et ita eramus dispositi quod omnino servaretur et fieret. 

Ad quintumdecimum et ultimum; Quod aliquis civis Pa- 
due non cogatur mittere redditus suos Yenetias ; sed quod istud 
relinquatur in sua libera voluntate. Eesponsionem feeimus, 
quod de contentis in ilio contenti 'eramus. 

Quibus nostris responsionibus per predictos oratores par- 
ticulariter auditis et unanimiter gratificatis et approbatis, ite- 
rato nobis infrascripta alia capitula presentarunt, que ex abun- 
dantiori nostre gratie p % etierunt eis apud suprascripta alia con- 
firmari. 

Primum fuit, quod quartum capitulum suprascriptum alias 
porrectum per eos continens quod cives Padue possent tenere 
et gaudere omnibus suis possessionibns et bonis positis in Pa- 
dua et paduano districtu etc. — se extendat et locum habeat 
etiam in possessionibus predictorum civium positis extra di- 
strictum Padue in locis dominationis nostre. Ad quod talem 
dedimus responsionem, videlicet, Quod eramus contenti conce- 
dere eis ut petebant de bonis immobilibus tantum, declarando 
quod istud non intelligatur in aliqua donatione, concessione, 
infeudatione vel censu facto per aliquem dominum Ecclesiasti- 
cum vel secularem eie bonis suis vel ecclesiarum suarum ab 
annis viginti quinque citra. 

Secundum fuit, quod omnos cives Padue qui reputentur 
rebelles domini Francisci de Carraria vel ejus patris et quibus 
velut rebellibus eorum accepta fuissent bona sua, hi et here- 
des sui possint stare in Padua et gaudere bonis suis que eis 
oblata fuissent vel per sententiam vel sine non obstantibus 
senteneijs que date fuissent contra eos et contra eorum bona. 
Ad quod respondimus quod eramus contenti et placebat nobis 
quod omnes cives predicti Padue, qui fuissent reputati rebelles 
domini Francisci de Carraria et a quibus accepta fuissent bona 
sua, quia voluissent adherere nostro dominio et venire ad gra- 
tiam nostrani tempore presentis gratie, possent stare in Padua 
et gaudere omnibus bonis suis que per sentenciam vel sine 
fuissent ablata sibi. De alijs autem quia ignoramus numerum 



ANNO KOS 429 

et condicionem eorum, qualitatem et condicionem rebellionis 
sue et confiscationis honorum suorum presentialiter providere 
non poteramus. Sed ipsi et eorum quilibet de tempore in tem- 
pus comparere poterunt corani nobis, et Nos tunc providebi- 
mus secundum condiciones et quali tates eorum et prout nostro 
dominio videbitur esse justum. 

Tertinm capitulum fuit; Quod olive que erant super oli- 
varijs vel recollecte per aliquam personam que ipsas emisset 
a nostro dominio, libere darentur et restituerentur civibus an- 
tedictis. Ad quod respondimus quod placebat nobis quod cives 
Padue possent tam olivas que sunt super olivarijs quam que 
forent recolecte per aliquam personam percipere et habere, et 
hoc in casu quo precium ipsarum solutum non foret ante re- 
quisitionem domini Padue solvendo expensam que facta foret 
per illos qui emissent olivas predictas. 

Quartum fuit quod ut cives predicti Padue scirent si pos- 
sessiones empte per eos a dicto domino Francisco deberent 
facere laborari ut non vadant inculte de gratta petebant pro- 
videri per Nos quod nostra intentio super capitulo primum 
per eos porrecto de facto venditionum dictarum possessionum 
quanto prestius esse posset declararetur eisdem. Ad istud di- 
ximus quod quanto celerius possemus, informaremus nos de 
terminis et condicionibus venditionum predictarum et provide- 
remus superinde ita quod piene forent intentionem nostram. 

Habitis responsionibus suprascriptis et cum illis dictis 
oratoribus seu cum eorum copia Paduam redeuntibus, cives et 
Communitas Padue antedicta deliberavit de novo ad nostram 
presentiam destinare suam solennem Ambassiatam in qua fue- 
runt Egregij et honorabiles viri domini Franciscus de dotis, 
Peraginus de Peraga, Palaminus de Yitalianis et Jacobus de 
Vigoncia milites, domini Franciscus de Zambecaris Juris utrius- 
que, Bartolomei^ de Sancta Sopbia artium et medicine, Bon- 
franciscus de Leone juris civilis, Homobonus de la Scola juris 
civilis doctores, Fredus de milicijs, Trapolinus de Yicoaggeris, 
Jacobus de Fabianis, Uliverius de lengatijs, Jacobus Yulpis et 
Jacobus a sirico et Comes novellus, nobiles et mercatores diete 
civitatis, per quos in honorem et triumphum ducalis dignitatis 



430 LIBRO XII, CAPO XXI 

nostre, et in signum adepti domini j per Nos diete patavine 
civitatis et eius districtus et comunitatis ac locorum omnium 
dicto domino Francisco de Carraria alias subiectorum, presen- 
tari fecerunt nostre Serenitati, solenitatibus debitis observatis, 
vexilum comunis Padue Sceptrum sigillum et claves illisque 
presentatis. Postea de novo dari et tradì fecerunt nobis capi- 
tuia infrascripta. Quibus omnibus examinatis deliberavimus in 
forma subsequenti facere responderi. 

Et primo ad primum continens quod cives Padue de spe- 
ciali gratia intelligantur esse et sint cives civitatis nostre Ye- 
netiarum tamquam si n,ati essent Venetiis cum intendant esse 
omnibus modis subditi et uniti nostro Illustrissimo dominio 
et sperent a nobis uberiores gratias obtinere etc. etc. Quod 
ordines nostri conditi ab annis infinitis citra super facto talis 
civilitatio Venetiarum erant ita stricta in contrarium quod 
nullo modo facere poteramus id quod ita generaliter require- 
bant. Sed ut cognoscerent et sentirent benignitatem nostri do- 
minij, volebamus eis compiacere, Quod cives illius civitatis no- 
stre Padue forent et intelligerentur esse cives civitatis nostre 
Venetiarum de intus tantum in illa que tractarentur in omni- 
bus ut tractantur alij nostri cives diete civilitatis, positura 
quod clarissime videamus et cognoscamus, quod talis nostra 
concessio erit cum damno nostri comunis anno quolibet bone 
pecunie quanti tatis. 

Ad secundum continens quod cum futurum sit quod ex 
varijs causis oportebit quod cives et comune Padue mittant se- 
pissime ad Nos et nostrum dominium nuncios seu oratores 
suos, placeat nobis deputare de redditibus communis Padue 
dictis civibus et communi aliquam quantitatem que dieta causa 
sufficiat, ne sit opus prò talibus imponere collectas extraordi- 
narias que uimium gravant singulos cum per illos fuerint de- 
pauperati tempore tiranidis crudelissime illorum de Carraria. 
Et cum etiam per singula castra paduani territorij habeantur 
aliqui redditus in commune etc. etc. Kesponsionem fecimus, 
Quod nostri provisores nostrique Eectores qui fuerunt et sunt 
in Padua et diligenter examinaverunt introitus et expensas 
diete civitatis et locorum eius dare viderunt et cognoverunt 



INNO UO!> 431 

et nos etiam palpamus quod introitus non sufficiunt ad expen- 
sas propter quod crit nobis necessarium exbursaro de pecunia 
nostri communis Venetiarum, ita quod male videbamus quo- 
modo possemus sibi. compiacere de eo quod in hoc requirebant, 
quia ut videbant totum verteretur in damnum et expensam 
nostri communis Venetiarum. Sed sperabamus in gratia Y.hu 
X.pi quod taliter tractarentur per nostros Eectores quod ibi 
per tempora habebunt in racione et iusticia et alijs que hone- 
ste facere poterunt quod non esset eis expediens multum mit- 
tere ad nostrani presentiam nec facere aliquam expensam 
causa predicta. 

Ad tercium continens quod prò aliehationibus et vendicio- 
nibus non simulatis factis per dominum Franciscum de Car- 
taria tempore guerre preterite cives Padue se recomendabant 
nostro dominio repetendo alias nobis exposita per suos orato- 
res quia si possessiones non remanerent emptoribus oporteret 
magnum numerimi familiarum de Padua recedere, cum sint 
multi qui non liabeant aliud etc. etc. — Eesponsum fecimus, 
Quod Nos volueramus diligenter videre et examinare vendi- 
tiones omnes et alienationes dictarum possessionum, modos 
formas condiciones et qualitates earum, et licet videremus et 
inveniremus multas inlionestates et varias vias et modos fuisse 
superinde servatos ad quas et quos si vellemus respectum ha- 
bere poteramus honeste et de jure ali ter providere, tamen con- 
tenti eramus et volebamus eis compiacere hoc modo, videlicet; 
Quod omnes possessiones vendite et alienate civibus et habi- 
tatoribus Padue per dominum Franciscum de Carraria vel suos, 
tempore guerre Padue, de quibus dare constabit illis, qui ad 
hoc per nostrum domimum fuerint deputati totum precium 
fuisse solutum in pecunia numerata vel in rebus datis curie 
prefati domini Francisci illis qui eas habuerint libere debeant 
remanere. Intelligendo de possessionibus venditis saltem per 
octo dies ante habitionem civitatis Padue; non intelligendo in 
illis tamen aliqua molendina data vel vendita, per ipsum do- 
minum Franciscum que remaneant in libertate nostri dominij 
in disponendo de illis secundum quod nobis videbitur. Posses- 
siones vero que date et alienate fuissent aliquibus civibus et 



432 LIBRO XII, CAPO XXI 

habitatoribus Padue et de quibus precium in toto vel parte 
opporteret solutum in diffalcatione prestantiarum factarum dicto 
domino Francisco de Carraria tempore predicto debeant reduci 
et reverti ad factoriam nostrani Padue, cum de jure ad satis- 
factionem taliura prestantiarum minime teneamur. Salvo si in 
predictis forent aliqui qui vellent refundere nostro Communi 
in pecunia numerata vel in possessionibus tantum quantum 
fuissent denarij eis diffalcati prò imprestantijs refundendo pos- 
sessiones per illam extimationem et formam quibus illa habue- 
runt, qui hoc modo eramus contenti- et placebat nobis quod 
ipse possessiones dictis talibus deberent similiter remanere. Ve- 
runi quia poterunt esse aliqui qui non complevissent facere 
suas solutiones prò possessionibus quas primo modo habuissent 
erat nostra intentio quod predicti haberent terminum dierum 
octo a die noticie sibi date per nostros officiales elligendi et 
deliberandi si restum solutionis predicte facere voluerint de 
pecunia numerata vel de possessionibus secundum extimatio- 
nem qua illas habuerint. Et si deliberaverint velie facere de 
possessionibus volebamus quod facerent de presenti. Si vero 
deliberarant velie facere de pecunia numerata, erarnus contenti 
quod haberent terminum trium mensium a die diete sue deli- 
berationis prò comodo eorumdem. Declarando quod predicti tales 
qui restituent factorie nostre possessiones quas ut dicium est 
prò prestantijs habuissent, admitti debeant cum alijs per ratam 
ad beneficia ducatorum quatuor millium de quibus in respon- 
sionibus superioribus primorum capitolorum diximus velie eis 
de gratia compiacere. Possessiones vero que invenientur date 
et alienate dicto tempore per ipsum dominimi Franciscum fa- 
miliaribus suis, provisionatis officialibus civibus alijs personis 
forinsecis prò salariis provisionibus et stipendijs quas et que 
debuissent ab eo habere libere etiam volebamus debere nostre 
factorie et camere Padue applicari. Et simili modo omnes pos- 
sessiones donatas, alienatas et datas tali modo aliquibus per- 
sonis tempore guerre cum non habeamus quod sint debite et 
insto date. Possessiones vero datas per ipsum dominum Fran- 
ciscum in dotem aliquibus mulieribus tempore guerre predicte, 
volebamus ipsis mulieribus debere libere remanere et similiter 



inno MOV) 433 

possessiones illas que date fuerint aliquibus pauperibus per- 
sonis per dictum dominum Franciscum tempore predicto in 
recompensationem aliquorum suorum navigiorum que perdide- 
rant in guerra predicta. Insuper quia in dictis alienationibus 
possessionum factis per ipsum dominum Franciscum de Car- 
raria erant alique que fuerunt date per eum aliquibus Eccle- 
sijs et monasteriis volebamus et erat nostra intentio, quod 
examinari et videri deberet valor dearum argenteriarum et si- 
militer valor possessionum datarum prò eis habendo respectum 
ad temporis condicionem quando diete possessiones date fue- 
runt Monasteriis antedictis, qua examinatione facta relinqui eas 
deberent tot de dictis possessionibus que sit eis prò suis ar- 
genterijs plenarie satisfactum. Superabundantes vero volebamus 
nostre curie ut iustum est applicari. Eeliquas autem posses- 
siones datas et alienatas dicto tempore per dictum dominum 
Franciscum varijs et diversis personis non obstante quod ap- 
parerei seu forte apparere possent carte vel instrumenta de 
dictis venditionibus et alienationibus quia secundum informa- 
tionem nobis datam falsa et flcticia sunt cum de ipsis pos- 
sessionibus nulla solutio facta sit, volebamus similiter reverti 
debere et poni in factoria nostra Padue cum intentio nostra 
sit quod tales carte vel talia instrumenta non sint alicuius ro- 
boris vel valori s. Sed quod credatur solutum et stetur veris et 
iustis solutionibus factis in venditionibus et alienationibus 
antedictis. 

Ad quartum capitulum continens, Quod de bonis iminobi- 
libus que fuerunt domini Francisci de Carraria satisflat eis a 
quibus fuerint extorte pecunie prò imprestanti js in guerra pre- 
terita et quibus per ipsum non fuit satisfactum. Super quo 
licet alias deliberaverìmus compiacere civibus Padue usque ad 
quantitatem ducatorum quatuormillium, tamen dieta quantitas 
non erat sufficiens etc. — Responsum fecimus quod honeste 
tunc denegare potuissemus de condescendendo requisitioni su- 
pradicte. Sed volueramus Nos gravare de dieta quantitate ut 
in dictis responsi onibus ordinate cave tur, de qua responsione et 
provisione nostra omnibus consideratis habebant remanere 
contentos. 

Cai-belletti. Storia di Padova. I. tS 



434 LIBRO XII CAPO XXI 

Ad quintum continens, Quod de alijs extorsionibus bonorum 
immobilium per ipsum dominum Franciscum factis fiat resti- 
tutio ijs a quibus extorta simt. — Respondimus, Quod nobis dis- 
plicet quod tales extorxiones aliquibus facte et illate sint. Sed 
sicut ipsi considerare bene poterant difficilimum nobis foret 
omnes extorxiones factas per illos de Carraria corrigere et e- 
mendare. 

Ad sextum continens quod cum alias fuerit petitum quod 
iurisdiciones potestatis Padue et aliorum potestatum vel offi- 
cialium paduani districtus non diminuerentur sed conservaren- 
tur secundum consuetudines antiquas. Et fuerit responsum quod 
istud placebit nostro dominio dummodo non infrangere tur pro- 
missiones nostre facte incontrar ium; placeat nunc nobis quod 
si que concessiones facte fuerint post dictam promissionem in 
contrarium non teneant tamquam facte per minus bona infor- 
mationem sed revocentur et deinceps non concedantur super 
consuetudines antique, observentur. — Responsionem dedimus 
quod rei veritas erat, quod Nos fecimus tunc nostrani respon- 
sionem oratoribus qui hic erant quocl propter condiciones et 
terminos guerrarum facte fuerunt per Nos promissiones alijs in 
contrarium quas infringere non poteramus; quod si ultra dictas 
promissiones videbant per Nos aliquod fieri posse cum honore 
nostro eramus parati compiacere sibi, et in illa responsione 
nunc perseverami^ declarantes quod nescimus, quod a dicto tem- 
pore citra facta sit per Nos alicui promissio in contrarium nec 
lacere intendimus, quia promissa omnino intendimus observare. 

Ad septimum continens, quod a sentencijs ferendis per 
Rectores castrorum vel villarum paduani districtus appelletur 
ad potestatem seu capitaneum Padue, dedimus responsionem 
quod placebat nobis quod in facto dictarum appellationum ser- 
vetur forma statutorum et consuetudinum comunis Padue; salvo 
quod de sentencijs latis per Rectores castrorum et locorum quo- 
rum subditis concessimus quocl se gravent de per se et quod ha- 
beat merum et mixtum imperium, quia ali ter cum honore nostro 
facere non possemus, quas volebamus debere venire Venetias. 

Ad octavum continens quod placeat nostro dominio, Quod 
datium macinature ad plus ponatur ad soldos duos prò stario 



inno uob 435 

paduano, — Kesponsum fecimus quod licet per infonnatlonem 
quam habebamus, dictum datium nunquam vel brevissimo tem- 
pore fuit exactum ad dictum precium; tamen intendentes eos 
tractare benignius quam trac tati fueriut per alios eorum do- 
minos, eramus contenti compiacerei^ eis quod de dieta maci- 
natura per cives Padue tam intus quam extra non debeant solvi 
nisi soldi duo prò quolibet stario paduano. 

Ad nonum continens quod starium salis ponatur ad plus 
ad soldos quadraginta starium paduanum quo venditur bladum. 
— Eesponsum dedimus quod condicio dicti salis et provisio 
de ilio fienda erat maxime importantie et requirebat bonam 
examinationem quam fieri faciebamus; illaque completa taliter 
provideremus superinde quod equaliter tractarentur cum aliis 
terris de novo acquisitis per Nos, Verone videlicet et Vicentie, 
quia aliter nostra provisio nulla forefc; non dubitantes quod 
talis nostra provisio erit omnibus eis grata. 

Ad decimum per quod supplicarunt quod daremus eis unum 
bonum Pastorelli in spiritualibus qualem tam longo tempore 
non habuerunt, ut Ecclesia paduana que est quasi quoddam prin- 
cipium civitatis Padue que tandiu non fiunt bene gubernata 
per eumdem pastorem bene gubernetur etc. — Eesponsum pre- 
buimus quod ad hoc dispositi eramus et sperabamus piacere 
Domino quod haberent talem qualem requirunt. 

Ad undecimum per quod requirebant quod villani et labo- 
ratores qui aufugerant de paduano districtu et ad loca subdita 
nostro ducali dominio se trastulerant cum bestijs civium Padue 
et cum alijs eorum debitis cogantur redire sub dominis quibus 
laborabant cum eorum bestijs vel solvere integraliter dictis ci- 
vibus debita in quibus eis sunt obligati. Et quod super bis fiat 
eis summarium jus; — Eesponsionem fecimus quod tempore 
guerre nos feceramus et dederamus aliquas immunitates villa- 
nis et laboratoribus paduanorum qui vellent se absentare deinde 
et ad loca nostra reducere propter quod non poteramus lioneste 
lacere contra eos illud quod requirebant quia foret minus quam 
nostri honoris. Sed si vellent se reducere ad illas partes re- 
linqueremus in libertate eorum quia contra eorum voluntatem 
nolebamus aliquem retineri. 



436 LIBRO XII, CAPO XXI 

Ad duodecimum continens quod affictus et livelli qui sol- 
vuntur anuuatim civibus et clericis habitatoribus civitatis Pa- 
due diversis temporibus qui non fuissent exacti per aliquem 
nostrum officialem ante presentem pacem possint exigi et ha- 
"beri per cives et clericos eos habere debentes, nec possint per 
aliquem nostrum officialem modo aliquo impediri; — Respon- 
sum fecimus, Quod nisi appareret promissio per Nos facta in 
contrarium aliquibus debentibus solvere affictus et livellos qui 
nou sint positi in nostrum commune, nec intronassi, eramus 
contenti quod de ipsis per nostros Rectores fieret jus. 

Ad terciumdecimum continens quod vinum et fruges anni 
presenti s que fuissent habite per laboratores nec forent ven- 
dite aut recepte per Nos, possint per cives vel districtuales 
dominos prediorum vel vinearum recipi cum effectu; — Feci- 
mus responsionem, Quod eramus contenti quod de talibus fie- 
ret jus dummodo non appareret promissio in contrarium facta 
per Nos. 

Ad quartumdecimum continens quod quilibet civis Padue 
possit libere secundum consuetudinem antiquam conducere suos 
redditus de castris et villis districtus Padue ad civitatem sine 
ulla prohibitione vel impedimento; — Eesponsum dedimus quod 
placebit nobis quod servetur illud quod erat antiquitus consue- 
tum; et ita mandaremus omnibus Eectoribus nostri quod ob- 
servare deberent. 

Ad quintumdecimum contines quod nobis placeat subvenire 
civibus Padue qui propter guerram erant multum depauperati 
de bladis prò seminibus cum idonea cautione de restituendo 
illa ad novos redditus; Et maxime nunc de ordeo quia tempus 
instat; — Respondemus quod quocienscumque Comunitas Pa- 
due mitteret ad nostros provisores biadi personam cum suffi- 
cienti mandato que posset eis prestare idoneam cautionem, 
nos faciemus eis prestari usque ad quantitatem stariorum trium- 
millium ordei statuendo illi precium librarum quatuor prò quo- 
libet stario, quod precium postea ad novas recollectiones ipsa 
Comunitas dictis provisoribus solvere teneatur. Ac alia capitula 
continenza, quod de frumento vino et alijs concernentibus vi- 
ctum intromittendis in civitatem nicliil solvatur per territorium 



ANNO U05 437 

nec in ingressa civitatis usque quo habebitur aliquìs recolle- 
ctus sufficiens qui tamen non erit ut dicunt usque viginti men- 
ses. Et de uso soldo solvendo prò stario frumenti legumi nis 
et seminis lini que vendentur et prò reliquia bladis denarijs 
sex. Et quod de bestijs aptis ad collendum terram que condii 
cerentur ab extra et venderentnr usque unum annum nil sol- 
yatur. Et quod vinum quod venditur ad mastellum solvat so- 
limi soldum unum prò libra. Et de reliquis datijs que solvuntur 
in introiti! portarum de bladis et alijs remittatur tercium ejus 
quod nunc solvitur et quod prò datio carnium solvantur de- 
narii tres prò libra et prò piscibus nichil. Et quod datiuni 
plaustrorum ex toto tollatur. — Responsionem dedimus quod 
videbamus clarissime quod introitus non erant sufficientes ad 
expensam, et diminuendo illos ut querebant essent ad huc 
minus sufficientes propter quod esset expediens ut de nostris 
introitibus Venetiarum suppleremus ad clictam expensam, quod 
non foret rationabile neque justum. Et propterea non vide- 
batur nobis de faciendo dictas diminuciones daciorum ; que ta- 
men datia non erant ita gravia nec excessiva quod non pos- 
set tollerari per eos. 

Et quia ultra omnia capi tuia suprascripta ultimate dicti 
oratores dixerunt nobis quod in primis concessionibus factis 
civibus et Communitati Padue per Nos ut apparet per respon- 
siones nostras dictis primis capitulis factis oriebantur aHqua 
dubia que supplicabant declarari per Nos et superinde d bere 
provideri ut per Rectores et officiales nostros servaretur et 
adimpleretur intentio nostra; Nos dubia predicta declaravimus 
et declaramus in hanc formam. 

Et primo; primum in quo tangunt ; Quod cum concesse- 
rimus civibus Padue quod possint olivas suarum possessionum 
habere; et Rectores nostri nolunt permittere quod debeant 
oleum quod annuatim a suis laboratoribus est solitum sibi dari ; 
nos istud declarare debeamus eo modo de oleo quo diximus de 
oli vis; Nos diximus et declaravimus in hac forma; Quod pla- 
cuisset nobis satis quod Rectores nostri quibus hoc spectat per- 
misissent et consensissent civibus Padue fìdelibus nostris illud 
iddem in facto olei quod habere debent a laboratoribus suis quod 



438 

iussimus de olivis quia talis fuit intentio nostra. Sed eramus 
certi quod adhoc consentire noluerant errare dubitantes ; et 
propterea mandar emus eis quod deberent permittere et facere 
quod laboratores predictorum civium Padue prestent dominis 
suis illud oleum quod annuatim soliti sunt tribuere et pre- 
stare quemadmodum facerent si dare tenerentur olivas. 

Ad secundurn dubium continens ; quod Rectores antedicti 
exigant de domibus cujuscumque affictus domorum usque in 
diem presententi, et prò futuro tempore asserunt se exacturos 
nisi aliud eis mandetur per Nos; — Diximus quod intentio 
nostra est et sic nostris Rectoribus daremus in mandatis quod 
debeant ex toto permittere et consentire quod cives predicti Pa- 
due decetero affictus suarum possessionum possint percipere 
et habere et similiter illos quos habere deberent ab habitato- 
ribus domorum a die qua habuiinus dominium civitatis Padue 
usque mine nisi applicati forent nostro Communi. Si autem 
pervenissent et exacti. fuissent per nostros Rectores vel offi- 
ciales, mandabimus illis restituì a die qua dictum dominium 
habuiinus citra, quia intentio nostra non est quod tales affictus 
remaneant in nostrum commune nisi usque ad dictum diem. 

Ad tertium continens quod per eosdem Rectores exigun- 
tur debita que cives Padue habere debent ex mutuo vel alia 
causa temporibus retroactis preter redditus possessionum sua-* 
rum anni presentis; — Responsionem fecimus, quod placebat 
nobis et sic mandaremus Rectoribus Padue; Quod cives Padue 
possent exigere a laboratoribus suis illas pecunie quantitates 
quas habere deberent ex causa mutui sibi facti prò colendo eo- 
rum possessiones ; Et hoc in casu quo ante acquisitionem civi- 
tatis Padue non pervenissent in nostrum commune. De alijs au- 
tem suorum laboratorum debitis factis ex alia causa temporibus 
que non pervenisset in nostrum commune retroactis similiter con- 
tenti eramus. quod fieret jus per terminos justos et rationabiles. 
Ultimate postea dieta Communitas Padue iterato ad nos 
misit honorabiles Oratores suos, per quos cum omni humilitate 
et reverentia fecerunt nostro dominio supplicari; Quatenus prò 
contentamento et consolatione generali civium diete Commu- 
nitatis et exaltatione honoris et status nostri vellemus provi- 



ANNO 1405 439 

sionem nostrani superscriptam factam super venditionibus et 
alienationibus factis per illuni de Carraria reformare per mo- 
dum quod possessiones que date et alienate fuerunt civibus 
antedictis de quibus precium in toto vel parte apparet solu- 
tum in deffalcatione prestantiarum factarurn domino Francisco 
de Carraria remaneant eisdem civibus. Nos autem dispositi non 
pensata utilitate propria nostri communis et volentes ipsis 
ostendere clementiam et benignitatem nostrani, responsum sibi 
dedimus ; Quod eramus contenti compiacere eis hoc modo, vi- 
delicet; Quod omnes possessiones vendite et alienate civibus 
et habitatoribus Padue per dominimi Franciscum de Carraria 
vel suos, tempore guerre preterite de quibus constabit illis qui 
ad hoc per nos fuerint deputati totum precium fuisse solutum 
partim in pecunia numerata, vel in rebus datis curie et par- 
tim in prestantijs factis dicto domino Francisco aus solum in 
prestantijs quia de possessionibus solutis in "pecunia numerata 
vel rebus datis curie provisum est, remanere debeant illis qui 
dictas possessiones habuerunt ; intelligendo et declarando quod 
vendite sint saltem per octo dies antequam habuerimus domi- 
nium civitatis Padue; Et non includendo in predictis aliqua 
molendina, ut superius continetur, nec possessiones alias datas 
per quondam dominum ducem Mediolani domino Jacobo de 
Verme. Veruni quia ultra suprascripta fecerunt mentionem et 
requisiverunt quod dignaremur providere de satisfactione ilio- 
rum qui fecerunt prestantias dicto domino Francisco et nul- 
lam recompensationem habuerunt; Aà. istud responsum feci- 
mus ; Quod ut pluries sibi dietimi fuerat, Nos feceramus supra 
dieta parte illam responsionem que nobis justa visa fuerat. 
Quia contenti fueramus compiacere eis de summa ducatorum 
quatuormillium licet honeste denegare potuissemus, ita quod 
non erat expediens ut superinde aliud innovetur vel diceretur 
quia tales habebant de nostra provi sione remanere contenti. 
Et propterea omnibus et singulis potestatibus capitaneis cete- 
risque alijs Eectoribus et officiali bus civitatis Padue et distri- 
ctus, castrorum et locorum eius presentibus et futuris, cum 
autoritate nostrorum Consiliorum Eogatorum et addiction. scri- 
bimus et mandamus quatenus omnes et singulas deliberationes 



440 LIBRO XII, CAPO XXI 

et responsiones nostras ad ununquodque dictorum -Capitulorum 
factas et contentas in illis in quantum ad eos et ad ipsorum 
quemlibet spectant et pertinent, spectabunt et pertinebunt 
prout continent inviolabiliter et ad unguem et faciant ab aliis 
piene et inviolabiliter observari. Facientes istud nostrum pri- 
vilegium in cancellarla regiminis Padue de verbo ad verbum 
ad futurorum memoriam registrari. In premissorum autem 
omnium fìdem et evidentiam pleniorem ipsum fieri iussimus 
et bulla nostra aurea pendente muniri. 

Datum in nostro ducali palacio anno dominice incarnatio- 
nis Millesimo guadringentesimo quinto. Indictione XIIII. die 
trigesimo mensis Januarij. 



CAPO XXII. 

Compendioso sunto dei punti 'principali 
del recato Privilegio ducale. 

Ora poi, che ne ho recato il testo originale, vengo ad 
esporne gli essenziali punti, i quali formano il complesso delle 
clausole della dedizione di Padova alla Signoria di Venezia. 
Presentatisi adunque i sei ambasciatori del comune di Pa- 
dova (1) dinanzi al doge Michele Steno, promettendo la devo- 
zione e la fedeltà della loro repubblica, n' espressero in quin- 
dici capitoli le condizioni, chiedendone il Sovrano assenso. I 
capitoli furono i seguenti : 

1. Che Francesco da Carrara e i suoi figli, come sudditi 
e figli della ducale Signoria, e le loro persone siano salve e 
possano condurre tutti i loro beni a salvamento ovunque loro 
piacesse ; 

2. Che sia sopita ogni discordia ed avversione tra la re- 
pubblica di Venezia ed il comune di Padova, ed un'affettuosa 



(1) Prosdocimo de' Conti, Gianfranccseo Càpodilista, Rambaldo di Ca- 
podivacca, Guido Francesco de' Zenarì, Giovanni Solimano e Francesco 
Gaveale. 



INNO 1405 441 

concordia regni perpetuamente tra di esse, sendochò i cittadini 
di Padova offrono sé stessi buoni e fedeli sudditi di quella; 

3. Che i cittadini di Padova siano trattati al pari di tutti 
gli altri sudditi nella misura dei daz e delle gabelle ; 

4. Ch'eglino possano tenere e godere tutti i loro beni e 
possedimenti, che hanno in Padova e nel distretto padovano ; 
e che se alla Signoria piacesse che taluni si allontanassero 
da Padova, venga loro fissato un termine conveniente per po- 
ter ritirare e regolare i loro beni ; 

5. Che i redditi di loro, i quali fossero presso taluno del 
contado od altra persona, siano loro rassegnati liberamente, e 
così pure i beni mobili che avessero nei castelli del distretto 
padovano; e se questi fossero stati venduti, ne sia loro resti- 
tuito il prezzo ; 

6. Che le vendite e le alienazioni fatte dal Carrarese a 
chicchessia, di beni suoi proprii e del Comune di Padova, ab- 
biano ad esser valide; 

7. Che la Signoria restituisca di suo il denaro, che il Car- 
rarese avesse avuto a prestito da qualsiasi cittadino, od avesse 
tolto in beni od in denaro ; 

8. Che a chiunque cittadino od abitante di Padova sia 
fatta giustizia nelle liti e nelle appellazioni, secondo il rito 
degli statuti e delle consuetudini del Comune di Padova, 
per mezzo degli officiali a ciò deputati dalla Serenissima Si- 
gnoria; 

9. Che non sia diminuita la solita giurisdizione del pode- 
stà e dei rettori di Padova. e degli altri castelli e luoghi del 
territorio padovano ; 

10. Che qualunque impiego in Padova e nel distretto, nelle 
terre e nei castelli, sia affidato a cittadini padovani ; eccetto 
che di podestà e di capitanio; 

11. Che i beneficii di essa città e territorio siano concessi 
a cittadini padovani; 

12. Che lo studio e Parte della lana ed ogni altro utile 
mestiere di Padova, s'abbia a conservare a tenore dei loro 
privilegi e statuti e consuetudini; 

13. Che i prigionieri d'ambe le parti, i quali sono presso 



442 LIBRO XII, C1PO XXII 

i Veneziani, il Carrarese ed il comune di Padova, siano rimessi 
in libertà; 

14. Che P ingresso dei Veneziani in Padova abbia ad es- 
sere pacifico e quieto, senza molestie personali e senza sac- 
cheggio; 

15. Che nessun cittadino di Padova sia forzato a mandare 
le proprie rendite a Venezia; ma ne sia ognuno libero a suo 
beneplacito. 

Le risposte a ciascheduno dei prefati capitoli furono le 
seguenti : 

— al primo, che Francesco Carrara mandi alla signoria 
di Venezia appositi ambasciatori a trattarne, e ne avrà le re- 
lative risposte; 

— al secondo, che tal n'era il desiderio anche della Si- 
gnoria ; 

— al terzo, che i Padovani saranno trattati non diversa- 
mente da quello che lo erano avanti la guerra, ed al pari di 
tutti gli altri sudditi della repubblica; 

— al quarto, che la dimanda n' è accolta favorevolmente; 

— al quinto, che ciò sarà concesso quanto a qualsiasi citta- 
dino di Padova, ma non già quanto ai redditi esistenti presso par- 
ticolari persone del contado, non sapendosene le condizioni in- 
tese con essi, nell'occasione dell'ultima guerra; e quanto a 
beni mobili, che avessero avuto i Padovani nei castelli del 
distretto, non sapevasi come effettuarne la restituzione, perchè 
alla repubblica erano derivati que' castelli in conseguenza di 
varii contratti, ed i beni n' erano già stati distribuiti ; 

— al sesto, che le vendite ed alienazioni fatte a chicches- 
sia dal suddetto Francesco da Carrara, sì de' beni suoi proprii 
e sì dei beni del comune di Padova, prima della guerra, s' ab- 
biano a tenere per valide ; ma quanto a quelle, che furono fatte 
dal principio della guerra sino al presente, provvederebbe la Si- 
gnoria in modo , che ne rimanessero ragionevolmente contenti ; 

— al settimo, che, non sapendosene la quantità, la re- 
pubblica s' incaricherebbe di soddisfare sino alla somma com- 
plessiva di quattromila ducati, in proporzione delle singole im- 
prestanze, e ciò con gP introiti del comune di Padova ; 



INNO U05 443 

— air ottavo, che la domanda no sarà esaudita; 

— al nono, che non potevasi condiscendere, perche altre 
promesse aerano state fatte ad altri in contrario, ned era 
onore del senato lo scioglierle ; bensì, che se, prescindendo da 
siffatte promesse, vi fosse stato modo di secondarne la do- 
manda con decoro del Comune; lo si avrebbe fatto; 

— al decimo, che non potevansi compiacere quanto agli 
ufficj, a cui fosse annesso mero e misto imperio, nò quanto a 
quelli a cui fosse annessa guardia o custodia dei luoghi; bensì 
gli altri impieghi, fuori di questi, sarebbero dati a cittadini 
di Padova; 

— all'undecimo, che la Signoria non suole intromettersi 
nei benefìci! ecclesiastici, ma ne lascia la libera collazione al 
papa ed agli altri prelati, nò può condiscendere perciò alla 
domanda degl'inviati del Comune di Padova; bensì offerì vasi 
di raccomandare al papa che avesse in vista i cittadini padovani; 

— al duodecimo, che sarebbesi usata ogni cura per lo 
prosperamento dello studio e delle arti summentovate ; 

— al decimoterzo, che ciò comprendevasi negli articoli 
presentati dal Carrarese Francesco ; 

— al decimoquarto, che tal n'era la intenzione e la vo- 
lontà anche del Senato ; 

— al decimoquinto, fu pienamente acconsentito. 

Ottenute queste risposte, gli ambasciatori padovani pre- 
sentarono alla Signoria altri quattro capitoli, chiedendone si- 
milmente l' approvazione, cioè : 

1, Che, quanto al quarto capitolo summentovato, circa il 
possedimento dei beni e delle rendite appartenenti ai cittadini 
di Padova, se ne estenda la concessione anche ai beni, che 
eglino possedessero fuori della città e del distretto padovano, 
in luoghi del territorio veneziano : — e la domanda fu esau- 
dita quanto ai soli beni immobili; 

2. Che i padovani reputati ribelli a Francesco da Carrara 
ed al padre di lui, e per questo titolo spogliati dei proprii 
beni, con sentenza, o senza . sentenza, siano riammessi in 
Padova e godano il libero possedimento dei loro beni ; — al 
che fu risposto, che quanto a coloro, i quali fossero stati 



444 LIBRO XII, CAPO IXII 

reputati ribelli e come tali spogliati dei loro beni, soltanto 
per essersi dati al servizio dei Veneziani, la grazia sarebbe 
ad essi concessa ; ma quanto agli altri, di cui la Signoria non 
conosce il numero né 1' indole della ribellione e delle confisca- 
zioni, non potevasi dare al momento veruna providenza; — 
bensì anch' eglino avrebbero potuto di tempo in tempo pre- 
sentare al governo, e vi si sarebbe provveduto a tenore delle cir- 
costanze ; 

3. Che le ulive raccolte da chi le avesse comperate, fos- 
sero liberamente restituite al compratore; — sul che la Si- 
gnoria acconsentiva condizionatamente in vista del pagamento 
e delle spese, che il compratore ne avesse sborsate; 

4. Che fossero dichiarate il più presto le intenzioni della 
Signoria circa il possesso dei beni, che i padovani avessero 
comperato dal signore di Padova, per sapere se dovessero farli 
lavorare, acciocché non rimangano incolti; — e fu dichiarato, 
che, avutane informazione delle clausole e delle condizioni 
della vendita, vi si provvederebbe. 

Tutte le risposte ai capitoli numerati di sopra furono por- 
tate dagli ambasciatori al Comune di Padova, il quale deliberò 
di bel nuovo di mandare a Venezia un'altra solenne ambasce- 
ria di quattordici tra i più distinti cittadini (1), per attesta- 
zione di ossequio e di onorevole trionfo della repubblica e della 
Signoria, e per presentare al Doge, in segno dell'ottenuto do- 
minio su Padova e su tutti i luoghi soggetti in addietro a 
Francesco da Carrara, il vessillo della comunità di Padova, lo 
scettro, il sigillo e le chiavi della città (2). Dopo di che pre- 
sentarono alla Signoria questi altri capitoli: chiedendo 

(1) Eglino furono: Francesco de' Dotti, Peragino da Peraga, Palammo 
de' Vitaliani ed Jacopo da Vigonza, militi, — Francesco de' Zambeccari, 
Bartolomeo da Santa Sofia, Bòhfrancesco de' Leoni, Homobono della Scala, 
dottori in legge, in arti, in medicina. Fredo delle milizie, Trapolino da Vi- 
godarzere, Jacopo de' Fabiani, Oliviero de' Lengazi, Jacopo Volpi, Jacopo 
di Siricio, Conte Novello, nobili e mercatanti. 

(2) Le chiavi di Padova, unitamente al sigillo del Comune, rimasero 
presso il doge Michele Steno, finch'egìi visse; e, lui morto, furono appese 
al sepolcro di lui nella chiesa di Santa Marina, ov'egli aveva dichiaralo di 
voler essere deposto. E dopo la soppressione di quella chiesa, avvenuta nel 



ANNO 1405 445 

1. Che i cittadini di Padova fossero per grazia speciale 
cittadini di Venezia, come se fossero nati in Venezia; — al 
che fu risposto, che le leggi dello stato vi erano assolutamente 
contrarie; ma tuttavia veniva loro concesso di essere soltanto 
cittadini de intus; cioè sarebbero trattati al pari di tutti gli 
altri sudditi, ch'erano ammessi a cotesta cittadinanza, benché 
siffatta concessione si conoscesse in più guise dannosa agi' in- 
teressi pecuniarii del Comune di Venezia (1). 

2. Che occorrendo talvolta di mandare ambasciatori a Ve- 
nezia, ne sia assegnato il dispendio relativo sulle rendite del 
Comune di Padova; — ed a ciò fu risposto, che dall'esperienza 
e dai fatti è palese, non essere bastevoli quelle rendite per 
sostenere le spese ordinarie, e che per ciò ne avrebbe dovuto 
portare il peso l'erario del Comune di Venezia, lo che non è 
giusto né ragionevole. Bensì speravasi, che i Rettori avrebbero 
amministrato la giustizia in modo da non esservi d' uopo di 
simili ambascerie. 

3. Che le vendite non fittizie fatte dal Carrarese nel tempo 
della guerra fossero tenute per valide, perchè altri mente un 
grande numero delle famiglie di Padova sarebbero costrette 
per la somma povertà ad allontanarvisi; — al che fu risposto, 
esser d' uopo esaminare i modi, le forme, le condizioni di sif- 
fatte vendite, prima di pronunziarne giudizio, avuto riguardo 
ai rapporti particolari delle persone in ciò interessate. 

4. Che dei beni immobili già del Carrarese siano soddis- 
fatte le estorsioni di denaro da lui raccolte sotto pretesto 
della guerra; — ed a ciò fu risposto, che la Signoria sarebbesi 
contenuta in modo da renderne contenti i cointeressati. 

5. Che i beni immobili estorti dal Carrarese siano restituiti 



1807, e poscia la demolizione di essa, ne fu trasferito il monumento sepol- 
crale nel chiostro del nascente seminario patriarcale a santa Maria della 
Salute; ed ivi similmente furono affisse nella parete le chiavi di Padova, 
le quali sino al giorno d'oggi vi si vedono. 

,(1) Perciocché la cittadinanza de intus portava di conseguenza, che 
coloro, i quali vi fossero stati ammessi, godessero molte franchigie ed esen- 
zioni da tributi e da gabelle; lo che riesciva certamente a danno del- 
l' erario. 



446 LIBRO XII, C1PO XXII 

a chi furono tolti; — e fu risposto, essere difficilissimo allo 
Stato il correggere e compensare tutte le estorsioni praticate 
dai Carraresi. 

6. Che sebbene sia stato promesso di conservare le anti- 
che consuetudini circa le giurisdizioni dei podestà di Padova 
e dei luoghi del distretto ; tuttavia s'abbiano a rivocare quelle, 
che non fossero appoggiate a rette informazioni; — al che fu 
risposto, che le promesse su ciò non potevano ledere promesse 
fatte ad altri in senso contrario, le quali per onore della Si- 
gnoria dovevano essere mantenute in vigore. 

7. Che dalle sentenze dei Settori dei castelli e delle ville 
si faccia appellazione al podestà od al capitano di Padova; — 
sul che fu dichiarato doversi osservare la forma degli statuti 
e delle consuetudini del Comune di Padova; tranne quelle 
sentenze, che a tenore delle leggi devono essere portate in ap- 
pellazione a Venezia. 

I due capitoli seguenti trattano sul dazio da pagarsi per 
la macinatura, e sul prezzo del sale; e fu data loro soddisfa- 
ciente risposta. 

10. Che fosse dato alia città di Padova un vescovo, che 
rettamente ne governasse la diocesi, desolata in addietro per 
la mala amministrazione -di quelli, che ne avevano ottenuto la 
sede ; — ed ebbero in risposta, che tale era similmente il de- 
siderio della Signoria. 

11. Che i villici e gli artisti, fuggiti dal distretto di Pa- 
dova ed emigrati sotto il dominio veneto con le bestie e le 
robe dei cittadini padovani, siano costretti a ritornare al ser- 
vizio dei loro primitivi padroni, oppure vengano obbligati a 
pagare per intiero i loro debiti ad essi cittadini; e su ciò si 
facesse sommario giudizio; — ma fu risposto, che nel tempo 
della guerra il senato aveva concesso a cotesti villici ed arti- 
giani alcune immunità, e che perciò non era onorevole adesso 
il rivocare quelle concessioni. Bensì, che, s'eglino avessero vo- 
luto ritornare ai loro padroni, erano in libertà di farlo. 

12. Che gli affitti e i livelli pubblici siano regolati, senza 
impedimento nell'esigerli, e n'ebbero adesiva risposta, osservate 
però alcune clausole particolari. 



ANNO UOG 447 

13. Che il vino e i prodotti delle campagne dei cittadini 
di Padova possano venire portati liberamente ai loro proprie- 
tari; sul che fu dichiarato, doversi stare alle antiche consue- 
tudini. 

14. Simile domanda e simile risposta fu data quanto alle 
biade, e particolarmente quanto all'orzo, e quanto ai prezzi e 
alle misure ed ai dazj di varii altri oggetti. 

15. Che siano soccorsi i cittadini di Padova col dar loro a 
prestito granaglie da restituirsi al tempo del raccolto; ed il 
governo acconsentì di darne sino ad una determinata somma 
di staia, qualora però il Comune di Padova ne facesse la ri- 
chiesta e ne fosse responsabile per la restituzione. 

Proposero di poi gli ambasciatori padovani alcune dub- 
biezze circa le olive, circa le pigioni delle case, circa i mutui, 
di cui fossero debitori taluni dei cittadini; ed a tuttociò fu 
data soddisfaciente risposta. 

Da ultimo fu trattato sui beni venduti dal Carrarese e 
sui prestiti fattigli; ed anche su ciò furono prese misure di 
convenienza, avuto riguardo alle varie circostanze eventuali, 
che avessero avuto luogo nella vendita o reale o fittizia dei 
fondi suespressi e sulla qualità dei pagamenti fatti a lui, sia 
in numerario, sia in generi od altro. 

Di tutti questi capitoli fu dato ai Padovani documento 
originale, munito del sigillo d'oro ducale, con ordine esplicito 
di doverlosi conservare nella cancelleria del Comune. Ed ha il 
documento la data del 30 gennaio 1405, secondo il calcolo ve- 
neziano, che corrisponde al gennaio del 1406, nell' Indizione XIV. 

Giova poi avvertire, che l' intitolazione di Privilegio, at- 
tribuita a questo documento di scambievole patteggiamento 
tra i Padovani e i Veneziani, è una ostentazione della Signoria 
di Venezia, la quale mostrava di concedere, quasi per privilegio, 
le convenzioni che di scambievole accordo venivano stabilite. 

Noterò da ultimo, che, nello stesso libro VII de Patti, in 
seguito al documento, che testò ho recato letteralmente, stanno 
registrati consimili convenzioni, sotto le stesse date, per de- 
terminare gli obblighi ed i diritti di altri luoghi ed uffici , 
nei loro rapporti con la repubblica di Venezia. 



448 LIBRO XII, CAPO XXII 

Immediatamente dopo ir già recato documento, trovasi, a 
carte 28, lo stabilito circa i lavoratori di lana; — ed ha la 
data de' 27 ottobre 1406, Indizione XV. 

A questo ne vien dietro un altro, a carte 29 e seguente, 
circa i fabbricatori di drapperie; ed ha la data del 23 mag- 
gio 1420, Indizione XIII; con l'avvertenza, che il documento 
era stato rinnovato nel detto giorno, perchè il primo, dato sotto 
il doge Michele Steno s' era abbruciato nelF incendio del pa- 
lazzo del Comune di Padova; sul che alla sua volta dirò. 

Poscia a carte 30, a tergo, segue la convenzione (privilegio) 
del Comune di Este, sotto il dì 16 settembre 1405, Indi- 
zione XIV. 

Vi si legge di poi a carte 31, la convenzione di Citta- 
della, del 26 marzo 1406, Indizione XIV. 

Finalmente, a carte 31, a tergo, trovasi altro atto dell' in- 
dole stessa, relativo a Monselice, ed ha la data dell' ultimo di 
aprile 1406, Indizione XIV. 



CAPO XXIII. 

Processo e morte dei tre Carraresi, padre e figli. 

A pieno esaurimento di quanto appartiene a questo inte- 
ressantissimo punto di storia padovana, devo trattenermi al- 
tresì a narrare la fine dei tre infelicissimi principi, che per 
la loro ambizione si resero funesta rovina di sé e della na- 
zionale sovranità. 

Eglino in faccia alla repubblica di Venezia, non vestivano 
soltanto il carattere di estranei principi vinti, ma di sleali tra- 
ditori eziandio della patria, che per le loro istanze gii aveva 
ammessi con solenne decreto alla sua nobiltà e cittadinanza. 
Come principi vinti, la repubblica, finita la guerra, sarebbesi 
fuor di dubbio arrestata al consueto limite delle convenzioni 
e dei trattati internazionali, sanzionati dall'unanimità del di- 
ritto delle genti. Ma come suoi cittadini ed aggregati alla sua 
nobiltà, aveva tutto il diritto di processarli ; e di processarli 



INNO U06 449 

nelle forme stabilite dal solito sistema di giudicatura, che so- 
leva tenere per li delitti di stato. 

Ho voluto premettere questa importantissima osservazione, 
a cui nessuno pose mente dei tanti, che accusarono e che di- 
fesero la repubblica nella giudicatura dei Carraresi : perchè 
questa fa radicalmente cangiare di aspetto il punto della que- 
stione ; se cioè la repubblica avesse o meno il diritto di pro- 
cessarli. 

Furono scelti, secondo il sistema, cinque savii, — Alvise 
Morosini, Carlo Zeno, Alvise Loredan, Koberto Querini e Gio- 
vanni Barbo. Quando se ne incominciò il processo, Francesco 
Novello, il padre, e Francesco III suo figlio, furono trasferiti, 
come ho detto di sopra, dal monastero di san Giorgio mag- 
giore alle carceri di stato, nel palazzo ducale. Dopo alcuni 
giorni, furono ammessi all'udienza del doge Michele Steno. Gli 
si prostesero ai piedi, confessando la loro temerità ed implo- 
rando misericordia. Il doge li fece alzare e rispose loro, che 
avrebbero ottenuto quella misericordia, che con le proprie 
azioni s'erano meritata. Poi se li fece sedere d'appresso; ri- 
cordò loro i beneficii della repubblica, precipuamente allorché 
Padova fu liberata dal giogo dei Visconti ; li rimproverò della 
loro sleale condotta in macchinare insidie contro chi li aveva 
protetti. Eglino a siffatti rimproveri rispondevano, insistendo 
più caldamente nell' implorare grazia e misericordia; e soggiun- 
gevano, non essere lecito al servo il parlare contro il suo si- 
gnore. — Finito il colloquio, furono condotti alla prigione, 
ove stava Jacopo figliuolo di Francesco Novello e fratello di 
Francesco III. 

Narrano gli storici non Veneziani, che la Signoria ed il 
Senato tenevano ogni dì conferenze circa la sorte dei tre pri- 
gionieri; e che n'erano discordi i pareri. Imperciocché dicono, 
che v'era chi li voleva confinati in Candia od in Cipro; che 
altri opinavano, doverli trattenere in carcere; ed altri propo- 
nevano, che fossero chiusi iu una gabbia di ferro, larga quat- 
tro passi e lunga sei, da collocarsi sulla sommità del palazzo 
ducale, ove poi andassero ogni giorno sei nobili a visitarli, ed 
un famiglio li servisse. Quest' ultimo progetto, dicono, fu 

Cappelletti. Storia di Padova I. 59 



450 LIBRO XII. CAPO XXIII 

accettato, ed anche ne fu ordinata la gabbia. Poi narrano, che 
venuto a Venezia intanto Jacopo del Verme, antico nemico 
della casa dei da Carrara, il quale dal servizio dei Visconti era 
passato al soldo dei Veneziani, ed udita la determinazione del 
Senato, ne stimò troppo mite la pena e pose ogni studio per 
fargli cambiare deliberazione. 

La qual narrazione, da chi conosce le forme e i sistemi delle 
giudicature della repubblica, negli affari di stato, dev'essere 
accolta a risate ; sì perchè le deliberazioni del Senato e molto 
meno del Consiglio dei Dieci, non potevano essere a chicches- 
sia rivelate, sotto pena di morte a chi ne avesse azzardato in 
qualsiasi guisa la rivelazione ; e sì perchè alle adunanze di 
quelle magistrature nessun estraneo aveva accesso, e molto 
meno facoltà di proporre. 

Tuttavolta, per non lasciare inosservate simili favole, che 
pur possono trovare credenza presso chi non conosce a fondo 
le leggi delle veneziane magistrature, reputo ufficio di storico 
imparziale il commemorarle, per poi conseguentemente smen- 
tirle. Ora, i Gattari, i quali non potevano certamente sapere 
ciò che facevasi o dicevasi dinanzi al Consiglio dei Dieci, ed 
il Sismondi, il quale né studiò, non pose mai piede negli ar- 
chivii secreti della repubblica, indussero il Cittadella (1) a sup- 
porre e fors' anco a credere; certamente a narrare; che il del 
Verme pieno di desiderio di esacerbare il rigore della pena 
pronunziata contro i tre Carraresi siasi presentato al Consi- 
glio dei Dieci ed abbia parlato a quei severi giudici così : — 
Vi sovvenga che ì da Carrara furono altra volta spogliati 
dello stato loro, altra volta rimasero cattivi dei loro vinci- 
tori, eppure non bastò tanto dibassamento perchè non sapes- 
sero rilevarsene e tornar formidabili ai loro vicini. Alacri 
ed ingegnosi trovarono facilmente federati, arme e denari ; 
i loro sudditi li riposero nel perduto seggio, e i patimenti 
che questi sudditi anche di fresco sostennero pazientemente 
a prò loro è argomento a inferire come possa di leggeri sif- 
fatto amore ridestarsi. Aggiungete, che potrebbero quando che 

(1) Slor. della Dominaz. Cabrar., pag. 430 del voi. II. 



INNO 1406 451 

sia, o presto o tardi fuggire, e se pure di tanto non li com- 
piaccia la sorte, chi vi assicura non dimandarvi un qualche 
gran 'principe la loro liberazione e porvi a difficile scelta 
tra V indignazione di lui ed il pericolo vostro ? L'odio con- 
tro i veneziani nei da Carrara è retaggio, è passione, è bi- 
sogno : la tomba è il solo carcere a guarentirsi da tali ne- 
mici. Io vi ricordo finalmente queir antico 'detto, che Uomo 
morto non fa guerra, e che quanto più presto toglierete loro 
la vita, due cose buone farete, cioè vi porrete in salvo da loro 
e causerete lo spendio che ne seguirebbe dal conservarli. Que- 
ste parole; — (immaginate, io dico, dagli storici, ma non mai 
pronunziate da Jacopo del Verme dinanzi al Consiglio dei 
Dieci) ; — « bastarono, dice il Cittadella, affinchè il Consiglio 
« dei Pieci avocasse V afare al proprio giudicio e con proces- 
« sura che mai non si seppe decretasse la morte ai tre scia- 
« gurati. » — L'affare, come ho notato sino da principio, ap- 
parteneva per diritto al Consiglio dei Dieci; né v'era d'uopo, 
che influenza estranea, od eloquenza di studiato ragionamento 
lo facesse avocare alla propria giudicatura. Io sono d'avviso 
piuttosto, che Jacopo del Verme, temendo forse o supponendo, 
che la clemenza della repubblica avesse potuto piegarsi a sen- 
timenti miti verso i tre Carraresi, abbia saputo destramente 
esporre confidenzialmente ed in privato quelle sue idee all' uno 
od all'altro dei Dieci, od a taluno dei Cinque Savii proces- 
santi, ovvero ad alcuno de' sei Consiglieri ducali, che necessa- 
riamente entravano a formar parte di quel Consesso ; ed abbia 
saputo con quelle sue considerazioni far nascere nell'animo di 
alcuno dei Dieci il pensiero di chiedere la revisione del pro- 
cesso ; — lo che per legge era lecito anche ad uno solo di essi, 
ogni qual volta l'avesse reputata di convenienza e di giustizia; 
— e quindi rivedutone il processo, e sviluppate le considera- 
zioni insinuate da Jacopo del Verme, ed appoggiandole, abbia 
condotto l' intiero Consesso nella determinazione di sentenziarne 
la morte. 

La quale sentenza di morte, fu dal Consiglio stesso de- 
cretata da eseguirsi nel carcere, a tenore delle consuete pra- 
tiche di quel tempo. E sappiasi, che l'esecuzione secreta di 



452 LIBRO XU, CAPO XXIII 

morte, in cento e cento altri casi usata dai Veneziani, non ten- 
deva che a risparmiare al condannato l' ignominia del patibolo. 
E ne riesciva risparmiata l' ignominia anche perchè non ne ve- 
niva divulgata con la stampa la condanna; come solevasi in- 
variabilmente praticare. allorché il supplizio di morte esegui- 
vasi in pubblico. 

Scrittori moderni e non veneziani, nel mentre che asse- 
riscono compiuta quell'esecuzione sotto il velo del misterioso 
silenzio, pretendono di saperne ad una ad una le circostanze; 
e le narrano. Nessuno storico veneziano, nessun pubblico re- 
gistro ce ne trasmise memoria; chi dunque potè rivelarle ad 
essi, di sotto al velo del misterioso silenzio ? — Narrano 
eglino, che certo frate Benedetto, mandato appositamente alla 
loro prigione ne annunziasse loro la fatale sentenza. — Non 
ho mai trovato, che sotto il governo della repubblica, un frate 
annunziasse ai condannati le sentenze, pronunziate da qual si 
fosse magistratura : era uffizio questo esclusivamente di un Avo- 
gadore di Comune. — Proseguendo poscia il favoloso racconto, 
soggiungono, che « il Novello, secondo alcuni, vi si rassegnasse 
«e ricevesse dal frate gli estremi uffizii di religione, e, se- 
« condo altri, si lanciasse sul frate per ispogliarlo e fuggir- 
« sene celato sotto la tonaca di lui. » — Chi disse a cotesti 
immaginosi storiografi [le intenzioni persino di chi, secondo 
loro, avrebbe tentato di sottrarsi, con un travestimento, dal 
supplicio annunziatogli dal frate, sotto il velo del misterioso 
silenzio ? — E proseguono, che « uscito il sacerdote entras- 
se sero nottetempo nella carcere del Novello due capi dei Dieci, 
< due dei Quaranta seguiti da molti uomini, e Bernardo Priuli 
« con circa venti homicidiarii. » — Quanta gente, sotto il velo 
del misterioso silenzio ! — Chi fosse poi quel Bernardo Priuli, 
eglino soli lo sauno ! — E conchiudono la storiella, narrando, 
che « il Carrarese, non volendo riconoscere l'autorità del tri- 
« bunale che lo dannava, né lasciarsi scannare a guisa di vit- 
« tóma, pigliasse lo sgabello di legno e si gettasse addosso ai 
« ministri della repubblica, ma che oppresso dal numero fosse 
« atterrato e strangolato. » — Sul che mi limiterò ad osser- 
vare, primieramente che il carcere, ossia la secreta, ove si 



INNO U06 453 

eseguivano simili sentenze era sì angusta (e la si può vedere 
anche presentemente), che appena vi potevano stare tre o quat- 
tro persone. — Addio dunque ai due capi dei Dieci, ai due 
dei Quaranta (né v' ha esempio, che ve ne intervenissero mai), 
ai molti uomini del seguito di quelli, all' immaginato Ber- 
nardo Priuli, ed ai circa venti homicidiariil ! — Ed in secondo 
luogo noterò, che la secreta a ciò destinata, era nel piano in- 
feriore, contigua affatto alle rive di approdo, che sono dalla 
parte della scala dei giganti; riceveva luce direttamente dal 
rivo della Paglia, per mezzo di un balcone assai alto ; dirim- 
petto al balcone era la porta, che dall' andito delle altre se- 
crete portava a questa ; un grande seggiolone di legno, con lo 
schienale voltato alla porta, stava colà, e su di esso facevasi 
sedere chi era stato condannato a morire in carcere; ivi gli 
si poneva al collo una matassa di seta, la quale stringevasi 
repentina, e in un batter d'occhio, il paziente era già morto. 
A sinistra del seggiolone, un' altra porta comunicava immedia- 
tamente con l'atrio del palazzo e colle sunnominate rive di 
approdo ; ivi era già pronta la cassa per collocarvi, appena 
spirato, il cadavere, e di là tosto in barca lo si trasferiva al 
cimitero dei giustiziati, a' santi Giovanni e Paolo, o a san 
Francesco della Vigna. Questo invariabilmente era il rito del- 
l'esecuzione secreta di morte (1): tranne qualche rarissima 
variazione, e per particolari motivi, circa il luogo della se- 
poltura. 

La morte infatti di Francesco Novello avvenne il dì 16 
gennaio 1406, ed il suo cadavero, « coperto di una veste di 

< velluto alessandrino (dice il Cittadella), guernito di spada e 

< di sproni dorati, » fu trasferito a sepoltura nel chiostro dei 
frati agostiniani a santo Stefano. Dissero alcuni, amatori di 
notizie bizzarre, che ne segnava il luogo una pietra su cui 
erano scolpite le tre iniziali P. N. T. le quali furono da loro 
spiegate Pro Norma Tyrannorum. Ma, fattane diligente in- 
vestigazione, dall'erudito nostro archeologo Emmanuele Antonio 

(1) Ved. ciò, che ne dissi alla sua volta nella mia Stor. della Repub. 
di Venezia, pag. 428 del voi. III. 



454 LIBRO Xll, CAPO XXIII 

Cicogna (1), si seppe, che dai registri mortuarii di santo Stefano 
apparisce, avere appartenuto quella pietra e quelle cifre ad 
un negoziante Paolo Nicolò Tinti, il quale volle scolpite sul 
suo sepolcro quelle iniziali, l'una sotto l'altra, perchè erano 
esse la sua marca, ossia la sua cifra mercantile. 

I due figliuoli, Francesco III ed Jacopo da Carrara, fu- 
rono condannati anch' eglino similmente a morte secreta nel 
carcere; e furono di poi trasferiti a sepoltura T uno ^a san 
Giorgio maggiore e l' altro a san Biagio della Giudecca, senza 
che ve n' abbia alcun indizio sepolcrale. Ciò, perche dei Carra- 
resi andasse cancellata qualunque memoria. Questa n' è la 
nuda e semplice verità. 

Tuttavoltanon voglio tacere le circostanze della morte e della 
sepoltura di questi, immaginate poeticamente da chi ne aveva im • 
maginato di simili, circa il supplizio del padre loro. Le narrerò, 
senz'aggiungervi sillaba di commento; perchè da quanto ho 
detto di sopra se ne può facilmente valutare la credibilità. — 
« Lo stesso padre Benedetto li pacificò a Dio, e poi l'uno dal- 
« l'altro disgiunti, datosi il vicendevole commiato con lagrime 
« e abbracciamenti da muovere a pietà quanti li videro, Fran- 
« cesco III fu condotto ov'era morto il padre; e, strozzato dal 
« Priuli e dai satelliti suoi, cessò di essere. I feroci ministri 
« si avviarono poscia dove Jacopo deplorando gli aspettava, il 
« quale avendo loro chiesto se il fratello era morto e rispo- 
« stogli del sì, mise fuori un cocente sospiro, e levando gli 
« occhi al cielo ne raccomandò lo spirito insieme al suo ed a 
« quello del padre. Domandò quindi per grazia di scrivere alla 
« sua sposa ed avendola ottenuta, con occhi pieni di pianto e 
« con mano tremante le significava come gli era forza morire 
« nella veneziana carcere, come in quel mentre stesso che le 
« scriveva vedevasi innanzi la morte, e pregandola a ricordarsi 
« di lui fece fine commettendo il foglio a que' signori, che non 
« mancarono d' inviarlo alla infelice Belfiore. Compito il foglio 
< si pose ginocchioni e ripetute alcune parole di pia rassegna- 
« zione, trovò la morte nella insaziabile balestra del Priuli. » 

(1) Iscriz. Venez. f voi. IV. 



ANNO U06 455 

Cotesta lettera, che si asserisce scritta da Jacopo da Car- 
rara a sua moglie, sarebbe la seguente, che E. Papafava disse 
di avere tratta da una Cronaca del secolo XVI: — « L' infe- 
« lice tuo sposo Jacopo da Carrara, del quale so che avrai 
« pietà, perchè sempre ti sono stato grato ed onorevole ed ora 
« sono privato di vita, ti scrivo questa di mia propria mano, 
« la quale quando avrò scritto, subito sarò morto. Sta sana, 
« consolati ; né cesserai di pregar Dio per me, che in questa 
• vita più non mi potrai vedere : forse mi potrai vedere tra li 
« martiri candidati appresso Quello che regna nel cielo. > 

Eseguita la condanna anche dei due fratelli, i cadaveri, 
prosegue il Cittadella, ne furono trasportati senza onore di 
mortorio a san Marco Boccarione alle lagune, e furono sepolti 
in una medesima tomba. Cotesto san Marco Boccarione, che 
non ha mai esistito né alle lagune né altrove, dovrebb' es- 
sere san Marco in Bocca di Lama, il quale era un' isola dalla 
parte di Fusina; e così nomina vasi perchè vicina alla bocca 
del ramo del Brenta, che dicevasi Lama. Corrottamente il suo 
nome fu Boccalame (1). Ma non è vero poi, che i due Carra- 
resi Francesco III ed Jacopo siano stati trasportati a sepol- 
tura a san Marco in Boccalame, e che in una medesima 
tomba siano stati sepolti. La verità storica di ciò fu da me 
esposta di sopra (2). 



CAPO XXIV. 

Atti del Consiglio de' dieci, relativi ai processi dei Carraresi 
e di quanti ebbero con essi attinenze sospette. 

Contemporaneamente alle discussioni sulla condanna da 
darsi ai da Carrara, ed anche dopo eseguita questa, il Consiglio 
de' Dieci processava severamente tutti coloro, che in qual si 
fosse modo avessero avuto corrispondenza coi Carraresi. Di 

(1 ) Ved. il Filiasi, Mem. stor. de Yen. primi e secondi, pag. 370 del 
tom. IH, della seconda ediz. di Padova, 1811. 

(2) Ved. nella pag. 45 ì, ed il Cicogna, Iscriz. ven., pag. 618 del tom. IV. 



456 

tutte queste investigazioni ho voluto dar qui una serie crono- 
logica, diligentemente compendiata dai Registri secreti (1) di 
quella severa magistratura; e credo di far cosa grata agli 
amatori delle politiche curiosità. 

1405, 23 dicembre. — Francesco II da Carrara ; padre, e 
Francesco e Giacomo figli, siano ritenuti e custoditi a richie- 
sta del C. X. 

Sotto lo stesso giorno. Fu decretato, che Francesco, già 
signore di Padova, sia posto col figlio Giacomo nel carcere forte, 
e che sia deputato a servirli un carcerato fedele: e che l'altro 
figlio Francesco rimanga nella carcere orba (2), restando a ser- 
virlo un suo paggio. Le porte delle loro carceri non si pos- 
sano aprire che di due in due giorni, presente uno dei signori 
di notte (3). Le chiavi siano poste in una cassetta chiusa a 
chiave e da essere consegnata al Doge. Negli anditi di esse 
carceri abbiano a starvi sempre quattro persone di fiducia, da 
essere cambiate ogni giorno. — Siano posti tutti e tre (padre 
e figliuoli) nel carcere forte. 

1405, 26 dicembre (4). — Lettera o polizza trovata sulla 
finestra di un venditore di seta a san Basso — Delegata la 
Zonta ad inquirere. 

Sia fatta una grida, promettendo mille lire all'anno di 
provvisione a chi ne aveva palesato l'autore. Lo stesso premio 
si accorda al primo dei colpevoli che si presentasse. 

1405, 4 gennajo (5). — De Guarnerini Bonifacio sia esa- 
minato su quanto deposero i suoi familiari Armano ed Ungarino. 

Lo stesso giorno (6).- Gradenigo Pietro, in seguito alle in- 
formazioni avute da Bonifacio de Guarnerini, sia esaminato, e 
si provveda pel ricupero del Lìber secretorum provisionatorum 
illius de Carraria (non presa). 

(1) Misti del G. X, voi. Vili, cart. 112. 

(2) Le carceri forti erano i così detti piombi, le orbe erano al bujo 
e dicevansi pozzi. 

(3) 1 signori di notte erano una magistratura, a cui spettavano le po- 
litiche incombenze notturne. 

(4) Ivi, cart. 112 tergo. 

(o) Ossia, 4 gennajo 1406, more Veneto. Ivi, cart. 113. 
(6) Ivi, cart. 113 tergo. 



ANNO 1400 457 

1405, 5 gennajo (1). Si scrivo al podestà di Padova, per 
avere ad ogni costo il suddetto Liber secretorum provvisio- 
natorum Domini Padue. 

1405, 7 gennajo, di notte (2). Sia tosto chiamato Pietro 
Pisani, ed esaminato — I. su quello ch'egli ha parlato con 
Michele Babata e Rigo G-aleto, in casa sua, a santa Chiara. — 
IL se prima o dopo abbia egli mai parlato con alcun messo 
del già signore di Padova; — III. se mai in alcun tempo abbia 
mandato, scritto o fatto scrivere al già signore di Padova al- 
cuna lettera, o mandato a dire alcun che. 

La stessa 7totte. — Ritenuto colpevole Pietro Pisani, in 
conseguenza dell'esame fattogli, si formi il Collegio, con fa- 
coltà di passare ai tormenti per averne la verità. — Fu anche 
proposto in quella stessa notte ; ma non fu accettata la pro- 
posta; che « risultando del tutto chiara la sua reità si proceda 
« ad altri esami, ed intanto lo si trattenga in arresto. » 

1405, 8 gennaio, di notte. Sia esaminato dal Collegio 
Rizo Antonio, che portò a Padova una lettera di ser Pietro 
Pisani; e se al Collegio parrà, abbia facoltà di arrestarlo. 

La stessa notte (3) fu anche proposto, — che sia esami- 
nato Francesco da Carrara (il giovine) per avere notizie su 
quelli, che ricevevano provisione da Francesco II da Carrara, 
suo padre. Si unisca il Collegio, con facoltà di procedere ai 
tormenti. Ma la proposizione non fu ammessa. 

La stessa notte. Si formi il Collegio per avere la verità 
su quanto hanno asserito Bonifacio Guarnieri e gli altri. 

1405, 9 gennajo (4). Lettera al podestà di Padova perchè 
mandi separatamente a Venezia Bernardo da Castelbaldo e Calza 
Nascimbene, già fattore dei Carraresi. — Grli si accusa ricevuta 
di alcuni libri mandati al Consiglio de' Dieci. 

1405, 10 gennaio (5). — Si scriva al podestà di Padova, 
inandandogli Franceschini de' Resti e Paolo di Val de Zocco, 

(1) Ivi, cart. 113, tergo. 

(2) Carte 114. 

(3) Cart. 114. tergo. 

(4) Cart. 115. 
<5) Cart. 115, 



45S LIBRO XII, CAPO XXIV 

perchè col loro aiuto, ritorni i libri della tesoreria e delle 
prestanze. 

1405, 13 gennajo (1). Sia fatto venire a Venezia con bei 
modi Paolo de Leone, ed appena giunto, sia condotto in ca- 
mera dei tormenti, dove sia esaminato dal Collegio, con facoltà 
di tormentarlo. 

Lo stesso giorno. Si scriva al podestà di Padova, perchè 
mandi a Venezia Paolo de Leone. 

Lo stesso giorno. Sia esaminato dal Collegio sui fatti 
presenti Pier Paolo De Crivelli. 

1405, 20 gennajo (2). È accordata ai Signori di notte licenza 
d'armi per valersene col Consiglio de' Dieci negli affari pre- 
senti; ed egualmente è concessa in perpetuo a tutti quelli che 
ebbero parte nella trattazione della causa dei Carraresi. 

1405, 20 gennajo, di notte (3). Sia esaminato il Procura- 
tore Carlo Zen. — 1° Se abbia mai avuto di che fare col si- 
gnore di Padova, e perchè? — 2° Che discorsi tenne con gli 
ambasciatori di lui quando vennero a Venezia? — 3° Se abbia 
spedito o ricevuto qualche scritto dal signore di Padova? — 
NB. Questa parte non fu accettata la prima volta; posta 
poscia ima seconda volta, venne approvata. 

La stessa notte — Fu proposto tre volte, che, prima di 
devenire alla causa di Carlo Zen, si dia evasione a quella di 
ser Pietro Pisani. Le due prime volte la proposizione fu respinta: 
la terza fu deciso di esaminarne prima ser Carlo Zen. 

La stessa notte — Sia chiamato in Cancelleria Jacopo 
Gradenigo, e dal Collegio sia esaminato; — 1° S'egli ebbe 
mai alcun che col signore di Padova; — 2° Che discorsi tenne 
co' suoi ambasciatori quando vennero a Venezia, e col signore 
di Padova quando egli si recò colà. 

La stessa notte (4) — Si formi il Collegio per esaminare 
Carlo Zen, con facoltà di passare ai tormenti. 

(1) Cari. 115, tergo. 

(2) Ivi, ed a cart. 116. — Ciò quattro giorni dopo eseguita la eoa- 
danna dei Carraresi. 

(3) Cart. 116, tergo. 

(4) Cart. 117. 



anno noe 459 

La stessa notte — Risultando conformi ad altre le depo- 
sizioni di Paolo de Leone, sia per ora espedito dal Collegio. — 
Sia rilasciato e lo si faccia giurare di aver deposto la verità 
e di non partire da Venezia. 

La stessa notte — Sia posto in libertà Pier Paolo Cri- 
velli, e giuri di aver detto il vero e di non partir da Venezia. 

La stessa notte — Sia rimesso in libertà Bonifacio de 
Guarnarini, previo il giuramento di aver detto la verità, e di 
non allontanarsi da Venezia. Lo stesso si esiga dai suoi due 
domestici. 

1405, 22 gennajo, di notte (1). Si proceda contro Pietro 
Pisani. — Sia condannato ad un anno di carcere nei pozzi, 
privato di ogni reggimento ed officio ; paghi, entro il 15 feb- 
braio, 5000 ducati; nessuno de' suoi figli possa mai essere giu- 
dice di quelli ch'ebbero parte alla sua giudicatura. — Sia ban- 
dito per un anno dal ducato, privato di ogni officio e reggi- 
mento; paghi, entro febbrajo 2000 ducati da dispensarsi alle 
famiglie dei morti nelle guerre di Padova; nessuno de' suoi 
figli possa essere giudice di quelli che condannarono il di lui 
padre (2). Quest'altra parte fu posta dappoiché le dite prime 
non erano state accolte. — Sia privato in perpetuo di ogni of- 
ficio e reggimento ; debba stare cinque anni nel carcere nuovo, 
e se fuggisse perda tutto il suo stato, ne alcuno de' suoi figli 
possa giammai essere giudice di quelli, che lo hanno condan- 
nato (E questa proposta fu presa). — Un'altra ne fu pro- 
gettata, ma fu rispinta; ed è la seguente: — Stia un anno 
nel carcere nuovo; sia bandito in perpetuo da ogni reggimento 
ed officio; paghi 3000 ducati da dispensarsi alle famiglie dei 
morti nella guerra di Padova, né la pena del carcere gli co- 
minci se prima non ha pagato; i suoi figli non possano es- 
sere giudici di coloro che lo hanno condannto. 

La stessa notte (3) — Si proceda contro Carlo Zen. Sia 
privato in perpetuo di ogni beneficio, officio e reggimento, e 
debba stare un anno nei pozzi, e nessuno de' suoi figli possa 

(1) Cart. 117, tergo. 

(2) Queste due sentenze non furono ammesse. 

(3) Cari 118. 



460 LIBRO XII, CAPO XXIV 

mai essere giudice di alcuno di quelli, che l'hanno condannato. 
— NB. Altre proposte erano state fatte, m% non vennero am- 
messe. Ad esaurimento di questa materia credo opportuno il 
trascriverle; e furono: — l a Sia privato d'ogni officio e reg- 
gimento; sia per due anni confinato in Istria, e se romperà il 
confine, stia un anno nei pozzi, e nessuno de' suoi figli possa 
essere giudice di quelli, che lo hanno condannato. — 2 a Debba 
pagare tanto quanto ha ricevuto dal Carrarese (1); sia privo 
dei Consigli secreti, e nessuno de' suoi figli sia giudice di quelli, 
che lo condannarono. — 3 a Sia privato in perpetuo di ogni 
reggimento od ufficio; sia per cinque anni confinato in Capo 
d'Istria, e se romperà il confine perda tutto il suo, né i suoi 
figli possano esser giudici da alcuno di quelli, che lo hanno 
condannato. 

1405 ; 27 gennajo (2). Si propose, ma non fu deliberato, 
se sia da procedere contro Giacomo Gradenigo. 

Lo stesso giorno. — Si permette a Bonifacio de Guarna- 
rini di andare a Padova per otto giorni all'oggetto di asse- 
stare i propri affari, ma se dopo trascorsi questi giorni si fer- 
merà ancora nel Padovano, perda tutti i suoi beni. 

1405 — dal 27 gennaio al 25 febbrajo (3). I libri dei 
provvisionati dai Carraresi siano posti in una cassa acquistata 
coi denari delle appuntadure e messa nella camera delle armi. 

1405, 3 febbrajo (4). Si proceda contro Giacomo Grade- 
nigo. Sia privato in perpetuo dei consigli secreti, e per cinque 
anni, d'ogni reggimento, offizio, benefizio; tutti i beni, ch'egli 
ebbe dai Carraresi vengano in comune; i suoi figli non possano 
mai essere giudici di alcuno di quelli, che presero parte alla 
sua condanna — (La proposta non fu ammessa). — Sia pri- 
vato in perpetuo dei Consigli secreti, e per tre anni lo sia di 
ogni officio e beneficio, nò possano i suoi figli essere giudici di 
chi lo condannò; — e questa parte fu presa. 



(1) Su questo particolare dirò in seguito nel cap. XXVI, pag. 464, 

(2) Cari. 119. 

(3) Cart. 119, tergo. 

(4) Cart. 121. 



anno im 461 

1405, 17 febbraio (1). Si manda a chiedere al signore di 
Camerino, se volesse assumere la custodia dei figli del fu 
Francesco da Carrara (2). 

1406, 17 settembre (3). Si dà notizia al podestà e capi- 
tano di Padova, che i due gentiluomini Marco Giustinian, capo 
de' Dieci, e Giovanni Loredan Savio del Consiglio; verranno a 
Padova per ricuperare altri libri e scritture, rimasti colà dal 
tempo di Francesco da Carrara; essendo volontà di questo 
Consiglio, che tutto debba essere trasportato qui. 

Né mi pare di dover ulteriormente tener dietro a questi 
documenti di secreta investigazione sugli affari dei Carraresi.. 



CAPO XXV. 

Totale sterminio di ogni avanzo della schiatta dei Carraresi. 

Lo sdegno della repubblica non rimase placato per la 
condanna e per lo supplizio di Francesco II Novello e eie' suoi 
due figliuoli Francesco III ed Jacopo, ma si estese ad ogni 
avanzo della schiatta dei Carraresi ; acciocché fosse questa, 
com'era avvenuto di quella dei da Romano, intieramente ster- 
minata. Pose perciò ogni sua cura per avere in mano gli altri 
due figliuoli di Francesco II Novello, ch'erano a Camerino; 
Marsilio ed Ubertino; ma per allora non vi potè riuscire. Bandì 
una taglia di quattro mila ducati d'oro per ciascuno di essi a 
chi li consegnasse morti, e di tremila a chi potesse darli vivi. 

Per sopprimere in Padova ogni memoria della- domina- 
zione Carrarese, il Consiglio dei Dieci (4) comandò, che ne fos- 
sero distrutti i sepolcri, che stavano presso il duomo, e che 
fosse atterrato qualunque stemma od iscrizione relativa ad essi, 
tanto nei pubblici luoghi, quanto nelle case dei particolari. 
Ed oltre a ciò, per prevenire qualunque iniziativa di nuove 

(1) Cart. 122. 

(2) Marsilio ed Ubertino, dei quali dovrò parlare nel cap. seg. 

(3) Cari 130. 

(4) Lib. Vili de' Misti, a cart. 125 a tergo. 



462 

macchinazioni, il Senato (1) fece raccogliere e portare a Vene- 
zia tutti i libri e le carte del Comune di Padova, dai tempi 
di Francesco I da Carrara sino al presente (2). 

E per estirpare ogni germoglio ed il sospetto persino, che 
potesse mai rifiorire la signoria Carrarese, il Senato, allorché 
relegò in Candia un Giorgio de' Cavalli, che s' era fatto capo 
di congiura in Verona a favore dei due superstiti fratelli Scali- 
geri, decretò, che con lui vi fossero relegati anche i due padovani 
Lodovico e Francesco Buzzacarini, per ciò soltanto eh' erano 
legati in parentela colla famiglia dei da Carrara. — I figli 
bastardi di Francesco I furono carcerati; e quando nel 1415 
riuscì ad entrambi di fuggire, la repubblica tanto fece finché 
potò di nuovo averli in suo potere; e tostochè li riebbe, li 
mandò a morte. 

Ubertino da Carrara, uno dei figli superstiti di France- 
sco II Novello, quand'ebbe notizia della fine infelice dei suo 
genitore, cadde per lo cordoglio in profondissima tristezza, che 
a poco a poco, il dì 22 dicembre 1406, lo condusse al sepol- 
cro. Marsilio da Carrara, ultimo dei figliuoli, visse profugo al- 
quanti anni da l'uno all'altro stato d' Italia, e finalmente, con 
la speranza di ricuperare il dominio di Padova, militò a ser- 
vizio dell' imperatore Sigismondo, che portava le armi contro 
i Veneziani. Ma, sorpreso nel territorio vicentino, fu catturato 
e condotto a Venezia, ove, processato dal Consiglio dei Dieci, 
confessò la nuova trama ordita da lui contro la repubblica. Fu 
perciò condannato a morte, nel 1435, da eseguirsi in pubblico ; 
e fu decapitato in mezzo alle due colonne. Della quale congiura 
di Marsilio, ordita ripetutamente in Padova, nel 1409 e nel 
1435, darò più circostanziate notizie, quando la progressione 
storica mi condurrà a commemorarne l'epoca infausta. 



(1) ftecr. de Pregadi, a cart. 22 e seg. Lo si è veduto di sopra. 

(2) Narra il Cittadella, essere stati per ciò mandati a Padova un capo 
del Consiglio de' Dieci ed un Inquisitore; non però degV Inquisitori di Stato, 
perchè nell'anno 1406 non per anco esisteva il tribunale degli Inquisitori, 
e quelli, che lo componevano, non assunsero il titolo di Inquisitori, se 
non due secoli dopo. 



ANNO U06 463 

Finalmente il Senato decretò una taglia di lire duemila a 
chi consegnasse vivo Stefano da Carrara, figliuolo bastardo di 
Francesco Novello, e per lo innanzi vescovo di Padova. Ma non 
gli riesci di poterlo avere, perchè, appena rovesciata la sorte 
del suo genitore, faggi a Roma: rinunziò, in quello stesso anno 
1406, la sede patavina e n'ebbe in compenso il vescovato di 
Teramo, negli Abruzzi, donde nel 1427 fu trasferito a quello 
di Tricarico, e morì in Roma nel 1448 a' 10 di luglio. Ecco 
perchè la repubblica non potè averlo in mano. 

Ed in aggiunta di tutte queste precauzioni, fu decretato 
dal Consiglio dei Dieci (1), che fossero esiliate da Padova ed 
arrestate tutte le persone di sospette intenzioni, e vi fossero 
allontanati quei padovani, che militarono al soldo della repub- 
blica e che avrebbero forse potuto dar mano ad intelligenze 
secrete o promuovere o cooperare a politiche sedizioni. — 
Furono imprigionati per ordine similmente del Consiglio dei 
Dieci (2), i due frati Sergio e Rodolfo da Carrara; ma poscia, 
non avendoli trovati in alcuna guisa punibili, si limitò a re- 
legarli in Candia (3). Esso Consiglio ottenne di avere in mano 
tre bandiere con gli stemmi dei da Carrara, le quali erano 
presso un gentiluomo veneziano (4) ; ed inoltre incaricò il luo- 
gotenente del Friuli (5) di tener modo per impadronirsi di al- 
cune carte e di alcune robe, che appartenevano a Marsilio da 
Carrara, e che da lui erano state affidate in deposito a certo 
Logolo abitante di Villaco; — offerse ad esso Marsilio, pria 
che cadesse in potere della repubblica un ampio salvocondotto, 
se avesse voluto trasferirsi a soggiorno in Venezia od in qua-, 
lunque luogo dello stato veneto (6); — ma d' altronde finché 
egli visse, vegliò rigorosamente per intercettargli qualunque 
corrispondenza in Venezia (7). 

(1) Regist. Misti, num. IX. cart. 3S. 

(2) Misti, num. IX, cart. i66 a tergo. 

(3) Misti, num. X, cart. 29 a tergo, e cart. 30 e 31 a tergo. 

(4) Misti, numi X, cart. 25. 

(5) Misti, num. X, cart. 33. 

(6) Gons. X, regist. Misti, num. X, cart. 54 a tergo. 

(7) Misti, num. XI, cart. 56, 72 a tergo, e 73. 



464 LIBRO XII, CAPO XXV 

E qui reputo inutile il trattenermi ad esaminare le molte 
e varianti considerazioni, che furono fatte da taluni in disap- 
provazione o in difesa dell'operato da quella repubblica circa 
il processo e il supplizio dei tre Carraresi. Ne ho confutato este- 
samente le opinioni in apposito capo (1), nella mia Storia della 
Repubblica di Venezia. A quelle pagine trasmetto gli studiosi 
investigatori delle storiche notizie di questa età, di cui scrivo; 
ed anche le sole osservazioni, che io feci poco dianzi (2), a 
quando a quando, nell' esporne il racconto, possono bastare e 
a ribattere quelle ed a porre in evidenza la verità, appoggiata 
all' irremovibile invariabilità delle leggi. 



CAPO XXVI. 

Incidente disgustoso a danno di Carlo Zeno. 

Ed a proposito appunto dell' irremovibile invariabilità ed 
imparzialità delle leggi veneziane, devo qui ricordare un disgu- 
stoso incidente, che, per cagione di Francesco II da Carrara, 
colpì, sebbene in mille guise benemerito della patria, il gen- 
tiluomo veneziano, procuratore di san Marco, Carlo Zeno, il di 
cui nome è superiore a qualunque encomio. 

S' è veduto di sopra (3), che il Senato aveva comandato, 
che tutte le carte e le ragioni fiscali della Camera del Comune 
di Padova, dall'epoca della dominazione di Francesco I sino 
al presente, fossero mandate a Venezia. Un senatore fu appo- 
sitamente incaricato di esaminarle diligentemente. Gli venne 
fatto di trovare in quei libri registrata una nota: A Carlo 
Zeno numerati quattrocento ducati: né vi si diceva di più. 
Questi denari li aveva prestati Carlo Zeno a Francesco II da 
Carrara, quando questo trovavasi relegato in Asti nel castello 
di Cortusone; e quando poi ebbe ricuperato il dominio di 

(1) Gap. Ili del lib. XIX, dalla pag. 304 alla 316 del voi. V. 

(2) Pag. 450 e seg. 

(3) Nel cap. preced. 



INNO 1406 465 

Padova, gli erano stati restituiti. Fatta questa scoperta, l' inca- 
ricato di queir esame, fosse por invidiosa malignità verso lo 
Zeno, o fosse per zelo del suo ufficio, ne fece denunzia al Con- 
siglio dei dieci. 

È a sapersi, che un' antica legg£ veneziana vietava a 
chiunque della nobiltà il ricevere stipendio o salario o regalo, 
per qual si fosse motivo, da un principe straniero, sotto pena 
di essere rimosso dal senato e da qualsiasi magistratura, ed 
assoggettato a punizione. Ma poiché quella nota niente deter- 
minava di certo, perciò i Decemviri vollero ascoltare le giusti- 
ficazioni dello stesso Zeno ed avere da lui schiarimenti circa 
il motivo di essa. Egli con ingenua schiettezza narrò circo- 
stanziatamente la cosa, siccom'era passata: cioè, ch'essendo 
egli in Asti governatore della Lombardia, nel mentre che il 
Carrarese trovavasi colà relegato ed era in grande bisogno di 
assistenza, egli di suo gli aveva dato a prestito quel denaro, 
e poscia, ritornato dalla Lombardia, n' era stato rimborsato dal 
comune di Padova a conto di Francesco. 

Di questa esposizione del fatto rimasero persuasi alcuni 
soltanto del consesso, i quali anzi reputavano Carlo Zeno me- 
ritevole di lode anziché di castigo. Ma diversamente la inte- 
sero altri, ed insistettero in dimostrare lo Zeno violatore della 
legge; e quindi indussero nel sentimento loro anche i primi, 
che avrebbero voluto essergli favorevoli. Fu perciò decretato, 
che fosse escluso dal senato e da qualunque magistratura, e 
fosse condannato a due anni di carcere. 

La notizia di una siffatta sentenza provocò infinite mor- 
morazioni in ogni classe di cittadini, perciocché vedevano 
quello Zeno, cui veneravano come padre, liberatore, conserva- 
tore della patria, e che con le sue fatiche, con la sua attività, 
col suo sangue versato da tante ferite per lei ricevute, le 
aveva procacciato tanta gloria e l'aveva arricchita di tante 
vittorie, ora severamente trattato come violatore delle patrie 
leggi e quasi vile mercenario del signore di Padova. Ma in 
mezzo a tante lagnanze dei cittadini, il solo Carlo Zeno, che 
ben conosceva la severità delle leggi e la necessità di mante- 
nerle in vigore, non opponeva parola, -trattandosi di un delitto 

Cappelletti. Storia di Padova. I. 30 



466 LIBRO XII, CAPO XXYII 

di stato, che non aveva a discolpa se non la sola asserzione 
dell'accusato. Ed egli stesso, fuor di dubbio, rigido osserva- 
tore delle leggi ; avrebbe fatto altrettanto se avesse dovuto 
sedere a giudice in un simile processo. Egli perciò; in età di 
settantadue auni, con maravigliosa moderazione di mente e con 
forte e costante animo, sopportò l' impeto dell' invidiosa for- 
tuna e senz'aprir bocca si sottomise alla pena, a cui la sen- 
tenza dei decemviri avevalo condannato. 

L'esposizione di questo incidente doveva entrare a far 
parte della Storia di Padova, perchè immedesimato con le ul- 
time lagrimevoli vicende della famiglia da Carrara. Giova per 
altro a far palese, che se la severità di giudizio non rispar- 
miò proporzionata punizione a Carlo Zeno nobile veneziano, 
procuratore di san Marco e in mille, guise benemerito della 
patria ; non è da maravigliarsi, che simile severità di giudizio 
abbia fatto condannare a morte il signore di Padova e i due 
figliuoli di lui, cittadini e nobili di Venezia, trovati sleali e 
colpevoli di più e più delitti di Stato in faccia alla Re- 
pubblica. 

CAPO XXYII. 

Bella schiatta dei Carraresi. 

Qui dovrei, siccome ho fatto per la schiatta degli Eccel- 
lini (1), dare l'albero genealogico della famiglia dei da Car- 
rara. Ma poiché sarebbe questo di troppo intralciato e pro- 
lisso; perciò mi limito a trascrivere le brevi ed incomplete 
notizie, che ce ne dà l'Ongarello, nella IV parte della sua 
Cronaca manoscritta di Padova, ove appunto parla detti No- 
bili huomini da Carrara. Ed eccone le sue parole (2) : 

(1) Ved. nella pag. 85. 

(2) Visse Guglielmo Ongarello in sulla metà del secolo XV, e di lui 
così scrive il Ferrigni (ms. inecl.) « Ongarello Guglielmo nobile padovano, 
«fu cancelliere della Comune e scrisse la Storia di Padova nel dialetto 
«padovano, e sebbene non sia esente da false tradizioni, nulla ostante è 
« degnissimo di lode. Egli con una critica ignota agli scrittori di quel 



ANNO UO'J 467 

«Li Carraresi sono stati de Alcmagna, i quali venero ad 
« habitar in Villa do Tanxano distretto Visentin et da poi ve- 
«nero ad habitar a Carrara della città de Padova; alcuni dicono 
« che sono stati della medema famiglia de quelli da Monta- 
ci gnon eh' è vero. L'opinion del Vulgo tiene che questi Carra- 
« resi sono stati Cittadini Padovani popolari, li quali non sono 
«dell'antiqua casa delli Nobili da Carrara, et questi s' ingan- 
nano, che siano stati di quelli di Montagnone, ma lasso quel 
« che disse : 

«Perchè oggi sono nobili et potenti Cittadini Padovani. 

«Jacomo Mazzor da Carrara fu delli sedici Podestà, che 
«tolse mille lire per ciascheduno, la Città de Padova tradi- 
« rono nelle man dell' Imperator Federico, et de Ezzelino da 
« Eomano. 

«Jacomo richo et potente Cittadin de Padova dall' Impe- 
« ratore Federico la jurisdition dèlie acque che correvano me- 
« rito havere; ma perchè forsi correva gli anni del signor 1172, 
« quando el canale per el quale se navega a Monselese fu fatto. 

«Non è longo tempo che questi sono ornati del Cingolo 
«della Nobiltà. 

« Questo Jacomo Mazzor da Carrara generò Marsilio, et 
«detto Marsilio generò Giacomo, Bonifacio, et Perenzano da 
«una figliola de Ugocion mazor da Carturo. 

«secolo, scrutinò gli Archivj ed esaminò i documenti, e sull'appoggio di 
« questi scrisse, e perciò fra gli antichi scrittori, di lui nessuno è migliore. 
«Cominciò la sua opera nel 1441; la divise in cinque capitoli; nel primo 
«trattò della città Euganea, del suo Porto, delle battaglie e delle sue in- 
«segne. Nel secondo della città di Padova, del suo fondatore, delle sue 
«leggi e guerre sino alla nascita di Cristo. Questi due sono forse i più 
«misti di favola. Nel terzo fa un rapido quadro delle cose avvenute nei 
« primi mille anni dell' Era volgare e comprende la serie nominativa di 
«61 Vescovi della Padovana Sede, che vissero in questo periodo. Nel quarto 
« descrive le cose avvenute in Padova, suddividendolo in capitoli che com- 
« prendono cadauno un secolo. Nel quinto ed ultimo narra le guerre soste- 
«nute dai Padovani, i fatti dei Cittadini illustri e la descrizione delle fa- 
« miglie. Questa storia non ebbe l'onore della stampa, e sorprende come 
«non sia stata stampata nel suo Rerum Italicarum Scriptorum del eh. 
« Muratori, che pur tante ne pubblicò, che sono al di sotto di questa. » 



4GS LIBRO XII, CAPO XXYII 

« Jacomo secondo figliolo di Marsilio sposò una figliola 
« del nobil Intorno Rolando delli Engleschi nominata Arumi- 
«zoi, la quale comesse adulterio con Zuane da Canosio, della 
« Città di Treviso, all' hora era bandito, perchè haveva amaz- 
« zato el Nobil lmomo de Yenigo, over de Grespignana. 

«Questa Aruinizoi morta da un certo suo Nipote, della 
«quale Jacomo non hebbe figlioli; Jacomo sposò poi la figliuola 
« di Pietro Gradenigo Dose di Yenetia, el qual {Jacomo) l'anno 
« del Signore 1318, adì 25 luglio poco avanti Vespero fu fatto 
«Capitanio generale et Signor della Città di Padova, ma al 
« suo dominio non sentì Can dalla Scalla, el quale mandò a dire 
« alli Padovani Gebellini, che esso in Siguor dovessero havere. 
« Bonifacio da Carrara generò Ubertin, el quale per certo 
«Nodaro fece cometter molte falsità nella città di Padova. 

«Perenzano del q. Marsilio da Carrara de una delle si- 
«gnore de Flesco della Città de Zenova, generò Bonifacio, 
« Claudo et Ubertin; ma morto Jacomin suo marito, da poi 
« se maridò nel Nobil huomo Francesco di Colbuti da Turli- 
« nio, el qual all' hora rezeva, a nome del Territorio Padovano 
« fece edificar, fece guerra con li signori de Austria, et alcuna 
« volta con Yenetiani vittoriosa, mentre se portò et insieme con 
« Genovesi la città de Chiozza acquistò violentemente, e quelli 
« a grande estremità indusse, Feltre, Cividal de Belun et Tre- 
«viso con el suo distretto acquistò. 

«Et finalmente mentre Yenetiani et Galeazzo Yicecomite 
« de Milan, el qual all' hora dominava vinti Città, collegati a 
«quello fecero guerra et totalmente perse el suo dominio et 
« da quello Galeazzo carcerato in Monza finì li suoi giorni estremi. 
« Generò Francesco zovone de Fina da Pataro Buzzacarino, 
«el qual Francesco huomo veramente da ben et audacissimo, 
«da poi rammissione del dominio di suo padre per mesi 18: 
« nelle parti del Friuli condannò certa zente et di lì descendendo 
« verso Padova publicamente cavalcando in quella virilmente et 
« quasi miracolosamente intrò per sotto il ponte appresso la Chie- 
« sia de san Giacomo, sotto el quale corre l'acqua in porciglia, el 
« secondo di espugnando in più lochi per il portello de san 
« Tomaso l'ottenne, et da poi pochi zorni el Castello, et tutti li 



ANNO U03 4G9 

«Castelli del Padovano ricuperò eccetto Bassan, et fece queste 
«coso l'anno del Signore 1390 del mese di Zugno. 

«Nelli scudi di questi gran Signori si depenze un carro 
« rosso in color bianco. » 

In seguito, i discendenti da un ramo della famiglia da 
Carrara assunsero "il nome di Papafava; cosicché non di rado 
si trovano i da Carrara alternati coi Papafava. Di questi per- 
ciò l'Ongarello stesso dà similmente alcune brevi ecl incom- 
plete notizie, così: 

«De quelli che discendettero da Jacomin detto Papafava 
«fratello del Mazor Jacoino da Carrara. 

« Papafava da Carrara della sapiente Almosa fiola di Mal- 
« traverso clelli Maltraversi, generò Piero, conte Bonifacio, Al- 
« bertin et Marsilio fratelli. Questa nobil donna fu molto grande 
«de senso naturale et consiglio della quale andavano molti 
« potenti suoi amici, la quale anche havea cognitione di medi- 
«car molte infermità. 

« Alberto da Carrara generò Eainaldo et Marsilio fratelli, 
«de una delle figliuole di Eainaldo Scrofigno. 

« Marsilio generò Fava et Obizzone fratelli, di Agnesina de 
« Flesco. 

« Bonifacio et Piero conte morirono non lassando dopo di 
« sé figliuoli nò figliuole. 

«Fava sposò Oremplate figliuola di Guglielmo Dente della 
«quale generò una figliuola, la quale poi si maritò in Capo 
«di Vacca;* 

« Obizzo da Carrara sposò una figliuola di Antonio Milite 
« detto Bibi. 

«Nelli scudi di questi nobili da Carrara, U quali adesso 
«si chiamano Papafava se depenze un Lion azuro in color 
« bianco, et possedono fino el dì d' oggi un bel palazzo con. una 
« torre per mezzo de san Martin, el qual fu luogo delle preson 
« di Ezzelin da Eoraano. » 

Tuttoché affastellate e imperfette, pure qualche traccia 
queste notizie ci porgono, senza molta prolissità/ della fami- 
glia e della schiatta dei Carraresi. Per darne una succinta idea, 
esse possono bastare. 



470 LIBRO XU, CAPO XXYII 

La nera macchia, da cui nessuno potè mai purgare i da 
Carrara, nò alcuno mai lo potrà, fu la crudeltà tirannica, per 
cui si bruttarono di colpe gravissime rimpetto ai proprii sud- 
diti, rimpetto a tutta l' Italia, e persino tra loro stessi ; tut- 
toché non minori di quelle, di cui vediamo contaminati i go- 
vernanti di allora. — Di tradimenti, di veleni, di coltelli non 
riboccavano allora tutti gli stati italiani ? Non era la loro cru- 
deltà così solenne e feroce come quella degli Eccelini ; era tale 
però da farne parlare con orrore gli storici. Al quale propo- 
sito, io mi limiterò a trascrivere quanto si legge nella cro- 
naca pregevolissima del Savina (1), il quale particolarmente di 
Francesco Novello narra così : « Si dice che il ditto signor da 
«Padoa nudriva alcuni cani de statura grandissimi a li quali 
« per suo piaser soleva dar delli sui cittadini da esser laceradi 
« et ciò per ogni lezier peccado che cometesseno ; et ancora lui 
« haveva doi balestre piccole con le quali lui amazzava chi lui 
« voleva, perchè parlando da fazza a fazza con quello tegnen- 
«dola sotto la veste cuzì razonando la descargava, e trapas- 
« sava col verreton da una banda all'altra un homo e così ca- 
« scava morto davanti de lui senza altro strepito; le qual ba- 
« lastrine furono messe in la salla delle arme del conseio de X, 
«insieme con la sua statua et de sua mogiier in marmoro 
« et alcuni ordegni inhonesti che taso per honestà. » I quali 
ordigni esistono tuttora nell'arsenale di Venezia e si mostrano 
come oggetti di curiosità ai forestieri che vi si recano a 
visitarlo. 



CAPO XXVIII. 

Del padovano Francesco Zabarella. 

Illustre e benemerito della patria fiorì in sul declinare del 
secolo XIV, e protrasse i suoi giorni sino all'anno 1417, Fran- 
cesco Zabarella, onorato della fiducia di Francesco II Novello, 

(1) Mss. inedito della bibliot. Marciana di Venezia. 



ANNO U05 471 

signore di Padova, ed impiegato da lui in gelosissime amba- 
sciate; e, dopo la caduta di questo, resosi ben affetto anche 
alla sottentrata dominazione della repubblica di Venezia. Per- 
ciò le cospicue azioni di lui meglio spettano ai tempi dei Car- 
raresi, anziché dei Veneziani, coi quali non fu nò lunga, nò 
diplomatica la sua relazione. 

Egli era nato nel 1339 in Pieve di Sacco, figlio di Bar- 
tolomeo Zabarella, detto il Moro. Aveva avuto la prima edu- 
cazione presso la sua famiglia, e poscia era stato mandato allo 
studio di Bologna, ove studiò le leggi, e sì vi fece profitto, 
che ben presto fu licenziato in diritto canonico. Ritornato a 
Padova vi ottenne la laurea dottorale ed ebbe la cattedra di 
logica in questa Università. Compiuto il periodo del suo inse- 
gnamento, passò professore a Ferrara e poscia a Firenze. In 
quest' ultima città fu onorato di gravi incumbenze ed ottenne la 
stima e la benevolenza di quei cittadini, i quali se lo elessero 
a vescovo ; ma il loro desiderio non fu esaudito, perchè il papa 
vi aveva già destinato un altro. Bonifacio IX lo chiamò a Roma 
per consultarlo sul modo di far cessare lo scisma di allora; ma 
i consigli di lui, perchè non consentanei alle intenzioni del papa, 
non furono accolti. — Quante volte non si domandano da ta- 
luno consigli, che si vorrebbero a proprio modo pronunziati? 

Disgustato perciò, lo Zabarella partì da Eoma e venne a 
fissare il suo soggiorno in Padova, ove intraprese a commen- 
tare la canonica giurisprudenza. Qui la sua scuola diventò fa- 
mosa e per la frequenza degli uditori e per la moltitudine 
degli uomini celebri, che vi formò. Montava in cattedra tre 
volte al giorno ed insegnava con un metodo nuovo e più chiaro 
e meno ravvillupato di citazioni. 

Si distinse in modo particolare per la fluidità della sua 
eloquenza; e perciò furono applauditissime e le sue orazioni 
funebri in morte, del valoroso generale Arcoan Buzzacarin e 
di Francesco il vecchio da Carrara signore di Padova, e le 
gratulatorie cui -fu invitato a pronunziare dinanzi a ragguar- 
devole pubblico in diverse occasioni; singolarmente nelle nozze 
di G-igliola figlia di Francesco II Novello da Carrara, col mar- 
chese Mcolò III d'Este. 



472 LIBRO XII, CAPO XXVIII 

Fu adoperato dai Carraresi in varie delicatissime legazioni, 
tra le quali devesi commemorare quella, a cui lo destinò V. in- 
felice Francesco Novello al re eli Francia, per chiedergli soc- 
corso contro la repubblica di Venezia. E quando, nel 1405, fu 
tolta Padova ai Carraresi, egli fu scelto dalla città e dal Con- 
siglio Comunale ad essere tra i suoi deputati per andare a ren- 
dere omaggio alla Signoria veneziana. Del che parlando il Gat- 
taro dice: « Il famoso e sapiente dottor messer Francesco Za- 
« barella fece un honorato e dotto sermone, il quale finito, 
« presentò e diede alle mani del serenissimo Principe il Con- 
« falone del popolo di Padova. » 

Quanto col suo contegno aveva saputo farsi amare dai 
Carraresi, altrettanto seppe conciliarsi l'affetto, dei Veneziani: 
prova luminosissima- della singolarità della sua condotta. E 
quando poi nel 1406 il vescovo di Padova, Stefano da Carrara, 
cercato a morte dalla repubblica di Venezia, fuggì a Eoma, 
ove poi ottenne il vescovato di Teramo negli Abruzzi, lo Za- 
barella, rimastane vacante la sede, ne fu eletto a successore 
per unanime voto dai canonici della cattedrale, dell' abate di 
santa Giustina e degli altri, che ne avevano il diritto. Ma sa- 
pendo egli, che i Veneziani volevano dare questa chiesa a un 
patrizio loro, ne rinunziò spontaneamente la nomina (1). Di 
questo atto di rispettosa sudditanza fu lo Zabarella ringraziato 
dal Senato, il quale a premio gli diede poco dopo in com- 
menda le due pingui abazie di Praglia e di san Giovanni di 
Verdara. 

Il papa Giovanni XXIII nelP anno 1410 lo nominò ve- 
scovo di Firenze e l'anno dopo lo decorò della porpora cardi- 
nalizia del titolo de' santi Cosimo e Damiano, nella quale oc- 
casione egli rinunziò il suo vescovato. Egli fu uno dei più ze- 
lanti promotori della pace della Chiesa, agitata allora dallo 
scisma; ed a questo fine, benché nel cuore del verno, non si 
trattenne dall'andare alla Corte dell' imperatore Sigismondo, 
per interessarlo a fissar egli una città ove radunare un 
concilio generale: e vi fu scelta Costanza. Ivi recatosi lo 

(1) Vi fu eletto dal senato veneto il patrizio Albano Micheli. 



inno nos 473 

Zabarella, vide, dice il Yergerio, « a un tempo solo tanti, che in 
«diversi tempi aveva avuti a scolari, e che pel loro sapere 
«erano stati a grandi onori sollevati, da tutto il mondo rac- 
colti in un luogo medesimo; sicché a ragione ei potea glo- 
« riarsi sopra tutti coloro, che intervennero al Concilio di aver 
«generati tanti figli alla Chiesa, il qual onore fu certamente 
« il più dolce, che in sua vita vi sentisse. » 

Lo Zabarella fece in quell'Assemblea luminosa comparsa 
e per la sua profonda dottrina, e per la sua profusissima ca- 
rità, gravandosi persino di debiti per assistervi i bisognosi. 
La sua salute affievolita per lo studio prolungato, per la sua 
veemenza nel perorare e per affezione polmonare contratta nel 
passaggio delle Alpi tra i rigori del verno, lo abbandonò in 
braccio alla morte, colà in Costanza il dì 23 settembre del- 
l'anno 1417, in età di settantotto anni. I funerali ne furono 
magnifici, coli' intervento di tutti i padri del Concilio e del- 
l' imperatore medesimo. Pochi mesi dopo, ne fu trasferito a 
Padova il cadavere e fu deposto entro magnifico mausoleo nella 
cappella allora di san Paolo, in cattedrale, rifabbricata nel 
1635 intitolata alla Vergine. In questa occasione fa rimosso 
il mausoleo, fu aperto, e ne fu trovato il cadavero intatto, con 
una lamina di piombo sul petto, nella quale era incisa la 
iscrizione: 

Franciscvs de Zdbarellis Patavvs 

Jvris vtrivsqve Doctor 

Sanctorvm Cosmae' et Damiani JDiaconvs 

Cardinalis Fior. 

Obiit Anno Bui. MCCCCXVII Die Bominica 

XXIII Mensis Septem. 

Santissima et Generali Sinodo Constantiae 

Congregata 

Cvivs Corpvs in praesenti Sepvlcro Tvmvlatvr 



474 LIBRO XII, CiPO XXVIII 

Compiuta, sei anni dopo, la rifabbrica della cappella, ne 
fu riposto il mausoleo, con la salma del cardinale, ed alcune 
medaglie battute in suo onore, e sulle quali, intorno all'effige 
di lui, sono le cifro Fr. Zabar, J. C. P. S. R. E. CARD. FL. 
e nel rovescio è coniato un elefante, che si lava ed adora la 
luna, e si pasce tra gli alberi della palma e dell'ulivo, a ciel 
sereno, ove scorgonsi sette stelle, e sotto le zampe dell'elefante 
il motto soli Deo. Sul petto del defunto fu collocata un'altra 
lamina di piombo, con l' iscrizione: 

Franciscus de Zabarellis Patavus 

Eminentissimus juris utriusque interpres 

Sanctor. Cosmee et Damiani diacon. card. Fior. 

leg. Apost. Concila Constantiensis moderator 

ubi Pont. Max. designatus 

Obiit die Dominica XXIII men's. Septembr. 

M CCCC XVII 

JSt. suce LXXVIII 

ex veteri sacello 

in hunc novum eodem loco et monumento 

repositus 

* 4 die Veneris XVII mensis Maii MDCXLI 

curante familia Zabarella 

Sacelli domina 

tanti patris sui memoria et veneratione. 

Gli storici contemporanei vanno a gara nel tributare a 
quest' uomo insigne, onore di Padova, sublimi encomii per lo 
straordinario zelo e sollecitudine di lui verso i suoi scolari, ai 
quali mostravasi più padre che precettore, ed usava con essi 
nell' insegnare una sì maravigliosa chiarezza, che bisognava 
essere privo affatto d' ingegno per non intendere le cose ancor 
più difficili, ch'egli spiegava. Si applicò, e sempre con felice 



ANNO U05 475 

successo, a qualunque scienza gli veniva a genio, « come agli 
« studi (dice il Vergerlo, suo intimo amico ed indivisibile com- 
«pagno); così singolarmente alla giurisprudenza ei si volse e 
«v'impiegò fatiche e tempo non piccolo, e quindi per comune 
«consentimento egli aveva in essa ottenuto il primato. E ac- 
« ciocche con la vita non venisse meno il sapere, di cui era 
« adorno, e per istruire, non i presenti soltanto, ma gli assenti 
« ancora e i lontani, ei compose molti ed ampi volumi di Com- 
«mentarj, che or son pubblici e assai pregiati. Ma benché ei 
«consumasse gran tempo nell' insegnare il Diritto, e benché 
« molto ancor ne impiegasse nel rispondere sulle cause, su cui 
« veniva da ogni parte consultato, e nel trattare gli affari de' suoi 
« amici addossatigli, non passava però alcun giorno, in cui 
«non desse ancor qualche tempo allo studio delle altre scienze; 
« con che egli ottenne, che non vi avesse alcuna delle arti li- 
berali, in cui non fosse egregiamente istruito e non potesse 
« esser ad altri maestro, talché in alcuna di esse compose an- 
« cora qualche elegante trattato. Con maggior diligenza si diede 
« a coltivar la filosofia naturale e l'eloquenza, e più profonda- 
« mente prese a studiarle; perchè aveva l' ingegno ad esse prin- 
«cipalmente inclinato e sapeva con singolare penetrazione di- 
« sputare della natura delle cose. Abbiamo le coltissime orazioni 
« da lui dette in più occasioni; e un volume di lettere scritte- ad 
« assenti. Finalmente egli aveva letti con tale attenzione i libri 
« degli oratori; de' poeti e degli storici tra noi più conosciuti 
« e pregiati, che se gli era renduti, per così dire, familiari. » 

Pochissime sono veramente quelle Città, sì nell' Italia che 
fuori, le quali possano vantare la gloria di avere posseduto in 
un colo suo cittadino tanta ampiezza e moltiplicità di sapere, 
come se ne può vantare Padova nel solo suo* Francesco Zaba- 
rella, politico, giureconsulto, teologo, filosofo, oratore, adorno 
in somma di ogni più commendevole pregio di ecclesiastica e 
di profana letteratura. Le sue opere, che sono moltissime, eb- 
bero più edizioni in varie^città dell' Italia : parecchie ne ri- 
mangono tuttora inedite. La sua franchezza nell' esporre im- 
parzialmente la verità (la quale d' ordinario suol partorire odio) 
fu cagione, che un suo trattato de Schismate, stampato in 



476 LIBRO XII, CAPO XXYIII 

Argentina nel 1609 con alcune prefazioni; andasse inserito nel- 
T Indice dei libri proibiti, donec expurgetur. 

La storia commemora in sulla metà del secolo XIII un 
Eolando Zabarella, nobile padovano, vescovo di Adria. 

Nipote del cardinale summentovato ed erede de' suoi beni 
e delle sue virtù, onorò la patria il nobile padovano Bartolo- 
meo Zabarella, letterato e politico. Ebbe cattedra di filosofìa e 
di teologia nelle università eli Padova e di Firenze ; ed era in 
tanta estimazione, che i dotti del suo tempo lo consultavano nelle 
materie più ardue. Il papa gli diede un canonicato in Roma 
e poscia gli conferì l'onorificenza di protonotario apostolico. 
Nel 1421 diventò canonico di Padova, e cinque anni dopo, ar- 
ciprete. Ottenne anche i canonicati eli Piove, di Este e di Mer- 
lara, ed era altresì, per quanto dissero taluni storici, abate 
commendatario di Praglia. Nel 1430 fu arcivescovo di Spala- 
tro, ove ne migliorò di molto il palazzo e le rendite. Nel 1438 
ebbe la sede di Firenze, ove, per maneggio di lui, il papa 
Eugenio IV radunò un concilio, in opposizione a quello che 
tenevasi in Basilea. Nel che lo Zabarella, con politico inge- 
gno e sapienza, sostenne gravi e delicate legazioni in Fran- 
cia e poscia nella Spagna, e sempre con felicissimo esito. Se 
non che, ritornato in Italia s' infermò a Sutri, ed ivi in pochi 
giorni morì, a' 12 eli agosto dell'anno 1446. Fu per allora se- 
polto colà nella badia di san Salvatore; donde fu di poi tras- 
ferito in patria e collocato nella cappella gentilizia in catte- 
drale. Il suo valore nella politica più raffinata risplende nelle 
opere da lui composte. — Orationes Epistolae, et Bepetitiones, 
Consulta et Allegationes num. LXI, sugli affari di Francia, 
di Spagna, eli Germania e d'Italia. 

Se vogliasi prestar fede a due cronache antiche sulle pri- 
mitive origini delle famiglie padovane (1); sulla derivazione ed 
etimologia della famiglia elei Zabarella, io trascrivo quanto in 

esso ho trovato, senza farmene responsabile: « Si dissero anco 

» 

(I) Cron. mss. del sec. XIV, cari. LV, ed altra Cronaca similmente 
mss., intitolata Memorie sopra l'origine e condizione delle famiglie di Pa- 
dova, batte dai scritti e composizioni da un Moderno, cari. LXXV; entrambe 
sotto il vocabolo Zabarella. 



ANNO 1*05 477 

« Sabadini. Ebbero la loro origine in Bologna da gente no- 
« bile e valorosa, uomini sempre grandi e potenti ; parenti dei 
«Carraresi, esaltati da santa Chiesa d' un Cardinale e di altre 
«Prelature, parte d'essi fatti conti Paladini dagl'imperadori: 
« di beni di fortuna opulentissima. Ora parte son ricchi, parto 
« in misero stato, nobili e segnalati cittadini fatti dalli Car- 
« raresi : e furono di quelli che nel 1278 tennero le parti de 
« Goremei Guelfi.» — L'altra cronaca, quasi con contraddi- 
cente conghiettura, parla dei Zabarella così : « Scrive il Bu~ 
« sinello; che discendono da Sabadin da Gione ebreo fatto 
« christiano 1353, e che furono beccali in quel luogo. Dice il 
« Moderno, che prese il cognome da un Giovanni, che si gua- 
« dagnava il vitto con l'esercizio di una Barela, onde a Pione 
« era chiamato Zan dalla barella, ed aggiunge queste parole : 

« Jacóbits Zabarella Ludimagister de Contrata Turri- 
« cellarum 1460. 

« Joannes Zabarella Procurator sanctae Mariae de Pra- 
ti lilla 1468. 

« Bonifachis Zabarella Praematicus 1497. 
« Il Sforza e Carriero confermano lo stesso, benché variano 
«nei tempi. » 



CAPO XXIX. 

Impegno 'particolare dei principi Carraresi per lo prospe- 
ramento delle arti, delle lettere e delle scienze in Padova 
e nel suo territorio. 

Non devo chiudere la narrazione dei fatti che- precedettero 
la dominazione veneziana, senza commemorare, almeno collet- 
tivamente le imprese di attività e di zelo dei signori di Pa- 
dova per far prosperamente fiorire nei loro stati le arti belle, 
le scienze, le lettere, per cui la loro città primeggiò a buon 
dritto in fra tutte le altre più cospicue città dell'Italia. 

Già sino dall'anno 1318, quando Jacopo il grande da Car- 
rara fu eletto a pieni voti signore di Padova, erasi obbligato, 



47S LIBRO XII, CAPO XXIX 

con solenne diploma, di cui alla sua volta ho parlato (1), di 
essere protettore degli scolari e dei professori e di accrescere 
il decoro e la gloria dello studio padovano. E mantenne la 
sua promessa; e più gelosamente la mantennero i suoi di- 
scendenti; anche in mezzo ai torbidi della variante fortuna e 
delle esterne inquietudini. Prdva ne sia la moltitudine dei va- 
lenti uomini, che vi fiorirono in ogni ramo di letteratura, di 
scienze e di arti; alcuni dei quali furono da me ricordati nelle 
pagine addietro, secondo che le circostanze del mio racconto 
mi portarono ad esporne le azioni ed i meriti. Qui per altro, 
in questo capo, devo tributare il dovuto encomio a parecchi 
altri, che sotto la dominazione dei Carraresi emersero lu- 
minosamente ed ottennero somme lodi o nella giurisprudenza 
o nella medicina o in qualsiasi genere di amena letteratura. 
Né già, eh' io voglia trattenermi nella biografia di essi : mi 
limiterò a brevi cenni, perchè né quelli rimangano dimenticati 
in una storia di Padova, nò lo storico di Padova li defraudi 
della meritata menzione. 

E sebbene la dominazione Carrarese in Padova sia stata 
frammezzata talvolta da straniera reggenza, come nel progresso 
della storia ho narrato ; tuttavia non vi rimase perciò inter- 
rotto il prosperamento delle lettere e delle scienze; essendo 
principale impegno, egualmente che dei Carraresi, così anche 
degli Scaligeri, di rendere illustre e famosa, presso tutte le 
nazioni di Europa, a preferenza la patavina Università, per la 
scelta distintissima dei dotti, che vi furono chiamati a coprirne 
le cattedre. Sul che ripeterò anche qui la particolare lode, che 
devesi ad Ubertino da Carrara signore di Padova, il quale e 
vi chiamò (2) ad insegnare il celebratissimo « Rainerio da Forlì, 
« con stipendio sexcentorum aareorwn, ch'era allora una soni- 
le ma considerabile (3) >; e mandò a Parigi dodici giovani pa- 
dovani, perchè vi apprendessero la medicina (4). 

E per commemorare i padovani illustri, che fiorirono nel 

(1) Vedi nella pag. 209. 

(2) Ved. nel cap. V del lib. IX. 

(3) Ferrigni, cron. pag. 113. 

(4) Ivi. 



ANNO U05 479 

tempo della dominazione carrarese, e che perciò la onorarono 
con la loro scienza, nominerò Manfredo de' Manfredi, nobile 
rampollo di antica e doviziosa famiglia padovana (1), il quale dal 
Cortelerio (2) ò lodato siccome uomo d'alto affare e di avveduta 
destrezza nei pubblici maneggi: e sostenne gelosissime amba- 
scerie nei più difficili tempi della repubblica eli Padova: spe- 
cialmente quella del 1316 con Jacopo Carrarese (il grande) e col 
celebratissimo Albertino Mussato (3) ad un congresso di Mestre. 

Rolando Piazzola, celebre anch'egli per le sostenute le- 
gazioni, e contemporaneo al Mussato: valoroso difensore con 
l'energica sua eloquenza dei diritti repubblicani; la quale trionfò 
dei discordi pareri dei cittadini radunati nel 1318 a consesso, 
ed indusse gli animi ad eleggere primo Signore e duce della 
repubblica padovana il grande Jacopo da Carrara. 

Contemporaneo a questi visse Belcario insigne politico e 
dottissimo giureconsulto padovano, fondatore nel 1314 dello 
studio di Trevi gi, invitatovi da quel Comune. 

Aldovrandino Campanati, onore della patria, figurò nel 
1318, e molto più nel 1336, quando, essendo lui capo e giu- 
dice degli Anziani, la città di Padova si sottrasse dalla si- 
gnoria di Mastino ed Albertino dalla Scala, e con eloquente 
discorso fece eco alle patriotiche parole, che Marsilio da Car- 
rara tenne al Comune e all'affollata moltitudine di cittadini, 
che lo avevano di nuovo acclamato loro signore e principe. 

I due fratelli Aicardino ed Alvarotto Alvarotti furono 
benemeriti degli studj legali, cui, quasi proprio patrimonio, 
promossero e coltivarono in questo secolo. 

Giovanni Lodovico de' Lambertacci accettissimo a Fran- 
sco I da Carrara, e dopo la caduta di lui, tenuto in molta 
reputazione anche dal Visconti sottentrato nella sovranità di 
Padova. Rimasto perciò in patria, figurò onorevolmente presso 

(1) Aveva questa famiglia, nei tempi più remoli, magnifiche abita- 
zioni colà dove sorse di poi il maraviglioso palazzo della Ragione (Cor- 
telerio, De famil. Patav. mss). 

(2) Ivi. 

(3) Di questa e di altre ambascerie portò i documenti il Verci (Stor. 
della Marc. Trivig. tom. Vili, pag. 45, 68, 91). 



4S0 LIBRO XII, C1PO XXIX 

Gian Galeazzo, per la sua esimia eloquenza; e, ricuperato po- 
scia da Francesco II Novello il dominio di Padova, perseverò 
pacificamente nelle scolastiche occupazioni, sotto l'antico suo 
principe; nelle quali scolastiche occupazioni tutti gli autori che 
parlano di lui e le pubbliche memorie de' suoi tempi gli ac- 
cordano il principato nelle patrie scuole di legge, nella poesia 
e nella colta eloquenza (1). 

Paganino Sala, altrove (2) da me commemorato, già 
priore del collegio de' giuristi e che trasmise ai posteri vene- 
rato e caro il suo nome sì per la profonda dottrina e sì per 
l'avveduta prudenza nel politico maneggio dei più difficili affari. 

Figurò assai per la sua sapienza legale Antonio Sant'An- 
gelo, che meritò, come in altro luogo ho narrato (3), di essere 
costituito da Francesco II da Carrara giudice arbitro per de- 
finire insieme con Francesco Zabarella le antiche controversie 
di precedenza e diritti tra le due scolastiche università dei 
giuristi e dei medici (4). 

Zilio Casale, di nobile famiglia, celebre giurisperito, salì, 
per la riputazione acquistata nelle pubbliche scuole, alla ma- 
gistratura ed ai primi onori della patria; del quale similmente 
ho fatto altrove onorevole menzione (5). 

Francesco da Conselve, professore di legge, la insegnò 
da prima in cattedra, e poscia l'esercitò con la giudicatura nel 
Foro; e lo si trova annoverato, nel 1383, nella serie dei giu- 
dici, e nel 1390, rettore degli scolari citramontani (6). 

Bartolomeo Capodivacca valentissimo giurista (7) era nel 

(ì) R.ecilò solenne orazione funebre al vecchio Francesco Carrarese, 
nel trasporto della salma di questo da Monza a Padova; della quale ora- 
zione conserva copiala biblioteca Ricardiana di Firenze (Mehus, Vit. Ambros. 
Camald. pag. 225). 

(2) Nella pag. 2G8. 

(3) Nella pag. 274. 

(4) Cancell. del Comune di Padova, ann. 1397. Indici. V. die lunae 
XVII mcns. Sept. 

{:\) Nella pag. 271. 
(G) Dai monum. civici dì Padova. 

(7) L'ho ricordato nella pag. 267, quando fu preso a stipendio dal 
Carrarese Francesco I. 



INNO 1405 481 

1388 tra gii Anziani, a cui Francesco II da Carrara consegnò 
la città finche fossero decise le vertenze col Visconti; e lo 
era similmente allorché, nel 1390, lo stesso Carrarese ricuperò 
il perduto dominio e ricevette solennemente da lui le chiavi 
della città. 

Teobaldo Cortelerio, per la sua scienza legale e per la 
sua facondia vittoriosa, meritò di essere accettissimo ai Prin- 
cipi Carraresi, « i quali, come dice lo Scardeone (1), tanto di 
« lui si valsero nei negozi loro più importanti, che quasi il lo- 
«gorarono colle frequenti ambasciate»; ed appunto morì nel 
1370, mentr'era ambasciatore in Roma a trattare affari diplo- 
matici del suo principe col papa Urbano V. 

Ottonello Descalzi contemporaneo al Cortelerio, non gli 
fu da meno. 

Lodovico Cortusi, forse della famiglia degli storici Cor- 
tusii, visse circa lo stesso tempo del Cortelerio e del Descalzi. 
Quest' ultimo anzi, nella sua Cronaca (2), dice di lui, essere 
stato così profondo nella facoltà legale, che venne chiamato 
Archivio delle leggi, delle quali fu nella pubblica Accademia 
di Padova predar issimo interprete. 

Tutti questi valentissimi giurisperiti padovani furono di 
sommo onore a se, alla patria ed alla dominazione Carrarese, 
che procacciò loro il modo di pervenire a tanta celebrità. Pur 
non di meno il merito precipuo e la gloria distintissima dei 
principi Carraresi consistè in ispecialità nella loro premura di 
raccogliere da qualunque città d'Italia i più distinti personaggi 
dei loro tempi, ed assegnare ad essi lauto stipendio, acciocché 
a preferenza prestassero l'opera loro nello Studio di Padova. 
E qui giova notare, che ai cittadini non era fissato veruno 
stipendio, ed erano liberi perciò d'intraprendere, d'interrom- 
pere, di abbandonare a loro talento la lettura, a tenore delle 
proprie circostanze particolari e del proprio genio, come pure 
a tenore delle istanze degli scolari e delle private e pubbliche 
loro incombenze. Ora, se la celebrità dei pubblici Studj non 

(1) De antiq. urb. Pai lib. II, clas. Vili. 

(2) Voi. II, pag. 213. 

Cappelletti. Storia di Padova I. 31 



482 

d'altronde può derivare, fuorché dalla fama e dal merito dei 
maestri, egli è fuor d' ogni dubbio che lo Studio di Padova 
sino dalla prima sua età primeggiò sopra tutti gli altri di Eu- 
ropa; senlochò non vi fa in alcun tempo, anche prima della 
dominazione Carrarese, professore rinomato e famoso, nella giu- 
risprudenza singolarmente e nella medicina, il quale, o presto 
o tardi, negli anni della sua carriera, non abbia aspirato al- 
l'onore di farsi udire sulle cattedre di questa Università, per 
poi passare a dare lezioni altrove; in conseguenza dell'ambi- 
zioso costume di tutti gli uomini dotti di quegli antichi se- 
coli, dì non fermare in alcun luogo il loro stabile soggiorno, 
ma di andare pellegrinando dall'una all'altra città, reputando 
per avventura tanto più preziosi gli applausi, quanto più lar- 
gamente raccolti. 

Perciò le città gareggiavano tra loro per ottenerne i mi- 
gliori e largheggiavano esuberantemente nella misura delle ri- 
compense, per allettare vieppiù l'amor proprio anche con l'ab- 
bagliante splendore dell'oro. Troppo lungo sarebbe qui, e fuori 
del mio ufficio, il trattenermi in commemorare le lotte, o più 
propriamente le gare, delie città, che ne aspiravano al possesso, 
e che poco dopo, n'erano spogliate dalle più pingue esibizioni 
di altre. Ciò in ispecialità avveniva nei tempi, che prece- 
dettero la dominazione dei Principi da Carrara. Nei quali tempi 
lo Studio di Padova ebbe sulle sue cattedre progressiva- 
mente il bolognese Martino Gosia, nella seconda metà del 
secolo XII; il parmigiano Alberto Galeotto, nel secolo suc- 
cessivo; il reggiano Guido da Suzzava (1); il trivigiano. Pie- 
tro Calza, di cui si ha memoria nel codice antico degli Sta- 
tuii padovani; il parmigiano Jacopo d'Avena, dopo la metà 



(1) A proposito di questo professore di leggi, pubblicò il Muratori 
(Antiq. mei. aevi, dissert. XLIV) il documento autentico del contratto, con 
cui questo esimio precettore, nel 1200 a' 6 di aprile, s' era obbligato col 
Comune di Modena a prestare l'opera sua in quello studio; per tutta la 
vita. In questo contratto, egli prometteva al francescano frate Vcnerio, sin- 
daco di quel Comune, «di essere cittadino di Modena, e perciò di non po- 
« fervisi mai più allontanare; di aprirvi e tenervi scuola di leggi ai cit- 
« ladini e ai forestieri, senza ricevere dagli scolari alcuna mercede, e di 



ANNO M05 483 

del secolo XIII; il cremonese Nicolò Malombra, contempo- 
raneo al d'Arena; ed il figliuolo di lui Riccardo, e parecchi 
altri, che tacerò per brevità. 

Da tutte queste precedenti celebrità animato Ubertino eia 
Carrara, pose ogni cura per arricchire de' più valenti profes- 
sori la sua Università, raccogliendoli dovunque fossero, e ge- 
nerosamente ricompensandoli. Ho fatto menzione del forlivese 
Rainieri Arsendi, cui primo d'ogni altro egli chiamò a lauto 
stipendio nella sua Università, mostrando così la via a tutti 
gli altri successori suoi nella signoria di Padova, di renderla 
celebre e cospicua a preferenza di ogni altro pubblico' Studio. 
in Italia e fuori. Venuto a Padova Eaineri da Forlì, nel set- 
tembre dell'anno 13M, vi rimase finché visse (1). Ebbe com- 
pagno nell' insegnamento legale Jrsendino suo figlio, di cui si 
hanno memorie nel 1351, ed a cui tributano somme lodi gli 
storici contemporanei. 

E poco dopo venne il reggiano (2) Filippo Cassoli, il 
quale dall' Università di Padova passò ad insegnare in quella 
di Pavia ; invitatovi dal Visconti, dappoiché per la sua sapienza 
erasi procacciata in Padova la sublime fama di eminente dot- 
tore (3). Né qui voglio tacere la spiacente avventura, che per la 
sua troppa fiducia nel vigore della propria memoria, gli toccò 



« adoperarsi fervidamente perchè lo studio sempre si aumenti e fiorisca. 
« Promette di assistere co' suoi consigli ad ogni loro inchiesta il podestà 
« e gli anziani in tutti gli affari di quei Comune, e di non assumere il 
«patrocinio di alcuno in Modena e nel distretto, qualora non sia scolare; 
«sottomettendosi spontaneamente alla pena di mille lire imperiali ogni- 
« qualvolta avesse violato qualunque dei concertati capitoli. D' altronde il 
« sindaco del Comune si obbliga, a nome di questo e per V autorità con- 
feritagli, di pagare a lui lire 22o0 di Modena, distribuite in due rate ecc. » 
Ma in onta di questi obblighi assunti da Guido da Suzzara e delle giurate 
promesse, egli, di genio incostante e volubile, era già passato nel 126 i ad 
insegnare in Padova; donde, due anni dopo, andò all'Università di Bologna, 
e poscia altrove (Veci, il Colle, pag. 19 e seg. del voi. II). 

(1) Morì nel 1358 e fu sepolto al Santo, con ampollosa iscrizione. 

(2) Altri io dissero piacentino. 

(3) Ved. il Panciroli, De clava leg. interpr. lib. II, oap. 73. 



4S4: LIBRO XII, CAPO XXIX 

in una pubblica disputa, tenuta in Pavia (1). Egli s' era so- 
lennemente impegnato di rispondere a qualunque interrogazione 
gli venisse fatta sopra l'argomento legale delle ultime volontà. 
S'alzò, contro la comune aspettazione, il grande giurisperito 
Baldo (di cui parlerò di poi) e lo interrogò — ove dai codici 
sia prescritto, che la volgare sostituzione ad un legato abbia 
luogo soltanto allorché questo, per qualunque altra cagio- 
ne, mancasse di effetto. Riesci inaspettata al Cassoli la do- 
manda, e ne rimase confuso e ammutolito. Allora il Baldo 
recitò il testo della legge, generosamente compensando in pari 
tempo la troppo facile presunzione dell'avversario, onorandolo 
ciò non di meno di somme lodi e qualificandolo ne' suoi scrit- 
ti (2), quando Dottore famosissimo e quando Dottore esimio. 
E tale veramente si mostrò nei pochi anni, che insegnò nello 
studio di Padova, 

Alla cattedra legale di questa Università furono successi- 
vamente invitati poscia, lunghesso gli anni del secolo XIV, il 
bolognese Bartolomeo Saliceto (cognome derivatogli dalla terra, 
in cui nacque); — e due figliuoli di lui, Giovanni ed Jacopo, — 
ed il napoletano Nicolò Spinelli, nato in Gliovenazzo, il quale 
passò poco dopo allo Studio pubblico di Bologna (3); — ed il 
parmigiano Bartolomeo Piacentini, che per l'ottenuta opinione 
di dottrina e di probità presso Francesco I il seniore, fu da 
questo costituito pretore della corte carrarese (4); — e i due 
Paglianini, Bartolomeo ed Angelo, zio e nipote (5), triesti- 
ni; — e il bergamasco Alberico Avogaro, che insegnò per 
dieci anni, sino al 1396; — e il cremonese Egidio o Ziliolo 
Cavitelli, il quale, dopo avere servito in patria al supremo 
magistrato dei decurioni (6), passò all' insegnamento legale, 

(1) Ne racconta il fatto Paolo de Castro, che vi si trovava presente 
(in leg. 101, de Conci.) 

(2), Baldo, voi. III, Consil. 231 

(3) Panciroli De clava leg. inlerpr. lib. II, eap. 61. 

(4) Ved. il Salomon, lnscript. Urb. Patav., pag. 18. 

(o) Marzari, Stor. di Vicenza, lib. II, pag. 134; — Barbarano, lib. IV, 
cap. 10 1; — Tomasini, Hist Gymn. Patav. lib. II; — Portenari, Felic. di 
Pad. lib. VII, cap. A. 

(G) Arisi, Cremori, litlcr., toni. I, num. H. 



ANNO U05 485 

prima in Perugia e poscia in Padova, ove diede solenni prove 
della sua profonda dottrina; particolarmente pel suo parere, 
pronunziato, nell'aprile del 1384, ad inchiesta del Collegio dei 
giureconsulti padovani, circa jgravissima controversia di pre- 
cedenza, die si agitava in Perugia (1), e per cui fecesi tanto 
onore, che, sette anni dopo, fu invitato ad inaugurare lo Stu- 
dio della legge civile nella nascente Università di Ferrara. 

. Ho promesso di parlare del perugino Baldo, proclamato 
dai coetanei e dai posteri oracolo e nume della giurispruden- 
za (2). Il padre di lui, Francesco Ubaldiui, fu medico di pro- 
fessione; ed egli invece si die, nella sua più fresca età, agli 
studj legali, in cui ebbe valentissimi istitutori Jacopo Paglia- 
rense, Francesco Pigrini, ed il celebratissimo Bartolo (3). — 
Né qui tacerò la spiritosa favoletta, immaginata da chi suole 
rendere amene, con romanzesche avventure, le vite dei sommi 
uomini; ch'egli, cioè, si fosse dedicato, pria che allo studio 
della legge, alle scienze mediche sotto la disciplina del padre 
suo, e che poscia, in età di quarantanni, si volgesse alla giu- 
risprudenza: al quale proposito narrano lepidamente, che Bar- 
tolo (4), al primo affacciarsi di Baldo alla sua scuola gli di- 
« cesse : Tarde venisti, Balde ; soggiungendo eziandio, secondo 
«il sig. la Mothe le Fajer: Eris advocatus in alio sazeulo; e 
«ne ricevesse a pronta risposta: Citins recedam; alluder vo- 
lendo forse questi galanti novellisti, al sarcasmo con cui il 
«vecchio Catone scherzar soleva sulla troppo lunga scuola di 
«Isocrate, atta (diceva egli) ad educare gli avvocati per l'al- 
« tro mondo e pel tribunale di Minosse (5). » — Non mi fermo 
ad esporre la successiva progressione delle cattedre, a cui fu 

(1) Arisi, ivi. 

(2) La sua famiglia cognominavasi degli Ubaldi; ma per la felicis- 
sima rinomanza, che Baldo le procacciò col suo sapere, volle assumere di 
poi il cognome de' Baldeschi, quasi riconoscendo lui solo per proprio sti- 
pite e ceppo. Ved. il Mazzucchelli, Scrittori d'Iteti., voi. II, part. I. 

(3) Panciroli, De dar. leg. interpret. lib. II, cap. 70. 

. (4) Fatto il computo degli anni, quando Baldo ne aveva quaranta, 
Bartolo era già morto ; lo che mostra l' insussistenza di quel favoloso 
racconto. 

(5) Colle, Stor. scient. leti, dello stud, di Pad., pag. 175 del voi. II. 



4S6 LIBRO XII, CAPO XXIX 

chiamato questo valoroso giurisperito; rai limiterò a dire, che 
egli, compiuti gli studi, prese da Bartolo stesso le insegne ma- 
gistrali, conferitegli col magnifico voto (1), che qui trascrivo, 
per dare un' idea dell' indole di quei secoli : Deus sapientissi- 
mus et gloriosissimus tuam illustret rationem, declaret intel- 
lectum, ut scias olbscura interpretavi, ligata solvere, veritatem 
colere ac elicere; et fluat Ubi Deus divitias abundantes et gra- 
tiam cognoscendi. Dirigat te Deus in omnibus dubiis, instruat 
in perplexis, foveat in longioribus, vehat in omnibus viis tuis 
vehiculum, cui nihil est difficile, niliil impossibile. — Secondo 
l' uso di quei tempi, in cui nelle scuole era lecito agli scolari 
il disputare coi maestri, lottò Baldo più volte contro Bartolo 
suo precettore, e sempre ne riuscì vittorioso (2). Nulla vo'dire 
di altre novellette introdotte dagli oziosi, chi a lode e chi a 
biasimo di Baldo; dirò bensì della gara, con cui le Università 
d' Italia se ne disputarono il possesso. Egli dall'avere inse- 
gnato in patria, passò nel 1357 a Pisa (3); donde, due anni 
dopo, ritornò a Perugia; e di qua, nel 1378, venne a Padova, 
invitatovi solennemente dalla città, e vi si trattenne sino al 
1383, in cui fu richiamato da' suoi concittadini all' Università 
di Perugia. Nella quale occasione, pronunziò eloquente ora- 
zione di congedo da Padova, dirigendo al principe Francesco I 
da Carrara le seguenti parole (4): «Hsec, inelyte Dux Paduse, 
« ad honorem Dei laudemque et gloriam beatissimi Herculani, 
« almse Urbis Civitatis Perusii pontificis et protectoris, ac ve- 
« stram, scripto bonitate vestra regens ordinariam sedem Juris 
«Civilis in vestra magnifica civitate Paduee veniam posfculans 



(i) Conservatoci da Daldo stesso, e riportato dal Panciroli, De clar. 
leg. interpr. cap. 70 del lib. lf. 

(2) Una di queste dispute durò cinque ore continuate (Baldo, Tract. 
Indie. II. de Appeli. qu. I, in fin). 

(3) Fabrucci, nella Raccolta del Calogcrà, tom. 23. 

(4) Bald. 13S9, die 3 Novembre in leg. Jul. Cod, — Nella quale 
indicazione del 1389 si deve ammettere di certo uno sbaglio dei copisti, sì 
perchè nel detto anno egli era in Perugia e sì perchè i principi Carraresi 
padre e figlio non dominavano in Padova, ove dominava invece il Visconti 
duca di Milano. 



axxo uo:j ' 487 

« operis imperfecti, quia bravitas temporrs impedivit, quod, Deo 

«dante, completo in naturali patria, videlicet in dieta alma 
«urbe Pcrusii, qua 1 me civem, licet minimum, jure licito re- 
«vocavit. Ego tamen, ubicumque fuero, fidem ac devotionem 
« seraper habebo ad vestram et vestii inelyti Filii magnificala 
« dominationem, et cum complevero, quod debeo, transmittam 
« ad Eectores vestri venerabilis Studii Paduani. » — Di più 
non mi allungo, per non eccedere di troppo la misura, a cui 
mi furono circoscritte coteste pagine. Chi volesse avere ulte- 
riori notizie di Baldo e delle sue opere consulti l'eruditissimo 
cavaliere bellunese Francesco Maria Colle, nella sua pregevo- 
lissima Storia scientifico letteraria dello Studio dì Padova (1). 
— Chiuderò questo articolo col commemorarne la morte a' 28 
aprile 1400, siccome attesta l'epigrafe sepolcrale scolpitagli in 
Pavia, nella chiesa di san Francesco, ove ne fu deposta la 
salma. Narra il Colle (2), sulla fede del Mattioli, che Baldo 
«tratto fosse a morte da un vezzoso suo cagnoletto, eli cui 
« solea trastullarsi, e che, covando la rabbia, lo punse in un 
« labbro, insinuandogli un sottile veleno, che, secretamente ser- 
«pendogli per le viscere, in capo a quattro mesi si svilluppò 
« coli' abbonimento dell'acqua e con qualche segno d'idrofobia.» 

Ih seguito alle numerate celebrità, furono invitati ad in- 
segnar legge in Padova: 

Angelo Uhaldi, fratello di Baldo, ricco tanto di propria 
luce (scrive il Colle), che meritò un luogo distinto tra gii astri 
più luminosi della giurisprudenza, sicché fu intitolato pompo- 
samente il Dottore dei giudici e il vero Padre della pratica 
legale: ebbe cattedra qui dal 1380 al 1400; contemporaneo al 
suo concittadino Girìdelonio da Perugia, di cui fu emulo ed 
antagonista, professore anch'egli nell' Università patavina, pri- 
ma del 1379. Né qui mi fermo a parlare di altri forestieri, 
venuti alla cattedra legale di Padova; perciocché non appar- 
tengono strettamente ai tempi eie' Signori da Carrara. 

Né fu minore la premura di questi Principi per l'onore e 

(1) Voi. II, dulia png. \U, alla 192. 

(2) Luog. cit. 



48S LIBRO XII, CAPO XXIX 

la celebrità del loro Studio generale nelle mediche scienze e 
nella chirurgia e nell'astrologia, invitandone a precettori i più 
cospicui e celebri forestieri, sicché 1' Università di Padova salì 
a così alta rinomanza in questi rami di scienza da non essere 
seconda a verun' altra Università dell' Europa (1). Io non mi 
fermerò a dire che dell'epoca dei Carraresi, limitandomi a 
dare il nome soltanto di quelli, che, prima di essa vi furono 
chiamati ad insegnarla. Nominerò pertanto il calabrese chi- 
rurgo Bruno da Longoburgo, in sulla metà del secolo XIII; 
Pietro da Reggio antagonista ed accusatore dell' illustre Pie- 
tro d'Abano; Dino del Garbo, da Firenze, medico, il quale as- 
sunse qui l' insegnamento circa il 1313, ma vi si trattenne ben 
poco, perchè richiamato in patria. Venendo ora a dire delle 
condotte promosse dai Principi da Carrara, devo commemorare 
in principalità il modenese Guglielmo da Montorso, il quale 
fu tra i primi ad insegnare la scienza degli astri; sommamente 
caro a que' Signori di Padova, e perciò professore ' ai tempi 
loro, benché non si sappia in qual anno. 

E qui, tacendo dei valorosi Santa Sofia, di cui ho parlato 
nel capo XV del libro X, e di cui Padova loro patria ammirò 
le pubbliche letture nella sua Università, — ricorderò Pietro 
da Tossignano, nato nel distretto d' Imola, il quale, nel 1376, 
accettissimo a Francesco I da Carrara, fu raccomandato dal 
principe stesso, acciocché fosse aggregato al collegio dei me- 
dici. Quei dottori se ne scusarono allora, perchè compiuto il 
numero determinato dagli Statuti; ma vi aderirono tuttavolta 
in sul principio del seguente anno 1377, esimendolo, con par- 
ticolare decreto, dalla tassa d' ingresso ed accordandogli la ri- 
compensa di mezzo ducato nell'esame dei laureandi. Lo che al 
merito di lui devesi attribuire, perciocché fu egli il primo, in 
favore di cui fosse derogato alla legge statutaria di soli dodici 

(1) Fecero altrettanto por arricchire 1' Università di valenti professori 
di Giurisprudenza Ecclesiastica; ma su questi non mi fermo a parlare, 
perchè gli odierni, cosi detti letterati non amano di leggere nella Storia 
notizia di nomini e di studj e di fatti ecclesiastici, quasicchè non appar- 
tennessero anch'essi alla Storia cittadina. Ved. ciò, che ho detto su questo 
proposito nel capo XVII del lib, VII, pag. 18 i e scg. 



inno \m 489 

dottori, ch'erano laminassi nella laurea al conseguimento del- 
l'assegnata mercede. Dallo Studio di Padova passò in quel- 
l'anno stesso il da Tossignano all'Università di Bologna e po- 
scia a quelle successivamente di Pavia e di Ferrara. 

Qualche anno dopo, dettò lezioni in Padova il parmigiano 
Biagio Pelacani, il quale, henchè abbia professato in patria 
la medicina ; tuttavia, nelle memorie della patavina Università 
è detto costantemente Dottore di tutte le arti liberali il più 
famoso che fosse al mondo (1), e monarca delle arti (2). At- 
testano sì alta stima, che si faceva di lui, gì' inviti venutigli 
dalle più celebri Università di Bologna, di Padova, di Pavia. 
La prima Università, a cui riesci di ottenerlo, fu Pavia nel 
1374; e da questa passò alla bolognese nel 1378, ove per 
quattro anni insegnò astrologia, e per altri due anni, filoso- 
fìa (3). Nel 1384, venne a Padova, costrettovi direi quasi dalle 
calde premure, con cui Francesco I da Carrara si adoperò per 
ottenere alla sua Università un professore di tanta fama. Egli 
vi si obbligò; a' 20 maggio del detto anno, promettendo di 
continuare per quattro anni le sue lezioni, con l'annuo salario 
di lire 300 de' piccoli, e con la pena, a cui sottomettevasi, di 
pagare 200 ducati d'oro, se mai avesse mancato di parola. 
Nell'anno poi 1388; ossia, decorso il quadriennio della pro- 
messa, egli di bel nuovo insegnava in Bologna l'astrologia. 
Nel 1399, n'era professore in Piacenza. E poscia, divenuta Pa- 
dova città della repubblica veneta, premurosa di sollevare al 
più sublime onore questa Università con la giudiziosa scelta 
di valenti professori, lo richiamò con decretò del settembre 
1407. Ma poiché, con l'asprezza delle sue maniere e con l' in- 
flessibile scortesia di rifiutarsi a privati ammaestramenti, che 
gli chiedevano i suoi scolari, irritò e punse l'animo di questi, 
eglino stessi ne abbandonarono affatto la scuola. Perciò il 
senato veneto, conoscendo ormai l' inutilità dell' insegnamento 



(1) Ciò secondo lo stile ampolloso del secolo XIV. 

(2) Act. Colleg, Meclicor. ad ann. 1407. 

(3) Fantuzzi, presso il p. Affò, nelle Mem. degli scrittori e letterali 
parmigiani, pag. 110 del tom. II. 



490 LIBRO XII. CAPO XXIX 

di lui, lo licenziò nell'ottobre del 1411. Licenziato da Pa- 
dova ritornò in patria, ove il marchese di Ferrara Nicolò di 
Este, che n era allora il signore, lo restituì con somma ma- 
gnificenza allo Studio generale. 

Un altro professore di medicina, e forse l' ultimo chiama- 
tovi dai Carraresi, nel 1399, fu Jacopo dalia-Torre, il quale 
per avere sortito i natali in Forlì, ebbe più comunemente la 
denominazione di Jacopo da Forlì. Prima di essere chiamato 
a Padova, aveva insegnato in Bologna logica, medicina e fi- 
losofia naturale e morale (1); interpolatamente però, perchè 
tra il 1384, in cui fu chiamato colà ad insegnar medicina, ed 
il 1402, in cui assunse colà similmente, l'insegnamento 
della filosofia, lo troviamo, nei registri dello Studio di Pa- 
dova, insegnare la medicina, nel suindicato anno 1399. In 
esso infatti, addì 5 gennajo, il Consiglio della città spediva i 
suoi messi con ampie facoltà di patteggiare coi più valenti 
professori, ovunque fossero, per condurli allo Studio suo (2). 
E da quell'anno sino al maggio e nell'agosto del 1402 lo mo- 
strano in Padova i monumenti e i diplomi dati in luce dal Fac- 
ciolati (3). Della scelta di lui si mostrò lieto il Senato veneto, 
allorché, trasferita Padova sotto il dominio della Serenissima 
Signoria, fece uffizj ed impegni per farlo ritornare a questa 
Università, assegnandogli il ricco, o allora unico, stipendio di 
600 ducati. Eeduce in Padova, vi si fermò sino alla morte, 
che lo raggiunse nel febbrajo del 1413, e che colmò di affli- 
zione i suoi molti scolari. Uno dei più famosi di questi, Ga- 
sparino Barziza, gli recitò funebre elogio, in cui, « alle pro- 
ausissime lodi con cui ne celebra la dottrina, i costumi, la 
«religione, aggiunge, che alcuni giorni pria di morire, quasi 
« presago del vicino suo fine, aveva nella sua scuola, disputando, 



(1) Dai pubblici registri di quella Università si raccoglie, che Jacopo 
ivi fu assunto nel 1357 alla cattedra di logica; nel 1384 a quella di medi- 
cina; e nel 1402 a quella di filosofia (Tirabosehi, Stor. della Ietterai. Hai., 
tom. V). 

(2) Ardi, del Com. di Padova, 

(3) Synt. XII. 



ANNO U03 491 

«dimostrata l' immortalità dell'anima, contro quei filosofi, che 
« la impugnavano » (1). 

Potrei qui trattenermi nel dare un sunto delle discipline 
e dei provvedimenti, che regolavano tutta la scientifica e so- 
ciale amministrazione dello Studio collettivamente e delle sin- 
gole attribuzioni dei professori e degli scolari che lo compo- 
nevano. Ma poiché ciò sarebbe estraneo all' indole di una Sto- 
ria, la quale deve avere precipuamente in mira la narrazione 
elei fatti, anziché le interne regole e discipline dei particolari 
corpi; credo di avere esaurito il mio ufficio, notando, doversi 
ascrivere a merito distintissimo dei principi Carraresi l'onore 
ed il lustro, a cui, nel secolo della loro dominazione, salì 
presso tutta 1' Europa la patavina Università. 

Né fu minore per altro l' impegno della veneziana repub- 
blica per mantenerla ancor più gloriosamente nella magnifi- 
cenza e nella onorevole rinomanza, a cui quelli aveanla con- 
dotta; come in appresso vedrassi. 

E qui finisce l'epoca della Storia di Padova nei suoi rap- 
porti con estranei dominatori, quasi direi, di ventura, e che la 
facevano da tiranni; e ne comincia la ben ordinata ammini- 
strazione politica, sotto il governo e le leggi della serenissima 
repubblica di Venezia; lo che ci darà materia ad esporne le 
vicende di quasi quattro secoli, finché questa esistè; e poscia 
ci condurrà a conoscere gli avvenimenti, che susseguirono la 
caduta di essa, sino ai nostri giorni. — Tuttociò nel secondo 
volume. 



CAPO XXX. 
Dei podestà di Padova. 

A pieno esaurimento delle notizie, che formano gli ele- 
menti di somma importanza per la Storia di Padova, io re- 
puto interessante il dare la serie cronologica dei Podestà, cui 

(1) Colle, Stor. scientif. lettor, dello Studio di Pad,, pag. 237 del voi. III. 



492 LIBRO XII, C1PO XXX 

dalla prima istituzione di questa carica sino alla dedizione 
della civica sovranità nelle mani della repubblica di Venezia 
(cioè, dall'anno 1175 al 1405), i Padovani assunsero di tempo 
in tempo da estranee città alla reggenza del loro Comune; in 
sostituzione ai Consoli ed ai Tribuni, che sino allora non ave- 
vano saputo mantenervi la quiete interna ; a cagione delle vi- 
cendevoli animosità dei guelfi e dei ghibellini. 

Della sostituzione dei podestà ai consoli e ai tribuni ho 
fatto alla sua volta brevi parole, soltanto per segnarne l' in- 
cominciamento (1). Qui poi la serie, che ne sono per dare, gio- 
verà (voglio credere) agli studiosi amatori delle patrie cose 
per avere sottocchio progressivamente i nomi e l'epoca, in 
cui quelli esercitarono il loro ufficio. Me na sarà guida l'antico 
storico padovano Guglielmo Ongarello; e dov'egli è mancante 
o inesatto, me ne daranno traccie e n'empiranno il vuoto gli 
Statuti antichi della Città ed altri monumenti di non dub- 
bia fede. 

Di cotesti podestà il reggimento; ossia il tempo, che du- 
ravano in carica; pare, che da principio fosse determinato ad 
un anno. In seguito fosse accorciato a sei mesi; e talvolta e- 
ziandio- prolungato e raddoppiato. Ciò premesso, eccone la serie, 
bell'anno 1175, Alberto di Ossa, milanese, il quale ci fu indi- 
cato dal Gennari (2) a correzione dell'inesattezza dello 
Scardeonio (3), che ne posticipa di due anni l'elezione del 
primo. 
1177. Obizzo march, d' Este. 
1196. Ottolino da Bosso, mantovano. 

1198. Giacomo Streso da Piacenza. 

1199. Azzo march, d' Este. 

1201. Pietro Zigliani, o piuttosto Giuliani, nob. veneziano; 
sotto la cui reggenza fu fatto il canale, che va a Monselice 
ed a Este (4). 



(1) Pag. 81. 

(2) Informazione ecc. pag. XL!X. 

(3) kntich. Pad., ecc. 

(4) Ongarello. 



ìxxo uo6 493 

1202. Uberto Visconte da Piacenza: nel qual anno fu fatta lega 
de' Veronesi, Vicentini, Trevigiani, Ferraresi, Mantovani, 
Feltrini, Bellunesi e Trentini contro i Padovani (1). . 

1203. Alberto Maddello, milanese. * 

1204. Alberto da Maone. 

1205. Barozzo da Borgo, cremonese. 

1206. Manfredi da Gazzo, cremonese. 

1207. Bernario, o Mastello, da Cremona. 

1208. Viscontino Visconti, da Piacenza. 

1209. Giacomo Violardo, da Vercelli; sotto cui fu fatto il ca- 
nale da Padova a Strà (2). ' 

1210. Giacomo d'Andito, da Piacenza. 

1211. Azzo d'Este, il quale rinunziò poco dopo la podesteria. 

1212. Barozzo da Borgo, cremonese, di nuovo. 

1213. Marco Zeno, nob. veneziano, il quale, di consenso del 
senato di Padova, riconciliò col comune di Verona i Mon- 
tecehi, che vi erano stati banditi sei anni e due mesi (3). 

1214. Albizzo degli Albici, fiorentino; ed è commemorato nella 
sposizione autentica delle differenze insorte tra Padovani 
e Veneziani per la festa del Castel d'Amore (4). 

1215. Bonifacio di Guido Guzzardo, bolognese, che trovavasi 
podestà di Padova anche nel seguente anno 1215, addì 9 
aprile, quando fu conchiusa la pace coi Veneziani, in con- 
seguenza della guerra per la festa del Castel cV Amore (5). 
— L'Ongarello commemorò questo podestà, nel 1216, col 
nome di Folco Guerrini o Gaarnarini bolognese. 

1216. Folco Guerrini da Bologna, il quale forse cominciò il 
suo reggimento nell'anno stesso, dopo cessato quello di 
Bonifacio summentovato. 

1217. Giacomo Andito, da Piacenza. 

1218. Giovanni Rusca, o Ruscone, da Como. 



(1) Ivi. 

(2) Ivi. 

(3) Ivi. Ved. la pag. 89. 

(4) Fag. 98. 

(5) Ved. il docum., che ho portato originale nelle pag. 94 e 100. 



494 LIBRO Xll, CAPO XXX 

1219. Malpileo da San Miniato, toscano. 

1220. Baron de Tuscia: fu cominciato, sotto di lui, il castello 
.di Cittadella, che fu compiuto nell'anno seguente (1). 

1221. Bonifacio Guizaardo, bolognese; una seconda volta. 

1222. Giovanni B/Usca, o Ruscone, da Como; per la seconda 
volta anch' egli. 

1223. Guido Landriano, milanese. 

1224. Roberto da Correggio. 

1225. Ottone da Mondello. 

1226. Bonifacio conte di San Martino, mantovano; il quale non 
compì il tempo del suo reggimento, perchè vi fu scacciato 
per mala amministrazione (2). 

1227. Bonifacio di Guidone Guizzardo, bolognese; per la terza 
volta. 

1228. Stefano Badoaro ; nob. veneziano. 

1229. Giovanni Dandolo, nob. veneziano. 

1230. Stefano Badoaro, nob. veneziano, vi fu eletto una se- 
conda volta. 

1231. Ugofredo del Verano, piacentino. 

1232. Berardo Rivoli, da Bergamo. Era podestà anche nel giorno 
4 gennaio 1233, come raccogliesi da due documenti auten- 
tici della Cancelleria secreta della repubblica di Venezia, 
da me pubblicati (3). 

1233. Ardizzone Avogari, vercellese. 

1234. Otto da Mandelli. 

1235. Ramberto Ghisilieri, che resse alcuni mesi soltanto, per- 
chè in quest'anno i Padovani deliberarono, per sicurezza 
della città minacciata dalle armi imperiali, di eleggere 
anziché il podestà, sedici de' primarii cittadini, che ne aves- 
sero piena giurisdizione (4). Ma, trovatili traditori, il Con- 
siglio civico richiamò podestà lo stesso Ramberto, il quale, 
non molto dopo fu licenziato (5). 

(1) On/jarello. 

(2) ivi. 

(3) Pag. 125, 127; 129. 

(4) Voti. pag. 139. 

(5) Ongarelh. 



INNO U05 495 

1236. Simone conte di Paglia, sottentrò podestà per l'imperatore 
Federico II in Monselice (1). 

1237. Marino Badoaro, nob. veneziano, entrò al reggimento il 
19 febbrajo (2). 

1238. Aldobrando Casa, conte di Siena. 

1239. Tebaldo Francesco, da Puglia. 

1240. Lo stesso Tebaldo. 

1241. Lo stesso. 

1242. Galvano Lanza, di Puglia. 

1243. Lo stesso fu confermato. 

1244. Bizzardo Binaldeschi, bresciano. 

1245. Lo stesso, di cui forse l'Ongarello alterò il nome, di- 
cendolo Renatelo Reoldeschi. 

1246. Lo stesso. 

1247. Guglielmo da Prata, friulano. 

1248. Lo stesso; detto anche Guecillo da Parma; il quale non 
finì la sua reggenza, perchè, nell'agosto del detto anno, 
gli fu sostituito Ansedisio de' Guidotti nipote di Eccelino. 

1249. Ansedisio Guidotti continuò nel reggimento anche que- 
st'anno, ed anche nei susseguenti, 1250, 1251, 1252, 1253, 
1254; ed in sulla metà del 1255, a' 20 di giugno, fu scac- 
ciato, e Padova rimase liberata dalla tirannide di costui. 

1256. Marco Quirini, nob. veneziano, fu eletto dai Padovani 
fuorusciti, ed alla testa di loro entrò in città, e diede il 
suo giuramento a' 20 di giugno. 

1257. Giovanni Badoaro, nobile veneziano. 

1258. Matteo da Coreggio, parmigiano. 

1259. Guido Fogliano, da Eeggio. 

1260. Marco Quirini, nob. veneto, vi fu eletto una seconda volta. 

1261. Giovanni Badoaro, gentiluomo veneziano, vi fu eletto di 
nuovo. 

1262. Giberto della Gente, parmigiano. 

1263. Matteo da Coreggio, parmigiano, un'altra volta. 

1264. Lorenzo Tiepolo, nob. veneziano. 

(4) Ongarcllo. 

(5) Ivi. 



496 LIBRO XII, CAPO XXX 

1265. Gerardo Longo, veneziano. 

1266. Giovanni Rossi, da Parma: ed in quest'anno, poiché Vi- 
cenza si diede al Comune di Padova, presentandogli le 
chiavi della citta, fu deliberato, che si dovesse quind' in- 
nanzi mandare a Vicenza podestà un cittadino padovano: 
ed il primo ne fu Enrico Capo di Vacca. 

1267. Bonifacio Canossa, da Reggio: andò podestà a Vicenza 
Bonfrancesco Guarnarini, incaricato anche di portare a 
quel comune gli Statuti padovani. 

1268. Rolando Canossa. — Podestà di Vicenza fu mandato 
Marsilio da Carrara. 

1269. Matteo da Coreggio, per la seconda volta. — Podestà di 
Vicenza fu mandato Papafava da Carrara. 

1270. Tommaso Giustinian: per mandare a Vicenza fu eletto 
il cavaliere e Dottore Federico Capodilista. 

1271. Bartolomeo de Sono, o Sopo, bergamasco. — Andò po- 
destà di Vicenza Frigolfo Pomodello, ovvero da Ponte. 

1272. Michele Emo, nobile veneziano. — Podestà di Vicenza 
fu mandato Genese de' Bernardi. 

1273. Giacomin Rossi, da Vivaro : — a Vicenza andò Zilio dei 
Macaruffi. 

1274. Luttiproldo della Torre, milanese: — fu mandato podestà 
di Vicenza Lemizo dei Cani. 

1275. Roberto de' Roberti, da Reggio: — per Vicenza elessero 
i Padovani Giacomo da Ruffo. 

1276. Guido de' Roberti, da Reggio. — A Vicenza mandarono 
Pagan de' Paradisi. 

1277. Marco Quirini, nob. veneziano : — a Vicenza fu mandato 
Nicolò da Castelnovo. 

1278. Giacomo da Gonzalino, di Osimo; o secondo altri Marino 
Valaresso, nobile veneziano: — podestà di Vicenza fu 
Guerzo de Vigo d'Arzere. 

1279. Matteo da Coreggio, per la terza volta. — A Vicenza 
mandarono Bellobon de' Guarnerini. 

1280. Enrico d'Oro, nob. veneto: per Vicenza fu eletto Marsi- 
lio Palapesana. 



ANNO UOS 



407 



1281. Uberto de' Frescobaldi, fiorentino (1): di Vicenza fu po- 

destà Benedetto dei Cani. 

1282. Vero da Cinocchi, cittadino di Fermo: — per Vicenza 
elessero Engolfo de i Conti. 

1283. Fanto de' Rossi, fiorentino: — a Vicenza andò podestà 
Engolfo de Pomodello. 

1284. Lo stesso Fanto ne fu confermato: — podestà di Vicenza 
fu eletto Zuane Franco de' Sacchetti (2). 

1285. Guglielmo Malaspina; o, secondo altri, Fanton de i Rossi, 
da Firenze. — A Vicenza fu mandato podestà Tebaldo 
Engeschi. 

1286. Bosan de Manzadori, da Firenze: — podestà di Vicenza 
andò Bonzonello da Vigonza. 

1287. Corso, o Curzio Donati, fiorentino : — a Vicenza fu man- 
dato Patavin de' Gambarini. 

1288. Ottolino da Montebello: ovvero, secondo altri, il prece- 
dente Curzio Donati: — per Vicenza fu eletto Giovanni 
de' Capi di Vacca. 

1289. Ottolino da Mandello, milanese: forse lo stesso dell'anno 
scorso, detto per errore di penna da Montebello an